Santa Margherita a Corna in Monte

Corna in Monte è una località a 840 metri circa, sopra la frazione Valle di Colorina, ma che si raggiunge più comodamente dalla frazione di Rodolo. Si può dire che gli abitanti antichi di Valle provengano tutti da questo piccolissimo borgo (cfr. toponomastica: via Corna in Piano). Pensate che dal 1624 al 1651, Corna fu una parrocchia autonoma, la quale contava un centinaio di persone. Purtroppo, la terribile ondata di peste non risparmiò nemmeno la mezza costa…

Questa chiesetta è molto particolare. Inoltre, mio nonno aveva una casetta rustica (nel senso che non c’era nemmeno la luce) proprio dietro. Mi piace molto perché è inserita in un giardinetto-poggio che fa ammirare tutto il panorama sottostante.

Per quanto sia una chiesetta piccola, tipicamente con il campanile a vela, la decorazione della sua facciata è piuttosto composita. Nella nicchia troviamo una Deposizione del XVI secolo. Lo stile è molto medievale e arcaico: ce lo fanno pensare le mani incrociate e la testa leggermente reclinata. La figura sopra il portale, per via della cintura con i serpenti, non può essere che la dedicataria Santa Margherita. Lo stile di quest’ultima presenta una grazia un po’ più rinascimentale. La scelta di Santa Margherita può farci pensare a un certo legame con il grande influsso degli inquisitori domenicani di Morbegno (per quanto la santa sia legata alle partorienti e all’agricoltura). La scuola artistica, per gli ocra, le linee mosse dal vento e per la fattura degli angeli, mi ricorda molto quella di Vincenzo De Barberis, come molte altre opere di questo periodo (anche lui presente nel cantiere del Sant’Antonio, del resto). Sicuramente, questi due affreschi, nelle cromie vivacizzate e nella decorazione, sono stati ritoccati nel Seicento (in luce all’autonomia).

All’interno, la chiesa venne fatta affrescare nel 1932 da Don Folci, durante la realizzazione del Santuario a Valle, dallo stesso pittore, Nicola Arduino. Il pittore ci lascia un’Immacolata (ricordando la vicina Rodolo), la Santa Margherita dedicataria, il Battesimo di Cristo e un simpatico prete che esce dalla porta (a me ricorda molto il chierichetto del Gianolo presso il San Giovanni di Morbegno, nella cappella di San Giuseppe). Molti paesani, invece, lo identificano come un prete “monello” che si aggirava tra Corna e Rodolo negli Anni Sessanta… 🙂

Miss Raincoat

“Fattoria nell’Alta Austria” di Gustav Klimt

Devo confessare una colpa: fino ai trent’anni ho detestato i paesaggi e Klimt. I primi perché mi sembravano troppo fotografici il secondo perché ci vedevo troppa ricercatezza. Ebbene, eccomi qui a trentadueanniemezzo a parlarvi di un paesaggio di Klimt… 😳

C’è da dire ci siamo abituat* a conoscere questo autore per altri tipi di soggetti, per le eleganti dame dorate. Infatti, molti critici hanno osannato questa retrospettiva di Klimt come una sua fase sperimentale, benché non sia altro che una parentesi vacanziera. Ebbene sì, se per lavoro realizzava ritratti aulici per la Vienna borghese, in ferie – come noi ci dedichiamo ai cruciverba – lui fotografava la natura attorno a sé, mentre si godeva le sue passeggiate mattutine all’aria aperta e non celasse la sua golosità per la panna montata.

olio su tela – 110*110cm – 1911 – Belvedere (Vienna)

I paesaggi di Klimt si collocano in uno spazio temporale che va dal 1900 al 1916, durante le estati che il pittore trascorse in Austria e in Italia del Nord. Sono tutti di forma quadrata, una forma che cerca di contenere l’infinito della totale immersione con la natura, ricordandomi un po’ anche D’Annunzio.

La tecnica potrebbe assomigliare al puntinismo, ma così non è. L’approccio di Klimt è più da mastro vetraio, il quale cesella le macchie di colore come le tessere di vetro dei mosaici (l’arte bizantina fu grande ispirazione per l’iconicità della sua arte). E, per quanto l’arte musiva tanto quanto questo approccio piuttosto paratattico al colore possa rischiare appiattire le forme e gli spazi, noi riusciamo benissimo ad entrare dentro la scena quasi nuotandoci dentro. Klimt vuole stimolarci ad entrare nel groviglio.

Un groviglio che esisteva anche nella sua mente. Gustav aveva una fidanzata, la stilista Emilie Flöge (pare sia la figura femminile del celebre “Bacio”), che fu la sua compagna per tutta una vita, per quanto la loro unione non fosse esclusiva. Ebbene, con questi paesaggi il pittore ci fa entrare nella sua interiorità introspettiva, che nelle sue opere più famose è ben celata. I suoi non sono i paesaggi diroccati e magniloquenti dei Romantici, anzi, sono analisi precise (lui dipingeva con il binocolo a portata di mano). Tendenzialmente, ci sta dicendo che non riesce che a manifestare il suo amore per le cose, per la vita, per lo stesso Amore, se non con l’ossessione maniacale per i particolari. Dentro la tela quadrata cerca di metterci dentro tutto ciò che vede, così come nelle relazioni… ma è impossibile ingabbiare ciò che è, per sua natura, immenso ed illimitato. Questa, infatti, è la condizione che rende l’uomo piccolo di fronte alle cose grandi della Vita, ai sentimenti, al groviglio…

