“L’Olandese” di Walter Sickert

Se c’è una cosa che mi piace delle opere d’arte sono i misteri, quei particolari su cui non esiste una spiegazione e ai quali, anche viaggiando con la mente, devi dare tu una direzione. Uno degli esempi più plateali di questo concetto è “La Ragazza Con L’Orecchino di Perla” di Vermeer, ma oggi voglio parlarvi di un’altra tela inglese…

olio su tela – 1906 ca. – 51,1 * 40,6 cm – Tate Britain

Cominciamo a dire che quest’opera non è bella, non è poetica, non nasconde un messaggio positivo, ma è affascinante perché è inquietante. Come certe canzoni di Masini.

Questo nudo va oltre all’idea tradizionale del corpo al naturale idealizzato. Ci troviamo davanti a una donna che sta per alzarsi senza vestiti in uno scenario povero, pressoché buio e impolverato. Soltanto una scopata, perdonate il francesismo 🙂

La modella non ha nome, ma il titolo ci porta alla mente la Bella Olandese, il nome d’arte di una prostituta narrata dallo scrittore Balzac alla quale “non interessava da dove arrivasse il denaro, bensì di pagare le bollette”. La classe operaia, di fatto, era un’argomentazione intrinseca delle opere di Sickert, il quale era un membro attivo del Camden Town Group (postimpressionisti inglesi con il pirlo della narrazione della vita di una metropoli)

Uno dei suoi elementi ricorrenti è il letto di ferro, che a me personalmente – oltre che alla povertà dei sobborghi londinesi – fa venire in mente anche lo scenario di un carcere.

Ecco, il pittore diventa il carceriere della sua protagonista. L’intimità dell’esplorazione diventa qui uno stupro. Le pennellate sono rozze, violente e frammentarie. Il viso non è stato dipinto e l’unico particolare dl corpo che è stato illuminato e dipinto con delicatezza è il seno. Ma questa femminilità è guastata dai toni lividi e dallo specchio, proverbialmente iconografico della caducità della vita.

Quest’opera è pervasa dalla misoginia di questo artista che, a ben vedere, doveva essere un uomo cosmopolita dalle larghe vedute, nato a Monaco di Baviera da mamma irlandese e papà pittore danese, che lo porterà in Inghilterra. Walter incolperà sua madre per i suoi piccoli problemi sotto le lenzuola poiché figlia illegittima. Inoltre, fu allievo di Degas – quello che spiava le ballerine dalla serratura. Non a caso, lui si metterà a spiare le camere da letto dei poveri, anzi, delle prostitute. Ma nella maniera più gretta possibile, senza traccia d’amore umano.

Vi giuro, ho cercato per anni di dare una possibilità di riscatto morale a questo artista. I suoi nudi hanno una vita, è vero. Sono caldi, sono sia innocenti sia provocatori. Sickert era un bohemien, uno che era per il someone somewhere: lontano e schifato dalle etichette, per lui valeva la legge che ognuno di noi si porta la sua condanna emotiva ovunque vada. Eppure, odiava le donne.

Un’immagine simile all’Olandese è quella intitolata Notte d’Estate. Nell’estate 1888 a Londra si verificarono una serie di femminicidi per mano del famoso Jack Lo Squartatore. Nessuno sa ancora di chi sia la mano insanguinata da questi delitti, ma uno dei nomi spuntati fuori è proprio quello di Walter Sickert.

Miss Raincoat

“Sono stronzo con te perché la mia ex è stata stronza con me. La nostra storia è perfetta e io la tronco male, perché se no dovrei tirare fuori le palle per portarla avanti e non mi va perché preferisco fare quello che soffre. Mi dispiace se ti ho spezzato il cuore!” – “Ah, capisco! Per dire, anche Gesù piuttosto che stare inchiodato in Croce si è organizzato con la Resurrezione…

P.S. Ci stava una citazione da “Eveline” del grandissimo James Joyce, ma oggi non sono in vena… Oggi m’aggia d’arraggià

“La Sorgente” di Jean Auguste Dominique Ingres

Dante, a naso, diceva che l’Amore move il sole e le altre stelle. Come contraddirlo? Il resto fa solo girare i co***i! Buon San Valentino ai fans degli Unicorni!

