“Madonna delle Arpie” di Andrea del Sarto

Ogni tanto mi prendono le fisse. Questo mese mi è presa bene con questa tela

Il 3 ottobre 1517 è una data che si studia a scuola: è il giorno in cui Martin Lutero frattura la Chiesa con la sua Riforma. La parte Cattolica risponde con un tentativo di rinnovamento e di detersione (dacché Lutero non è che si fosse inventato i peccati degli altri…) imponendo anche agli artisti una certa linea di marketing improntata sulle immagini apocalittiche del Giorno del Giudizio. Questa tela che andremo a conoscere è infatti datata 1517. Il committente era un frate francescano, governatore delle suore di San Francesco De Macci a Firenze. Curiosità: il convento, oltre alle monache, accoglieva le cosiddette malmaritate (quelle donne che non potevano essere sostentate dai mariti, carcerati o malati). Perché la adoro? Anche Giulio Carlo Argan mi avrebbe dato ragione: i colori sono porno!

Eppure, come sempre, una tela così austera, semplice e maestosa non può che avere una decifrazione a dir poco complicata. Cercherò di spiegarvela bene…

1517 – olio su tavola – 207*178 cm – Uffizi (Firenze)

Cominciamo a dire che lo stile è il Manierismo, un Rinascimento 2.0 in cui gli artisti, invece che imitare la Natura, imitano i Maestri (oggi diremmo gli Influencers, perché Michelangelo, Raffaello, Donatello e Leonardo lo sarebbero stati!!!), creando un’arte instagrammabile, zeppa di filtri colore e pose innaturali, al fine di arrivare a un risultato da bava per terra.

E finiamo le ovvietà constatando che abbiamo davanti una Madonna con il Bambino in piedi su un basamento con otto facce (l’8 è il numero dell’Eterno), le quali riportano l’altorilievo di figure meglio identificate come le Arpie. A destra abbiamo un San Francesco e a sinistra un San Giovanni Evangelista, ghostwriter dell’Apocalisse. L’eccentricità pregnante dell’opera è il fumo che s’innalza dal piedistallo.

Quello che mi affascina di quest’opera è che è universale. Nella sua trascendenza, è più mitologica che santa, esula dall’essere cattolica, cristiana o la-qualsiasi… dà solo una spiegazione e una direzione all’essere umano e alla ragione ultima della sua permanenza in Terra. Come per dire: in qualcosa devi pur credere, dato che polvere sei e polvere ritornerai. Questa cosa non ti fa paura, comune mortale incline al peccato? Insomma, l’Apocalisse è la parte più horror della Bibbia.

Spesso, ai piedi dell’Immacolata troviamo un iconografico serpente che lei calpesta prevalendo sul Peccato. Qui sono state messe delle arpie, che sono appunto delle creature della fantasia classica e non del repertorio sacro, che ben ci descrive Dante: rapaci, rabbiose e avverse all’umanità. Alcuni critici (quelli con i discorsi da spogliatoio facile) attribuiscono la scelta alla malcelata omosessualità dell’Andrea che, comunque, era sposato. Io aggiungerei che era sposato con un’arpia che, con la sua insensata gelosia, lo allontana dalla possibilità di carriera e lo lascerà morire da solo. Va beh…

La spiegazione delle Arpie ce la fornisce San Giovanni. Nell’Apocalisse c’è un momento in cui il Quinto Angelo apre il Pozzo dell’Abisso, dal quale fuoriescono tanto fumo e tante Arpie (delle cavallette con testa di donna e coda di scorpione). Tali Arpie non potevano danneggiare nulla se non gli uomini sprovvisti del sigillo di Dio impresso sulla fronte. Gli uomini senza sigillo non sarebbero stati uccisi, bensì torturati per cinque mesi dalle Arpie, tant’è che avrebbero desiderato di morire, ma la morte li avrebbe scansati. Quindi, Maria non è su un piedistallo, ma sta sottomettendo il Pozzo. In questo eterno dualismo di peccato e santità intrinseco alla natura femminile, Maria è qui un’Immacolata, tema molto caro all’ambito francescano. Se anche gli angioletti ci potrebbero far pensare a un’Assunzione, se si guardano le loro espressioni di fatica, capiamo che il corpo di Maria non è sollevato, bensì compresso. La Madonna è colei che con fatica chiude ermeticamente la sofferenza alla quale è costretto solo chi vive in maniera impura, perché lei perdona tutti se vogliono redimersi. (Ricordiamo che la Redenzione è un concetto solo Cattolico!).