Miss Raincoat

Alcyone/Stabat nuda Aestas – Gabriele D’Annunzio

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

“Lo Stivaletto d’Oro” di Mariano Alonso Pèrez

Ebbene sì, mi piacciono le favole. Però raccontate bene, tipo come facevano i fratelli Grimm, che se le tiravano fuori nude e crude. Per esempio, in Cenerentola, l’atto di infilare la scarpetta (d’oro e non di cristallo, come il loto d’oro, il piccolo piedino sexy, della cultura cinese) è ovviamente la metafora della penetrazione. Insomma, se ti si infila bene la scarpetta è quella giusta, è una questione di chimica, quella cosa che crea invidia a chi cerca soltanto qualcuno con cui sistemarsi…

56*45 cm – olio su pannello di legno – 1891 – collezione privata

Il nostro pittore spagnolo dai molteplici nomi e cognomi nasce a Saragozza; studia a Madrid e a Roma, apprendendo la lezione del Realismo. Il periodo in cui si fa conoscere e riesce a vivere della sua arte coincide con il suo soggiorno a Parigi dal fratello musicista dal 1899 al 1914. Lo ricordiamo, infatti, per le sue scene settecentesche, gli amori sospirati, il dolce far niente, i colori pastello e le composizioni armoniche. Ritornerà in patria allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e, nel suo ultimo periodo di carriera, si dedicherà ai temi sociali.

Lo Stivaletto D’Oro (in francese La Bottine d’Or) è il nome della bottega di scarpe, la quale ha anche un’insegna a forma di stivaletto d’oro. Siamo verosimilmente nel Quartiere Ebraico del Marais. Ricordiamo che in quegli anni in Francia (anche all’indomani dell’Affare Dreyfus) era accesa la propaganda antisemitica. Il calzolaio è fortemente connotato dallo stereotipo dell’ebreo con occhiali, basette e cappello, di fatto. Si pensava che gli ebrei fossero il male del mondo: avidi di denaro, egoisti, depravati e che potessero portare la società alla deriva…

Più che una bottega sembra una baracca degli orrori. Porta e finestra sono spalancate, ma conducono verso il buio. La scena è incorniciata da una vegetazione a rampicante, quindi infestante. L’edera, a proposito, è la pianta sacra a Dioniso, il dio dei riti orgiastici. Inoltre, la lanterna è simbolo di qualcosa che contiene l’ardore di una fiamma e il vaso di fiori è il simbolo di verginità perduta.

La cesta ai piedi, non lascia traccia di dubbio, è simbolo di matrimonio, inteso come unione tra uomo e donna. I fiori che ci troviamo sono rosa, gialli, bianchi e viola: per le giovani donne è arrivato il momento della metamorfosi, il passaggio doloroso tra la fanciullezza e l’età adulta. Dicono che la prima volta non si scorda mai

Nella composizione c’è una forte connotazione dualistica tra il lato maschio e il lato femmina. Le rose rampicanti rosa ci dicono che l’unione alla quale auspicano le ingenue ragazze cattoliche francesi è quella affettiva; mentre gli uomini ebrei, scafati dal mestiere di vivere, vanno dritti verso la passione (chiamiamola così senza volgarité).

L’atto di provare le scarpe è identificato come la perdita dell’innocenza, come un rito iniziatico nei quali i sacerdoti-carnefici sono i due possessori di pisello.

C’è anche un secondo dualismo tra la ragazza seduta e la ragazza in piedi.

La ragazza seduta è connotata dal nero, come per dire che è “chiusa”, quindi vergine. La sua gonna è blu quindi anche la sua morale è integra. Il proprietario della bottega, connotato dal rosso, quello del sesso e del potere, è inginocchiato davanti a lei come quando si fa una proposta. Le sta insegnando come funziona con le scarpe: si può scegliere se amare Dio (blu) se avere solo sesso e divertimento (giallo) o, come lui consiglia, abbandonarsi all’unico vero amore, quello che unisce passione e complicità, l’unica scarpa bella che non fa male.

La sua amica, invece, la ragazza in piedi, ha già scelto il colore giallo. Troppa passione in testa e nel cuore (vedi l’abbigliamento), ti portano a scegliere in base all’istinto senza pensare alle conseguenze. Infatti, la sua moralità l’ha sollevata (vedi il grembiule) per darsi alla pazza gioia e fiorire insieme al garzone, con il quale scambia sguardi d’intesa (ed è abbinata con i colori), mentre lui maneggia un martello e una dima, simboli della prima volta. Quello, è l’amore dei giovani che non hanno esperienza come il vecchio padre del ragazzo, che comunque ha già infiocchettato la ragazza (vedi la camicetta, diversa da quella sciolta dell’amica).

Da tre cose mette in guardia il nostro Mariano rosicone: da quelli che ti si vogliono solo scopare, dagli ebrei e dagli ebrei che ti si vogliono solo scopare (cioé tutti). In pratica, le stesse cose che gli Interisti dicono degli Juventini! 🙂

Cenerentola è la prova che un paio di scarpe nuove ti possa cambiare la vita.

(ieri sera mi si è rotto il cinturino dei miei sandali preferiti, c***!)

