“Alla Porta del Castello” di Ferdinand Knab

Oggi andremo a conoscere un pittore di un’area geografica che mi piace molto, la Romantische Strasse, in Alta Baviera (top all’inizio dell’autunno in moto on the road). Lui è Ferdinand Knab (Würzburg, 1834 – Monaco di Baviera, 1902), insegnante di architettura e pittore di paesaggi “architettonici”.

1881 – olio su tela – 34 x 25,5 cm – collezione pvt

Quando viene dipinta questa tela gli artisti, specie quelli mitteleuropei, considerano ancora il Grand Tour (percorso esplorativo in Europa, un interrail ante litteram) un momento importante per la loro crescita personale e professionale. Una delle tappe fondamentali di questo viaggio era l’Italia. Knab rimane impressionato dalla bellezza di Roma e di Taormina, delle quali conserverà ricordi e impressioni per tutta la sua carriera. Di fatto, i soggetti delle sue opere mischiano sapientemente architetture note ad architetture oniriche.

Qualche volta, i paesaggi nell’arte possono sembrarci sterili, come delle fotografie instagrammabili. Nei paesaggi di Knab, invece, aleggia un’atmosfera poetica data dalla monumentalità, dal gusto per l’antico, colorata di tramonti lividi. L’ora del tramonto, per il pittore, è un momento incerto e volatile.

La tematica sentimentale che nasconde questo paesaggio incolto è molto sottile. Siamo nel clima del simbolismo tedesco, che ci ha fatto ben conoscere un collega contemporaneo di Knab, ossia lo svizzero Arnold Böcklin.

Non è solo il tramonto a parlarci del tempo che va e non si sa dove, parimenti la colomba in volo. Il cancello è un elemento di transizione; la pozzanghera è un elemento ambivalente, è la riconnessione tra cielo e terra, la rinascita, ma, al contempo riflette qualcosa di effimero, come un sogno.

Inoltre, non dobbiamo sottovalutare il suonatore di lira a coronamento dell’inferriata. Io l’ho identificato con Orfeo, l’artista che incarna tutti i valori dell’Arte. Orfeo ama incondizionatamente solo Euridice (ninfa di boschi e degli alberi, che ritroviamo in questo paesaggio dipinto), anche se lei è morta. Orfeo riesce a fare in modo di portarla via dagli Inferi, a patto di guardarla solo una volta tornato nel Mondo dei Vivi. Purtroppo si distrae e si volta troppo presto. Euridice sparisce in una nuvola d’aria e lui, si ammutolisce e respinge l’amore per sempre (ma ovviamente non il sesso, non preoccupatevi).

Quella di Ferdinand Knab è una riflessione dolente. Lui pensa alla malinconia, il dramma della vita che ti porta ad avere sentimenti anche se, da essere umano, sei destinato a morire. Anche i sentimenti, essendo umani, sembrano eterni, ma non lo sono in essere.

Sempre riferendomi al mito di Orfeo, l’opera parla, più precisamente, dell’Arte. Cosa deve avere un’opera d’arte per rimanere immortale e per sopravvivere alla morte dell’Artista? Orfeo era il creatore di quella bellezza capace d’incantare anche i demoni; Euridice era l’anima spirituale, l’ispirazione vera e autentica della Bellezza. Cosa succede a Orfeo? Diventa banale, si volta troppo presto e la sua Arte diventa un pugno di mosche…

Miss Raincoat

Gustav Mahler

“La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri”
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Mid-Italy On The Road

Marche e Umbria in stile Road Runner

Il Road Runner, per capirci Willie che non si fa mai prendere dall’affamato Coyote, è un uccello dei deserti tra California e Messico. Nonostante sia in grado di volare, preferisce spostarsi a piedi, fino a raggiungere velocità di trenta chilometri orari (che è anche il modo in cui si procura da mangiare). Di notte e di pomeriggio dorme e recupera tutta l’energia che ha alla mattina durante dei “bagni di sole”. Per le questioni amorose, invece, si prende tutto il tempo che ci vuole, cioè da marzo a settembre. Il maschio corteggia la femmina regalandogli prede, soprattutto serpenti. Se l’omaggio non fosse sufficiente, lui le agita la coda davanti al muso cantando una canzone. Se la femmina decide per il fatidico sì, allora costruirà un nido con erbe, piume e rametti recuperati dal fidanzato. La coppia formata rimane insieme per tutta la vita.