Passiamo ai co-protagonisti. Di San Giovanni abbiamo capito il ruolo. Lui ha scritto questa storia. Inoltre, tra gli Apostoli, nonostante sia scappato come gli altri dall’Orto dei Getzemani e fu testimone al Processo, fu l’unico dei dodici presente alla Crocifissione e a lui Gesù affidò sua Madre. La presenza di San Francesco, invece, non ha solo una definizione prettamente relativa alla committenza. O meglio, ovviamente, è il padre dei Francescani. Ma come giustificare la sua presenza solitaria in una scena dell’Apocalisse? Perché non un altro Santo? Figlio amatissimo di Maria poiché le stimmate ne emulavano la Passione, diventa qui il Sesto Angelo, colui che appone sulla fronte dei giusti il sigillo di Dio sulla fronte (ossia una tau con le sue mani). Di fatto, i Francescani Conventuali che pagarono quest’opera erano molto più devoti a San Bonaventura, ma volevano ricordare ai Francescani Osservanti che il loro padre era il medesimo e che potevano stare tranquilli: anche se la loro regola era più addolcita e avevano meno privilegi concessi dal Papa, la loro vocazione restava pura e sincera. Siamo amici, ma…

Andrea Del Sarto voleva realizzare un’Immacolata che non fosse solo una Madonna con Santi. Direi che ha centrato il suo scopo, tant’è che nel 1704 la sua tela finì nella Collezioni Medicee.

Miss Raincoat

Placebo “Special K”

Can this saviour be for real?
Or are you just my seventh seal?

“Giuditta che decapita Oloferne” di Artemisia Gentileschi

Io l’Artemisia l’ho guardata in faccia solo qualche anno fa al Palazzo Blu di Pisa, nel ritratto che le fece l’amico pittore Simon Vouet durante la sua seconda vita. La sua prima vita, come un po’ tutti, l’avevo sommariamente ascoltata sui banchi di scuola. La sapevo vagamente inquadrare nel numero delle rare pittrici donne della prolifica stagione caravaggesca. Negli anni della mia più sadica spensieratezza apprendevo anche che, tra le cose, era anche stata stuprata. Qualche mese fa ho messo sulle mie stories di Instagram la sua “Giuditta” e, in qualche modo, mi è rimasta dentro oltre le ventiquattrore di scadenza. Perchè in quella tela c’è tutto tranne la furia, tranne l’eccesso, tranne la bestialità. In quella tela nuda e cruda c’è una donna che ha attraversato una tempesta, che ne ha assorbito la potenza, che è diventata lei stessa tempesta. In piedi, senza tremare.

Il ritratto di Artemisia eseguito da S. Vouet

Siamo nella prima metà del Seicento. Artemisia ha dodici anni quando sua mamma muore e deve cominciare a prendersi cura delle faccende domestiche e dei suoi tre fratellini. Suo padre, Orazio, non la lascia mai uscire di casa. Suo padre, Orazio, è anche un pittore che lei ammira incondizionatamente e che emula diligentemente nel mescolare i pigmenti, nello scegliere gli oli e nel fabbricare pennelli. Nello studio bazzicava anche un certo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, che Artemisia considerava una rockstar. Così, in pochi anni, Artemisia diventa una pittrice esperta e suo padre, molto orgoglioso, la premia mandandola a lezione da un collega che stimava: Agostino Tassi. Il Tassi era un artista virtuoso del quale Orazio si fidava anche se le malelingue lo descrivevano come uno scialacquatore, uno smargiasso, un donnaiolo. Addirittura, si diceva avesse comandato diversi omicidi…

