“La Grenouillère” – Monet VS Renoir

Siamo a Croissy-sur-Seine (che fa molto Cernusco sul Naviglio, pardon), a una ventina di chilometri da Parigi. In mezzo al letto della Senna, appunto, c’è uno storico isolotto sul quale, nell’Ottocento, si potevano trovare un chiosco alla moda e uno stabilimento balneare. Qui, su questa sorta di zattera (che mi ricorda anche quel quadro di Géricault), durante l’afa estiva, la borghesia parigina si concedeva refrigerio e svago. Ai più informati, questo rinomato lembo di terra, era conosciuto come la grenouillère, lo stagno delle rane – chiamato così per la sua musica, il vociare delle ragazze in vena di chiacchiere inconsistenti. Ovviamente, questa località turistica diventò l’epicentro della vita moderna, quella di Baudelaire e degli Impressionisti, meravigliosa, poiché transitoria e fatta di secondi inimitabili. In questo clima, durante l’estate 1869, due amici e colleghi pittori, piazzano due cavalletti, uno accanto all’altro. In un paio d’ore ci sviluppano la stessa personale istantanea dello stesso momento…

“La Grenouillère” Claude Monet
*** 1869 – olio su tela – 74,6 x 99,7 cm – MOMA di NY

La pennellata è molto liquida (e non ha nulla a che vedere con quella delle famose Ninfee, dipinte in un altro stadio della sua vita) e le tonalità, senza essere tenui, sono sbiadite e giallognole. Le figure delle persone, appena abbozzate, diventano quasi inconsistenti, è una folla che passa in secondo piano, delle chiacchiere in sottofondo. Il vero focus del pittore è sulla natura, specificatamente la protagonista è l’acqua. Il fiume scorre piano e, sulla sua superficie mossa, tremola la luce del sole – come se Monet volesse rappresentare lo scintillio di una giornata d’estate dal ritmo lento, ma non noioso. La visione è d’insieme, ripresa da lontano, come la Vita in Vacanza dello Stato Sociale.

La Grenouillère – Pierre Auguste Renoir
*** 1869 – olio su tela – 66 x 81 cm – Museo Nazionale di Stoccolma

La pennellata è molto decisa, in primo piano è corposa e sullo sfondo diventa più sfumata. La tavolozza, come sempre nelle opere di Renoir, è molto vivace. Di fatto, la sua visuale è molto più in primo piano rispetto a quella del collega e taglia anche alcuni dettagli dall’inquadratura, come le barche. Infatti, per lui la gente è la protagonista della sua scena, molto più delineata individualmente rispetto alla folla di Monet. Anche Renoir dà attenzione ai riverberi della luce sulla superficie instabile del fiume, ma la usa come escamotage: i colori spumeggianti dell’acqua sono specchio di una gioiosa giornata di vacanza, che lui vorrebbe non finisse mai come Giuliano dei Negramaro.

I due pittori, amici fraterni, hanno due modi affini e divergenti di affrontare e interpretare la loro corrente artistica, l’Impressionismo. Questo filone artistico, attento alla ricerca cromatica e luministica, voleva cogliere l’istante di un momento passato all’aria aperta. Monet era un tipo più riflessivo, tendenzialmente rimuginante e che detestava l’appariscenza. Lui, nell’Amore, ricercava la luce, l’intesa, la complicità. Era vedovo, si era risposato con Alice, ma entrambi sapevano che era ancora innamorato di Camille, la prima moglie. La sua famiglia lo aveva abbandonato quando lui decise di sposare questa donna umile, di un’estrazione sociale più bassa della sua. Eppure, fu un amore passionale e tormentato, soprattutto per le rinunce -il pittore era rimasto praticamente senza soldi, vivevano d’amore ed espedienti… Renoir, invece, era un uomo divertito dalla vita che non nascondeva la sua passione per le belle donne. Sua moglie, Aline, una rossa dal fisico perfetto, aveva vent’anni meno di lui. Sicuramente non fu un marito fedele, ma lei – indiscutibilmente – fu sempre la sua unica vera musa, l’eterna ragazzina sorridente che coccola i cagnolini. Ad Aline chiesero in tanti di ripensarci, però a lei piaceva lui, quell’artista vecchio, povero e brutto ma tanto affascinante.