❤ Miss Raincoat

Leonardo, gli ermellini e la Valtellina

Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico (Foglio 214, 1483-1518)

“…Valtolina, valle circondata d’alti e terribili monti, fa vini potenti e assai, e fa tanto bestiame che da’ paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale prima corre più che per quaranta miglia per Lamagna. Questo fiume fa pescio témere, il quale vive d’argento, del quale se ne truova assai per la rena. In testa alla Valtolina è le montagne di Bormi, terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i Bagni”

Nel dicembre 1493 Biancamaria Sforza, nipote di Ludovico Sforza detto il Moro, stava raggiungendo Massimiliano Asburgo a Innsbruck dopo il matrimonio per procura con a seguito un corteo del quale faceva parte anche Leonardo Da Vinci, pittore di corte…

1488 – olio su tavola – 50*40 cm – Cracovia

Nel 1488 il Moro aveva ottenuto, finalmente, il titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal Re di Napoli, grazie a una studiata rete di matrimoni con gli Aragona e per la posizione contro i Baroni in contrasto con la monarchia regnante. Il simbolo di questa congrega, ovviamente cattolicissima, era l’ermellino, metafora del “meglio morto che disonorato”, poiché l’ermellino, piuttosto che vedere la sua pelliccia macchiata di sangue, si lascia uccidere.

Ma chi sta coccolando il Moro?

Cecilia Gallerani. In greco antico la donnola viene chiamata “galé”, quindi è un nomignolo o abbreviazione del cognome della giovane amante di Ludovico. Cecilia indossa una collana di granati, simbolo di devozione e di fedeltà, ad un uomo dai capelli corvini, tiranno anche nella seduzione (anche se soffriva di asma).

In effetti, il Moro la salva da un destino infausto. Faceva parte di una nobile famiglia senese adottata da Milano ed era orfana di padre. Avrebbe dovuto o farsi suora o sposare un uomo vent’anni più vecchio di lei se il Moro, il quasi Duca, non l’avesse notata e non le avesse anche regalato un appartamento tutto per lei dove incontrarla senza preoccuparsi dei paparazzi.

Nel 1491 Ludovico si sposa con Beatrice D’Este, tra l’altro amica di Cecilia. Avrebbe preferito sposarsi con Isabella, la sorella-più-bella, ma Francesco Gonzaga aveva vinto il gioco delle coppie. Beatrice, inoltre, siccome anche molto giovane, lasciò passare dei mesi prima di onorare i suoi obblighi matrimoniali. Tant’è che il Moro sfogava le sue voglie altrove, con Cecilia, che rimase incinta. Cecilia venne allontanata dalla corte ma il Moro continuò ad occuparsi economicamente di lei, finché le non si sposerà con un conte. Il Moro divetò un marito modello? Forse solo un po’ più abile a non farsi sgamare… Beatrice partorirà vari eredi, ma morirà alla fine dell’ultima gravidanza, portata avanti in contemporanea con un’ennesima delle fedeli cagnoline del Duca.

Eppure, questo dipinto di Leonardo ha reso immortale una compagna illegittima, forse un amore vero in mezzo agli intrighi di corte. Tra le cose, l’animale nella composizione assomiglia più a un furetto che a un ermellino. Probabilmente, Leonardo prima di passare in Valtellina, così come non aveva mai sperimentato l’imponenza delle Alpi, non aveva nemmeno mai visto un ermellino da vicino. Parimenti, non sapeva che dalle nostre parti, è considerato un animaletto sfuggente, dispettoso e vendicativo. Di fatto, mi pare strano che un animale selvatico si sia prestato a stare fermo per essere dipinto… Leo avrà detto “Ohibò, bischero, fattelo garbare lo stesso!”

Miss Raincoat

883 “Il Grande Incubo”

La donna il sogno il grande incubo
Questa notte incontrerò
Mentre nel mondo tutti dormono
Forse anch’io mi sveglierò
Con la sveglia scarica ormai
E con mia madre che mi dice “Dai, come fai
Tutte le volte a non svegliarti mai”
E tutto questo finirà così, ma adesso sono qui

“Il Caffé in Giardino” di Daniel Ridgway Knight

Giovedì scorso stavo scrollando a caso su Instagram e mi sono imbambolata per un’ora buona a farmi le storie su questa tela. Non riuscivo a capire perché mi sembrava così pop e familiare, poi ho capito (dai fiori)…

Collezione Privata

Daniel Ridgway Knight è un pittore collocabile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nato il 15 marzo 1839 sotto il segno dei Pesci all’interno di una famiglia quacchera della borghesia provinciale della Pennsylvania (dove sarebbe nato anche l’iconico Maxfiled Parrish). Approda in Europa a Parigi dove studia pittura con Alexandre Cabanel. Ritornerà in patria come volontario nella Guerra di Secessione, si sposerà con una sua studentessa, una certa Rebecca, e poi tornerà in Francia, dove si stabilirà a Poissy nel 1872 (sulla Senna, a un’ora dalla ville – cittadina oggi conosciuta per lo stabilimento della Peugeot). Stringerà amicizia con Renoir, Sisley e Millet. Se del primo troviamo la vita e del secondo i paesaggi nella sua opera, di Millet troviamo un’analogia di contrasto: Knight raffigura la vita contadina, ma ne elude la denuncia sociale. Il nostro pittore non vuole rappresentarne la fatica, ma la felicità, poiché così come le altre classi sociali, anche i poveri , anzi i semplici, sanno essere felici. Quindi, si può dire che ci mette davanti i giardini di Monet animati dalle persone. Nel 1883 sceglie di andare a vivere a Rolleboise, ancora sulla Senna ma ancora più immerso nella vita di campagna, in una casa con un’ampia terrazza sul fiume.