Le lezioni avvenivano appunto a Casa Gentileschi. Quel giorno Orazio era fuori per alcune commissioni. Lei descrisse quanto avvenuto con parole tremende ma lucide: chiuse la porta della stanza a chiave, la bloccò in modo che non potesse chiudere le gambe e le serrò la bocca con un fazzoletto in modo che non potesse urlare. Lei avrebbe lottato anche con le unghie, ma lui si sarebbe preso quello che voleva. Lo accusarono di sverginamento; in realtà, entro le mura della casa paterna, si prese l’innocenza di una ragazzina. E non fu l’unico colpevole. Il furiere apostolico Cosimo Quorli, che tanto ricamò sulla vita sessuale di Artemisia, fu suo complice; Tuzia, la vicina di casa alla quale Orazio era solito affidare la figlia mentre era via, dichiarò sorprendentemente sempre il falso su questa vicenda.

Eppure, il Tassi era un uomo seducente ed ammaliante. Artemisia si fidò quando lui si finse innamorato e le promise di sposarla, in modo da estinguere il suo reato di violenza. Fu questo il motivo per il quale lei continuò ad avere rapporti sessuali con lui ed è allarmante che fu iniziata alla sessualità da un uomo di questo calibro. Meno di un anno dopo, comunque, Artemisia scopre che lui è già sposato, ha avuto una relazione extraconiugale con la cognata e ha incaricato un uomo di uccidere sua moglie. A questo punto, è Orazio a volere a tutti costi un processo che sarà un’ulteriore violenza pubblica per la figlia. Lo fa per non farle portare a vita la lettera scarlatta.

Artemisia affronta il processo con coraggio e dignità. Accetta l’umiliazione di lunghe visite ginecologiche. Tanto non è vergine, è una puttana. Ascolta le false testimonianze. Va con tutti, è una puttana. Si sottopone alle torture pur di difendere la verità. La legarono stretta con una corda alle dita e tirarono. Davanti a lei c’era Agostino che ancora si giurava innocente. Lei gli disse che quelle corde erano la fede nuziale che lui le donava. Anche l’opinione pubblica era tutta a favore del Tassi, anche quando lui venne condannato all’esilio (che per varie conoscenze in alto non scontò mai). Due giorni dopo la fine del processo, Artemisia si sposò con il pittore Pierantonio Stiattesi, un uomo e artista mediocre che mai l’amò con passione. Lui aveva bisogno di soldi, lei di una buona reputazione. La pittura fu il suo unico riscatto.

Giuditta che decapita Oloferne è un’opera del 1612 che nasce come reazione al processo. Non esprime violenza ma volontà di rivalsa e forza femminile. In pochi si sarebbero azzardati di rompere la tradizione iconografica di questo episodio biblico e rappresentare il momento della decapitazione, l’atrocità sanguigna, il realismo macabro; lo fecero solo lei e quel matto di Caravaggio.

Ciò nonostante, la Giuditta di Caravaggio del 1602 è diversa. La sua è una vedova che uccide il carnefice di suo marito, affaticata, impaurita; e lo fa non tanto per sé ma per mettere in salvo la sua gente. Si racconta che il pittore si ispirò a Beatrice Cenci che in quegli anni si era macchiata di parricidio: aveva drogato, ucciso e occultato il corpo di un padre che aveva violato il suo per molte volte. Questo episodio aveva incuriosito morbosamente tutta Roma, tant’è che quando Beatrice fu condannata a morte molti accorsero sotto il patibolo, vari morirono asfissiati durante quel giorno afoso di settembre. In quella folla, oltre a Caravaggio, c’erano anche Artemisia con il suo papà.

