“La Malinconia di Penelope” di Angelika Kauffmann

Angelika Kauffmann è stata una pittrice della seconda metà del Settecento, stimata ritrattista, nata a Coira, nei Grigioni (Svizzera). Passò la sua infanzia da bambina prodigio nella mia Morbegno (Sondrio) e, sebbene diventò una donna di mondo, ben calata nel clima dei salotti europei, rimase una semplice ragazza svizzera alla ricerca dei colori dell’arcobaleno, nonostante vivesse in un mondo ancora troppo maschio.

Con suo padre, un discreto pittore al servizio della borghesia e della nobiltà tedesca, viaggiò molto e, durante un soggiorno veneziano, conobbe la moglie dell’ambasciatore inglese, che la convinse a lasciare l’Italia senza papà. Sua madre era già morta a Milano qualche anno prima, purtroppo.

A Londra ci passò ben quindici anni di vita mondana senza risparmiarsi il gossip sulle sue relazioni. Una presunta fu con il pittore conterraneo Füssli. Una appurata fu con Joshua Reynolds, fondatore della Royal Academy. La relazione con quest’uomo magnetico più grande di lei e allergico al matrimonio ma non alle donne non passò inosservata, tant’è che Nathaniel Hone, pittore in polemica con Reynolds, dipinse un quadro (“Il Congiurato”) con il quale, per averla vinta, svergogna la situazione mettendo in cattiva luce anche Angelika.

Era il 1775. Arrivò papà Kauffmann a mettere un po’ d’ordine. Angelika sposò di fretta un conte svedese, che non era il conte Hans Axel Von Fersen, bensì un impostore che fuggirà con tutti i risparmi. Dopo l’annullamento, Angelika avrà un secondo matrimonio con un pittore veneziano amico di suo padre e un amore segreto mai corrisposto con Goethe. Goethe apprezzava la sua arte, ma in modo compassionevole e la giudicava in maniera impietosa, anzi, direi maschilista. Disse “Hai il genio solitamente riservato agli uomini”. Grazie al c***!

Ma torniamo al 1775.

1775 ca. – 26*21 cm – olio su rame – Wolverhampton Art Gallery

La “Malinconia di Penelope” si colloca in questo periodo. Angelika e Joshua sono al centro del gossip e si allontanano definitivamente, dopo il matrimonio con il conte.

La Penelope rappresentata piange, è addolorata. Dopo aver atteso per vent’anni senza dubbio e senza tradimenti l’uomo che ama comincia a pensare che non tornerà più. Atena, la dea della Ragione, l’ha convinta a lanciare una sfida tra i suoi pretendenti: chiunque riuscirà a fare centro nelle dodici scuri tramite l’arco di Ulisse, un’arma che solo lui sa maneggiare, avrà lei come bottino.

La Penelope in cui si rivede la Kauffmann è vestita di bianco sporco, non più vergine, coperto dal blu cyan, un colore che simboleggia la sofferenza e il dolore. Inoltre, è seduta su un divano rosso, il trono della vera passione. Il talamo di Ulisse e Penelope aveva un segreto che conoscevano solo loro due, era poggiato su un tronco che lo rendeva inestirpabile; qui, di fatto, c’è una colonna che simboleggia quel per sempre che, per quanto si siano dovuti allontanare a forza, legherà Angelika a Joshua. Ai piedi di Penelope ci sono solo tre delle dodici scuri e tre, per i Greci, erano i livelli dell’unione tra due persone: la passione, l’affetto e l’amore. Dipingerli ai piedi vuol dire buttarli via. Inoltre, la loro posizione a croce e a freccia rappresenta appunto l’unione maschio – femmina, di Afrodite e Ares (la tresca più famosa del Mito, finita malissimo per gelosia…). Penelope, infine, porta una collana, iconografia dell’appartenenza a un altro uomo, così come l’atto di incrociare le gambe e il velo in testa. Vaffanculo, Cupido!

Miss Raincoat

Angelika Kauffmann

“Nessuno ha mai indovinato che il mio corpo era intento e teso, nessuno ha mai indovinato il bisogno che provavo di offrire il mio essere, completamente, ad un altro essere”.

“La Sorgente” di Jean Auguste Dominique Ingres

Dante, a naso, diceva che l’Amore move il sole e le altre stelle. Come contraddirlo? Il resto fa solo girare i co***i! Buon San Valentino ai fans degli Unicorni!

1820/56 – olio su tela di canapa – 163×80 cm – Museé d’Orsay (Parigi)

Quest’opera fu iniziata a Firenze (se notiamo, il tema è alquanto italianamente rinascimentale, sulla scia di Sandro Botticelli) e finita, in un secondo momento, a Parigi. Fu mostrata al pubblico quando Ingres, pittore belloccio assimilabile a Luca Argentero, era già un professionista di fama, molto copiato e con molti followers. Questa tela è considerata l’apice della sua esperienza nel Neoclassicismo, benché sia stata rivisitata anche dai colleghi delle Avanguardie, come Picasso e Degas.

Io la considero, più che iconica (perché di Ingres io conosco bene le Odalische), particolare. Ha delle dimensioni prevalentemente verticali, che la volevano collocata nel contesto di un’alcova (beh, in effetti il tema della “sorgente” – lì da da dove tutto inizia – ci sta); ha una base in tela di canapa (la quale conserva l’ineccepibile brillantezza dei colori nel tempo, firma indiscussa di questo artista) ed è una sorta di featuring, in quanto Ingres si avvalse della collaborazione di due suoi allievi per lo sfondo e il vaso.