Miss Raincoat

Max Gazzé

L’Amore non esiste. Esistiamo io e Te.
Pubblicità

“Al Molo di Blanes” di Vladimir Volegov

Vladimir Volegov è un artista spagnolo e vivente (ha l’età del mio babbo, quindi nato nel 1957). Il nome non tradisce le sue origini russe, quasi al confine cinese. Nasce come grafico pubblicitario e poi, facendo tesoro dell’esperienza commerciale, un po’ come l’indimenticabile Maxfield Parrish, si mette a dipingere il mondo della reverie.

Nel 1959, sua madre lascia suo padre e lo porta con sé a Ekaterinburg, la città del confine Europa – Asia. Lo voleva laureato in medicina, ma lui a 13 anni scoprì la sua vocazione artistica. Nel 1990 scoprì anche l’Europa, l’ovest, viaggiando per le capitali come ritrattista. In Italia, casualmente comprando un libro al parco di Gardaland, si innamora dell’arte di Giovanni Boldini che diventa sua fonte d’ispirazione (a mio avviso, Boldini – interprete eclettico della belle époque – è stato capace di dipingere l’essenza elegante e pepata delle donne) . Nel 2006 si trasferì definitivamente in Spagna con la moglie sposata sette anni prima (in barba alla proverbiale crisi).

Realismo, tecnica ad olio, molto colore, atmosfera sognante, scene all’aperto: ecco cosa troviamo nelle sue opere. Mi ricordano molto Edouard Manet e la sua rivoluzione artistica che portò alle Avanguardie e, in particolare, all’Impressionismo.

Le donne, protagoniste per Volegov, sono belle, nevrotiche, distratte, azzurre, disobbedienti. Lo stesso Manet diceva che le modelle sotto al vestito avevano i polmoni, che andavano fatte respirare. Boldini, invece, rappresentava donne che non vedevano l’ora di togliersi il corpetto che tanto le costringeva.

At pier of Blanes – 2015

C’è una donna che sta leggendo sul molo di Blanes, la città-porta della Costa Brava. Il clima sembra quello della primavera inoltrata, prima dell’alta stagione (pardon, deformazione professionale). Ha i capelli raccolti alla rinfusa e nemmeno si accorge che la stiamo guardando. L’artista immortala sulla tela qualcosa di fatuo come un pensiero, quasi un segreto. La bellezza sfolgorante di questa donna al sole senza protezione sta nella sua disinvoltura, infatti è pura nel suo vestito bianco e nei suoi piedi scalzi; è leggera eppure non stupida. Perché tanta bellezza, però, cela anche malinconia e irrequietezza. Come una carezza, il pittore, quindi, gli dipinge addosso un velo d’amore destinato a durare un attimo e non di più. Sempre ricordando Manet, in quell’Argeteuil, in cui una donna si prende la compagnia di un marinaio che le fa chissà quali promesse, si contrappone a questa donna che è sola, in riflessione, in pace; una donna trasparente perché non ha bisogno di niente e l’amore sarebbe un’aggiunta non un bisogno. L’unico mistero rimangono le parole che la tengono incollata al libro.

Mi viene in mente una poesia della scrittrice dominicana Martha Rivera Garrido. Ho sempre pensato che la donna su questo molo stia leggendo proprio queste righe provocatorie e ci si stia ritrovando dentro e mi ci ritrovo tanto dentro anche io…

Non innamorarti di una donna che legge,

di una donna che sente troppo,

di una donna che scrive.

Non innamorarti di una donna colta,

maga, delirante, pazza.

Non innamorarti di una donna che pensa,

che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,

di una donna che ha fede in se stessa.

Non innamorarti di una donna che ride

o piange mentre fa l’amore,

che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più,

di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose),

o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro

o che non sa vivere senza la musica.

Non innamorarti di una donna intensa, ludica,

lucida, ribelle, irriverente.

Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.

Perché quando ti innamori di una donna del genere,

che rimanga con te oppure no, che ti ami o no,

da una donna così, non si torna indietro.

Mai.

MARTHA RIVERA GARRIDO

❤ Miss Raincoat

“L’Aurora” di William Adolphe Bouguereau

William Adolphe Bouguereau dipinge questo olio su tela dopo avere attraversato terribili anni di lutto (ben descritti in “Il Primo Lutto” del 1893). Nel 1877 aveva, infatti, perso moglie e figli e nel 1881 si apprestava a dipingere quest’opera, in cui prevalgono la sua tecnica talmente fine da sembrare una fotografia e le sue inconfondibili pennellate talmente lisce da sembrare di marmo.

“Aurora”

Negli stessi anni, il modo di intendere la pittura, il colore, l’idea di natura e di bellezza stavano cambiando. Gli Impressionisti e l’Avanguardia stava prendendo sempre più parte alla scena dei Salon espositivi. Eppure, lui, imperterrito, rimaneva fermo nella sua tecnica accademica. Tanti lo accusarono di essere vecchio e poco originale. Lui faceva spallucce, si complimentava con gli altri colleghi e rimaneva sicuro che il suo modo di vedere era solo suo, sapeva che era soltanto una questione di punti di vista. Non smise mai di dipingere incessantemente.

Eos/Aurora, vestita solo di luce, costituiva un escamotage per dipingere il nudo senza risentire della censura. Il nudo, in quegli anni in cui la Borghesia era il ceto che poteva pagare le opere d’arte, andava di gran moda. Ai Borghesi interessava la più sudicia componente erotica del nudo, è vero – ma non volevano risultare immorali. In effetti, la nostra protagonista incarna l’ideale di bellezza di quell’epoca: impalpabili fanciulle vergini con il seno abbastanza piccolo, pelle diafana e completamente glabra. Questa era un’arte per soli uomini. Uomini alla ricerca dell’innocenza perduta, della donna vergine pronta solo per loro (anche Oscar Wilde canzonava i maschi per il loro sciocco desiderio di essere i primi e non gli ultimi) . Uomini che volevano dei nudi con le gambe accavallate, perché guai a pronunciare ad alta voce il nome del frutto del peccato! Uomini che si scandalizzavano davanti all’Olympia di Manet, perché era esplicitamente una prostituta, ma che sbavavano davanti alle dee di Bouguereau.

Perché, infondo, è vero che Bouguereau si piega ai giochetti del marketing artistico, però lo fa suo. Sarebbero stati dei nudi indecenti se lui non li avesse sublimati. Le sue dee svestite sono monumentali. Lui, a suo modo, porta grande riverenza al corpo femminile. Lo spoglia con grazia. Lo mostra seducente, fecondo e, soprattutto, inneggia la donna nella sua inconsapevole bellezza. Tu pensi di piacermi perché sei negli standard e io invece ti sto guardando altro… La delicatezza sinuosa dei corpi di questo artista non è mai volgare o sfrontata, in effetti. Non vuole scandalo, semplicemente dire la parola “vagina” senza essere guardato come un depravato. Vuole dire che la vagina esiste ed è una cosa che può piacere (assai).

L’innocenza, che cosa scema da cercare! Chissà quante volte l’avrà pensato bevendo una birra con i suoi committenti. L’avrà pensato anche nel 1893, mentre dipingeva “L’Innocenza“. Lui l’aveva persa con la cacciata dal Paradiso, quando gli era stata tolta la facoltà di essere marito e padre. Lui l’aveva persa con la disperazione, con l’incapacità di reagire davanti al dolore. In questo quadro, una Madonna vestita di bianco stringe al cuore un neonato che dovrà sacrificare. La schiavitù ha più a che vedere con una morsa al cuore che con le catene ai piedi. Liberi. Ma da cosa?