1820/56 – olio su tela di canapa – 163×80 cm – Museé d’Orsay (Parigi)

Quest’opera fu iniziata a Firenze (se notiamo, il tema è alquanto italianamente rinascimentale, sulla scia di Sandro Botticelli) e finita, in un secondo momento, a Parigi. Fu mostrata al pubblico quando Ingres, pittore belloccio assimilabile a Luca Argentero, era già un professionista di fama, molto copiato e con molti followers. Questa tela è considerata l’apice della sua esperienza nel Neoclassicismo, benché sia stata rivisitata anche dai colleghi delle Avanguardie, come Picasso e Degas.

Io la considero, più che iconica (perché di Ingres io conosco bene le Odalische), particolare. Ha delle dimensioni prevalentemente verticali, che la volevano collocata nel contesto di un’alcova (beh, in effetti il tema della “sorgente” – lì da da dove tutto inizia – ci sta); ha una base in tela di canapa (la quale conserva l’ineccepibile brillantezza dei colori nel tempo, firma indiscussa di questo artista) ed è una sorta di featuring, in quanto Ingres si avvalse della collaborazione di due suoi allievi per lo sfondo e il vaso.

Il modello iconografico è quello della Venere Pudica. In molti pensano che questo modo di rappresentare la dea dell’amore e della bellezza comporti necessariamente il fatto che lei si copra le vergogne. Al contrario, è un preciso scatto della vita intima della dea, cioè il bagno (simbolo di purificazione), quindi un modo di rappresentare un nudo non cafonazzo. Un porno poetico.

Le donne che rappresenta questo pittore, a mio avviso, sono le più sensuali di tutta l’Arte. Ingres le dipingeva sinuose e quasi innaturalmente allungate, in modo da ricercare delle linee arabeggianti. Inoltre, questo artista fa dei miracoli con i colori. L’incarnato delle sue muse risulta luminoso e vellutato, che sembra illuminato dall’interno, caldo, come se si potesse (quasi) toccare con mano. Ma non si può! In questo caso specifico la protagonista ha una posa esagerata, sembra quasi una statua messa in una nicchia di roccia, un naos greco, la cella sacra dove potevano entrare solo i sacerdoti del tempio.

L’elemento simbolico di questa composizione è l’acqua. La modella impersonifica una naiade, una ninfa delle acque dolci, immortale, guaritrice e profetica. Lei è la sorgente, sottomessa alle forze della Natura, ma che al contempo riesce a maneggiarle per creare l’amore e la vita. Di fatto, è lei che divide in tre l’acqua che sgorga dal vaso (simbolo del ventre): le grazie che poteva offrire la donna a un uomo, splendore, gioia e prosperità. L’acqua viene dipinta in un modo che fotograficamente definiremmo “con tempi di esposizione lunghi”, ossia spumosa e palpabile – come a dire che, anche se tutto scorre, per certe cose, per quelle là, ci si deve prendere tempo…

Il tutto è incorniciato da alcune specie floreali non scelte a caso. La margherita a destra è il fiore dell’innocenza; il narciso a sinistra è la vulnerabilità davanti all’uomo che vuole cogliere il fiore; infine, in alto, l’edera che tutto infesta: le emozioni forti e ingovernabili, l’estasi, ma anche la rigenerazione.

La modella era la giovane figlia, ipotizziamo quindicenne, della portinaia di Ingres. Alcuni critici dissero che il prezzo che la ragazza dovette pagare al pittore per vedere il suo sogno d’innocenza immortalato sulla tela per sempre fu la sua verginità. Parla, la gente purtroppo parla. Pensiamo soltanto a Paolina Borghese, la quale, qualche anno prima, fu scolpita da Canova praticamente senza veli su un materasso. Circolavano vari gossip sul quello che era avvenuto su quel divano, ma l’arguta principessa la chiuse così “Sì, certo, ero nuda davanti ad Antonio Canova, ma la stanza era abbastanza riscaldata!”.

Miss & Mr Raincoat

“L’Aurora” di William Adolphe Bouguereau

William Adolphe Bouguereau dipinge questo olio su tela dopo avere attraversato terribili anni di lutto (ben descritti in “Il Primo Lutto” del 1893). Nel 1877 aveva, infatti, perso moglie e figli e nel 1881 si apprestava a dipingere quest’opera, in cui prevalgono la sua tecnica talmente fine da sembrare una fotografia e le sue inconfondibili pennellate talmente lisce da sembrare di marmo.

“Aurora”

Negli stessi anni, il modo di intendere la pittura, il colore, l’idea di natura e di bellezza stavano cambiando. Gli Impressionisti e l’Avanguardia stava prendendo sempre più parte alla scena dei Salon espositivi. Eppure, lui, imperterrito, rimaneva fermo nella sua tecnica accademica. Tanti lo accusarono di essere vecchio e poco originale. Lui faceva spallucce, si complimentava con gli altri colleghi e rimaneva sicuro che il suo modo di vedere era solo suo, sapeva che era soltanto una questione di punti di vista. Non smise mai di dipingere incessantemente.

Eos/Aurora, vestita solo di luce, costituiva un escamotage per dipingere il nudo senza risentire della censura. Il nudo, in quegli anni in cui la Borghesia era il ceto che poteva pagare le opere d’arte, andava di gran moda. Ai Borghesi interessava la più sudicia componente erotica del nudo, è vero – ma non volevano risultare immorali. In effetti, la nostra protagonista incarna l’ideale di bellezza di quell’epoca: impalpabili fanciulle vergini con il seno abbastanza piccolo, pelle diafana e completamente glabra. Questa era un’arte per soli uomini. Uomini alla ricerca dell’innocenza perduta, della donna vergine pronta solo per loro (anche Oscar Wilde canzonava i maschi per il loro sciocco desiderio di essere i primi e non gli ultimi) . Uomini che volevano dei nudi con le gambe accavallate, perché guai a pronunciare ad alta voce il nome del frutto del peccato! Uomini che si scandalizzavano davanti all’Olympia di Manet, perché era esplicitamente una prostituta, ma che sbavavano davanti alle dee di Bouguereau.

Perché, infondo, è vero che Bouguereau si piega ai giochetti del marketing artistico, però lo fa suo. Sarebbero stati dei nudi indecenti se lui non li avesse sublimati. Le sue dee svestite sono monumentali. Lui, a suo modo, porta grande riverenza al corpo femminile. Lo spoglia con grazia. Lo mostra seducente, fecondo e, soprattutto, inneggia la donna nella sua inconsapevole bellezza. Tu pensi di piacermi perché sei negli standard e io invece ti sto guardando altro… La delicatezza sinuosa dei corpi di questo artista non è mai volgare o sfrontata, in effetti. Non vuole scandalo, semplicemente dire la parola “vagina” senza essere guardato come un depravato. Vuole dire che la vagina esiste ed è una cosa che può piacere (assai).

L’innocenza, che cosa scema da cercare! Chissà quante volte l’avrà pensato bevendo una birra con i suoi committenti. L’avrà pensato anche nel 1893, mentre dipingeva “L’Innocenza“. Lui l’aveva persa con la cacciata dal Paradiso, quando gli era stata tolta la facoltà di essere marito e padre. Lui l’aveva persa con la disperazione, con l’incapacità di reagire davanti al dolore. In questo quadro, una Madonna vestita di bianco stringe al cuore un neonato che dovrà sacrificare. La schiavitù ha più a che vedere con una morsa al cuore che con le catene ai piedi. Liberi. Ma da cosa?

“Il Primo Lutto”
“L’Innocenza”

Eos, la dea dell’Aurora. Chiese a Zeus che suo marito non morisse mai, ma si dimenticò di chiedere per lui la giovinezza. Lei, giovane ed eterna, fece il grande errore di passare una notte bollente con l’aitante Ares, già amante della volubile Afrodite e da lei fu condannata ad avere una tale insaziabile sete di passione che ogni giorno doveva innamorarsi di uno sporco mortale diverso. Proprio lei, che ogni mattina scioglieva il nastro candido che chiudeva la porta che separava il buio dalla luce. Ogni mattina piangeva lacrime di rugiada sulla Terra, perché lei, per quanto conoscesse le gioie dell’Olimpo, era una schiava.

❤ Miss Raincoat

“Ballons” di Malcom T. Liepke

Oggi parliamo di un artista vivente (nato il 31 ottobre 1953 negli Stati Uniti) e di un pittore praticamente autodidatta, dato che l’Accademia d’Arte l’aveva stufato già dopo un anno, quando fece le valige per New YorkSintetizzando l’arte dei maestri del passato, ne deriva un approccio totalmente proprio che ci fa sembrare le sue opere sia familiari sia uniche.

La sua tecnica è chiamata pittura bagnato su bagnato. Fu la tecnica preferita dagli Impressionisti, perché duttile nei panorami all’aperto. Gli strati di colore ad olio vengono sovrapposti l’uno all’altro senza aspettare l’asciugatura; è richiesto che il pittore sia molto esperto, poiché la totale instabilità non abbia la meglio sul processo creativo: i colori potrebbero mischiarsi troppo, se lui non avesse bene in mente che cosa e come lo vuole dipingere. Ma l’artista riuscirà nel suo intento quando, a fine dell’esecuzione, si troverà davanti a dei colori definiti ed avvolgenti, brillanti ed armonici. Inoltre, la sovrapposizione dei colori esalta lo spessore a rilievo sulla tela, facendo ottenere pennellate dense e vigorose, ma mai violente, piuttosto sciolte e sicure. La tavolozza di Liepke è composta da cromie neutre, tra i toni poco squillanti del verde e del grigio. Si potrebbe dire che le sue cromie siano sottovoce e patinate da quella polvere della quale sono fatti i pensieri più reconditi.

“Ballons” – 2017

Così come faceva Degas nel suo studio, anche lui fotografa le sue modelle in momenti rapiti al tempo e poi li rielabora sulla tela in un secondo momento, cercando di perpetuare l’impressione di un attimo. E così come quelli di Degas, anche i soggetti di Liepke ci paiono come spiati attraverso il buco della serratura. Di primo acchito, ci sembrerebbe di trovarci davanti a un esercizio di stile morboso, il solito nudo, il sesso che vende, ma qui il contatto visivo crea un rapporto di empatia con le protagoniste dei dipinti, le quali non risultano né scandalose né volgari, soltanto sensuali nella loro più sadica sincerità – così come fecero Courbet con l’Origine du Monde o, in chiave più floreale e metafisica, la O’Keeffe. La verità delle donne ci viene mostrata con crudo realismo, nella fisicità tangibilmente carnosa, nelle espressioni mal celate, nelle emozioni pure, nei piccoli dettagli mai tralasciabili, nei pensieri censurati che diventano segreti… (spesso, l’artista ricorre anche all’escamotage della ripresa di spalle). Lui tutto questo lo definisce le ombre della notte. Vasco, invece, ce l’ha messo in musica nella sua Albachiara.

“Night Shadows” – 2015

Liepke ci mette davanti , quindi, con irruenza ritratti di donne bellissime – anzi, glamourous, ossia irrestistibilmente attraenti. Qui, è una ragazza mora con labbra laccate di rosso che si diverte più o meno consciamente ad una festa di compleanno (magari, nemmeno la sua). I palloncini sono simbolo di infanzia, di leggerezza dello spirito, di sogni e di allegria colorata.

L’artista ci parla delle donne come creature in grado di provare gioia, dolore e amore nello stesso istante intimo di introspezione. I suoi nudi (che lo sono anche quando rimangono vestiti) sprigionano luce dall’interno – una modernizzazione delle Odalische di Ingres. Femmine: indomite, fiere, feroci, inaccessibili, sdegnose, ma pur sempre e solo amabili.

❤ Miss Raincoat

*°Letture consigliate dall’Unicorno°*

  • “Ingres” di Marco Fabio Apolloni
  • “Courbet” di Jean Jaques Fernier
  • “Donne” di Marta Alvarez Gonzales e Simona Bartolena
  • “Le disobbedienti. Storia di sei donne che hanno cambiato l’Arte” di Elisabetta Rasy
  • “Le donne nell’Arte” in Rivistadada n.37 / Artebambini (per spiegarlo anche a tu* nipote)
“Biker Girl” – 2017

“Teodora” di Milo Manara

Milo Manara, anzi Maurilio, lo conosciamo un po’ tutti. È quel fumettista trentino che è riuscito ad affascinarci con la sensualità delle sue tavole con forme femminili quasi tridimensionalmente palpabili.

La sensualità delle donne di Manara la si ritrova nei dettagli: labbra sinuose, bocche socchiuse, capelli mossi e lunghi, pelle luminosa, nasini accennati, gambe affusolate, lati B perfetti – donne svestite al 99%.

Così, anche la nostra Teodora è quasi nuda, ad eccezione del manto dorato e dei gioielli bizantini.

Il personaggio viene incluso nella raccolta “Il Pittore e La Modella”, un viaggio artistico che Manara compie nella Storia dell’Arte. In questo disegno reinterpreta il mosaico di San Vitale in Ravenna, dove Teodora è rappresentata in posizione centrale con il marito. Per Manara, quindi, la musa – ossia la fonte d’ispirazione – deve essere una donna forte e trasgressiva, non un mero oggetto erotico.

Teodora nasce attrice e muore imperatrice. Teodora aveva un marito innamorato di lei. Teodora e Giustiniano furono una coppia anche nel potere, sebbene avessero pensieri diversi. Teodora fu la prima a parlare di pari opportunità nel divorzio (alla moglie doveva rimanere un quarto del patrimonio) e nell’adulterio (le pene erano le medesime per uomini e per donne).

Insomma, Teodora non era la bambola rotta che ci hanno voluto far credere i cronisti del suo tempo. Teodora non era nemmeno una bambola.

Alcuni dicono che il nostro destino è legato alla terra, che essa fa parte di noi quanto noi di essa… Altri dicono che il destino è intrecciato come un tessuto, cosicché il nostro destino ne intreccia molti altri… È la cosa che tutti cerchiamo di cambiare o lottiamo per cambiare, alcuni non lo trovano mai ma ci sono quelli che vi sono guidati! – Merida in “Ribelle”

❤ Miss Raincoat

“La Grande Odalisca” di Jean-Auguste-Dominique Ingres

Per parlare del mio dipinto preferito, vorrei raccontare una storia, ossia la storia di quando me lo sono trovato davanti in carne ed ossa (più che altro in tela e olio) la prima volta.

M. ha deciso di farmi lo stesso regalo che si fece Carolina, la sorella di Napoleone Bonaparte: mi ha portato davanti alla Grande Odalisca di Ingres. Qualche metro più avanti la Consacrazione di Napoleone I  – nelle pennellate solenni di Jacques-LouisDavid e nelle sue dimensioni piu maestose – provoca la Sindrome di Stendhal a una folla attenta di visitatori. Pero, lui ha voluto che mi fermassi davanti a questa tela di, occhio e croce, un metro di altezza e un metro e mezzo di larghezza.

“Che cosa vedi?” 

“Vedo uno stereotipo. Vedo una bella donna, quasi in sovrappeso, messa in mostra passiva per diletto di chi la guarda. Vedo un corpo troppo lungo, sproporzionato, con qualcosa che non so se e una vertebra in più o un dito pigiato dentro la ciccia, un gesto violento del pittore come per dire “Smettila di tirartela e dammi retta, ca**!“. Vedo dei piedi di una donna pigra, che non e mai stata nei campi o nei letti dei potenti, come invece le muse del Caravaggio – che adooooro. Vedo una donna che si sventaglia con le piume di un pavone, è il suo trofeo. Anche se a lei piace scuoiare vivi i lupi”

Vorrei dire questo, ma dico altro. Davanti a lui mi si fonde sempre il cervello e dico solo scemenze, perché mi fa perdere il controllo e riesce difficile concentrarmi. “È meravigliosa, la sua pelle risalta talmente dal fondo nero dell’enormità della sua stanza, che sembra illuminata dall’interno, una lampadina umana!”

“E tu cosa vedi?” gli domando. Lui si sistema con l’indice gli occhiali sul naso, lo fa sempre quando vuole fare il secchione. E a me questo fa impazzire.

“Vedo una donna consapevole di essere bellissima, senza artifici, per questo si torce senza grazia a guardare negli occhi lo spettatore. È nuda, ma non è in posa; è nuda perché è insolente. Un nudo naturale: lei sta a suo agio senza vestiti. Non piange rimorsi. Non ride giuliva. Aspetta e non fa della sua bellezza un vantaggio, perché non ha godimento né nell’essere preda né nell’essere predatrice. Vedo una donna, appunto”

Rido e lui la prende male, pensava di aver detto qualcosa d’intelligente. “E che aspetta? La luna piena?” domando io troppo ad alta voce nel pomeriggio intellettuale del Museo.

Mi prende per mano tra la gente, tanto nella meraviglia dell’arte che ci circonda nessuno se ne accorgerà. Solo io. Che oggi mi pento di aver riso in quel momento irripetibile.

“Davvero non lo capisci? E la versione femminile del David di Michelangelo. Soltanto che il David, sebbene sia aitante e nervoso, è un uomo nudo. Lui e incapace di custodire l’enigma. Lui si mostra tutto, non accavalla le gambe”.

“Ah, allora è questo che cercate voi uomini in una donna? Ho capito tutto, grazie!” gli rispondo, senza voler affrontare discorsi troppo filosofici. Lui ride e abbassa la mano lì dove Ingres ha pigiato il dito sulla tela. Questa volta arrossisco.

Infondo, anche l’Odalisca era soltanto una schiava.

°In lovin’ memory°

❤ Miss Raincoat

Qui la Descrizione Seria

“Streghe al Sabba” di Luis Ricardo Falero

Il duca Luis Ricardo Falero era un uomo conscio del fatto che la barba fa figo solo se sei già bello.

Inizialmente, obbedendo ai suoi genitori, si arruola nella Marina del Regno di Spagna, per poi abbandonarla e recarsi a Parigi per studiare Ingegneria. Durante un esperimento chimico andato male, però, decide di dedicarsi esclusivamente al suo hobby artistico e di trasferirsi a Londra, seppur continuando ad essere fortemente interessato all’astronomia e alla simbologia celeste.

Falero affronta il nudo femminile non solo come soggetto, ma soprattutto come tema. Le femmine che rappresenta, odalische senza tempo, sono sensuali ed allegoriche al contempo. Il pittore (che nel palmares ha pure un figlio concepito con la cameriera/modella sedotta e abbandonata) sosteneva di essersi approcciato al nudo femminile non  perché sia oggettivamente difficile da rappresentare (lui arriva a un risultato di voluttà quasi palpabile), bensì perché è la più perfetta espressione della bellezza delle donne

Un altro interesse dell’artista è quello per il sovrannaturale. Streghe, incantesimi e fate lo influenzano a tal punto che la sua carriera giunge all’apice con “Streghe al Sabba” del 1878. Come per dire che le donne sono bellissime ma anche stro***issime. E ti portano giù in quel mondo oscuro con loro. Però volando. Mi sa che gli uomini ci vedono così, bimbe!!!

Si pensava che, nella notte tra sabato e domenica, le donne che avevano rinnegato la Fede Cristiana e abbracciato quella di Satana, cavalcassero caproni o scope volanti per recarsi a queste feste, i Sabba, un misto tra orge e banchetti, presso luoghi nascosti e tenebrosi come cimiteri o precipizi. Il Diavolo, al quale le streghe mostravano particolare devozione soprattutto tramite favori sessuali, aveva fattezze mostruose alla metà tra un uomo e un caprone dotato di artigli. In questa composizione, le donne anziane o già deviate (con occhi indemoniati e capelli scuri), cercano di portare alla perdizione le vergini (con i capelli più chiari). Un draghetto (simbolo del peccato) insegue una ragazza a braccetto con Satana(il quale è conteso, anche se tanto affascinante non è) ed è a sua volta inseguito da un’anima già morta e dannata, che trascinerà tutti all’Inferno. La stessa fanciulla è rincorsa da una vecchia, imbruttita dai peccati che ha commesso. Le streghe di Falero sono accompagnate da gatti (simbolo delle tenebre dell’istinto) e da pipistrelli (simbolo di lussuria opportunista). Nell’angolo di destra, quasi nascosto, lo scheletro di un pellicano (simbolo dell’amore cristiano, però morto e rovesciato).

Delle Streghe in Valtellina ne abbiamo già parlato qui.

Il sentimento che, invece,  suscita in me quest’opera è che la vita è una sola e le monete migliori con le quali spenderla spettinano (cit. Mafalda). Non a caso, mi viene in mente questa poesia del maledetto Arthur Rimbaud che s’intitola “L’ho Sognato per l’Inverno“:

A XY,

Quest’inverno ci metteremo in un piccolo vagone rosa/con dei cuscini blu./ Staremo bene./Lì dove riposa un nido di baci folli/ in ogni morbido angolino/

Chiuderai gli occhi, per non vedere, dal finestrino/ le ombre della sera digrignare i denti/come mostri arcigni, plebaglia/ di neri demoni e di lupi neri/

Poi sentirai un solletichio alla guancia…/ un bacino, come un ragno impazzito,/ti correrà su per il collo/

E tu mi dirai “Cerca!” abbassando la testa/  – E ci prenderemo il tempo per cercare quella bestia/ – che non si fa mai trovare/

Nel vagone, 7 ottobre 1870

Di Maledettesimo abbiamo già parlato qui.

Sarà un inverno da baciare!!!

❤ Miss Raincoat

 

 

“Syrinx” di Arthur Hacker

Il dio Pan, scanzonato ragazzaccio sempre in giro per le Selve, s’innamora di Syrinx, Ninfa degli Alberi e vuole averla a tutti i costi. Mentre la sta inseguendo lei, schifata dalla metà caprina del fauno, si rifugia in un canneto e chiede alle Ninfe dell’Acqua di essere trasformata in una canna. Pan, sconsolato, ricava dalla metamorfosi di Syrinx il primo flauto. – [dalle “Metamorfosi” di Ovidio] per leggere la storia completa

Arthur Hacker fa parte degli artisti classicisti di Epoca Vittoriana. Questo fu un periodo storico talmente moraleggiante che i nudi accettabili erano soltanto quelli accademici, raffiguranti Miti o il Passato Pagano (Mentre il mercato della pornografia di contrabbando fioriva di pari passo!!!). Non a caso, il movimento artistico coevo dei Preraffaelliti inneggiava la disinibita donna con i capelli rossi.

“Ecce Ancilla Domini!” di Dante Gabriel Rossetti

Questo dipinto potrebbe sembrare solo un mero esercizio di (molto) stile. L’artista, infatti, ci dona un nudo veramente molto plastico e con una texture precisamente levigata, quasi palpabile. La figura femminile è solenne, come una statua e i suoi sentimenti di paura traspaiono appena: l’emozione è quasi soffocata dalla grande precisione d’esecuzione. Eppure sappiamo che Syrinx, casta, si vede obbligata alla trasformazione per sfuggire allo stupro. Il drappo nero, oltre ad esaltare il candore della pelle, è simbolo di lutto di un corpo già immerso nell’acqua.

Hacker, uomo che aveva viaggiato in Spagna ed in Africa, non era un uomo offuscato dai preconcetti dei suoi contemporanei, ma temeva sicuramente la censura e voleva /doveva guadagnare tramite un’arte che fosse “alla moda”. Comunque, con un pezzo di stoffa scura, che nemmeno copre la nudità della ninfa, cela e scopre il Lato Oscuro dell’Età Vittoriana.

Un’Era durante la quale le donne, appunto, sono morte, non esistono. La moglie perfetta dell’high society, consegnata integra al matrimonio, doveva considerare la propria sessualità un obbligo morale senza piacere, poiché il suo godimento era la felicità di suo marito. L’uomo, d’altro canto, aveva il diritto o di disporre del corpo della moglie o di dilettarsi con le prostitute di bassa estrazione sociale (alcune famiglie povere si vedevano costrette a vendere le figlie vergini).

In un’epoca in cui parlare di sesso era vietato, perciò, Hacker nasconde in un nudo “facile” una denuncia sociale elegantemente femminista.

*1892 – Manchester Art Gallery

“Apri le gambe e pensa all’Inghilterra” – cit. attribuita alla Regina Vittoria

❤ Miss Raincoat