Invece, la Giuditta di Artemisia esprime bene lo sforzo fisico, il tumulto, il combattimento. Non ci sono né santi né eroi in questa scena, solo sentimenti e forza muliebre. Giuditta non è un’anima beata qui, è colei che per salvare il suo popolo usa le sue doti di donna per stordire il nemico e tagliargli la testa con la sua stessa spada. Inoltre, l’ancella è un chiaro riferimento a Tuzia, alla mancata solidarietà femminile da parte della sua unica amica che, non solo omette di soccorrerla, ma pure la denigra. Oloferne, invece è conscio, con gli occhi sbarrati, ma è ormai impotente.

Chi non ti ha voluto intera non può averti neanche a pezzi.

Miss Raincoat

°* Letture consigliate dall’Unicorno *°

Tiziana Agnati Artemisia Gentileschi

Alexandra Lapierre Artemisia

Susan Vreeland La Passione di Artemisia

Eva Menzio Lettere. Atti di un Processo

(per ragazzi) Donatella Bindi Mondaini Artemisia Gentileschi: il cuore sulla tela

(fumetti) Nathalie Ferlut/Tamia Badouin Artemisia

Il Calcio Storico Fiorentino

Cose a random che ho scoperto durante questa torrida estate

Estate 2018: ce la ricorderemo più per l’Italia che ai Mondiali non ha giocato, oppure per il 4% del tempo in campo che Neymar ha trascorso a piangere falli per terra?! 

Ma lo sapete che ho scoperto? Che l’antenato del calcio è nato a Firenze (in realtà, a seguirlo sembrerebbe una partita di rugby) Nasceva come figlio del gioco latino dell’harpastum (rubato a quei machi dei greci ovviamente), che significava “portare via con forza” (una palletta tipo quella di pallamano). Ci si allenavano i gladiatori e i soldati (frequenti i derby romani – barbari).

Nel Medioevo in tutta Europa si giocava con la palla in modo più o meno violento, ma questo Calcio Storico non viene menzionato mai da Dante, perciò o il Sommo era l’uomo perfetto che non pensa al calcio (eh, Bea, magari avresti dovuto tralasciare il naso), o si è diffuso più tardi, circa nel Quattrocento. Il torneo  veniva disputato nelle piazze durante il Carnevale, spesso con la presenza di re o imperatori nelle tribune. Si smise di giocarci nel Settecento. Nel 1930, ossia in Epoca Fascista, per il quarto centenario dell’Assedio di Firenze,  il Calcio fiorentino è andato riaffermandosi fino a divenire con gli anni la manifestazione rievocativa più importante di Firenze, celebrata a giugno in occasione  di Santa Croce (Squadre e Piazze: Verdi di San giovanni, Rossi di Santa Maria Novella, Azzurri di Santa Croce, Bianchi di Santo Spirito).

Insomma, questo sì che è uno sport da veri uomini!!! (A parte quando il tutto sfocia in violenza trucida)

    • Originariamente il pallone non era pieno d’aria, ma di stracci e i giocatori – anche oggi – lottano corpo a corpo per il suo possesso per 50 minuti
    • Il campo è di rena ed è un rettangolo diviso in due quadrati per terra (cioè senza rete)
  •  Un tempo, i calcianti erano nobili dai 18 ai 45 anni vestiti in livrea (anche oggi il si veste l’abito tradizionale e prima delle partite ci sono varie parate in costume). 27 calcianti per squadra: 4 portieri (datori indietro ) 3 datori innanzi (terzini) 5 sconciatori (mediani) 15 corridori (attaccanti) + 1 arbitro, 6 guardalinee e 1 giudice fuori campo. Il maestro di campo interviene per ordine, regole e zuffe.
  • La partita ha inizio con il lancio del pallone da parte del pallaio sulla linea centrale e la seguente “sparata” delle colubrine  (cannoni a mano)  che salutano l’apertura delle “ostilità”. Da questo momento in poi i calcianti delle due squadre cercheranno (con qualunque mezzo) di portare il pallone fino al fondo del campo avversario e depositarlo nella rete segnando così la “caccia” (goal). È importante tirare con molta precisione poiché qualora la palla finisse, in seguito ad un tiro sbagliato o ad una deviazione dei difensori, al di sopra della rete, verrebbe assegnata la segnatura di mezza caccia in favore dell’avversario. Ad ogni segnatura di caccia le squadre si devono cambiare di campo.
  • Premio? Una vitella di razza chianina.