Il modello iconografico è quello della Venere Pudica. In molti pensano che questo modo di rappresentare la dea dell’amore e della bellezza comporti necessariamente il fatto che lei si copra le vergogne. Al contrario, è un preciso scatto della vita intima della dea, cioè il bagno (simbolo di purificazione), quindi un modo di rappresentare un nudo non cafonazzo. Un porno poetico.

Le donne che rappresenta questo pittore, a mio avviso, sono le più sensuali di tutta l’Arte. Ingres le dipingeva sinuose e quasi innaturalmente allungate, in modo da ricercare delle linee arabeggianti. Inoltre, questo artista fa dei miracoli con i colori. L’incarnato delle sue muse risulta luminoso e vellutato, che sembra illuminato dall’interno, caldo, come se si potesse (quasi) toccare con mano. Ma non si può! In questo caso specifico la protagonista ha una posa esagerata, sembra quasi una statua messa in una nicchia di roccia, un naos greco, la cella sacra dove potevano entrare solo i sacerdoti del tempio.

L’elemento simbolico di questa composizione è l’acqua. La modella impersonifica una naiade, una ninfa delle acque dolci, immortale, guaritrice e profetica. Lei è la sorgente, sottomessa alle forze della Natura, ma che al contempo riesce a maneggiarle per creare l’amore e la vita. Di fatto, è lei che divide in tre l’acqua che sgorga dal vaso (simbolo del ventre): le grazie che poteva offrire la donna a un uomo, splendore, gioia e prosperità. L’acqua viene dipinta in un modo che fotograficamente definiremmo “con tempi di esposizione lunghi”, ossia spumosa e palpabile – come a dire che, anche se tutto scorre, per certe cose, per quelle là, ci si deve prendere tempo…

Il tutto è incorniciato da alcune specie floreali non scelte a caso. La margherita a destra è il fiore dell’innocenza; il narciso a sinistra è la vulnerabilità davanti all’uomo che vuole cogliere il fiore; infine, in alto, l’edera che tutto infesta: le emozioni forti e ingovernabili, l’estasi, ma anche la rigenerazione.

La modella era la giovane figlia, ipotizziamo quindicenne, della portinaia di Ingres. Alcuni critici dissero che il prezzo che la ragazza dovette pagare al pittore per vedere il suo sogno d’innocenza immortalato sulla tela per sempre fu la sua verginità. Parla, la gente purtroppo parla. Pensiamo soltanto a Paolina Borghese, la quale, qualche anno prima, fu scolpita da Canova praticamente senza veli su un materasso. Circolavano vari gossip sul quello che era avvenuto su quel divano, ma l’arguta principessa la chiuse così “Sì, certo, ero nuda davanti ad Antonio Canova, ma la stanza era abbastanza riscaldata!”.

Miss & Mr Raincoat

“Ragazza che Legge” di Franz Ebyl

Oggi, giornata ventooooosissima, voglio farvi vedere un dipinto che io considero senza tempo…

1850 – 53×41 cm – Galleria del Belvedere (Vienna)

Franz Ebyl (1806 – 1880) era nato il Primo Aprile e ciò gli portò molta fortuna, tant’è che prese residenza nel Belvedere di Vienna. Vita natural durante, fu un pittore di fama, in più uno dei ritrattisti più famosi e prolifici dell’Ottocento austriaco. Riposa nel Zentralfriedhof, insieme ad altri famosissimi suoi conterranei, per esempio il musicista Beethoven.

Potrebbe essere solo una ragazzina, una donna acerba, che sta leggendo il Cioé.

Ebyl era un pittore che risentiva di un grande influsso del Romanticismo, declinato nella ritrattistica con una ricerca volta alla minuzia realistica dei particolari e all’accento sulle qualità spirituali dell’individuo, ossia il concetto di sublime (non è bello ciò che è bello, ma ciò che risveglia i valori etici, ciò che sarebbe bene fare).

In Arte, spesso, la figura femminile che legge è una donna sessualmente matura e spesso nuda. In questo caso, la nostra protagonista è una ragazzina in pubertà in sottoveste candida, la quale accenna la scopertura di un corpo ancora crudo e sapientemente lo cela al contempo – come se il pittore la volesse dipingere in un momento di comodità interiore, un momento di tempo libero dedicato a sé stessa (la stanza tutta per sé di Virginia Woolf).

Probabilmente, la ragazzina non è nemmeno di estrazione sociale alta (è la contadinella facilmente infinocchiabile, un luogo comune nell’Arte for men only). Non porta gioielli importanti se non un laccio attorno al collo il quale ricorda molto il cosiddetto Nodo d’Ercole, quello che veniva legato al collo delle spose dell’Antica Roma e poi sciolto dallo sposo durante la prima notte. Capiamo, così, cosa cela e scopre la camicia che non riesce a stare più stabile sulle spalle eburnee della protagonista, una verginità in bilico, ormai…

Secondo me la chiave dell’opera sta tutta nella contrapposizione di ciò che fa la mano destra (la purezza) e della mano sinistra (il peccato).

La mano destra è poggiata sul petto, protegge il cuore e la sfera emotiva, scossa da qualcosa di violento e sconosciuto. Sicuramente, la ragazza sta leggendo una di quelle intriganti storie d’amore (è proprio a metà del libro – quello che nelle serie tv è chiamato il midseason finale) che cominciavano ad andare di moda in quegli anni, a me viene in mente “Emma” di Jane Austen – il libro viene tenuto in mano con la sinistra, però.