Breve parentesi SuperQuark per un altrettanto breve post in cui vi racconto il mio veloce giro giro tondo di questi miei giorni da turista…

Pesaro – “Una donna intelligente” a detta di Calcutta. Sul Mar Adriatico, di cui ho visitato il porto per il running mattutino sul Molo di Levante. Il centro storico è molto rinascimentale, il mio monumento preferito è la fontana detta La Pupilla davanti a Palazzo Ducale in Piazza del Popolo, una delle quattro fontane storiche di Pesaro. Ho mangiato molto volentieri gli Spaghetti alla Fanese, ossia con sarde – tonno – pomodorini – prezzemolo.

Fano (distante circa 14 km – 20 min) – che un tempo era un sito sacro alla Dea Fortuna. Ci sono andata per vedere meglio il mare. Ho visto il tramonto a Marina dei Cesari, il porto turistico. Meraviglioso e pieno di pathos il Monumento ai Caduti in Mare, detto La Tempesta (in ricordo alla tragedia del giugno 1964) sul Molo del Faro Verde. Il tutto si raggiunge con una passeggiata su pontile fisso, la Passeggiata del Lisippo, con vista su scogli e trabucchi.

Fabriano (distante circa 100 km – 1 ora e 20 min) – la città dei fogli delle Scuole Medie (ahahah) e per questo protetta da UNESCO. Ho visitato gli archi illusoriamente infiniti del rinascimentale Loggiato di San Francesco, pensato per collegare la Chiesa di San Francesco alla Piazza del Comune durante l’epidemia di peste del 1450. Ovviamente, non si poteva che fare tappa al Museo della Carta e della Filigrana ospitato in un vecchio convento domenicano, del quale è iconico e instagrammabile il chiostro.

Civitella del Lago e Lago di Corbara (distante 115 km – 1 ora e 45 min) – dicono che all’Umbria manchi solo il mare, in effetti ha i laghi e io ne ho scelto uno artificiale con rive frastagliate fino alla gola del Forello, nella valle del Tevere. Come tutti sappiamo, è una zona vitivinicola e il paesaggio è caratterizzato da borghi arroccati e vigneti. Civitella è in cima a una di queste collinette e, chiaramente, l’ho scelta per la vista panoramica e anche perché mi faceva strano che un piccolo paesino conservasse molte antiche porte monumentali. L’artigianato locale è famoso per le uova dipinte, che adornano i negozietti del borgo.

Orvieto (distante 20 km – 20 min) – Orvieto meriterebbe una vacanza a sé stante. Nel mio sightseeing ho incluso il Pozzo di San Patrizio, la Fortezza Albornoz, la Torre del Moro con risalita, il Duomo con la Cappella di San Brizio (la celebre per i dannati di Luca Signorelli) e una ovvia e meritata degustazione del vino Orvieto Classico.

(scusate se sono stata molto riassuntiva e ho badato poco alla perifrastica, ma sto scrivendo tramite le note dello smartphone)

Buone vacanze a me 🙂

Miss Raincoat (in sella a un unicorno)

Cronache dal Bancone

Oggi voglio parlarvi delle due birre che mi stanno piacendo di più in questo periodo…

Gold Hobgoblin

Si tratta di una golden ale o summer ale, quindi una birra ad alta fermentazione ma molto fresca e dissetante. Il birrificio inglese che la produce è Wychwood Brewery sito nell’Oxfordshire. Come anticipa il nome, il colore è dorato e la schiuma è moderata e non corposissima. I quattro tipi di luppolo impiegati la rendono medio-amara; il malto d’orzo e di frumento le donano aromi di scorza di limone, lime e frutto della passione. 4,2 % VOL.

Morena Celtica

Si tratta di una milk o sweet stout, quindi una birra scura (tostata) ma anche dolce (viene aggiunto il lattosio, uno zucchero che non fermenta). Il birrificio che la produce è sito in provincia di Potenza e questa birra è artigianale, cruda, non filtrata e rifermentata in bottiglia. Inoltre, è una doppio malto. Il suo colore è nero intenso, non ha una schiuma corposa ma è comunque persistente. Il suo sapore è avvolgente, sa di cioccolato fondente. Ha giusto un picco tostato di caffé. Il profumo è quello della vaniglia (che è negli ingredienti). In uscita, si sente qualcosa come caramello o ciliegia candita. 6,8% VOL.

Bevete con moderazione, ma soprattutto non bevete mai birra calda o mal spillata!