❤ Miss Raincoat

“Sogni” di Vittorio Matteo Corcos

Vittorio Matteo Corcos è un pittore livornese – di origine ebraiche – novecentesco, di stile realista e legato agli ambiti della rivista letteraria fiorentina “Il Marzocco” (come Pascoli e D’Annunzio, per esempio).

I suoi soggetti abitano in un mondo brillante di ritratti femminili raffinati, ma anche quotidiani. In questo dipinto conosciamo una ragazza comoda su una panchina, dove hanno trovato riposo anche il suo bel cappello di paglia e un’altrettanto bella pila di libri (e quel meraviglioso ombrello da passeggio!).

Sogni“, non a caso, è una delle sue opere più rappresentative. Se ci pensiamo, è la stessa belle époque di Mucha, però in versione tangibile, non è un poster stilizzato. La modella guarda fisso il pittore negli occhi: lo conosce, forse?

In effetti sì. Lei è Elena, figlia dell’amico (scrittore e fumettista) Augusto Vecchi, che i più conosceranno sotto lo pseudonimo di Jack La Bolina. Lei – si vociferava, dacché ai tempi non c’era nemmeno Instagram e la possibilità del selfie bastonato – era l’amante ventenne del pittore quasi quarantenne.

Così come la sua omonima,  Elena fece anche venire fuori un vero putiferio. Questo dipinto fu considerato scandaloso. Le gambe accavallate? Troppo poco decorose per una signorina! E lo sguardo? Troppo provocatore!

Corcos ha utilizzato la figlia del suo amico come simbolo di una società moderna, in cui le donne si stavano emancipando, sognavano un futuro in rosa come i petali sparsi sotto la panchina. Elena non ha bisogno di essere groupie di un pittore, cari amanti del gossip. Lei è una donna divertita, istruita, a tratti inquieta, bella e anche sensualmente libera: una persona che può guardare in faccia gli uomini – e che può anche sfidarli in duelli ben più intelligenti di quelli che si potevano leggere in “Madame Bovary”.

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” La Tempesta – W. Shakespeare

Galleria d’Arte Moderna di Roma, 1896

❤ Miss Raincoat

Ti Amo/Ma Quanto Mi Costi?

Danimarca: patria di Sirene e Musei Statali gratuiti (sempre, non solo la prima domenica del mese). Ma perché in Italia non si può? Perché nella Terra in cui è stata inventata l’Arte non è un diritto sacrosanto passare del tempo nei Musei? La risposta è quasi semplice: il nostro Partimonio è ampio, prezioso e l’introito per manutenzione/mantenimento/tasse viene in buona parte dal costo (spesso altino) dei biglietti. E quanto sono visitabili, raggiungibili ed accessibili sul serio i 10 Musei Italiani più gettonati nel 2017?

[l’ordine è in base alle entrate; il costo indicato è del biglietto intero – Per me, vince la Pinacoteca di Brera, sia quel che sia!!!]

  1. Palazzo Ducale a Venezia    il percorso nelle stanze del Palazzo del Doge, comprese le prigioni, costa 20€. L’edificio si trova in posizione centralissima, in Piazza San Marco.
  2. Galleria degli Uffizi a Firenze  la collezione di questo museo è molto ampia e spazia tra tutta la Storia dell’Arte dell’Occidente. Il costo di 20€ scende a 12€ da novembre a febbraio. La struttura è ben collegata alla Stazione “Santa Maria Novella” e vi dista 20 minuti a piedi.
  3. Museo Nazionale del Bargello a Firenze  la gipsoteca rinascimentale ha un costo di 9€ e può essere raggiunta dalla Stazione “Santa Maria Novella” molto facilmente tramite mezzi pubblici o in 15 minuti di camminata.
  4. Galleria dell’Accademia a Firenze  il museo celebre per il David di Michelangelo costa 8€ e può essere raggiunto dalla Stazione molto facilmente tramite mezzi pubblici o in 10 minuti di camminata.
  5. Museo Egizio a Torino la più grande raccolta di materiale sulla Cultura Egizia, dopo Il Cairo, costa 15€. Dalla Stazione “Porta Nuova” dista 10 minuti a piedi.
  6. Galleria Borghese a Roma la raccolta della celebre famiglia papale è molto ampia e poco riassumibile; una delle opere più conosciute è la Paolina Borghese di Canova. Il costo di 15€ va sommato al fatto che, dalla Stazione “Termini” la corsa di pullman – che dura 20 minuti – viene effettuata ogni 5 minuti ca.
  7. Acquario a Genova  il museo acquatico più grande e ricco di specie d’Europa costa 26€. Il costo è ammortizzato dalla posizione: la fermata di metro che ci porta alla Stazione Ferroviaria è a pochi passi – lo spostamento in metro dura 15 minuti.
  8. Museo Archeologico Nazionale a Napoli la collezione che illustra l’Epoca Romana costa 12€ ed è molto vicino alla fermata della metro che ci porta alla Stazione Ferroviaria – lo spostamento in metro dura 20 minuti.
  9. Scuderie del Quirinale a Roma  uno tra i palazzi più politici dell’Italia è anche un meraviglioso edificio che ospita varie mostre temporanee. Il costo è di 15€ e la sua posizione è raggiungibile in 20 minuti di pullman dalla Stazione “Termini” o a piedi circa nello stesso tempo.
  10. Pinacoteca di Brera a Milano  la raccolta del capoluogo lombardo include capolavori come Il Bacio di Hayez, Cena in Emmaus di Caravaggio, Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, la Pala Montefeltro di Piero Della Francesca, il Cristo Morto di Mantegna… Il suo costo è di 10€. Si trova a pochi passi dalla fermata della metro che lo collega alla Stazione Ferroviaria – lo spostamento in metro dura 15 minuti ca.

 

E questa pubblicità della SIP? Ve la ricordate? “Mi ami? Ma quanto mi ami?”

❤ Miss Raincoat

“La Madonna della Seggiola” di Raffaello Sanzio

Certo, dire che Babbo Natale non esiste non è una bella notizia. Anzi, è una brutta notizia. D’altra parte cosa si dovrebbe dire? Che ci sono le prove scientifiche dell’esistenza di Babbo Natale? E che esistono le testimonianze di milioni di persone che hanno trovato giocattoli sotto il camino o sotto l’albero?Piero Angela

Questa non è soltanto la tela più bella del Rinascimento, del Raffaello nazionale e del tema Sacra Famiglia/Natale/Compleanno di Gesù, ma un vero e proprio simbolo di italianità. Infatti, Napoleone se l’era portata in Francia nel 1797 con varie altre 99 opere e fu riportata in Italia durante la spedizione post 1815, assegnata allo scultore Antonio Canova dal cardinale Ettore Consalvi. Ricordiamo che Canova aveva conosciuto bene Napoleone e la sua famiglia, essendone lo scultore ufficiale: oltre a ricordarci delle sue Tre Grazie o di Amore&Psiche, infatti, ne è celebre la Paolina “Borghese” Bonaparte.

In origine, comunque, il dipinto faceva parte della collezione della Famiglia Medici e fu commissionato da papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Possiamo affermare con sicurezza che la sedia nella composizione, detta appunto camerale,  facesse  parte della camera da letto di Palazzo Pitti/Uffizi. Le Sacre Famiglie su supporto tondo erano un oggetto di collezionismo per le case borghesi fiorentine (anche Michelangelo realizzò il famoso Tondo Doni per Agnolo Doni) e si ordinavano in onore di Matrimoni o Battesimi. Cronologicamente, il dipinto venne realizzato dopo l’intervento di Raffaello nelle sale vaticane, con un’ispirazione michelangiolesca (plasticità anatomica e dettagli curati), anche se il nervosismo e la perfezione di posa (il troppo-finito) michelangoleschi sono stemperati dalla dolcezza tipica raffaelliana.