In questa tela spicca tra tutti gli attori la modella con il foulard giallo. Si tratta di Maria, una ragazza che incontriamo spesso nei titoli dei dipinti di questo pittore, ritratta come una piccola principessa dei giardini. Questo mi fa venire in mente una filastrocca in inglese che fa “Mary quite contrary/ How does your garden grow?”. Quindi, la nostra Maria era tutt’altro che Santa e Vergine per il nostro Daniel e aveva un (giardino) segreto… Spesso, infatti, a differenza di questo dipinto, viene ritratta con i papaveri, simbolo del fare l’amore e non pensare – e, inoltre, fiore sacro a Demetra (dea delle messi e del raccolto). Il foulard giallo, invece, non lascia dubbio: è la gelosia (di fatto, il quarantenne Daniel era sposato e aveva un figlio di dieci anni). Notiamo anche che Maria ha un nome italiano come la bevanda che viene servita al tavolo. Probabilmente, faceva parte di quei contadini italiani che, nell’Ottocento, emigrarono per farsi sfruttare come contadini nelle campagne francesi…

La composizione è un intrico di simboli. Ricorrono le contrapposizioni di forme maschio/femmina (per esempio le ceste o la forchetta e il bicchiere) e del colore blu/rosso, sempre nello stesso significato. L’unione tra uomo e donna è amplificata da ciò che troviamo sul tavolo, la condivisione conviviale del cibo vista come lo spezzare il pane su un panno bianco, come a voler dire che Daniel ha rubato l’innocenza a Maria. Di fatto, lui impersonifica il vino e lei l’acqua. Ma è tutto per terra… Perché un pranzo succulento non può finire se non lasciando dei postumi.

Il cibo va anche a contrapporre poveri e ricchi. La zuppiera va a essere la sentimentalità semplice dei contadini; il caffé, invece, la bevanda alla moda della borghesia, cioè Daniel spiega che cosa Mary ha dato a lui e cosa lui ha dato a lei (Spiega anche a Millet che per capire una classe sociale può farci l’amore invece che politicheggiare, ahahah 🙂). Eppure, il peccare di felicità, ha causato un gran casino. Tutto per terra giace in disordine. Ai piedi del tavolo quasi inquisitorio, c’è una cesta con i panni sporchi blu, di un uomo. Madeleine, l’amica di Maria (probabilmente figlia del fattore che aveva accolto Maria), ha la cesta vicino a lei, come per dire “ho le prove, ti abbiamo scoperto tro** italiana!”. Julia, la sua sorellina sta guardando torva dentro la casa, la casa del pittore malandrino. E dalla casa esce Luis Aston, il figlio del pittore, con lo sguardo verso il basso e con in mano la bevanda che scotta, il caffè, con il panno bianco e rigato di rosso, ossia la disintegrazione dell’integrità di Maria, che indossa di rimando una gonna rossa. Ma lui non si fa vedere, manda il figlio…

Come sono andate le cose? La terrazza della casa è il teatro e le piante ne sono il coro. In soffitta c’è una finestrella blu aperta (probabilmente si incontravano lì, dove il camino rosso fuma, perché la stanza scotta e la finestra deve essere aperta poiché la relazione deve finire). Infatti, Rebecca ha scoperto tutto. Fuori dalla porta finestra, il talamo ufficiale, la moglie ha appeso un bouquet che sembra quasi la coda di un pavone o qualcosa legato a Giunone, la moglie di Zeus sempre inferocita dai tradimenti. Nell’aiuola in giardino c’è il cardo mariano (appunto ci ricorda il nome della protagonista) e la veronica, che però è straripata, sta uscendo dal giardino (è il simbolo dell’addio, Maria deve andarsene…). Maria se ne deve andare perché le rampicanti, che come dice la Berti si aggrappano indissolubilmente quando e come vogliono e non ci si può fare nulla, si sono intersecate a caso addosso alla casa, l’hanno infestata. Sono l’edera e il gelsomino, ossia la Passione e l’Amore, che sono arrivati fino a quella finestrella dove sono stati esposti il geranio e il papiro (follia e gioia). Sul terrazzo vengono esposte varie piante della macchia mediterranea, in ricordo all’Italia, come agave, alloro e l’assenzio (un amore talmente grande che si autodistrugge, come Apollo quando insegue Dafne e lei si trasforma in una pianta, come se l’amore vero portasse sempre con sé anche l’amaro della sciagura). In mezzo a queste piante c’è un vasetto giallo di gelosia e di geranei (stupidità della gelosia che fa solo danni). E, infine, delle begonie, poiché tutto sta cambiando e, infatti, sotto è rimasta solo un edera ben intrecciata (fedeltà alla moglie). Se guardiamo meglio, la prima finestra è sbarrata (la relazione extraconiugale chiusa), la seconda porta è aperta (la famiglia e la moglie sono l’entrata principale e la scelta) e l’ultima finestra ha le imposte aperte ma il vetro chiuso (è Daniel, che ha scelto di essere padre e marito, di allontanare lo scandalo, ma nella solitudine).

