A New Year just begun.

Manzoni ci avrebbe scritto un libro, io non trovo quasi le parole. Nemmeno la mia ferocissima fantasia avrebbe mai immaginato un anno più estremo del 2020. E io sono pure ipersensibile, tant’è che la mia maestra dell’asilo sosteneva che avessi le lacrime in tasca…

I sentimenti che ho provato quest’anno sono stati sia belli sia brutti, ma tutti a volumi esagerati, talvolta ribelli. A dicembre, infatti, ho avuto bisogno di fermarmi un attimo perché mi rimbombava tutto caoticamente nella testa. Eppure, sono ancora qui in piedi (sembro seduta perché la mia statura non aiuta).

In 30 anni, ho creato tante cose e tante ancora ne voglio realizzare. Quest’anno mi è stato utile per rivalutare il mio metodo di osservazione del genere umano. Le persone che mi sono nocive sono quelle che sguazzano nel loro dolore senza provare a liberarsene: siamo come dei bicchieri, se ci versi dentro positività, la negatività fuoriesce e rimane solo il retrogusto amaro – per ricordarti che ce l’hai fatta (fidatevi, l’unico momento terribile della mia vita l’ho affrontato così e ho imparato che se il dolore ti rende egoista, allora non ti ha insegnato nulla); mi sono nocive le persone che mi coccolano troppo, perché così sono più facilmente gestibile e loro possono fregiarsi di essere i benefattori del caso umano – i veri amici sono quelli che ti prendono a calci fino a quando reagisci, sono quelle persone che ci sono sia se è un bel momento sia se è un brutto momento, senza provare invidia o pena (e ovviamente con l’apribottiglie alla mano).

In questo senso, quest’anno ho avuto delle conferme: esistono delle persone che non mi abbandonano mai, anche quando mi chiudo a riccio e pungo; poi, al lavoro e in privato, ho conosciuto persone nuove che vorrei rimanessero. Per me è un dono, anche se sono estroversa sono molto selettiva (lo faccio per proteggere la mia sensibilità eritemica).

Cosa mi aspetto dal 2021? Bah, non grandi cose. Mi danno gioia infinita le cose semplici. Vorrei lavorare non a intermittenza, vorrei passare del tempo sereno con le persone che ho citato sopra e che le stesse stiano bene, vorrei scatenarmi a un concerto almeno, vorrei una vacanza di 10 giorni senza che al mio capo venga un infarto, vorrei aperitivi e cene come se piovesse. E un unicorno.Per me, davvero, vorrei fare focus su me stessa. Voglio equilibrio, voglio amarmi, voglio sentirmi bella dentro e fuori e dirmelo io. Voglio essere a mio agio sia da sola sia nell’eventualità di essere in coppia.

Ho scoperto di avere un cuore miracolosamente ancora intero, capace di dare ancora tanto tanto amore. Amare è la cosa più nobile che si possa fare e non è mai sbagliata o inutile. Voglio amare me e gli altri. Voglio amare in tutte le accezioni. A mano tesa, senza aspettarmi niente in cambio e senza avere paura di soffrire. Il cuore è tosto, non si rompe – se mai si rompono le palle, ma grazie al cielo Natale è finito. E se ti rompo le palle vuol dire che ci tengo (eccetto lo stalking, che è reato). Sono carica quanto un coniglietto Duracell. Non importa cosa succederà domani, lo affronterò al momento. Mi sento ricettiva. Non ho rimorsi e non voglio avere rimpianti. Del resto, la tristezza fa venire l’ulcera e l’unico che ci ha fatto i big money è stato Kurt Cobain (che poi ha fatto una fine barbina). Scusate la solita atavica mancanza di sintesi.

Nella pratica, avendo paura degli aghi, quest’anno mi farò un tatuaggio. Perché voglio tutto. Perché non voglio avere paura. Perché voglio essere vera come la neve che se ne frega e scende copiosa senza fare rumore, non ne ha bisogno.

❤ Miss Raincoat

mia colonna sonora del momento 🙂

One Hit Wonder

L’industria musicale definisce così quegli artisti che sono famosi per aver portato al successo solo una canzone. Una sola, è vero – però, al punto tale che la sanno cantare tutti e che, quindi, va a essere iconica a livello personale o addirittura sociale.

Il fenomeno inizia con Pachelbel e il suo Canone. Ci sono tre violini e un basso continuo, ma lo conosciamo tutti: è la musichetta dei matrimoni – che continua ad essere arrangiata anche in altre chiavi che non siano strettamente quella originaria barocca, per esempio Joe Satriani ne ha realizzata una cover con la chitarra elettrica.

Altri esempi?

Nel 1979 gli Knack pubblicavano My Sharona, dedicandola a una ragazza che seguiva sempre la band. La canzone ha il riff più celebre della storia del rock. Nel 1981 i Buggles inauguravano le trasmissioni di MTV con Video Killed the Radio Star, con musiche antesignane dell’epoca del sintetizzatore. Nel 1982 è la volta dei Soft Cell che nessuno ricorda se non per il loro british Tainted Love. Che dire dei 99 Luftballons di Nena, che nel 1983 ci faceva passare una canzone malinconica e in tedesco per una canzoncina allegra e orecchiabile? Oppure del flop del 1985 dei norvegesi A-Ah con Take On Me, oggi praticamente la colonna sonora dei nostalgici degli anni Ottanta? Chiudiamo con il trash dei miei anni d’infanzia (il ché spiega molte cose 😀 ). Nel 1991 Right Said Fred, conquistando anche un bel posto nella classifica delle canzoni più brutte, ci canta di un fotomodello troppo bello per fare la qualunque e ci piace assai ascoltarlo (I’m too sexy). Nel 1995 pure gli zoppi ballavano la Macarena. Questo pezzo gretto nato nelle favelas parla di una donna che, approfittando dell’assenza del fidanzato partito per il servizio militare, tradisce alla grande. Fu un successo planetario grazie alle cover locali, per noi italiani ovviamente quei furfantoni dei Los Locos. Il secolo d’oro si chiude nel 2000, con i Baha che si chiedono Who Let the Dogs Out? L’avevano scritta in occasione del Carnevale di Trinidad e Tobago.

La mia preferita, però, è quella che nel 1980 accompagna il film Il Tempo delle Mele. Reality di Richard Sanderson è un classico tra le cosiddette ballads. E io adoro quella scena. Per me quella scena è l’essenza del corteggiamento. Sei a una festa con una certa musica e, ad un tratto, qualcuno ti mette le cuffie per farti sentire una canzone che ha scelto solo per te e che vuole far sentire solo a te. E dal quel momento in poi non te ne frega più se per gli altri è solo una one hit wonder…

Met you by surprise, I didn’t realize that my life would change forever…

R. Sanders in “Reality”

Miss Raincoat

“Dream On” degli Aerosmith + Viaggi Mentali

Cose che ho messo insieme in testa durante questa torrida estate

  • Ho letto un libro sull’ipersensibilità (“Mi dicevano che ero troppo sensibile” di Federica Bosco), nel quale a tratti mi sono ritrovata e a tratti mi è sembrato anche troppo iperbolico. Comunque, ho riflettuto assai sull’urgenza (mia) di smettere di regalare la mia presenza sensibile a chiunque perché, citando il libro, sarò pure un meraviglioso unicorno, ma non sono uno spettacolo da baraccone da scongelare a proprio piacimento. Perciò, o vai o resti nella mia vita, ‘ché se resti sull’uscio mi fai anche un po’ di corrente (dannosa per la cervicale!). Questo non vuol dire che mi piacciono le persone che fanno le preziose, infatti continuerò a non fare promesse e, piuttosto, a cercare di non deludere le aspettative. Ovviamente, continuerò a prendere fregature perché conosco un solo modo per voler bene: con la mano tesa (che poi ho scoperto che ai gatti piacciono i pugni perché gli sembrano altri gattini).
  • L’alta stagione turistica è un periodo che so che verrà , eppure mi prende sempre alla sprovvista. Ci equipaggiamo tutto l’anno, ma gli imprevisti e la mole di lavoro ci scotennano sempre. Love will tear us apart. E io amo questo lavoro. Adoro fare la guida. Anche se ogni tanto le critiche (e anche i complimenti) sono ignoranti come certi feedback su Tripadvisor (p.e. Uh bello e tutto però gli arancini di zia Maria sono meglio. Eh, grazie al c**! Ma cosa c’entra la zia se tu sei andato a Tallin?). Ho dormito davvero poco durante quest’estate per via dello sclero, delle levatacce, dei turni che non si sapeva mai quando finivano, per le serate postapocalittiche con gli amici e per il caldo africano…
  • Mi piacciono : i lupi ma anche le piume dei pavoni, le volpi (una si aggirava sotto casa dei miei genitori a giugno durante la notte, così ho scoperto anche il verso del mio animale-guida), svegliarsi con una notifica che non avevo sentito mentre dormivo, le sorprese, i congiuntivi, la tartaruga scolpita, un uomo che si riallaccia i polsini della camicia, le fossette ai lati dei sorrisi, “ti porto al mare”, gli aperitivi, i rossetti, i saldi estivi, il mojito.
  • Metafora per quasi tutto: vorrei essere sempre dove ci sei tu, ma non ci vengo perché poi pensi che io sono lì per te e non vorrei accrescere il tuo ego che è già smisurato. Quindi, sto dove voglio. Ma il grande ostacolo per noi mortali è che ritorniamo sempre dove siamo stati bene.
  • Nella vita ci vuole: studio, impegno, dedizione, lavoro sodo, disciplina militare, momenti di follia, amore, passione, sincerità, risate, lacrime e un pizzico di fortuna.
  • Le detesto perché mi feriscono: invidia, ignoranza e insensibilità.
  • Siamo una nazione in cui si paga per percorrere ponti che crollano. Fin qui potrebbe chiamarsi fatalità. Eppure, si applaude alle scuse dei carnefici.
  • Ho scoperto che… Che riesco ad affezionarmi a un gatto dopo 5 giorni. Che riesco a sentire mio un luogo dopo 24 ore. Allora perché dovrei sentirmi strana se riesco a voler bene a una persona dopo anni? Per me è questione di principio non di indispensabilità/non saper stare da sola.

Questa è stata la colonna sonora della mia estate. A pensare che nel 1973, al debutto degli intramontabili Aerosmith guidati da quel pazzo di Steven Tyler, questa canzone non era piaciuta un granché. Oggi, anche se la maggior parte dei turisti (ahahaha) se la ricorda campionata da Eminem, è considerata una delle più riuscite power ballads (ossia brani strappalacrime dal profondo del cuore) di tutti i tempi. Metto il video in versione karaoke perché chi non canta è complice (per gli acuti finali tipici di Tyler ci vorrebbe un altro post)

❤ Miss Raincoat

“Atomic” dei Blondie

Una delle mie icone sacre è la ex-frontman (sì, detesto la sessificazione dei termini che indicano le professioni) dei Blondie, Debbie Harry. Lei avrebbe potuto essere una groupie, ma preferì essere la prima vera – e non feticcio – leader donna di un gruppo rock. 

Chi sono i Blondie? Chi dice di non aver mai perso la dignità a un karaoke con “One Way Or Another” o “Call Me” è complice!

È vero che c’è stata una reunion e che Debbie ha pure tentato la carriera da solista (nel 1999 esce “Maria” e la Harry ruba il titolo alle MILF nelle classifiche inglesi alla pressoché coetanea Cher), ma i Blondie hanno calcato la scena più o meno negli anni del Punkabbestia (ossia tra la fine del Settanta all’inizio dell’Ottanta). Si narra che un certo Chris Stein – il chitarrista – formò una band in quel di Brooklyn ispirandosi ai New York Dolls (sostanzialmente i pionieri del glam rock) insieme a Debbie, ex coniglietta di Playboy, che sarebbe diventata la sua compagna per 15 anni. Il nome “Blondie” deriva dal colore della chioma dell’irriverente cantante, la quale troneggiava nell’ambiente rockettaro iper-maschilista degli anni Settanta. Nel 1982, la band si sciolse perché l’attenzione dei giornalisti su Debbie aveva causato dissapori e anche perché Stein era gravemente malato.

” Adoravo Billie Holiday e Janis Joplin, ma non avrei mai voluto ritrarre quel tipo di donna, sottomessa e sofferente per le pene d’amore, che emergeva dai loro testi  

Il singolo “Atomic” è estratto da Eat To The Beat, il secondo album del successo mondiale dei Blondie  datato ottobre 1979 (lo stesso disco di “Call Me”). Nel disco, questa traccia si trovava nel lato-B. Eat to the beat è un titolo che non ha un senso (significamangiare fino a scoppiare“), scelto probabilmente sotto effetto di droghe e in un periodo in cui iniziarono i rancori che portarono allo scioglimento del gruppo. Eppure ha funzionato lo stesso. Non è stato un lavoro in cui sperimentare o dimostrare, è stato il mettere in musica la devastazione di sette menti malate all’apice del successo e prossime al crollo.

“Atomic”, nel febbraio 1980, esce precisamente come terzo singolo. I Blondie l’hanno definito la spaghetti western version di “Heart of Glass” (successo dell’album precedente “Parallel Lines”) ed è, praticamente, un’unione dissacrante di rock tradizionale e disco music.  Sebbene il titolo lo possa far immaginare, la canzone non allude a niente di futuristico. Debbie ha cominciato a cantare parole a caso mentre gli altri  musicisti cercavano il giusto sound in studio : “oh, your hair is beautiful” e poi è arrivato il resto del testo…  La melodia è  stata molto influenzata dal soul Anni Quaranta di “I’m on my way” di Dean Parish, comunque.

Ma che poi “Atomic” non potrebbe essere un inno agli Unicorni Indomabili?

❤ Miss Raincoat

“Glory Box” dei Portishead

Portishead è una cittadina del Somerset con poco meno di ventimila abitanti dove Geoff (il membro cardine del gruppo, in quanto percussionista/bassista/programmatore) fonda la band dal nome toponimico nel 1991.

Per caso, facendo la fila in una sorta di Manpower, Geoff incontra quella donna che fece la differenza, Beth Gibbons, la cantante del suo gruppo “elettronico” inglese. La voce di Beth è stata definita talvolta spettrale e talvolta onirica, sicuramente capace di cambiare registro improvvisamente, ma sempre rimanendo in bilico tra lo straziante e il sensuale.

Definire elettronica la musica dei Portishead, sarebbe incompleto se non erroneo, comunque. Il loro genere viene definito Trip-Hop o Bristol Sound (per la provenienza geografica) e si potrebbe riassumere con questa ricetta: rap molto lento, musica elettronica tendente allo psichedelico + un pizzico di jazz/funk/soul a scelta. I Portishead lo declinano in uno stile volutamente retro, campionando delle canzoni o colonne sonore in un lo-fi ricercato.

Nel 1994, mentre Kurt Cobain pone fine alla sua esistenza e gli Oasis scalano le classifiche, esce il disco “Dummy”, considerato dai critici uno dei più validi esempi di trip-hop, per merito sia dell’utilizzo dell’organo hammond sia delle campionature prese da colonne sonore degli Anni Sessanta.

“Glory Box” è l’undicesima traccia di questo album e fu scelta come singolo del gennaio 1995 (quando io frequentavo il mio ultimo anno di scuola materna). Come evidenzia anche il videoclip, la canzone è la messa in musica di un film in bianco e nero desolatamente romantico, una di quelle commedie d’amore sulle tribolazioni delle donne. Il titolo non ha una traduzione letterale: la glory box era uno scrigno prezioso dove si conservava il corredo per la dote. La base contiene campioni da “Ike’s Rap II” di Isaac Hayes.  Per me,  il testo dice che per essere sensuali non bisogna essere volgari – noi donne dobbiamo affermare la nostra importante esistenza, senza però strafare o trattare gli uomini come zerbini. Appunto, lasciando la femminilità alla donna e la virilità all’uomo.

Cosa ti porto io in dote? Me, idiota! 

“I’m so tired, of playing/ Playing with this bow and arrow/ Gonna give my heart away/ Leave it to the other girls to play/ For I’ve been a temptress too long/ Just/ Give me a reason to love you/ Give me a reason to be, a woman/ I just want to be a woman”

❤ Miss Raincoat

FORMAZIONE: Geoff Barrow – programmazioni / Adrian Utley – chitarra ed organo Hammond / Beth Gibbons – voce

“Pictures of You” dei Cure

I Cure sono una band inglese nata nel 1976 sull’onda del new wave (scusate il surf di parole), un genere che raggruppava un sacco di band tipo anche che erano state  influenzate dal punk,  ma stavano un po’ cavalcando il lucro verso il pop.  Robert Smith, compositore, cantante e polistrumentista (non è solo un chitarrista!!!), è l’unico membro a farne parte fin dagli esordi e a diventarne l’icona (con lo stile dark alla Edward Mani di Forbice). In barba a quelli che sostengono che i musicisti siano fedifraghi, Smith sposa la sua fidanzata storica nel 1988 e gli dedica una canzone (Lovesong) per il primo anniversario.

Questa canzone che stiamo per ascoltare fa parte dell’album Disintegration del maggio 1989, periodo del mio concepimento. Il disco, che riuscì ad arrivare settimo anche nella Hit Parade Italiana, s’inserisce nel periodo dark della band, anche se è il più evoluto stilisticamente, perché fonde insieme il brit pop e il rock psichedelico. La critica aveva previsto un flop, ma questo album, oltre ad aver avuto successo, rimane un evergreen.

Pictures of  You fu il quarto e ultimo singolo estratto, nel marzo del 1990 (il periodo della mia nascita) in una versione più corta dell’originale (in mio onore, ahahah). La canzone ebbe un successo mondiale anche se l’album era già vecchio di quasi un anno.

Dobbiamo precisare che tutte le canzoni scritte da Robert Smith nascono da sogni visionari dati un po’ dal genio e un po’ dall’assunzione di droghe allucinogene (anche lui vedeva gli unicorni, quindi). Alla fine degli Anni Ottanta, inoltre, il musicista era in ansia matta perché nel 1989 avrebbe compiuto trent’anni (oh, come lo capisco!) e, oltre a voler realizzare un capolavoro, aveva anche paura d’invecchiare. Come per non bastare, aveva i critici alle spalle che lo additavano di essere mainstream, cioè di essere in grado di vendere pure gli organi interni pur di guadagnare. Ancora non avevano conosciuto Rovazzi, però è anche vero che le canzoni dei Cure sono molto orecchiabili, anche quando sono ultra cupe. L’ispirazione per questo brano venne in seguito a un incendio scoppiato a casa di Smith che lasciò intatte solo delle fotografie della moglie Mary (la copertina è una di queste, infatti).

Questa canzone è di un tristume cosmico, lo so. Ma a me fa pensare a cose rincuoranti, tipo guardare le fotografie di un viaggio e sogghignare per tutte quelle cose che sono successe e …non si è potuto immortalare. 

Remembering you standing quiet in the rain

[Formazione: voce/basso a 6 corde – R. Smith; chitarra – P. Thompson; tastiere – R. O’Donnel; basso – S. Gallup ; batteria – B. Williams]

 ❤ Miss Raincoat

“The Take Over The Breaks Over” dei Fall Out Boy

#backtohighschool

Febbraio è un mese volutamente corto. E in una tale pochezza di tempo ho voluto nascere io. Così, concentrate in un breve lasso di tempo, riescono a venirmi tante paranoie. Come quella del tempo che passa troppo in fretta. Pronti per un ritorno al Liceo con la prof C. E la sua Montblanc utilizzata esclusivamente per infliggere insufficienze (i voti buoni erano con la matita rossa)???

Baby season changes but people don’t.

Nel mio I-pod nano di dieci anni fa c’era tanta roba, alcuna anche spazzaturifera, a parte i Garbage – quelli avevano solo la nomea. Però i miei preferiti risultavano i FOB (acronimo di Fall Out Boy).

I FOB furono additati come Emo, dacché andava di moda. Cioé andava di moda essere perennemente mestruati, avere la matita nera fino alle ginocchia e un ciuffo laterale che “ci avrebbe fatto diventare tutti ciechi” (così dicevano gli adulti, specie quelli calvi). Più che altro io ero assonnata, perché di notte pensavo ad altro, la mattina mi svegliavo totalmente solo dopo la seconda o la terza campanella e sfoggiavo un taglio simile a quello del cantante dei Thirty Second To Mars. Che se fossero stati Emo (o come cacchio si declina) veramente, lo facevano per il cash facile, dato che ai tempi tutti i membri della formazione c’avevano la mia età di adesso

Il loro nome deriva da quello di un personaggio secondario dei Simpson, altra peripatetica dei miei anni nervosi (ho frequentato un liceo intitolato a Pierluigi Nervi – ndr) siccome a) non facevo i compiti prima di aver visto i Simpson b) il prof. S. basava le sue spiegazioni di Filosofia sulle puntate dei Simpson (a volte anche Dragonball).

Della loro formazione, anche se prevedesse anche chitarrista e batterista, ci ricordiamo  solo della voce di Patrick Stump e di Pete Wentz, il bassista con il famoso tatuaggio a forma di pipistrello, fidanzato storico di Ashley Simpson e mente malata dietro ai testi.

Li ascoltavo perché sì. Mi piacevano la loro musica (rockettino facile da autobus, buono per il risveglio) e i loro testi su love, fame, girls and break-ups . Li ascoltavo perché avevano la valenza calorica e golosa di un Chicken McNugget, mica perché fossero musica d’essai.

Questo brano l’ho scelto a fatica. Ce ne sarebbero stati molti da proporre dall’album Infinity On High  (“Thanks for the Mmries” è stato come un inno, per esempio). Ovviamente senza scordare i brani “Dance, Dance” o “Where is Your Boy” . E tutti i loro videoclip senza senso.

Infinity on High, del 2007, è  ispirato a una lettera scritta da Vincent van Gogh, nella quale spiegava il significato che dava alle sue opere: “Be clearly aware of the stars and infinity on high. Then life seems almost enchanted after all“.

Il titolo, invece, dell’estratto che ci andiamo ad ascoltare oggi – tra virgolette anche sulla tracklist – è il quarto singolo del disc e significa, a soldoni, “O amanti o ci lasciamo”. L’abbiamo scelto perché ci pare intelligente ancora oggi la domanda “would you rather be a widow or a divorcee?” . La musica, scritta da Patrick, si ispira a Rebel Rebel di David Bowie di cui lui è un fan sfegatato. Il testo è una riflessione sull’impossibilità di vivere una storia d’amore quando si è troppo famosi. Ma io gli ho sempre dato quell’altro significato, quello delle cose che esistono ma non si possono dire se no finisci al rogo come quelli che vedono gli unicorni

We do it in the dark /with smiles on our faces/ we’re dropped and well concealed/ in secret places/ we don’t fight fair

[un saluto poderoso a E. e a A. . E anche a quel tipo che beveva la Cioccolata alla Banana al bar Gallery]

❤ Miss Raincoat

“Speed of Sound” dei Coldplay

Strano che non avessi ancora rotto le scatoline con i Coldplay anche qui tra gli Amici degli Unicorni!

Comunque, non ho mai nascosto il mio amore viscerale per i Coldplay e per Guy (che, attenzione non è il cantante Chris – che si è pure dichiarato bulimico del sesso – ma il bassista – che si è dichiarato solo fidanzato con una modella danese). 

Ed è un amore nato in viaggio. Ho iniziato ad ascoltarli durante una sera d’estate, mentre stavo risalendo dal mare in auto la strada tra gli uliveti verso il paese di mio papà. Scenario: il tramonto arancione, la salsedine sulla pelle, la scottatura sopra le lentiggini e   i miei 15 anni. Più di dieci anni fa, in radio passava questa canzone nuova di pacca. Gli haters del CP ci chiedono sempre “Come si chiama quello che ti ha mollato quando hai iniziato ad ascoltare i Coldplay [collplèi]?”, però io in quei giorni avevo collezionato un invito ad uscire dal tipo che mi piaceva. E da quel giorno, senza mai pensare a dei bisturi per tagliarmi le vene, loro sono stati i musicanti della colonna sonora della mia vita. **E, tra le cose, Chris ha dichiarato anche che i Coldplay si ispirano agli A-Ha, il gruppo scandinavo di “Take On Me”, il successone degli Anni Ottanta, e al loro romanticismo 😛 

Il testo di Speed of Sound parla di boh. Ho sempre pensato che anche Chris, scrivendo, si ispirasse agli unicorni. Credo che parli del fatto che non ti puoi fasciare la testa prima di spaccartela, prima devi scoprire che cosa vuoi fare e farla. E mi piace un sacco il verso: “some things you have to believe/ other puzzles are puzzling me”. Come se tutta la mia vita si stesse muovendo al ritmo di una canzone che conosco ma non so di conoscere. E che, nonostante tutto, è una melodia scritta solo per me. 

Quello che rende riconoscibile il pezzo è sicuramente il riff  di pianoforte citato da “Running Up That Hill” di Kate Bush (in pratica, perché mentre Apple nasceva il babbo Chris si stava ascoltando la Bush in loop); inoltre, la canzone è pure un ricordo a “Clocks” dell’album precedente, almeno come sound. Il bassista Guy, infatti, spiegò che non c’era nulla di vergognoso nell’ammettere che la canzone era un’ispirazione molto devota. Questo è anche il motivo per cui la canzone appare raramente nelle scalette dei concerti: Chris non è ancora molto convinto del risultato. E in effetti, per quanto sia stata un successone, ogni volta che l’ascolto mi sembra sempre più una canzone non-finita o che, comunque, continua a costruirsi in crescendo senza mai arrivare a una fine. **quest’ultima cosa che ho scritto non l’ho capita nemmeno io, neh**

Speed of Sound è l’inizio o la fine dei Coldplay. Nel senso che li avevamo conosciuti con In My Place e tanti fans hanno smesso di considerarli ascoltabili dopo questa. Però poi hanno cambiato rotta con Charlie Brown. E l’hanno cambiata ancora con Up&Up. [solo per citarne alcune].  Forse, per evitare di copiarsi ancora. Infondo, hanno cambiato mogli, ma la formazione è sempre quella da anni e, in qualche modo, dovevano evitare di uccidersi fra di loro. Oppure per continuare a vendere e vivere di musica. Chissà…

❤ Miss Raincoat°in love with Guy Berryman°

**Risentiamola, dai!!!**

Caro Babbo Natale,

Per quest’anno, siccome sono stata molto brava…

No, voglio essere sincera. Quest’anno non sono stata poi così tanto brava. L’anno scorso, però, ti avevo chiesto una certa cosa sotto il vischio e avevo pure aggiunto di sapere benissimo che è vietato coglierlo e, per non darti problemi con la Forestale, ti avevo detto che andava bene pure senza.

Lo so… non è stata una mossa furba svegliarmi accanto a uno dei tuoi folletti e poi defilarmela…. Ma –che cavolo– la Befana doveva assolutamente portarmi un regalino di consolazione, dato che tu ti sei dimenticato di me in un anno in cui davvero mi ero comportata da brava bambina, senza dire le parolacce, essere troppo selvatica, fare mosse azzardate, epurando la mia sincerità dalle cattiverie ed equilibrando cause – fatti – conseguenze.

Allora, non biasimarmi se quest’anno, accettando di essere nata in un dì di vento, non mi sono più accontentata e ho voluto anche l’uragano, compresi i cocci del giorno dopo, che ho raccolto e ricucito insieme, come riuscivo.

Perciò, che cosa vorrei per quest’anno?

Un unicorno.

Tu dirai che gli unicorni non esistono o che li vedo solo io, perché tu sei un uomo rude del Nord, abituato a Renne, Bombardino e Rock’n’Roll. Io dico che gli unicorni, se ci badi bene, sbucano fuori sempre al momento giusto (non serve andare nei boschi, a volte basta girare l’angolo dopo 8 ore di lavoro; anch’io ero sicura che li avvistassero solo in Valmalenco o in Osteria, neh!). Sono quelle cose che sono sbagliate, folli, amorali, impensabili, improvvise, fairy as a star when only one is shining in the sky, ma che ti fanno sentire felice e sprizzante di quella polverina magica che accompagna il loro frettoloso trotto:  se non ci  stai attento passano e non te ne accorgi nemmeno….

Ti prometto che ridurrò ai minimi storici le strette di mano, o come cavolino di Bruxelles le vuoi definire, penserò al bene dei miei folletti-turisti, alle coronarie del mio Capo A. e alla meta del mio viaggio di compleanno, che vorrei tanto fare ma non so ancora dove. Ma con unicorno in giardino, sarebbe tutto diverso, non credi? Magari riuscirei a cacciarmi meno nei guai per andare a caccia di farfalle (nello stomaco).

Klaus, insomma, per quest’anno ti chiedo di portare pazienza: ho deciso di essere me. Tu te lo ricordi, vero, quanto era stato straziante avere il Suo regalo sotto l’albero e, al momento di scartarlo, Lui non c’era più? Non voglio più vivere quella sensazione di essere sbagliata, penitente, dimenticata, come se qualcuno mi avesse tolto il diritto di vivere la mia vita. Oggi che sono felice, voglio continuare ad esserlo.

Vorrei tanto un unicorno. Perché… Voglio tenere in mano ciò che mi fa sentire viva come una bolla di sapone. Voglio volere quello che voglio (senza sentirmi in colpa) e credere a Babbo Natale anche se ho quasi 28 anni. Non me ne importa del finale, voglio una storyline avvincente, insomma.

Perciò, ti prego di fare il possibile quest’anno. Lo so che l’anno scorso ti avevo chiesto qualcosa di azzardato, un CiccioBello con il quale avrei giocato qualche mese e poi chissà. Ti avevo chiesto un bacio sotto il vischio quando non facevo altro che fare finta che mi piacessero le romanticherie vuote e che si potessero fare dichiarazioni d’amore con un trolley in mano e un passato ancora da chiudere, che faceva corrente. Perciò, posso avere un unicorno, visto che sono tornata sul lato A del mio disco?

Grazie e all’anno prossimo.

Io Babbo Natale lo seguo qui!

La tua affezionatissima

Patrizia

(Io oggi, da tradizione, ho preparato albero, presepe e affisso la strenna sulla porta di casa)