“Il Primo Lutto”
“L’Innocenza”

Eos, la dea dell’Aurora. Chiese a Zeus che suo marito non morisse mai, ma si dimenticò di chiedere per lui la giovinezza. Lei, giovane ed eterna, fece il grande errore di passare una notte bollente con l’aitante Ares, già amante della volubile Afrodite e da lei fu condannata ad avere una tale insaziabile sete di passione che ogni giorno doveva innamorarsi di uno sporco mortale diverso. Proprio lei, che ogni mattina scioglieva il nastro candido che chiudeva la porta che separava il buio dalla luce. Ogni mattina piangeva lacrime di rugiada sulla Terra, perché lei, per quanto conoscesse le gioie dell’Olimpo, era una schiava.

❤ Miss Raincoat

“Ballons” di Malcom T. Liepke

Oggi parliamo di un artista vivente (nato il 31 ottobre 1953 negli Stati Uniti) e di un pittore praticamente autodidatta, dato che l’Accademia d’Arte l’aveva stufato già dopo un anno, quando fece le valige per New YorkSintetizzando l’arte dei maestri del passato, ne deriva un approccio totalmente proprio che ci fa sembrare le sue opere sia familiari sia uniche.

La sua tecnica è chiamata pittura bagnato su bagnato. Fu la tecnica preferita dagli Impressionisti, perché duttile nei panorami all’aperto. Gli strati di colore ad olio vengono sovrapposti l’uno all’altro senza aspettare l’asciugatura; è richiesto che il pittore sia molto esperto, poiché la totale instabilità non abbia la meglio sul processo creativo: i colori potrebbero mischiarsi troppo, se lui non avesse bene in mente che cosa e come lo vuole dipingere. Ma l’artista riuscirà nel suo intento quando, a fine dell’esecuzione, si troverà davanti a dei colori definiti ed avvolgenti, brillanti ed armonici. Inoltre, la sovrapposizione dei colori esalta lo spessore a rilievo sulla tela, facendo ottenere pennellate dense e vigorose, ma mai violente, piuttosto sciolte e sicure. La tavolozza di Liepke è composta da cromie neutre, tra i toni poco squillanti del verde e del grigio. Si potrebbe dire che le sue cromie siano sottovoce e patinate da quella polvere della quale sono fatti i pensieri più reconditi.

“Ballons” – 2017

Così come faceva Degas nel suo studio, anche lui fotografa le sue modelle in momenti rapiti al tempo e poi li rielabora sulla tela in un secondo momento, cercando di perpetuare l’impressione di un attimo. E così come quelli di Degas, anche i soggetti di Liepke ci paiono come spiati attraverso il buco della serratura. Di primo acchito, ci sembrerebbe di trovarci davanti a un esercizio di stile morboso, il solito nudo, il sesso che vende, ma qui il contatto visivo crea un rapporto di empatia con le protagoniste dei dipinti, le quali non risultano né scandalose né volgari, soltanto sensuali nella loro più sadica sincerità – così come fecero Courbet con l’Origine du Monde o, in chiave più floreale e metafisica, la O’Keeffe. La verità delle donne ci viene mostrata con crudo realismo, nella fisicità tangibilmente carnosa, nelle espressioni mal celate, nelle emozioni pure, nei piccoli dettagli mai tralasciabili, nei pensieri censurati che diventano segreti… (spesso, l’artista ricorre anche all’escamotage della ripresa di spalle). Lui tutto questo lo definisce le ombre della notte. Vasco, invece, ce l’ha messo in musica nella sua Albachiara.

“Night Shadows” – 2015

Liepke ci mette davanti , quindi, con irruenza ritratti di donne bellissime – anzi, glamourous, ossia irrestistibilmente attraenti. Qui, è una ragazza mora con labbra laccate di rosso che si diverte più o meno consciamente ad una festa di compleanno (magari, nemmeno la sua). I palloncini sono simbolo di infanzia, di leggerezza dello spirito, di sogni e di allegria colorata.

L’artista ci parla delle donne come creature in grado di provare gioia, dolore e amore nello stesso istante intimo di introspezione. I suoi nudi (che lo sono anche quando rimangono vestiti) sprigionano luce dall’interno – una modernizzazione delle Odalische di Ingres. Femmine: indomite, fiere, feroci, inaccessibili, sdegnose, ma pur sempre e solo amabili.

❤ Miss Raincoat

*°Letture consigliate dall’Unicorno°*

  • “Ingres” di Marco Fabio Apolloni
  • “Courbet” di Jean Jaques Fernier
  • “Donne” di Marta Alvarez Gonzales e Simona Bartolena
  • “Le disobbedienti. Storia di sei donne che hanno cambiato l’Arte” di Elisabetta Rasy
  • “Le donne nell’Arte” in Rivistadada n.37 / Artebambini (per spiegarlo anche a tu* nipote)
“Biker Girl” – 2017

“Ravello” di Peder Mork Monsted

Mønsted è uno dei più celebrati pittori danesi del Ventesimo secolo. In Italia lo ricordiamo volentieri perché è riuscito a trasmettere bene la sua passione per il Mar Mediterraneo, per il suo sole e per suoi i colori vivaci, difficilmente catturabili altrove.

Nato da un costruttore navale, prese lezioni di pittura fin da bambino. Il suo mestiere artistico lo portò a viaggiare: Copenaghen, Roma, Capri, Algeria, Grecia, Baviera, Svizzera e  Francia furono, a grandi linee, le sue case.

Questo artista può essere definito impressionista, poiché si concentrò sui paesaggi all’aperto e sullo studio delle cromie; tuttavia, il suo processo creativo si basa su una contemplazione, ben lungi dal rappresentare l’irripetibilità di un attimo fuggente.

Per riassumere la dialettica del pittore nordico possiamo utilizzare le parole poesia, luce e dettaglio. E’ il caso di dire che Mønsted riesce a farci viaggiare soltanto con un’immagine.

In questa composizione veniamo avvolti dal clima mediterraneo della Costiera Amalfitana (nello sfondo: a sinistra i Monti di Scala e a destra il Golfo di Salerno). Ravello  richiama da sempre l’attenzione di intellettuali, colpiti dal fascino dell’architettura delle ville qui ubicate.

Il genio sta nel essere riuscito a rendere l’idea dell’atmosfera del Sud Italia, tanto che  quasi si sentono le cicale cantare e l’odore della salsedine. Come accennavamo all’inizio del post, questa magia avviene grazie alla giustapposizione dei dettagli, che non sono altro che una sorta di metonimia della Costiera: l’albero di limoni sotto la terrazza, le ceramiche di Vietri, il secchio con le alici, la pergola per la vite… e, infine, una madre e una figlia che raccolgono un filo rosso in un gomitolo, come due streghe che si tramandano le ricette dei filtri d’amore.

Copenaghen è una delle mie città preferite, però il Sud Italia è difficile da spiegare a parole così come l’ha fatto Peder Mork Mønsted con la sua tavolozza tranquilla e sognante.

Hai presente quando la sabbia scotta, ma tu te ne freghi perché tanto sai che stai correndo verso il mare? Ecco bisognerebbe vivere così.

Altre opere di Monsted

**1926, The Bridgeman Library (Londra)

❤ Miss Raincoat

“Un bacio rubato” di Ron Hicks

Questo pittore contemporaneo americano si è guadagnato il successo grazie alla sua artistica vagamente impressionista, un po’ nella maniera personalissima di Degas, che spiava ballerine in tensione dal buco della serratura. 

La protagonista indiscussa delle sue opere è la donna innamorata. Una persona che sa fare sguardi languidi, ma sa anche essere maliziosa; che è attraente ma anche impaurita. In una parola: sfuggente, come la scia di una stella cadente.

La figura maschile, invece, è una sorta di affiancamento nella composizione. L’uomo ha il compito del risolutore della tensione della scena.  Con le sue spalle larghe, protegge la donna dalla sua fragilità essenziale e regalandole tutta la forza necessaria per farla stare in equilibrio sul filo della sua emotività (quasi nevrotica).

Hicks ruba, al cronometro, quel preciso momento che precede il bacio (forse, il primo tra i due protagonisti). Quell’istante che precede  l’unico contatto che ci toglie e ci restituisce integri al Mondo. Io credo che il significato di quest’opera sia il senso ultimo della Rivoluzione, che distrugge e crea contemporaneamente.

In un bar tipicamente Anni Trenta, tramite una tavolozza di colori lividi, Hicks pone sulla tela una certa nostalgia di tempi antichi, quando ancora si dava importanza all’attesa di un bacio e si riusciva a rimanere appesi alle proprie emozioni.

“Ditemi dove, in quale terra/ è il più bel fiore di Roma, Flora? /Dove Archipiada,/dove, beltà gemella, Taide?/Dove colei che mormora, /sovrumana apparenza,/ Eco, quando una voce trascorre/ sopra un rivo o su un lago?/ E dove sono le nevi d’un tempo?” –Ballata delle Dame di un Tempo che Fu di François Villon

Più Opere di Ron Hicks

❤ Miss Raincoat

[*Grazie ad A. per aver fatto anche cadere una stella per me!*]

“Bere una Coca con Te” di Frank O’hara

Frank O’hara, curatore del MOMA di New York e membro di spicco della New York School (arte contemporanea), può essere definito un artista urbano. Ci descrive Manhattan nel modo più ironico e genuino possibile. Le sue poesie sono dialoghi e non celebrazioni, per questo riescono a sconfinare dalla pagina. Il suo linguaggio è semplice, studiato, meditatamente sgrammaticato, anche se le sue immagini provengono dalla sua “canoscenza”. Ignaro del suo talento, componeva addirittura i suoi versi in stanze piene di gente e dimenticava le sue opere nel cassetto della scrivania.

Questa poesia mi piace perché riesco a farla mia. Parla di viaggi, di arte e di amore senza fronzoli smielati.

leggila qui

Cosa ho capito io…

La Coca Cola, simbolo del Consumismo, la famosa bevanda analcolica ma frizzante, diventa protagonista della comparazione con la donna amata, una sorta di Beatrice moderna. Ossia il poeta preferisce il bere qualcosa di semplice, non Champagne, con lei piuttosto che viaggiare per mari, come Ulisse. Le località citate, oltre a essere delle località balneari europee, sono anche situate nei Paesi Baschi spagnoli e francesi, quindi indicano anche la sudata indipendenza dello stare da soli. Eppure, se non torni da nessuno, vagare per il Mondo può anche farti dare di stomaco. Un’analogia che ritorna più volte è il San Sebastiano, con la città iberica e l’arancione (l’iconografia del Santo lo vuole martirizzato su un arancio): chi non ha mai visto la persona che ama luccicare come se fosse sacra?

L’ambientazione del componimento è un pomeriggio passato ad una mostra di statue al MOMA. I sorrisi complici e il fatto che il curatore consideri l’Arte troppo statica rispetto all’amore per la donna, però, riportano alla mente ciò che è successo nell’appartamento di fronte al Museo nelle prime ore del mattino. Qualcosa che viene descritto con la metafora dell’albero che respira dagli occhiali.

Meravigliosi i giochi di parole tra “love for” e “lave for“, che si leggono ugualmente, ma la seconda sta a significare una completa immersione. È sublime, poi, l’ironia tra l’amore di Frank per la donna e l’amore della donna per lo yogurt (acidella?!); l’ho trovata anche una reminescenza catulliana.

Nel crescendo dello smarrimento di non trovare più l’appagamento nell’Arte che tutti i “secchioni” provano, viene citato il dipinto preferito del poeta, “Il Cavaliere Polacco” di Rembrandt. Questo quadro, comunque, non è esposto nel “suo” MOMA, ma alla Frick Collection (quando non è “in giro” per esposizioni temporanee). Tuttavia, Frank è contento che la donna non l’abbia mai visto, una sorta di virilità dinnanzi alla “verginità” intellettuale.

Anche il Futurismo, che indaga il movimento, è troppo fermo rispetto ai gesti della donna (più avanti nel testo, si snobba Marino Marini e le sue varie versioni di “Cavalli e Cavalieri”, sostenendo che, forse, era il cavaliere a non saper padroneggiare il cavallo). Addirittura, il poeta non riesce più a sbavare nemmeno per i maestri Leonardo e Michelangelo.

Meravigliosa la domanda retorica sugli Impressionisti. Il poeta si chiede a cosa sia servita tutta la diatriba se all’aperto, dove questo gruppo di pittori dipingeva, non avevano nessuno insieme o al “Levar del Sole” (è il quadro di Monet con il quale inizia la Corrente Impressionista), dacché lui al levar del sole era con la sua donna nella sua camera da letto.

Incredibilmente per un amante dell’Arte, la poesia conclude asserendo che gli artisti si sono fatti tutti quei ragionamenti assurdi, perché non si erano mai concessi d’innamorarsi. Innamorarsi impegna il cervello e ti fa diventare anche piacevolmente ignorante. Frank è messo a disagio da questa deficienza, eppure lo sta dicendo alla donna, appunto perché è pazzo di lei, in una moderna versione dell’amor cortese.

❤ Miss Raincoat

“Mad Dogs” di Jack Vettriano

Jack Vettriano è lo pseudonimo di Jack Hoggan, pittore scozzese di origini italiane, nato nel 1951 e ancora in vita.

Anche se oggi è annoverabile tra gli artisti più popolari e ricchi, è cresciuto in una famiglia povera, ha abbandonato gli studi da ragazzino per lavorare e ha iniziato a dipingere con gli acquerelli da autodidatta già ventunenne.

La sua artistica è fatta di colori brillanti presi in prestito da Monet e Renoir, anche se è la sua narrativa eloquente, quanto non detta, che indaga i vizi della società, a costituire il suo leit motiv.

“Mad Dogs” (del 1991) è uno dei suoi dipinti a olio più celebri e identificativi. Il titolo è un’espressione popolare inglese per indicare delle persone pazze scatenate. Nella composizione troviamo delle immagini tipiche, come il relax sulla spiaggia, e l’ombrello; tuttavia non sappiamo quale sia il motivo della danza dei personaggi. In tutte le opere di Vettriano vengono inscenati palcoscenici di storie che, poi, si crea lo spettatore, senza però utilizzare l’escamotage metafisico di DalìMagritte.

Il sentimento che l’artista vuole comunicare è il romanticismo nostalgico degli Anni Cinquanta, facendoci entrare in momenti di vita privata, di attesa, di desiderio o di solitudine, come in un set cinematografico. La spiaggia, per lui, è il luogo dove tutto può succedere, carico di un erotismo raffinato, poiché lasciato in sospeso per porre l’accento sul fatto che per lui il Sesso è una cosa seria. La gente è matta perché non sa più fare l’Amore.

Vivo in un Mondo che è capace di spezzarti il cuore. Credo di riuscire ad essere creativo solo se sto vivendo un momento psicologicamente difficile. La mia Arte è fatta di anni di introspezione, nicotina, alcool, antidepressivi e Tamezepam [è un farmaco per l’insonnia]” – J. Vettriano

❤ Miss Raincoat