Lo capite perché mi sono intrippata per quest’opera? 🙂

Miss Raincoat

“La Malinconia di Penelope” di Angelika Kauffmann

Angelika Kauffmann è stata una pittrice della seconda metà del Settecento, stimata ritrattista, nata a Coira, nei Grigioni (Svizzera). Passò la sua infanzia da bambina prodigio nella mia Morbegno (Sondrio) e, sebbene diventò una donna di mondo, ben calata nel clima dei salotti europei, rimase una semplice ragazza svizzera alla ricerca dei colori dell’arcobaleno, nonostante vivesse in un mondo ancora troppo maschio.

Con suo padre, un discreto pittore al servizio della borghesia e della nobiltà tedesca, viaggiò molto e, durante un soggiorno veneziano, conobbe la moglie dell’ambasciatore inglese, che la convinse a lasciare l’Italia senza papà. Sua madre era già morta a Milano qualche anno prima, purtroppo.

A Londra ci passò ben quindici anni di vita mondana senza risparmiarsi il gossip sulle sue relazioni. Una presunta fu con il pittore conterraneo Füssli. Una appurata fu con Joshua Reynolds, fondatore della Royal Academy. La relazione con quest’uomo magnetico più grande di lei e allergico al matrimonio ma non alle donne non passò inosservata, tant’è che Nathaniel Hone, pittore in polemica con Reynolds, dipinse un quadro (“Il Congiurato”) con il quale, per averla vinta, svergogna la situazione mettendo in cattiva luce anche Angelika.

Era il 1775. Arrivò papà Kauffmann a mettere un po’ d’ordine. Angelika sposò di fretta un conte svedese, che non era il conte Hans Axel Von Fersen, bensì un impostore che fuggirà con tutti i risparmi. Dopo l’annullamento, Angelika avrà un secondo matrimonio con un pittore veneziano amico di suo padre e un amore segreto mai corrisposto con Goethe. Goethe apprezzava la sua arte, ma in modo compassionevole e la giudicava in maniera impietosa, anzi, direi maschilista. Disse “Hai il genio solitamente riservato agli uomini”. Grazie al c***!

Ma torniamo al 1775.

1775 ca. – 26*21 cm – olio su rame – Wolverhampton Art Gallery

La “Malinconia di Penelope” si colloca in questo periodo. Angelika e Joshua sono al centro del gossip e si allontanano definitivamente, dopo il matrimonio con il conte.

La Penelope rappresentata piange, è addolorata. Dopo aver atteso per vent’anni senza dubbio e senza tradimenti l’uomo che ama comincia a pensare che non tornerà più. Atena, la dea della Ragione, l’ha convinta a lanciare una sfida tra i suoi pretendenti: chiunque riuscirà a fare centro nelle dodici scuri tramite l’arco di Ulisse, un’arma che solo lui sa maneggiare, avrà lei come bottino.

La Penelope in cui si rivede la Kauffmann è vestita di bianco sporco, non più vergine, coperto dal blu cyan, un colore che simboleggia la sofferenza e il dolore. Inoltre, è seduta su un divano rosso, il trono della vera passione. Il talamo di Ulisse e Penelope aveva un segreto che conoscevano solo loro due, era poggiato su un tronco che lo rendeva inestirpabile; qui, di fatto, c’è una colonna che simboleggia quel per sempre che, per quanto si siano dovuti allontanare a forza, legherà Angelika a Joshua. Ai piedi di Penelope ci sono solo tre delle dodici scuri e tre, per i Greci, erano i livelli dell’unione tra due persone: la passione, l’affetto e l’amore. Dipingerli ai piedi vuol dire buttarli via. Inoltre, la loro posizione a croce e a freccia rappresenta appunto l’unione maschio – femmina, di Afrodite e Ares (la tresca più famosa del Mito, finita malissimo per gelosia…). Penelope, infine, porta una collana, iconografia dell’appartenenza a un altro uomo, così come l’atto di incrociare le gambe e il velo in testa. Vaffanculo, Cupido!

Miss Raincoat

Angelika Kauffmann

“Nessuno ha mai indovinato che il mio corpo era intento e teso, nessuno ha mai indovinato il bisogno che provavo di offrire il mio essere, completamente, ad un altro essere”.

“Madonna delle Arpie” di Andrea del Sarto

Ogni tanto mi prendono le fisse. Questo mese mi è presa bene con questa tela

Il 3 ottobre 1517 è una data che si studia a scuola: è il giorno in cui Martin Lutero frattura la Chiesa con la sua Riforma. La parte Cattolica risponde con un tentativo di rinnovamento e di detersione (dacché Lutero non è che si fosse inventato i peccati degli altri…) imponendo anche agli artisti una certa linea di marketing improntata sulle immagini apocalittiche del Giorno del Giudizio. Questa tela che andremo a conoscere è infatti datata 1517. Il committente era un frate francescano, governatore delle suore di San Francesco De Macci a Firenze. Curiosità: il convento, oltre alle monache, accoglieva le cosiddette malmaritate (quelle donne che non potevano essere sostentate dai mariti, carcerati o malati). Perché la adoro? Anche Giulio Carlo Argan mi avrebbe dato ragione: i colori sono porno!