Ciò che rende la Madonna della Seggiola inconfondibile e iconica (Ingres prende spunto da questa per le sue Odalische nell’Ottocento, per esempio)è la cura per i dettagli ricercati. L’oro brilla, i ricami sono alla moda, i colori sono accostati secondo un accordo caldo/freddo e l’anatomia, specie nel gomito del bambino, è esatta…

Inoltre, dietro alla bellezza formale, esiste un’analisi geometrica che basa la composizione sulla forma tonda del supporto pittorico. Grazie a questa correzione ottica, il Bambino sembra ancora più teneramente cicciottello e la Madonna, scivolando in avanti e sollevando una gamba, suggerisce il dondolio curvo del cullare.

In realtà, la scena è molto semplice. Maria guarda verso lo spettatore stringendo Gesù Bambino in un abbraccio materno; affiorando dallo sfondo scuro, il San Giovannino rivolge un gesto di preghiera a Maria (porta il bastone a forma di croce, che lo identifica come precursore di Cristo).

Il sentimento che prevale è la dolcezza, palpabile nel gesto delle teste di madre e figlio che si toccano. Raffaello è noto per aver umanizzato i Santi, rendendoli simili a noi mortali nelle emozioni positive, ma privati dalla corruzione di quelle negative. La firma di questo artista, del resto è la delicatezza: ha saputo rappresentare la morbidezza, la leggerezza e la sensibilità.  Raffaello dimostra il buon gusto senza ostentarlo: la Madonna della Seggiola non è né il sorriso enigmatico della Monnalisa né la tartaruga parlante del David, del resto.

Per Natale guardami almeno una volta come Raffaello dipingeva la sua Fornarina, oh Mr Raincoat!!!

**Palazzo Pitti (Firenze), 1514
Gossip su Fornarina/Margherita Luti

Buon Natale!!!

❤ Miss Raincoat

“Nel Mugello sotto il Cielo di Giotto”

Dal 10 giugno nel Mugello, alle porte di Firenze, si celebra il 750esimo compleanno di Giotto, tramite un itinerario tra le opere trecentesche che ne permisero la crescita. 

Il Mugello, ricordato soprattutto per l’Autodromo, è una regione storica a nord di Firenze, cinta da colline sulle quali si abbarbicano centri abitati pittoreschi, che diede i natali a quel pittore che inserì il volume e la psicologia nei dipinti, rendendoli umanistici. 

Ecco le tappe dell’Itinerario “giottesco”:
  • VICCHIO (paese natale di Giotto)

Madonna di San Giorgio alla Costa del 1295, presso Museo dell’Arte Sacra (esposizione temporanea, fino a questo autunno)

  • BORGO SAN LORENZO (vicino ai resti del Castello, la casa di Giotto)

Madonna col Bambino attribuita ad un giovane Giotto, presso la Pieve romanica

  • LOC. SCARPERIA

Madonna di Jacopo del Casentino ca. 1340, presso Oratorio della Madonna di Piazza

  • BORGO SANT’AGATA

Madonna del Maestro Nicholaus ca. 1130, presso Museo d’Arte Sacra; Crocifisso di Donatello + Affresco trecentesco S. Francesco, presso Convento di Bosco ai Frati

  • MARRADI

Madonna col Bambino e Angeli di Jacopo del Casentino ca. 1340, presso Chiesa di Crespino

❤ Miss Raincoat

** A Firenze: Campanile di S.M. del Fiore; affreschi a S.M. Novella e S. Croce; musei: Horne e Uffizi

Sito Turistico Mugello

Biografia Giotto