Miss Raincoat

“Circe che offre la Coppa a Ulisse” di John William Waterhouse

Per marzo, mese muliebre, ho scelto questo dipinto. Punto primo, perché Circe è una tra le villain women omeriche e io adoro i “cattivi” delle storie che, spesso, sono quelli con caratteri più interessanti e noir. Punto secondo, perché il sig. Casadellacqua fa parte della mia amatissima combriccola dei Preraffaelliti.

Facciamo un breve ripasso. I Preraffaelliti sono stati una Confraternita, un gruppo di folli ragazzacci, che avevano per religione l’Arte. Guardavano con nostalgia il passato, più che altro perché le gorgiere vittoriane erano un po’ troppo pudiche. Credevano ancora nelle favole, ai draghi, alle principesse e alle fatine dei boschi. Le loro muse erano le loro donne, amiche, amanti, compagne – così intime da divenire le protagoniste inquiete e tragiche dei loro dipinti. La donna, nell’arte preraffallita, è principalmente femmina. La femminilità è il simbolo del ritorno alla Natura vista come una sacralità perduta. Quindi, le sorelle preraffaellite sono delle donne disturbate, irrazionali, energiche, magiche – la donna provoca e dissacra la gerarchia patriarcale che le vuole domare; le buone maniere si lasciano alle femminucce, contrapponendo la semantica della perdizione attiva a quella dello smarrimento passivo. Il tratto visivo che più esprime questo concetto sono le labbra rosse e carnose.

1891 – olio su tela – Oldham Gallery

Questo dipinto ha per protagonista la maga Circe, dominatrice della scena dai colori sporchi, mentre offre la sua pozione in una coppa a Ulisse. Sta cercando di soggiogarlo dalla sua posizione sopraelevata come il resto della sua ciurma (lo possiamo vedere nello specchio dietro il trono, che simula la profondità veritiera alla composizione – a me sembra anche una sorta di aureola santa). Circe aveva il potere e sapere erboristico di trasformare gli uomini in animali; infatti, i maialini che vediamo ai suoi piedi è sono i marinai greci dopo la cura. Sembra che stia per alzarsi per andare vicino a Ulisse, molto vicino…

Chi era Circe? Troppo poco rispettoso definirla una seduttrice, un’ammaliatrice, una portatrice di sciagure… Spietata, sicuramente. Ma questa è la storia raccontata da Omero, al quale piacevano queste protagoniste un po’ perturbate per animare il suo racconto.

Circe era una mezzadea, figlia del Sole e zia di quella povera diavola di Medea. Viveva sola in una villa sfarzosa, tutta di marmo, immersa nella vegetazione mediterranea del Circeo. Era molto bella, portava una chioma riccia agghindata in lunghe trecce, nessun vestito o gioiello, e il suo canto riusciva ad attirare qualsiasi uomo. Inoltre cucinava da dio e, come digestivo, preparava delle bevande avvelenate che trasfiguravano i pretendenti in animali diversi, a seconda del carattere (quindi chissà perché mai i marinai divennero maiali…). Omero li difende raccontandoci che, poveretti, erano stanchi perché avevano appena sfidato i Lestrigoni e il mare in tempesta. Ulisse, invece, bara aiutato da Mercurio che gli offre dell’erba per renderlo immune all’incantesimo.

E che succede? Oh, chiaro. Circe si innamora di Ulisse perché ha una bella barba mora e, soprattutto, perché è l’unico uomo che è riuscito a opporle resistenza e a tenerle testa. Ulisse, che in effetti è l’uomo dal multiforme ingegno, cede, ha una torbida storia d’amore con lei (anche un figlio) e la convince a ridare le sembianze umane ai porcellini. Dopo un anno, i marinai annoiati convincono Ulisse a ripartire per Itaca. E sarà Circe a metterlo in guardia da altre possibili seduzioni. Ulisse si giustificherà del tradimento alla moglie dicendo che Circe le ricordava Penelope, aveva lo stesso sguardo fiero, ma aveva fatto un grave errore perché Penelope non avrebbe mai abbracciato uno straniero…

Circe dai riccioli belli, dea tremenda dalla voce umana. Accanto a lei, montani lupi e leoni falbi, che mansuefatti avea con le sue bevande, stavano a guardia del palagio eccelso.