Eppure, come sempre, una tela così austera, semplice e maestosa non può che avere una decifrazione a dir poco complicata. Cercherò di spiegarvela bene…

1517 – olio su tavola – 207*178 cm – Uffizi (Firenze)

Cominciamo a dire che lo stile è il Manierismo, un Rinascimento 2.0 in cui gli artisti, invece che imitare la Natura, imitano i Maestri (oggi diremmo gli Influencers, perché Michelangelo, Raffaello, Donatello e Leonardo lo sarebbero stati!!!), creando un’arte instagrammabile, zeppa di filtri colore e pose innaturali, al fine di arrivare a un risultato da bava per terra.

E finiamo le ovvietà constatando che abbiamo davanti una Madonna con il Bambino in piedi su un basamento con otto facce (l’8 è il numero dell’Eterno), le quali riportano l’altorilievo di figure meglio identificate come le Arpie. A destra abbiamo un San Francesco e a sinistra un San Giovanni Evangelista, ghostwriter dell’Apocalisse. L’eccentricità pregnante dell’opera è il fumo che s’innalza dal piedistallo.

Quello che mi affascina di quest’opera è che è universale. Nella sua trascendenza, è più mitologica che santa, esula dall’essere cattolica, cristiana o la-qualsiasi… dà solo una spiegazione e una direzione all’essere umano e alla ragione ultima della sua permanenza in Terra. Come per dire: in qualcosa devi pur credere, dato che polvere sei e polvere ritornerai. Questa cosa non ti fa paura, comune mortale incline al peccato? Insomma, l’Apocalisse è la parte più horror della Bibbia.

Spesso, ai piedi dell’Immacolata troviamo un iconografico serpente che lei calpesta prevalendo sul Peccato. Qui sono state messe delle arpie, che sono appunto delle creature della fantasia classica e non del repertorio sacro, che ben ci descrive Dante: rapaci, rabbiose e avverse all’umanità. Alcuni critici (quelli con i discorsi da spogliatoio facile) attribuiscono la scelta alla malcelata omosessualità dell’Andrea che, comunque, era sposato. Io aggiungerei che era sposato con un’arpia che, con la sua insensata gelosia, lo allontana dalla possibilità di carriera e lo lascerà morire da solo. Va beh…

La spiegazione delle Arpie ce la fornisce San Giovanni. Nell’Apocalisse c’è un momento in cui il Quinto Angelo apre il Pozzo dell’Abisso, dal quale fuoriescono tanto fumo e tante Arpie (delle cavallette con testa di donna e coda di scorpione). Tali Arpie non potevano danneggiare nulla se non gli uomini sprovvisti del sigillo di Dio impresso sulla fronte. Gli uomini senza sigillo non sarebbero stati uccisi, bensì torturati per cinque mesi dalle Arpie, tant’è che avrebbero desiderato di morire, ma la morte li avrebbe scansati. Quindi, Maria non è su un piedistallo, ma sta sottomettendo il Pozzo. In questo eterno dualismo di peccato e santità intrinseco alla natura femminile, Maria è qui un’Immacolata, tema molto caro all’ambito francescano. Se anche gli angioletti ci potrebbero far pensare a un’Assunzione, se si guardano le loro espressioni di fatica, capiamo che il corpo di Maria non è sollevato, bensì compresso. La Madonna è colei che con fatica chiude ermeticamente la sofferenza alla quale è costretto solo chi vive in maniera impura, perché lei perdona tutti se vogliono redimersi. (Ricordiamo che la Redenzione è un concetto solo Cattolico!).

Passiamo ai co-protagonisti. Di San Giovanni abbiamo capito il ruolo. Lui ha scritto questa storia. Inoltre, tra gli Apostoli, nonostante sia scappato come gli altri dall’Orto dei Getzemani e fu testimone al Processo, fu l’unico dei dodici presente alla Crocifissione e a lui Gesù affidò sua Madre. La presenza di San Francesco, invece, non ha solo una definizione prettamente relativa alla committenza. O meglio, ovviamente, è il padre dei Francescani. Ma come giustificare la sua presenza solitaria in una scena dell’Apocalisse? Perché non un altro Santo? Figlio amatissimo di Maria poiché le stimmate ne emulavano la Passione, diventa qui il Sesto Angelo, colui che appone sulla fronte dei giusti il sigillo di Dio sulla fronte (ossia una tau con le sue mani). Di fatto, i Francescani Conventuali che pagarono quest’opera erano molto più devoti a San Bonaventura, ma volevano ricordare ai Francescani Osservanti che il loro padre era il medesimo e che potevano stare tranquilli: anche se la loro regola era più addolcita e avevano meno privilegi concessi dal Papa, la loro vocazione restava pura e sincera. Siamo amici, ma…

Andrea Del Sarto voleva realizzare un’Immacolata che non fosse solo una Madonna con Santi. Direi che ha centrato il suo scopo, tant’è che nel 1704 la sua tela finì nella Collezioni Medicee.

Miss Raincoat

Placebo “Special K”

Can this saviour be for real?
Or are you just my seventh seal?

“L’Olandese” di Walter Sickert

Se c’è una cosa che mi piace delle opere d’arte sono i misteri, quei particolari su cui non esiste una spiegazione e ai quali, anche viaggiando con la mente, devi dare tu una direzione. Uno degli esempi più plateali di questo concetto è “La Ragazza Con L’Orecchino di Perla” di Vermeer, ma oggi voglio parlarvi di un’altra tela inglese…

olio su tela – 1906 ca. – 51,1 * 40,6 cm – Tate Britain

Cominciamo a dire che quest’opera non è bella, non è poetica, non nasconde un messaggio positivo, ma è affascinante perché è inquietante. Come certe canzoni di Masini.