Sempre il braccio sinistro è adorno di un triplo giro di coralli. Il corallo, prima di tutto, è simbolo dell’arrivo delle prime mestruazioni, quindi il passaggio da bruco a farfalla. Il corallo è anche il colore che segna l’unico picco cromatico del ritratto sui toni terrosi dell’ocra: lo troviamo sulle labbra (simbolo indefesso di sensualità), sulla poltrona (simbolo del dolce far niente) e appunto sul bracciale (simbolo di legame tra pittore e modella). Il tre giri possono alludere alle tre fasi ineluttabili della vita della donna: sbocciare, fiorire e appassire (anche qui, un pizzico di maschilismo da parte del pittore quasi cinquantino…).

Un particolare che potrebbe rimanere trascurato, in quanto gioca sull’armonia dei colori primari, è quel foulard sul braccio destro. Prima di tutto il dono di un fazzoletto, in tempi antichi, era il rito del primo approccio sentimentale. Inoltre, quel lembo di stoffa, per pudicizia, in pubblico serviva a celare i capelli.

Nei capelli, per giunta, c’è il significato più profondo di quest’opera. C’è il pensiero di quest’uomo pittore sulle donne. La ragazza ha i capelli corvini, anzi “di serpente”, come Medusa – quella divinità bellissima e mostruosa che sapeva pietrificare gli uomini solo con lo sguardo (era stata Atena a trasformarla così, per invidia o per gelosia…). Una donna, capace di terrorizzare e di sbalordire, secondo Ebyl è intrappolata in questo suo dualismo, in questo suo potere a doppia lama. L’unico a riuscire a sconfiggere il mostro, nel mito, è Perseo e ci riesce guardano Medusa, non negli occhi mortali, ma attraverso il suo riflesso nello scudo (quindi, parafrasando, solo gli artisti riescono a maneggiare le donne senza risentire del maleficio); così, la decapita e, dal sangue che cola dalla testa, nasce il corallo (che la ragazza del dipinto porta come gioiello). Lo scudo per il pittore è il libro, in questo caso: la ragazza guarda all’orrore, ai demoni interiori, al peccato, cioè al sesso, attraverso le parole – in questo modo le sembra tutto meno spaventoso e mostruoso. Lui, da buon Perseo, la sta iniziando all’Arte (Quale? Lasciamo il libero arbitrio dell’opinione al Lettore!).

Sono tutti romantici con i libri degli altri 🙂

❤ Miss Raincoat

Daria Bignardi

Le donne che leggono sono pericolose. Perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre una via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro si innamorano di un altro libro, di un’altra storia e ti abbandonano…

“La Grenouillère” – Monet VS Renoir

Siamo a Croissy-sur-Seine (che fa molto Cernusco sul Naviglio, pardon), a una ventina di chilometri da Parigi. In mezzo al letto della Senna, appunto, c’è uno storico isolotto sul quale, nell’Ottocento, si potevano trovare un chiosco alla moda e uno stabilimento balneare. Qui, su questa sorta di zattera (che mi ricorda anche quel quadro di Géricault), durante l’afa estiva, la borghesia parigina si concedeva refrigerio e svago. Ai più informati, questo rinomato lembo di terra, era conosciuto come la grenouillère, lo stagno delle rane – chiamato così per la sua musica, il vociare delle ragazze in vena di chiacchiere inconsistenti. Ovviamente, questa località turistica diventò l’epicentro della vita moderna, quella di Baudelaire e degli Impressionisti, meravigliosa, poiché transitoria e fatta di secondi inimitabili. In questo clima, durante l’estate 1869, due amici e colleghi pittori, piazzano due cavalletti, uno accanto all’altro. In un paio d’ore ci sviluppano la stessa personale istantanea dello stesso momento…

“La Grenouillère” Claude Monet
*** 1869 – olio su tela – 74,6 x 99,7 cm – MOMA di NY

La pennellata è molto liquida (e non ha nulla a che vedere con quella delle famose Ninfee, dipinte in un altro stadio della sua vita) e le tonalità, senza essere tenui, sono sbiadite e giallognole. Le figure delle persone, appena abbozzate, diventano quasi inconsistenti, è una folla che passa in secondo piano, delle chiacchiere in sottofondo. Il vero focus del pittore è sulla natura, specificatamente la protagonista è l’acqua. Il fiume scorre piano e, sulla sua superficie mossa, tremola la luce del sole – come se Monet volesse rappresentare lo scintillio di una giornata d’estate dal ritmo lento, ma non noioso. La visione è d’insieme, ripresa da lontano, come la Vita in Vacanza dello Stato Sociale.

La Grenouillère – Pierre Auguste Renoir
*** 1869 – olio su tela – 66 x 81 cm – Museo Nazionale di Stoccolma

La pennellata è molto decisa, in primo piano è corposa e sullo sfondo diventa più sfumata. La tavolozza, come sempre nelle opere di Renoir, è molto vivace. Di fatto, la sua visuale è molto più in primo piano rispetto a quella del collega e taglia anche alcuni dettagli dall’inquadratura, come le barche. Infatti, per lui la gente è la protagonista della sua scena, molto più delineata individualmente rispetto alla folla di Monet. Anche Renoir dà attenzione ai riverberi della luce sulla superficie instabile del fiume, ma la usa come escamotage: i colori spumeggianti dell’acqua sono specchio di una gioiosa giornata di vacanza, che lui vorrebbe non finisse mai come Giuliano dei Negramaro.

I due pittori, amici fraterni, hanno due modi affini e divergenti di affrontare e interpretare la loro corrente artistica, l’Impressionismo. Questo filone artistico, attento alla ricerca cromatica e luministica, voleva cogliere l’istante di un momento passato all’aria aperta. Monet era un tipo più riflessivo, tendenzialmente rimuginante e che detestava l’appariscenza. Lui, nell’Amore, ricercava la luce, l’intesa, la complicità. Era vedovo, si era risposato con Alice, ma entrambi sapevano che era ancora innamorato di Camille, la prima moglie. La sua famiglia lo aveva abbandonato quando lui decise di sposare questa donna umile, di un’estrazione sociale più bassa della sua. Eppure, fu un amore passionale e tormentato, soprattutto per le rinunce -il pittore era rimasto praticamente senza soldi, vivevano d’amore ed espedienti… Renoir, invece, era un uomo divertito dalla vita che non nascondeva la sua passione per le belle donne. Sua moglie, Aline, una rossa dal fisico perfetto, aveva vent’anni meno di lui. Sicuramente non fu un marito fedele, ma lei – indiscutibilmente – fu sempre la sua unica vera musa, l’eterna ragazzina sorridente che coccola i cagnolini. Ad Aline chiesero in tanti di ripensarci, però a lei piaceva lui, quell’artista vecchio, povero e brutto ma tanto affascinante.

Miss Raincoat

Max Gazzé

L’Amore non esiste. Esistiamo io e Te.

Valtella in Love

883 – “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”

Solita notte da lupi nel Bronx/ Nel locale stan suonando un blues degli Stones/ Loschi individui al bancone del bar/ Pieni di whisky e margaritas/Tutto ad un tratto la porta fa slam/ Il guercio entra di corsa con una novità/ Dritta sicura: si mormora che/I cannoni hanno fatto bang…

Introduzione da karaoke facile, per introdurre il tema odierno: in Valtellina, se vuoi innamorarti di un essere magico a caso, puoi. Altro che le repliche di Harry Potter su Italia Uno…

Il Gigiàt della Valmasino

Il Gigiat è un uomo peloso, una sorta di essere umano gigantesco con le corna e le zampe da stambecco. Questa creatura non è stata tradita dalla moglie, anzi, è un tipo molto libero, considerato il Guardiano delle Alpi. Il nostro Gigi è molto atletico, si diverte a saltellare tra le rupi e non dorme mai. Non è offensivo, punisce solo chi non rispetta le montagne con scherzi pesanti. Riesce bene anche a farsi amare dalle donne, che per lui nascondono castagne, noci e cacio per le foreste. Insomma, è il macho delle Alpi Retiche! 🙂

Il Giuèt di Caldenno (Berbenno di Valtellina)

Il Giuet è una sorta di basilisco, un serpente con il muso di drago, che si fa avvistare nelle estati sugli alpeggi sopra Polaggia, frazione di Berbenno. Molti lo scambiano per un neonato: il suo aspetto lo fa sembrare un bambino in fasce colorate e il suo fischio ne ricorda un vagito. Essendo ghiotto di latte, alcune donne che avevano appena partorito, lo hanno anche nutrito dal loro seno. Qual è la differenza? Che questo mostro non si ferma nemmeno davanti all’amore materno: il suo sguardo fa cadere chiunque in un sonno profondo, fino alla morte. Si narra che dentro al Giuet siano state imprigionate da Dio le anime dannate dei Protestanti di Berbenno, degli eretici, uccisi durante il Sacro Macello – che così si vendicano con i Cattolici. La mia professoressa di Francese delle Medie era convinta di averne tenuto in braccio uno 🙂

Miss Raincoat

883 – “Nord Sud Ovest Est

Viso pallido ti sta ingannando/ Non la troverai/ Sono mesi che stai cavalcando/ Dimmi, dove andrai?

Valtella in Love

La Befana Vien di Notte

Befana è il soprannome di una vecchietta malconcia che si chiama Epifania, appunto perché solita far visita nelle nostre case la notte dell’Epifania (quando i Re Magi vanno a portare i doni a Gesù, in pratica). La sua tradizione è molto antica, di quelle popolazioni barbare che vivevano inverni lunghissimi e ne festeggiavano la fine (tipo a Selvetta), poi presa in prestito dai Romani (che introducono il suo potere di volare sulla scopa). La figura della Befana, oggi, oltre nella tradizione dei doni ai bambini, permane nei riti popolari come il nostro “Brusa la Vegia” – si brucia l’anno vecchio, con annessi i dispiaceri, per propiziare una primavera feconda.

Delle feste natalizie, la Befana è il mio personaggio preferito. Perché lei valuta pragmaticamente se sei stat* brav* o cattiv* e ti lascia quello che ti meriti. Ma in Valtellina mica ci potevamo accontentare, anzi al bambino valtellicus alfa non potrebbe mai fare paura una vecchina così, come tante…

La Pelarola

Luoghi d’avvistamento: Albosaggia, Val Tartano e Buglio in Monte

Si tratta di una diavolessa che scortica la pelle, lembo a lembo, per cibarsi. Le sue vittime sono le donne, soprattutto quelle che filano la lana di notte o di domenica. In tal caso, come non ricordare la fiaba della Bella Addormentata? Il fuso rappresenta il menarca, l’entrata nella vita adulta e il risveglio della sessualità; la Pelarola era un monito per le donne a rimanere pudiche. Generalmente, viveva nella sua caverna, dalla quale usciva a caccia di prede nel lasso di tempo tra le due Ave Maria (cioè dalle 18:00 alle 06:00).

La Mata Selvadega

Luoghi d’avvistamento: Val Masino (*al contrario della Pelarola è morta, tranquilli!)

In pratica, è la versione femminile dell’Homo Salvadego. “Mata“, del resto, non significa “matta“, bensì “matèla” (termine dialettale, preso dal francese, vuol dire “ragazza“); “selvadega“, come per il suo corrispettivo maschile, vuol dire sia “dei boschi” sia “solitaria“. Era una donna temibile, cupa, intimidatoria con i bambini capricciosi. Viveva lungo i sassi del torrente Màsino e, anche lei come la collega Pelarola, se ne usciva al tramonto a caccia di bambini da cucinare. Un giorno, un bambino quasi adolescente prende coraggio e va a trovarla nel suo nascondiglio con una brenta di vino, della quale lei era ghiotta. Lei glielo disse: < Torna a casa, per il tuo bene! >. Lui le offrì il vino e lei, subito, si avventò sul suo bottino; il ragazzo, così, ne approfittò per darle un calcio e farla annegare nel fiume. * Esprimo la mia opinione: la Mata era una che faceva paura, è vero – ma questa fine non se la meritava affatto!

Miss Raincoat

Barbara Gavallotti, divulgatrice scientifica- Intervista su Vanity Fair 16.11.2020

Qualcuno mi ha chiesto come potessi parlare di scienza “con quella faccia da befana”. Quando mai qualcuno direbbe una cosa simile ad un uomo? Tra l’altro le giornaliste non devono mica proporsi come modello estetico, che importa la nostra faccia? Ho trascorso decenni di vita a studiare, a imparare, a raccontare. Se avessi vent’anni l’obiezione sarebbe “non sei preparata” o “cosa parli a fare che ti sei appena laureata”. O siamo troppo vecchie o siamo troppo giovani, non andiamo mai bene.

“Le Lacrime di Freya” di Anne Marie Zilberman

Anne Marie è una bionda incazzosa (forse bisognerebbe depositare questo marchio e farci del grano :D). Di professione grafica pubblicitaria (tra cui per la maison Kenzo), è un’affermatissima e iconica interprete dell’Arte Contemporanea. A cosa deve la sua fortuna? A un’attribuzione falsa – qualcuno si svegliò un giorno e sentenziò che la sua Freya fosse di Klimt, dimenticandosi che mater semper certa est pater nunquam. Cosa mi piace di lei? Non ha colto l’occasione per mettere sul commercio stampe sterili (per non trovarsele anche sulla scatola dei Tampax) e ha continuato a voler vendere solo gli originali.

** Il vero titolo dell’ opera non è “Le Lacrime di Freya”, ma “Le Lacrime d’Oro”

In effetti, Klimt lo conosciamo tutti. Almeno per via del Bacio e dei noti cioccolatini. Nell’opera della Zilberman troviamo la stessa atmosfera onirica e sensuale. Come per dire “lo so chi ti viene in mente mentre pensi alle cose zozze”. Inoltre, troviamo la stessa onnipresenza dell’oro, non come colore ma come materiale (è una fogli d’oro, non una cromia ocra), presa in prestito dall’Arte Bizantina, divina e sovrannaturale – io l’ho sempre definita l’arte della smaterializzazione, in cui con l’opera si va a togliere la pesantezza materiale al colore, facendolo diventare leggero, solo luce.

Però, con uno sguardo più attento, capiamo che la mano è diversa. Per Klimt l’oro è come pioggia, il privilegio che un uomo può avere nell’entrare dentro alla sessualità di una donna senza farlo con quella nota parte del corpo, il fare sesso anche quando non lo si sta facendo. Per la Zilberman è anche emozione preziosa, lacrime non necessariamente di tristezza, sensazioni così immense e vivide che il corpo non sa contenere e, allora, le butta fuori. Altre differenze sono il trucco pesante (Klimt accentua solo le gote) e la pennellata fluida e delicata (Klimt ha un tocco più virile, rapido e sintetico).

In gergo, si chiama primissimo piano. L’inquadratura di questo dipinto stringe sul viso di una donna con la pelle diafana, le labbra rossissime e i capelli così biondi da sembrare fili d’oro. La parte destra della chioma, quella razionale e dritta, nasconde l’occhio; quella sinistra, irrazionale e ribelle, non cela l’occhio chiuso, emozionato, che non trattiene le lacrime, non fluide, ma metalliche e di ventiquattro carati.

Freya è un personaggio della mitologia scandinava, in particolare quella norvegese. Lei, bellissima, è la Regina degli Elfi. Il fatto che sia protettrice dell’amore, della fertilità, della guerra, della seduzione, della morte e della profezia, mi fa ricordare la nostra latina Diana, sorella di Apollo. Tuttavia, su al Nord, Freya è sposa di Odur, che come Apollo traina il carro del sole. Freya non si lamenta del fatto che lui di giorno sia impegnato nel suo viaggio per i Cieli, sa che gli Dei hanno dei compiti inderogabili e privilegiati. Ma ogni volta che suo marito se ne va o torna a lei scappa una lacrima…

Così, con queste lacrime di commozione, Freya crea i colori più bluastri dell’alba (la malinconia del saluto in uscita di Odur) e quelli più rossi del tramonto (la passione del saluto al ritorno di Odur). Freya ci insegna come ama una Regina, lasciando andare anche senza certezza che la persona torni indietro, complice, mai gelosa, sempre con la corona in testa. E quando Odur ritorna di spontanea volontà, appunto, è la golden hour / e non ti preoccupare per il mio mascara (riesco a trovare della cool-tura anche nella Lamborghini, eh!).

La vera ragione per la quale il tramonto lo vediamo più arancio e l’alba è più lilla va ricercata nel cosiddetto effetto Scattering di Rayleigh, ossia per una ragione fisico-scientifica che ha a che fare con la lunghezza delle onde dei raggi di luce e che io non so spiegare altrimenti non sarei qui… Sappiamo che la maggior parte dei miti di qualsiasi tradizione nasce per spiegare all’umanità le questioni difficili della Natura. La nostra artista, invece, lo usa come metafora dell’ipersensibilità, quei sentimenti talmente forti che sembrano fondersi con i fenomeni atmosferici. Per ogni goccia vorrei diluvio sopra ogni cosa.

Ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che sarebbe più consono che tu veda la vita in rosa. Ma tu osa. Vedila in oro, sii orgoglioso di essere ipersensibile. Gli unicorni esistono. Non tutti quelli che errano si sono persi .

Miss Raincoat

“La Medicina” di Gustav Klimt

Gustav Klimt

“Ne ho abbastanza della censura. Adesso faccio da me. Desidero liberarmi da tutte queste stupidaggini che mi impediscono di lavorare”
430 x 300 cm
olio su tela
1901-07
(ricostruzione by Google)

L’Università di Vienna aveva commissionato a Gustav Klimt un ciclo pittorico che celebrasse e rappresentasse tranquillamente l’utilità delle facoltà insegnate nell’ateneo: la Filosofia, la Giurisprudenza e, appunto, la Medicina. Lui si mise anche d’impegno, con il suo solito essere schivo e poco autocritico. Fu la critica a distruggerlo: gli disse che sarebbe stato motivo d’imbarazzo per l’Università perché la sua opera era indecente e rasente alla pornografia.

I tre dipinti, detti appunto i Quadri delle Facoltà, non trovarono mai né pace né una collocazione stabile, nessuno li voleva perché erano macchiati di peccato, finché non arrivarono nel Castello di Immendorf, l’umile dimora di un collezionista. Nel 1945 scomparirono dall’esistenza durante un incendio appiccato dalle truppe tedesche in ritirata. Gli unici fotogrammi a colori che erano rimasti appartenevano alla Medicina, ricostruita tramite l’intelligenza artificiale da Google nel 2021.

Il dipinto non è rassicurante, è un’oscura profezia.

Siamo davanti a un ammasso di corpi nudi, disposti a grappolo (simbolo di Passione, del tormento esistenziale), i quali rappresentano gli stadi della vita: nasco, cresco, imparo cosa sono il godimento e la sofferenza, mi riproduco, invecchio, muoio. Queste figure, più che volare, fluttuano nel cielo. Il soggetto più centrale è la Morte, che cerca di avvolgere tutte le altre figure con un velo scuro. La donna a sinistra rende la composizione (e lo scorrere della vita) asimmetrica. Rappresenta la liberazione dal dolore, che con il suo braccio sembra imitare la Creazione di Adamo di Michelangelo. A differenza dell’uomo, una donna, con la sua spinta generatrice, è capace di abbandonarsi all’amore senza riserve (l’uomo è di spalle, perché si vergogna del fatto che la virilità non è nulla al confronto di questa forza-femmina). L’uomo rappresenta parimenti l’unione di opposti che, conciliandosi tramite il sesso, crea la vita (il bambino ai piedi, protetto dal velo trasparente, quello della vita, si oppone alla Morte). L’Amore è la vera medicina.

In primo piano c’è Igea, inespressiva e regina, l’impersonificazione femminile della Medicina. Volge le spalle all’umanità, lei è indifferente al dolore perché non lo conosce. Pensiamola un po’ come l’Oki. Veste di rosso, è fedele e casta come solo la Scienza può essere. La sposa romana, come lei, indossa il flammeum, questo velo rosso che la mostra vergine, pura e immune – con il quale Igea cerca di coprire maldestramente l’umanità come fa la Morte, sono avversari in questo. Igea disseta il serpente con la coppa della vita, per quanto la medicina cerchi di ristabilire la salute, non riesce a rendere irreversibile la morte. Si dice che solo alla morte non ci sia riparo e che, davanti al tempo dell’Universo,l’uomo non abbia che le dimensioni di un granello di sabbia. Per questo l’umanità brancola nella disperazione. Meno male che c’è la vagina, diceva Klimt!

In effetti, le donne che ci mette davanti sono nude e crude e una è addirittura in stato interessante (mi sono sempre chiesta perché, se è interessante, vada coperto). La malizia è negli occhi di chi guarda, di solito. A dire il vero, l’accusa che gli si muoveva era soprattutto l’essersi disallineato con il pensiero della committenza, di non parlare di Medicina in termini di prevenzione e cura. Gli dissero che il suo dipinto era scabroso e, allora, ci mise dentro tutta la sensualità che sapeva dipingere, contorta, ambigua e ammiccante.

Klimt.

L’uomo che vedeva la vita in oro, il colore che più rappresenta la caducità della vita. Vivitela adesso, al massimo; la ricchezza non te la puoi portare dietro. Ossia, come se la sessualità fosse un semplice ma esaustivo modo per ingannare il tempo che ci separa dalla notte eterna, il buio senza brillantini.

L’uomo che amava le donne fino ad averne paura. Nel suo studio trafficavano parecchie donne della borghesia viennese, ma lui non si legò mai a nessuna e, soprattutto, si guardò bene dallo sposarsi. Preferiva, forse, i gatti.

Il corpo delle donne, fragile, è capace di contenere la forza della vita. E, per motivi primigeni, le donne diventano le giustiziere degli uomini, tramite l’amore, l’invenzione più languida e diabolica al Mondo. Un essere dis-umano che racchiude potenza, erotismo, dolcezza e maternità come può non terrorizzare?

Klimt, poco tempo dopo aver dipinto la Medicina, realizzò l’iconica Danae (cfr. sopra), metafora della sua visione della sessualità e della sensualità femminile.

Nella mitologia, Giove amò a tal punto Danae, da riuscire a trasformare la sua voglia di possederla in pioggia d’oro, qualcosa di talmente leggero da entrarle dentro in modo prezioso.

Con la Danae, Klimt rappresenta in particolare il momento dell’estasi durante l’autoerotismo, un orgasmo. L’uomo riesce a entrare nella donna tramite qualcosa di immateriale, un sogno, pioggia d’oro appunto. Se ti entra nella testa, ti è entrato anche nelle mutande.

Oggi le notizie sono due. Una: il Portogallo, fregandosene di essere in Unione Europea, dal 1 dicembre al 9 gennaio ha imposto a chiunque entra/esca il tampone molecolare (quindi il green pass, anche super sayan, non viene considerato sufficiente). Due: ho prenotato la terza dose di vaccino per appena dopo le Feste. Credo nella Scienza e le chiacchiere sull’argomento per me sono aria fritta.

Miss Raincoat

Blanche Knott, scrittrice attivista

Le donne si dividono in quattro categorie: le suore, le puttane, le stronze e le rompiballe. Le suore non la danno a nessuno. Le puttane la danno a tutti. Le stronze la danno a tutti tranne che a te. Le rompiballe la danno a te, solo a te, sempre a te

“Sharing the News” di Eugenio Von Blaas

Il titolo di quest’opera è quantomeno intraducibile, potrebbe suonare come “Condividendo le novità”, ma se si guarda meglio si capisce a cosa mi riferisco…

1904 – olio su tavola – 110*83 cm

L’Eugenio nasce vicino a Roma nel 1843, in un periodo in cui l’Italia non esisteva ed era ancora cementata con l’Austria. Il cognome forestiero lo si deve a suo padre Karl, pittore tirolese in trasferta nella Capitale, laddove trovò anche moglie. Da questa commistione genetica ne venne fuori un giovanotto barbuto con gli occhi azzurri. Anche lui sceglie l’Italia come casa, in particolare Venezia, dove insegnava all’Accademia di Belle Arti e dove si estinse all’età di ottantotto estati.

A livello artistico, possiamo inserire la sua opera nel fortunato filone dell’Art Pompier, dunque, quell’arte “da bomboniera” di fine Ottocento, che trova il suo maggiore interprete in Bouguereau. Certo, probabilmente il nostro Von Blaas è meno retorico e non si accontenta di vergini, sante o dee svestite. Si potrebbe dire che il nostro amico dipinga scene di genere, il colore dello scorrere della vita nei calli veneziani (Pino Daniele l’aveva cantato descrivendo la sua Napoli), l’anima, la sfera intima e i segreti, sicuramente in maniera prosaica, come andava di moda in quei tempi. Mi piace perché è molto narrativo, ci racconta le favole di donne curiose, talvolta pettegole, sognanti e ingenue e per questo delicate come fiori e proibite, in particolare, come la digitale purpurea.

Inoltre, l’artista era molto credente. Di fatto, suo padre Karl era un pittore di cultura nazarena, per la quale l’Arte era portavoce della purezza religiosa. Eugenio stimava molto le suore e le credeva creature di Dio, al pare del mare e degli uccelli. Questo dipinto, a livello compositivo, mi fa pensare alla versione profana dell’Annunciazione.

Sulla scena molto armonica troviamo due donne vestite in colori complementari e speculari. Un’amica sta leggendo all’altra una lettera d’amore, rivolta spudoratamente verso lo spettatore che si incuriosisce.

L’iconografia di questo dipinto è doppia. C’è quella più semplice che parla delle due facce del matrimonio perfetto, sesso sfrenato e fedeltà esagerata. C’è quella complessa che parla di amor di patria. Eugenio è combattuto tra l’amore per l’Italia (ragazza mora) e l’Austria (ragazza bionda). Le loro stesse cromie di vestizione contrappongono il tricolore alla bandiera austroungarica, anche in chiave di sottomissione – perché è l’Italia a fare da serva e a lavare le mutande all’Austria. Si potrebbe dire che Von Blaas sia un Hayez al contrario (vi ricordate la “Meditazione”?).

Nonostante ciò la figura della lavandaia sembra anche una donna umile intenta a lavare via lo sporco dalla biancheria dei ricchi, è una che si tiene i suoi segreti per sé ma sa benissimo quelli degli altri. Se guardiamo bene, un panno a terra è rosso. Quel sangue è il simbolo di una verginità perduta? La donna con i capelli rossi, invece, è la bugiarda – quindi, la poco di buono.

Dietro a un muro, si sta parlando di segreti. Sul davanzale l’edera sta seccando prima di essere cresciuta rigogliosa. L’innocenza è svanita troppo in fretta in questo vicolo. In un idea molto maschilista, ma del suo tempo, il pittore avrebbe voluto che la donna perfetta incarnasse l’ideale di verginità e disinibizione al contempo.

Nel suo interesse verso le donne straniere mi ricorda molto Paul Gauguin, in questo tema è molto vicino al suo “Come! Sei Gelosa?”: anche in quel dipinto due donne sono divise da un ricordo amoroso…

Qui c’è anche la prova tangibile di una lettera d’amore. Non sappiamo cosa c’è scritto. Non sappiamo chi l’ha scritta.

Volete sapere chi è il mittente? Herr Eugenio Von Blaas.

Lui era sposato con una donna facoltosa veneziana, la contessa Paola Prina e credeva molto nel matrimonio. Però le italiane erano così mediterranee, non importa se more o bionde, lui ci inciampava sempre… La ragazza mora è timida, ha una relazione con lui ma non l’ha raccontato a nessuno. Le sorride umile mentre le lava via il peccato dalle mutandine. La ragazza rossa, sghignazzando della sua svergogna, le legge la lettera d’amore inconsapevole che condividono lo stesso uomo, che però non ama nessuna delle due.

La seconda traduzione per il titolo, forse la più giusta, sarebbe “Condividendo il Nuovo”, ossia lo Straniero. Come descrivere questo individuo dotato di pennello se non intonandogli “Pezzo di Me” di Levante?

“Le Ragazze fanno Grandi Sogni” – E. Bennato

Le ragazze fanno grandi sogni forse peccano di ingenuità ma l’audacia le riscatta sempre non le fa crollare mai / Le ragazze sono come fiori profumati di fragilità ma in amore sono come querce/
E qui dall’altra parte/ E qui dall’altra parte siamo noi incerti ed affannati siamo noi violenti ed impacciati siamo noi che non ne veniamo mai a capo, mai a capo/ Noi sicuri e controllati siamo noi convinti e indaffarati siamo noi che non ne veniamo mai a capo, mai a capo.

Miss Raincoat

Valtella in Love

Le Tre Grazie” nel Saloncello della Musica // Palazzo Malacrida

Siamo in una stanza con la tappezzeria cremisi, non molto luminosa e adornata da paesaggetti esotici, non a caso è dove i padroni di casa portavano le fanciulle ad ammirare la loro collezione di… affreschi di Cesare Ligari 🙂

Le “Tre Grazie” di Cesare Ligari adornano proprio la volta di questa stanza, un salottino attiguo al Salone delle Feste. Questo plafone è incorniciato dalle quadrature di Giuseppe Coduri, tripudi di frutta e fiori che alludono alla sensualità e ai giochi di seduzione.

In uno squarcio di cielo azzurro su di una nuvola sospinta da putti che soffiano con forza (sono quattro, come i punti cardinali), tre fanciulle mezze svestite si scambiano sguardi complici e pettegolezzi. Insieme a loro c’è Cupido che stringe una colomba in mano (è il simbolo di sua madre, Afrodite).

Questo fu il secondo medaglione che Cesare Ligari realizzò per questo Palazzo. Ne doveva realizzare altri tre, ma litigò pesantemente con Giampietro Malacrida per motivi di soldi e lasciò il cantiere. Nonostante questo, penso che si divertì molto con questi soggetti. Ricordiamo quanto il Ligari amasse i temi mitologici e, soprattutto, non religiosi – e che il Palazzo Malacrida brulica di tematiche filosofiche di stampo neoplatonico.

Cesare Ligari inserisce nella composizione due illusioni ottiche. La prima riguarda Cupido: se lo guardiamo negli occhi, il suo sguardo ci segue per tutta la stanza – non ti puoi nascondere dall’Amore, tanto le sue frecce ti beccano dovunque tu sia; la seconda riguarda Talia, la ragazza di spalle, che a seconda di dove la si guarda, è seduta o sdraiata oppure magra o in carne.

Le Tre Grazie rappresentano la gioia di vivere e, in questo caso, le qualità imprescindibili che dovrebbe avere una donna: il pudore, la bellezza e la voluttà (cioè qualcosa da toccare, ahahah). Quindi, il nostro Cupido scaglia la freccia solo verso le ragazze che sanno offrire, accettare e restituire. A chi? In questo caso ai maschi alfa dei Malacrida.

Inoltre, le tre ragazze stanno giocherellando con dei garofani, i fiori “degli dei” che rappresentano le emozioni forti. Agliaia, con quello rosso, sta dicendo di sì; Eufrosine, con quello giallo, sta dicendo di no – ma Talia, voltata, le rende un braccio e le ricorda di pensarci meglio, perché l’apparenza inganna.

Quindi, anche in questo dipinto subentra la tematica neoplatonica. Il sesso è la forza che fa andare avanti il mondo, è vero. Ma l’amore, per diventare Amore, ha bisogno di corpo e mente.

C. Ligari – 1761

Ugo Foscolo, Dedica alle Grazie

“Alle Grazie immortali / le tre di Citerea figlie gemelle / è sacro il tempio, e son d’Amor sorelle; / nate il dì che a’ mortali / beltà ingegno virtù concesse Giove / onde perpetue sempre e sempre nuove / le tre doti celesti / e più lodate e più modeste ognora / le Dee serbino al mondo. Entra ed adora”

Miss Raincoat