Circe, in quanto donna, è ciò che non si può comprendere, ciò che è incomprensibile, incontrollabile e, perciò, è vista come pericolo. Nell’antichità era un bell’esempio di anticonformismo. Non era sottoposta al controllo maschile ed era conscia del suo potere; è il simbolo della femminilità che prende l’iniziativa. Nell’Odissea è vista come la più temibile, la selvaggia maga-puttana, ma è lei ad avvertire Ulisse del pericolo delle Sirene e non è stata lei a promettere l’immortalità ad Ulisse pur di non perderlo, quella è Calypso.

Dopo la partenza di Ulisse, Circe rimane da sola a giocare con l’amore e con la gelosia senza perdere la sua alterità irriducibile. Infondo, per metà umana e per metà dea, è schiava e padrona del caos.

Mortale caparbio pieno di quel breve sogno che tu chiami la vita; innamorato delle tue debolezze e dei tuoi peccati; affascinato dalla morte. Contro una simile ostinazione anche gli dei sono senza potere. Va dunque! Poiché l’hai scelto: il mare ti aspetta!

Circe a Ulisse in “Ulisse , film del 1954

❤ Miss Raincoat

“La Meditazione” di Francesco Hayez

Francesco Hayez lo conosciamo tutti per Il Bacio della Pinacoteca di Brera. Il dolcissimo addio tra due innamorati che cela, però, l’allegoria del soldato patriota che parte in guerra per la sua Nazione, con la speranza di vincere e di tornare. Un messaggio politico criptato per non farlo sapere ai piani superiori…

Il Romanticismo Italiano può essere sintetizzato con un solo aggettivo, struggente. Un’arte che esplicita un dolore continuo e logorante e così diversa dalle declinazioni romantiche del resto dell’Europa che si interrogava sull’identità nazionale, siccome l’Italia, come nazione, nemmeno esisteva. Bisognava andare a cavarsela fuori con le unghie, ancora.

In questo periodo, quelli che chiamiamo patrioti si uniscono per cucire insieme i pezzetti che avrebbero formato l’Italia; i Francesi e gli Austriaci, padroni dei vari pezzetti, dovevano essere scacciati a calci. Non fu né facile né breve quello che sui libri di storia è etichettato come Moti Risorgimentali.

La Prima Guerra d’Indipendenza ha inizio con le Cinque Giornate di Milano, nel marzo 1848. I volontari si armano a favore del Regno di Sardegna contro l’Austria e perdono, sacrificandosi per la libertà. Il 1861 è ancora lontano…

Olio su tela- 1851-Galleria Arte Moderna di Verona-92,3 x 71,5 cm

Questo sguardo triste e fermo appartiene all’impersonificazione dell’Italia, una giovane madre con il seno pronto per allattare gli Italiani.

C’era stato un altro pittore, nel 1830, che aveva raffigurato una donna a seno scoperto, Delacroix con la sua Libertà che guida il popolo, la Madre Patria coraggiosa e nutrice. Ma Hayez, su questa figura fa cadere tutto il peso della disperazione all’indomani della sconfitta.

Il muro blu, il colore della malinconia, esalta l’incarnato pallido e sofferente della donna; il sapiente gioco di luce esalta la purezza della pelle nuda, dei capelli corvini, della veste bianca… L’infelicità, in questo modo, è vissuta in empatia dal lettore dell’opera. Hayez non cercava compassione, voleva incitare alla reazione.

L’Italia è in lutto, è rammaricata e addolorata. Ha perso centinaia di figli senza liberarsi dall’oppressione straniera. È una martire, stringe la croce come una Santa mutilata nel suo intimo, sulla quale sono incise le date delle Cinque Giornate di Milano. Il libro consumato che stringe, invece, è quello della Storia d’Italia – sciupata prima di poter nascere. Le scritte in rosso sembrano di sangue e quella sedia di cuoio su cui siede sembra essere quella di un supplizio. Verdi, nel Nabucco, ce la fa ascoltare nel Va’ Pensiero (“Oh mia patria, ‘sì bella e perduta”).

Quest’opera si doveva intitolare “L’Italia nel 1948”, ma l’etichetta venne cambiata in corsa per ovviare la censura austriaca. Il fascino di questo dipinto sta appunto nel conflitto tra messaggio politico nascosto e l’inquietudine esistenziale totalmente palese. Un monito asciutto e potente: ricordati con rispetto di chi, durante la battaglia, per avere quello che hai e ti sembra scontato, è morto. E meditazione vuol dire pensarci su a lungo, profondamente e con grande attenzione.

❤ Miss Raincoat

°* Letture Consigliate dall’Unicorno *°

  • “Hayez” di Fernando Mazzocca
  • “Uno per tutti, tutti per Hayez” di Stefano Zuffi (illustrato da Emanuele Zamponi) (lettura per bambini)
  • “Il volto dell’amore” di Flavio Caroli
  • “Risorgimento: un viaggio politico e sentimentale” di Arianna Arisi Rota
  • “Donne del Risorgimento: le eroine invisibili dell’Unità d’Italia” di Bruna Bertolo

Padova (for lovers)

Esistono tre città nel Veneto in cui ci si va con l’emoticon con i cuoricini al posto degli occhi…

Venezia. Costosissima, per vari motivi che in questo post non ci stanno (anche se noi ci siamo andati low cost qui). Meravigliosa. A Venezia ci si va con l’anello (anche quello delle palline…ma le vendono ancora o sono rimasta negli Anni ’90?) e senza sciatica, che poi ci si deve inginocchiare. Perciò, Venezia è un po’ impegnativa.

Verona.Ma sì, quella di Romeo e Giulietta. Quella che – alcuni vociferano -Shakespeare non ha nemmeno mai visto. Anche lei una città del nord Italia che va vista almeno una volta (a me è rimasto impresso il rossiccio delle sue mura scaligere che spiccava durante una giornata bigia di gennaio). Inoltre,è una città che temo, perché la mia prof. Di Latino del Liceo – quella con la Montblanc assassina – veniva da qui.  Eppure, “se ti porta a Verona invece che a Venezia è un fedifrago” cit. Mio Attuale Capo.

Padova. La città veneta per le rockstars. Padova è per chi ha la fidanzata guida-turistica che ama gli aperitivi (ho detto aperitivo, non apericena. Io dopo lo spritz voglio andare a cena o a pranzo; parimenti voglio fare la colazione a un orario decente con le cosette dolci – scusate la digressione). Lungo le rive del Bacchiglione, è la città dei portici medievali e delquasi-esotismo delle cupole emisferiche.

Cosa non perdersi (o cosa sapere per fare i finti intellettuali, sicut Alberto Angela docet)

  • la Basilica di Sant’Antonio (che è gratis) e il Monumento Equestre al Gattamelata di Donatello, proprio nella piazza antistante.
  • Il più antico Orto Botanico al mondo – ingresso 10 €
  • Prato della Valle con al cento l’Isola Memmia
  • Basilica di Santa Giustina con la tomba di San Luca (romanico-bizantina)
  • MUSME , Museo della Medicina – ingresso 10 €
  • Piazza delle Erbe, Palazzo della Ragione, Palazzo del Capitano (con orologio astronomico), Portico della Corda e Duomo
  • Cappella degli Scrovegni con l’opera di Giotto e quel blu oltremare che si capisce perché tutti lo volessero nonostante il costo – – ingresso 13 € (quasi obbligatoria la prenotazione, anche online); il biglietto comprende anche i Musei Civici Eremitani e Palazzo Zuckermann, tutto lì vicino.

Che dite? Andate in gioielleria o a prenotare l’entrata alla Cappella degli Scrovegni?

❤ Miss Raincoat

Kindle Lover – 2018

Diciamocelo, che mondo sarebbe senza Netflix e Kindle?

Oggi, comunque, vorrei condividere alcuni titoli nella mia libreria digitale che mi sono particolarmente piaciuti. In particolare, vorrei annotare i migliori dieci [non sono riuscita a metterli in ordine, ne ho letti una cinquantina in tutto, escludendo ciò che ho letto per aggiornarmi lavorativamente 🙂 ]

Per chi se lo stesse chiedendo, il mio libro preferito in assoluto è “Jane Eyre” di Charlotte Brontë. Per la magia senza tempo di una storia d’amore alla Bella e la Bestia, ma senza stereotipi assoluti. Quel figo di Rochester sarà pure str* e dissoluto, ma la dichiarazione /non dichiarazione sulla scomodità di essere innamorati, quel filo attaccato al cuore che, se tirato troppo, potrebbe farlo morire dissanguato, cos’è? E la nostra Jane, così apparentemente fragile e pudica, non è la stessa, l’unica, che tiene testa a Edward senza moine da signorina, non è la stessa che gli inveisce contro dicendo che l’essere “selvatici” non esclude la capacità di provare sentimenti enormi? Non è la stessa che dice <ciaone> al pastore che le propone una vita retta che la condurrebbe in Paradiso? E il paesaggio d’ambientazione, nella brughiera inglese… [ok, la smetto!]

Passiamo alla nostra playlist kindleiana…

[Il genere che prediligo è il romanzo di ambientazione storica di tutti i tempi, sono una dei pochi alunni che hanno amato i Promessi Sposi fin dal Liceo, la Gertrude, il Fra Cristoforo, l’Innominato…. Da buona guida amo la storia ma cerco il gossip 🙂 ]

  1. Elena Ferrante “L’amica Geniale” – 400 pg – Anni Cinquanta, Napoli “Un antidoto agli intervalli d’attenzione”
  2. Candace Robb “La Nemica del Re” – 509 pg – Corte Edoardo III, Inghilterra “Ci sono donne che non si arrenderanno mai a un destino deciso dagli altri”
  3. Jill Santopolo “Il giorno che tutti aspettiamo” 400 pg – Post 11.09.2001, New York  “Due persone. Due scelte. Un destino
  4. Eva Wanjek “Lizzie” – 491 pg – Epoca Vittoriana, Londra “Imponente e drammatico senza essere melodrammatico”
  5. Sally Rooney “Parlarne tra Amici” – 304 pg – Dublino, Giorni Nostri “Il romanzo sull’amore e il tradimento nel nostro tempo”
  6. Anna Premoli “Non ho tempo per amarti” – 315 pg – una scrittrice persa nei suoi romanzi ottocenteschi e un cantante rock. Che si chiama Terrence (come quello di Candy) “Senza incertezze né sussulti lungo il binario della favole
  7. Diego Da Silva “Terapia di coppia per amanti” – 274 pg – Napoli, Giorni Nostri ma sulle note di Every Breath You Take “C’è un momento, diciamo intorno al primo anniversario di una relazione clandestina, in cui pieghi la testa di lato, stringi gli occhi come cercassi qualcosa di minuscolo che si muove nell’aria, e vedi in filigrana il casino in cui ti trovi. Questo è amore, ti dici senza mezzi termini, altro che chiacchiere” (cit. dal libro)
  8. Roberta Gately “Le ragazze di Kabul” – 352 pg – Guerra Civile Afghanistan, Kabul  “Commovente e autentico. Amore e speranza in una terra sconvolta dal dolore”
  9. Silvia Truzzi “Fai piano quando torni”– 272 pg – Anni Cinquanta//Oggi, Bologna e Napoli  “Un romanzo pieno di grazia che racconta, con tono ironico e sorprendentemente leggero, il dolore della perdita e la fatica della rinascita”
  10. Care Santos “La Cena dei Segreti” – 359 pg – Anni Cinquanta//Oggi, Barcellona “Una notte di colpe e segreti, trent’anni di ricordi, una cena per perdonare tutto”

[Le citazioni le ho scopiazzate dai critici, ovviamente quelli che ci hanno azzeccato :P]

Volevo anche celebrare la fine (forse solo per ora) della serie di Alice Allevi di Alessia Gazzola, di cui “Arabesque” – letto a gennaio – e “Il Ladro Gentiluomo”- letto in questi giorni. Ecco, CC è quanto più ci si possa avvicinare al mariolo che ha ispirato la leggendaria (ma esistente) figura losca di Mr. Raincoat 😀

❤ Miss Raincoat

Gita al Castello di Miramare

Siamo in un quartiere di Trieste, quello più a picco sul Golfo, dove Massimiliano d’Asburgo costruì una dimora da condividere con la moglie Carlotta del Belgio, a metà Ottocento. Il nome “Miramare” significa guardare il mare ed è memore dei castelli spagnoli che piacevano molto a Massimiliano. Lo stile al quale si ispira è quello del Castello di Babelsberg a Potsdam in Germania.

Il parco marino di 22 ettari ospita piante di vari generi, alcune delle quali collezionate dallo stesso Massimiliano, appassionato di botanica, durante i suoi viaggi come ammiraglio della Marina Militare Austriaca.

Nella parte superiore si trova il Castelletto, una residenza più piccola che ospitò i regnanti durante la costruzione, ma che divenne una sorta di manicomio murato per la sventurata Carlotta. Infatti, pare che il Castello sia legato ad una maledizione: chi ne prende possesso non può goderne la bellezza dacché morirà lontano da casa (Massimiliano morì assassinato in Messico e Carlotta impazzì). Vengono ancora più i brividi se si pensa che la coppia entrò nel Castello a Natale 1860.

Io ho raggiunto il sito con i mezzi pubblici da Trieste. Se si alloggia nella città è il modo più comodo così non bisogna spostare la macchina da un parcheggio a pagamento (unica pecca di Trieste, ma risolvibile parcheggiando al Molo IV per 10€ al giorno) ad un altro ulteriormente a pagamento. Il biglietto del pullman, infatti costa 1,25 € e vale un’ora; il parcheggio del sito costa 2,00 € all’ora – considerando che la permanenza dura più di un’ora. Il bus si prende dalla Stazione Centrale oppure da Piazza Oberdan e passa circa ogni 20 minuti; si scende al capolinea, cioè al porticciolo di Grignano. Da lì si prende una scaletta e si arriva alla parte superiore del parco. Una volta finito il percorso al Castello si può uscire sul lungo mare e, in 15 minuti, raggiungere la fermata bivio; oppure, ritornare indietro al porticciolo.

Percorso di visita: Serre – Castelletto – Casa Svizzera (bar) – Lago dei Cigni – Giardino all’Italiana – Molo con Sfinge – Castello – Belvedere – Scuderie

Alcune informazioni: parcheggio a pagamento, bar, wc, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19 – parco: gratis , castello: 12,00€

http://www.castello-miramare.it

❤ Miss Raincoat

 

«O Miramare, a le tue bianche torri
attedïate per lo ciel piovorno
fósche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.»

Giosuè Carducci

Come (non) stare a dieta a Trieste

Una guida in vacanza

Come promesso la settimana scorsa, un intero post per parlare di una branca del turismo che mi interessa assai, quello enogastronomico. A me è parso che a Trieste il mangiar (e bere, se no va di traverso!) bene faccia parte della cultura, un po’ come in tutta la nostra Italia… però, ecco, da questo luogo non è consentito andarsene senza averne assaggiato un pezzo!!! In barba a chi dice che noi del nord siamo parchi con le porzioni 🙂

Il primo concetto da interiorizzare a Trieste è quello del buffet. Si tratta di un locale tra il bar e la trattoria dove, ad ogni ora del giorno, puoi fare aperitivo. Ma, attenzione, non è l’aperitivo chic e un po’ bauscia che intendiamo di solito. Al buffet triestino si trova un menù “alla  caldaia”, che spazia dal salato al dolce. Insomma, uno spuntino rinforzato/ merenda irredenta.

Due buffet consigliati: Bar  Borsa se siete di fretta o Le Botti se avete molta fame. Il primo è vicino a Piazza della Borsa, mentre il secondo e a due passi da Piazza Hortis.

  • Buffet salato: il panino con la cotoletta (che qui viene chiamata lubianska), prosciutto caldo con senape e kren (è qualcosa che assomiglia molto al Prosciutto di Praga; è tagliato molto spesso; il kren è una specie di rafano, chiamato anche barbaforte, leggermente piccante, sicuramente molto particolare), gulasch, gnocchi alle prugne (tipo knödel), patate in tecia (ossia bollite e poi saltate con la cipolla; la tecia è la crosticina che si forma). Ovviamente, dato che siamo al mare, diamo un’occhiata anche tra le preparazioni di pesce (dalle insalate ai fritti, passando per la pasta)
  • Buffet dolce: i dolci tipici sono la pinza (una brioche non molto dolce e quindi abbinabile sia a marmellata sia a salumi) e la putizza (sfoglia arrotolata che racchiude un impasto di frutta secca, uvetta, cioccolato, rum e marmellata di albicocche) . Non dimentichiamo che qui sono ottimi anche Tiramisù (di origine forse friulana) e gli austriaci Strüdel e Sachertorte.

Per quanto riguarda i vini, io ne ho assaggiati “solo” tre: il Friulano già Tocai (bianco), lo Chardonnay dei Colli Orientali (bianco frizzante) e il Merlot (rosso).

Per digerire un bel caffé?! Anche qui c’è da sgranare un concetto. Prima di tutto, a Trieste l’espresso si chiama <nero> e l’espresso macchiato <capo>. Inoltre, a Trieste, è il re delle bevande, in quanto l’import del chicco americano ha avuto larga importanza nel suo sviluppo economico e  in quanto i Caffé Letterari ne sono stati simbolo dell’élite culturale. Perciò, a Trieste il caffè è un momento, non una semplice tazzina con dentro qualcosa.

Tra i Caffé da visitare c’è il Tommaseo, vicino a Piazza Unità d’Italia. Fu fondato da Tommaso Marcato nel 1830, colui che portò il gelato a Trieste. Oltre per la raffinatezza dell’interno, è da visitare perché le sue mura hanno sentito parlare di irredentismo ed è stato il locale preferito per Svevo, Saba e Joyce, per esempio.

Ah, vi ricordo che ho postato qui#1 e qui#2 le idee di passeggiate a Trieste per smaltire quello che avete mangiato/bevuto!!!

❤ Miss Raincoat 

Trieste da (assolutamente) Vedere [#2]

Una guida in vacanza

Come molti di voi già sanno, adoro i posti con l’acqua, dal mare alla pozzanghera. Perciò, riesce a sbalordirmi sia l’alba sul Mar Mediterraneo sia un canale della Lega Anseatica, per esempio.

Quest’anno è toccato a Trieste, che mi è piaciuta un sacco per il suo essere una città dai mille contrasti: un golfo sull’Adriatico abbracciato dall’altipiano carsico. E poi, la scenografica Piazza Unità d’Italia, in Europa la più grande in europa con affaccio sul mare, la quale, malgrado il mare, ha un’impronta decisamente viennese. Inoltre, l’antica Tegeste, memore dell’Impero Romano, fu asburgica fino al 1918, quando fu annessa all’Italia la prima volta (la seconda nel 1954).

Ultimiamo con il secondoo episodio (e ultimo) di ciò che si deve assolutamente vedere durante la passeggiata alla scoperta del capoluogo friulano (comunque MAI chiamare un triestino <friulano>, potrebbe finire male!)

  • PIAZZA OBERDAN

Immancabile la visita al Museo del Risorgimento con attiguo Sacrario Oberdan (da giovedi a domenica, 10-17 , entrata libera). L’edificio, inaugurato nel 1934, porta la firma del triestino Umberto Nordio e sorge sull’area della Caserma Austriaca dove, accusato di tradimento e cospirazione nei confronti dell’imperatore Francesco Giuseppe, Guglielmo Oberdan venne giustiziato il 20 dicembre 1882 (all’età di 24 anni). Adiacente al Museo, troviamo il Sacrario con il Monumento di Oberdan di Attilio Selva e la cella originaria dove l’eroe attese il supplizio. Nel Museo, invece, troviamo documenti e cimeli delle vicende triestine dal Risorgimento fino alla Grande Guerra (garibaldini giuliani, volontari giuliani e dalmati e, ovviamente, molti effetti personali dello stesso Oberdan). Il Salone Centrale, inoltre, esibisce le lunette pittoriche di Carlo Sbisà: dei busti femminili rappresentano le città redente a Trieste (Aquileia, Gorizia. Fiume, Zara, Pola e Parenzo + Spalato con il velo perché irredenta). Mi è piaciuto il ricordo al 7 agosto 1915, alle 16,30: Gabriele D’Annunzio vola su Trieste lanciando bandiere italiane e bombe e gli austriaci cercano di ucciderlo (l’impresa a Fiume sarà nel 1919).

  • PIAZZA VITTORIO VENETO

L’ho scoperta per caso dirigendomi in Piazza Oberdan, ma la Fontana dei Tritoni mi è sembrata indescrivibile. Nella stessa piazza troviamo il Museo Postale e Telegrafico Mitteleuropeo.

  • TEATRO ROMANO

Ai piedi del Colle San Giusto e al limitare della Città Vecchia, troviamo il teatro del II sec. d.C. voluto dal procuratore di Traiano. All’epoca della costruzione era fuori dalle mura ed in riva al mare e poteva ospitare fino a 6.000 spettatori. Come da tradizione classica, sfrutta la pendenza naturale della collinetta. Proseguendo con il cammino, tramite una scalinata raggiungiamo le chiese di Santa Maria Maggiore e San Silvestro.

  • COLLE DI SAN GIUSTO

Il centro storico vero e proprio di Trieste sarebbe qui, dove si arrampicava anche il mio amato Umberto Saba. Ai piedi del colle troviamo l’Arco di Riccardo, del I sec. a.C. Al Colle si accede tramite la monumentale Scala dei Giganti. Una volta saliti troviamo il Castello, la Cattedrale ed il Parco delle Rimembranze.

  • CAVANA

Il nome indica una parte della Città Vecchia. La zona pedonale è molto caratteristica e piena di negozietti e botteghine. Camminando arriviamo fino a Piazza Attilio Hortis dove ci aspetta la statua di Italo Svevo, nonché una vasta scelta di buffet triestini (argomento a cui dedicheremo un altro post).

“Trieste ha una scontrosa grazia” – Umberto Saba

❤ Miss Raincoat