Questo nudo va oltre all’idea tradizionale del corpo al naturale idealizzato. Ci troviamo davanti a una donna che sta per alzarsi senza vestiti in uno scenario povero, pressoché buio e impolverato. Soltanto una scopata, perdonate il francesismo 🙂

La modella non ha nome, ma il titolo ci porta alla mente la Bella Olandese, il nome d’arte di una prostituta narrata dallo scrittore Balzac alla quale “non interessava da dove arrivasse il denaro, bensì di pagare le bollette”. La classe operaia, di fatto, era un’argomentazione intrinseca delle opere di Sickert, il quale era un membro attivo del Camden Town Group (postimpressionisti inglesi con il pirlo della narrazione della vita di una metropoli)

Uno dei suoi elementi ricorrenti è il letto di ferro, che a me personalmente – oltre che alla povertà dei sobborghi londinesi – fa venire in mente anche lo scenario di un carcere.

Ecco, il pittore diventa il carceriere della sua protagonista. L’intimità dell’esplorazione diventa qui uno stupro. Le pennellate sono rozze, violente e frammentarie. Il viso non è stato dipinto e l’unico particolare dl corpo che è stato illuminato e dipinto con delicatezza è il seno. Ma questa femminilità è guastata dai toni lividi e dallo specchio, proverbialmente iconografico della caducità della vita.

Quest’opera è pervasa dalla misoginia di questo artista che, a ben vedere, doveva essere un uomo cosmopolita dalle larghe vedute, nato a Monaco di Baviera da mamma irlandese e papà pittore danese, che lo porterà in Inghilterra. Walter incolperà sua madre per i suoi piccoli problemi sotto le lenzuola poiché figlia illegittima. Inoltre, fu allievo di Degas – quello che spiava le ballerine dalla serratura. Non a caso, lui si metterà a spiare le camere da letto dei poveri, anzi, delle prostitute. Ma nella maniera più gretta possibile, senza traccia d’amore umano.

Vi giuro, ho cercato per anni di dare una possibilità di riscatto morale a questo artista. I suoi nudi hanno una vita, è vero. Sono caldi, sono sia innocenti sia provocatori. Sickert era un bohemien, uno che era per il someone somewhere: lontano e schifato dalle etichette, per lui valeva la legge che ognuno di noi si porta la sua condanna emotiva ovunque vada. Eppure, odiava le donne.

Un’immagine simile all’Olandese è quella intitolata Notte d’Estate. Nell’estate 1888 a Londra si verificarono una serie di femminicidi per mano del famoso Jack Lo Squartatore. Nessuno sa ancora di chi sia la mano insanguinata da questi delitti, ma uno dei nomi spuntati fuori è proprio quello di Walter Sickert.

Miss Raincoat

“Sono stronzo con te perché la mia ex è stata stronza con me. La nostra storia è perfetta e io la tronco male, perché se no dovrei tirare fuori le palle per portarla avanti e non mi va perché preferisco fare quello che soffre. Mi dispiace se ti ho spezzato il cuore!” – “Ah, capisco! Per dire, anche Gesù piuttosto che stare inchiodato in Croce si è organizzato con la Resurrezione…

P.S. Ci stava una citazione da “Eveline” del grandissimo James Joyce, ma oggi non sono in vena… Oggi m’aggia d’arraggià

“La Morte di Chatterton” di Henry Wallis

Siamo agli sgoccioli della Quaresima, quindi quadro bello pesantone!

olio su tela – 62*93 cm – 1856 – Tate Britain (London)

Il nostro autore, Henry Wallis, faceva parte della Confraternita dei Preraffaelliti, molto gettonata nei viaggi mentali di codesto blog. Breve ripasso: i Preraffaelliti erano dei ragazzacci che amavano le favole tragiche del Ciclo Arturiano e lo spregiudizio delle donne con le labbra rosso coca-cola.

Si può dire che quest’opera, per quanto ne abbia dipinte molte, rimanga la one hit wonder di questo pittore che, però, si propone un soggetto diverso rispetto gli altri colleghi. Thomas Chatterton era un poeta, che sarebbe rimasto sconosciuto ai più se non si fosse avvelenato con l’arsenico dopo aver distrutto tutti i suoi ultimi manoscritti. Il suicidio avvenne il 24 agosto 1770 e questa tela fu dipinta quasi novant’anni dopo, a testimonianza che Chatterton fosse diventato l’emblema del martire degli artisti.

Perché Thomas, allora diciassettenne, si uccise? Si era proposto al mondo delle Lettere come imitatore della poesia medievale, ma non stava facendo molti soldi. Gli editori lo riempivano di false promesse oppure gli consigliavano di scrivere qualcosa di più leggero. Aveva imparato a scrivere emulando gli epitaffi delle tombe ed era cresciuto come un bambino sia capriccioso sia solitario, spesso anche bullizzato dai coetanei perché cadeva in stati catatonici o scoppiava in pianti improvvisi. Morì in un sottotetto di una casa londinese, nella solitudine, nella miseria e nella follia della vena artistica.

Questa tela è molto audace. I colori spiccano sul buio dello sfondo, uno spazio angusto illuminato solo dalla finestrella che fa intravedere l’iconica cattedrale di San Paolo. In questo, l’autore ha voluto essere storicamente fedele al luogo di morte di Chatterton. Per il resto, la composizione è densa di simboli religiosi usati in un contesto, se vogliamo, blasfemo. Quindi, Wallis è molto inerente all’ideologia dissacrante preraffaellita.

La tenda blu e la giacca rossa ricordano l’iconografia della Madonna, quindi la sua pietà; i pantaloni viola, invece, ricordano il sacrificio. La finestra aperta, libera l’anima del protagonista dall’angustia della vita. Sul davanzale interno poggia un fiore che sfiorisce, una campanula rossa (il rosso è il sangue vivo; la campanula è un fiore che che cresce anche in condizioni avverse – ma qui è in agonia). Di fatto, il ragazzo mostra il cuore, è lì che è stato ucciso, metaforicamente pugnalato. Chatterton diventa, così, l’eroe degli artisti, che riescono a emergere soltanto dopo essere morti.

A me la tela ha ricordato anche la Morte di Marat di J.L. David. In questo quadro neoclassico il martire è colui che muore per i suoi ideali; quel Marat teneva in mano una lettera, quella della sua assassina. Nel caso di Chatterton il foglio è accartocciato nella sua mano, come a tacere i nomi di chi l’hanno ucciso, ossia gli ignoranti i quali nomi non meritano di essere ricordati.

Curiosità: il modello che è stato utilizzato per dipingere la figura di Chatterton è George Meredith, uno scrittore molto amato da Oscar Wilde e anche lui simpatizzante dei Preraffaelliti . Il pittore Henry Wallis, prima di abbandonare la cricca e dedicarsi agli acquerelli, ebbe una relazione con la moglie di George Meredith.

Buona Pasqua!!!

Miss Raincoat

“Il mio amore è morto/ andate sul letto di morte/ tutti sotto il salice piangente”

Thomas Chatterton

“Alla Porta del Castello” di Ferdinand Knab

Oggi andremo a conoscere un pittore di un’area geografica che mi piace molto, la Romantische Strasse, in Alta Baviera (top all’inizio dell’autunno in moto on the road). Lui è Ferdinand Knab (Würzburg, 1834 – Monaco di Baviera, 1902), insegnante di architettura e pittore di paesaggi “architettonici”.

1881 – olio su tela – 34 x 25,5 cm – collezione pvt

Quando viene dipinta questa tela gli artisti, specie quelli mitteleuropei, considerano ancora il Grand Tour (percorso esplorativo in Europa, un interrail ante litteram) un momento importante per la loro crescita personale e professionale. Una delle tappe fondamentali di questo viaggio era l’Italia. Knab rimane impressionato dalla bellezza di Roma e di Taormina, delle quali conserverà ricordi e impressioni per tutta la sua carriera. Di fatto, i soggetti delle sue opere mischiano sapientemente architetture note ad architetture oniriche.

Qualche volta, i paesaggi nell’arte possono sembrarci sterili, come delle fotografie instagrammabili. Nei paesaggi di Knab, invece, aleggia un’atmosfera poetica data dalla monumentalità, dal gusto per l’antico, colorata di tramonti lividi. L’ora del tramonto, per il pittore, è un momento incerto e volatile.

La tematica sentimentale che nasconde questo paesaggio incolto è molto sottile. Siamo nel clima del simbolismo tedesco, che ci ha fatto ben conoscere un collega contemporaneo di Knab, ossia lo svizzero Arnold Böcklin.

Non è solo il tramonto a parlarci del tempo che va e non si sa dove, parimenti la colomba in volo. Il cancello è un elemento di transizione; la pozzanghera è un elemento ambivalente, è la riconnessione tra cielo e terra, la rinascita, ma, al contempo riflette qualcosa di effimero, come un sogno.

Inoltre, non dobbiamo sottovalutare il suonatore di lira a coronamento dell’inferriata. Io l’ho identificato con Orfeo, l’artista che incarna tutti i valori dell’Arte. Orfeo ama incondizionatamente solo Euridice (ninfa di boschi e degli alberi, che ritroviamo in questo paesaggio dipinto), anche se lei è morta. Orfeo riesce a fare in modo di portarla via dagli Inferi, a patto di guardarla solo una volta tornato nel Mondo dei Vivi. Purtroppo si distrae e si volta troppo presto. Euridice sparisce in una nuvola d’aria e lui, si ammutolisce e respinge l’amore per sempre (ma ovviamente non il sesso, non preoccupatevi).

Quella di Ferdinand Knab è una riflessione dolente. Lui pensa alla malinconia, il dramma della vita che ti porta ad avere sentimenti anche se, da essere umano, sei destinato a morire. Anche i sentimenti, essendo umani, sembrano eterni, ma non lo sono in essere.

Sempre riferendomi al mito di Orfeo, l’opera parla, più precisamente, dell’Arte. Cosa deve avere un’opera d’arte per rimanere immortale e per sopravvivere alla morte dell’Artista? Orfeo era il creatore di quella bellezza capace d’incantare anche i demoni; Euridice era l’anima spirituale, l’ispirazione vera e autentica della Bellezza. Cosa succede a Orfeo? Diventa banale, si volta troppo presto e la sua Arte diventa un pugno di mosche…

Miss Raincoat

Gustav Mahler

“La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri”