Il Santuario del Divin Prigioniero

Sostituisce la chiesa di San Simone e Giuda ed è voluto da Don Giovanni Folci, come ex voto della Prima Guerra Mondiale. Fu costruito in cinque anni e finito nel 1925. Un anno dopo fu affiancato dall’Opera Don Folci. I lavori furono finanziati dall’amministrazione, dalla popolazione locale e da un Comitato. L’Opera nasce come asilo e scuola serale, poi Pre-Seminario e Convento delle Ancelle dal 1930 . Sempre nel 1930 alla chiesa vennero aggiunte la cupola e le navate laterali. Abbiamo parlato del San Simone e Giuda qui.

Don Giovanni Folci, nato esattamente un secolo prima di me, il 26 febbraio 1890, veniva da Cagno, un piccolo paesiono comasco. Approda come parroco a Colorina nel 1913. Era una nuova parrocchia, tra le più povere d’Italia, ma lui si impegna per celebrare quante più messe possibile e rendere attivo il catechismo. Durante la Guerra, verrà arruolato come cappellano e vivrà la prigionia austriaca come “la più umiliante delle vicende”. Fu questa terribile esperienza che gli fece maturare l’idea di un Santuario per ricordare i morti in prigionia. Morì nel 1963 ma la sua figura vive ancora nitida nelle nostre memorie, anche per quelli più agnostici.

Mi ha sempre affascinato lo stile eclettico di questa chiesa così grande e magniloquente in un piccolo paese di stampo rurale.

L’esterno, un’alta facciata a vento, si raggiunge tramite una scalinata monumentale con alla base la Grotta di Lourdes del 1911. Don Folci era molto affezionato a questo miracolo, per lui riportava gli affari della Chiesa lontano dalla Politica. Il portale è stato coperto da un altrettanto arioso protiro. Le colonne ci riportano al Medioevo con le figure dei draghi. Ai lati della facciata, troviamo due figure femminili che potrebbero essere delle impersonificazioni femminili della Giustizia. Sia l’esterno sia l’esterno riprendono la bicromia tipica del Romanico toscano.Perciò, lo stile è quello eclettico tipico di quegli anni.

Ancora più sorprendente è l’interno. Un ambiente simmetrico e maestoso suddiviso in tre navate e un cicol di affreschi realizzati tra il 1927 e il 1936 da Nicola Arduino, un pittore torinese che Don Folci aveva conosciuto in trincea. Nicola, uomo molto colto, in guerra disegnava le postazioni nemiche. Le sculture dei reliquiari, l’ostensorio e la via crucis portano la firma di Pietro Tavani, di Piacenza – talmente geloso che ne distrusse i calchi. Averlo qui a Valle fu un vanto.

Il reliquiario nella cappella sinistra è dedicato a Don Folci. Realizzato il argento e bronzo, in sette formelle racconta la vita del prete e raffigura Cristo Re e un soldato morente confessato da un cappellano; il reliquiario della cappella destra, con rappresentato il Duca Amedeo d’Aosta, viceré d’Etiopia stimato da Papa Pio XII, è dedicato al beato Pier Fedele Pagano. Un tempo si credeva che questo inquisitore domenicano fosse stato ucciso alle Gaggine (Selvetta), in realtà è successo a Mazzo, vicino Tirano.

Gli affreschi hanno uno stile preciso, a tratti energico, ma cromaticamente sono delicati. Come dicevo prima, il fatto che l’Arduino fosse molto colto, rende la codifica iconografica non subito comprensibile per chi è a digiuno di avvenimenti biblici & co.

Cercherò di schematizzare la composita narrazione della Prigionia dei Cristiani.

Controfacciata: Cattività Babilonese
Porta d’ingresso: patroni dei cappellani delle carceri: S. Tarcisio e S. Giuseppe di Cafasso; S. Giovanna d’Arco e S. Caterina da Siena, entrambe politicamente impegnate in campo di Fede.

Sotto le finestre nella navata: Episodi della Passione: Bacio di Giuda, Cristo deriso, Flagellazione – Rinnegazione di Pietro, Cattura, Processo

Ingresso al presbiterio: S. Augusto, S. Eustachio (prima di essere martiri persecutori), S. Simone e Giuda (patroni di Valle), S. Sebastiano (militari), S. Agostino (suore dell’Opera Don Folci).
Sopra le finestre del presbiterio: Ezechiele e Daniele, profeti in Esilio in Babilonia.

Arco divisorio: Angeli che reggono il salmo 137, che narra la controfacciata “super flumina Babylonus illic sedimus et flevimus cum recordaremur Sion”.

Affreschi presbiterio: Angelo che salva S.Pietro liberandolo dalle catene + Atti 12,5 “oratio fiebat sine intermissione ab ecclesia ad deum pro eu” – Martirio di San Giovanni (riconoscibile dal bastone da profeta) con Erode e Salomé + Giovanni 3,30 “illum oportet crescere me autem minuit”.

Cupola : I Sette Doni dello Spirito Santo

Abside: Crocifissione di Gesù e dei due Ladroni con le Tre Marie e una folla (i volti sono i cittadini di Valle), sopra: Eucarestia per i Prigionieri (volti sempre cittadini di Valle) con Gesù e Angeli.

don G. Folci

Se manca il cuore, tutto il resto non vale niente davanti a Dio

❤ Miss Raincoat

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Il San Bernardo di Colorina

La chiesa parrocchiale di Colorina è dedicata a San Bernardo, un culto che si diffonde agli albori della nostra storia, quando Carlo Magno dona il territorio della Valtellina all’abbazia di St. Denis. La vetrata in abside del 2009 mostra il Santo che regge la chiesa nelle sue mani. A livello storico, la Parrocchia è vicecuria di Berbenno dal 1629, ma autonoma solo dal 1886.

Il nucleo dell’edificio (porzione del presbiterio) risale al Quattrocento. Le date sul portale e sull’altare fanno riferimento all’ampliamento tra il 1770 e il 1776 da parte di maestranze della Valmaggia, in Ticino (come ad uso in quel secolo).

L’esterno ricorda molto il San Lorenzo di Fusine. Ha un piccolo rosone trilobato e un’iscrizione con abbreviazioni ecclesiastiche che, tradotta, recita “A Dio, il più bello il più grande, votiamo questa chiesa a S. Bernardo nell’anno 1770”.

L’interno, a una sola navata, è reso simmetrico da due cappelle laterali. Altare e balaustre sono molto barocchi nell’uso dei marmi policromi. Il pulpito in legno è originario del Quattrocento.

Un pezzo molto pregiato è l’organo in controfacciata. Fu acquistato nel 1886, in occasione della nomina a parrocchia, dalla chiesa di San Martino a Castione. Fu realizzato nel 1696 da Giovanni Battista Rejna in stagno, piombo e abete. Ha un impianto di 392 canne, delle quali ne vediamo 25 in facciata posizionate a cuspide con schema 9-7-9.

L’arte del presbiterio è da attribuire ai culti della Confraternita del Santissimo Sacramento. La tela a sinistra raffigura Sant’Antonio da Padova e quella di destra la Madonna col Bambino e Santa Chiara. La tela dell’abside, invece, è stata patrocinata dalla Confraternita del Santissimo Rosario e presenta l‘Incoronazione di Maria tra San Pietro (Berbenno) e San Bernardo (Colorina); è una tela di IV secolo. Le nicchie ospitano le statue ex voto di San Bernardo e di San Giuseppe.

Nelle cappelle troviamo: a sinistra la statua di una Madonna gemella a quella di Fusine + la tela dello Sposalizio della Vergine; a destra la statua di Sant’Antonio Abate (questa cappella, anticamente, aveva l’altare dove ogni 2 novembre si lasciava il grano per il Parroco).

Una sorta di mistero legato a questa chiesa sono le due tele ovali poste al lato dell’Incoronazione. Sono due ritratti femminili senza aureola, una con un giglio e una con un libro. Potrebbero appartenere a un gruppo sulle Virtù Cardinali. Probabilmente appartenevano a don Andrea Ligari, zio del pittore Pietro, parroco di Colorina nel 1719. Questa considerazione non escluderebbe, quindi, che le due donne siano due Sibille, in quanto presenziano le Storie della Vergine.

Miss Raincoat

(Eraclito, Frammento n. 119)

«La Sibilla con la bocca della follia dà suono a parole che non hanno sorriso né abbellimento né profumo, e giunge con la sua voce al di là di mille anni, per il nume che è in lei».
 

Santa Maria Ausiliatrice ai Piani di Selvetta

La chiesa dove ho celebrato la mia Prima Comunione e la mia Cresima è un ex voto per la Seconda Guerra Mondiale. Iniziarono a costruirla il 29 giugno 1952, per volere dell’allora parroco don Giovanni Da Prada; fu ultimata nel 1954. Alla posa della prima pietra era presente anche il ministro Ezio Vanoni.

Con la chiesa di Rodolo, è la chiesa parrocchiale della parrocchia della Beata Vergine Immacolata (in pratica, il Comune di Colorina è religiosamente diviso in due). I Piani di Selvetta, fino alla bonifica dell’Ottocento, erano una palude. Fino agli Anni Cinquanta, era un posto dove gli abitanti di Rodolo facevano fieno e avevano una seconda casa. Tra cui i miei nonni…

Lo stile della chiesa è molto semplice e razionale. La facciata ospita la statua del co-dedicatario San Giovanni Bosco, patrono sostanzialmente dei giovani e degli educatori. I dedicatari hanno due nicchie con statue ai lati dell’altare.

Dal punto di vista artistico, ciò che possiede di più prezioso è il trittico in presbiterio. La “Crocifissione” con le Tre Marie è del professor Renzo Sala (1930 -1973). Lo stile è molto cupo.

Anche da piccola, ho sempre trovato strano trovare i simboli dello zodiaco sulle vetrate colorate. Oggi so che i dodici simboli astrologici sono gli Apostoli (come nel Cenacolo di Leonardo e come le chiese antiche della pieve di Berbenno). Quindi, il messaggio ultimo di questa chiesa è l’Eucaristia, intesa come “rendere grazie”. In Valle la Resistenza fu davvero uno dei periodi più atroci dopo il Sacro Macello e questa chiesa voleva guardare al futuro, alla ricostruzione…

ARIETE – SIMONE
TORO – TADDEO
GEMELLI – MATTEO
CANCRO -FILIPPO
LEONE -GIACOMO MAGGIORE
VERGINE- TOMMASO
BILANCIA -GIOVANNI
SCORPIONE -GIUDA
SAGITTARIO -PIETRO
CAPRICORNO -ANDREA
ACQUARI -GIACOMO MINORE
PESCI – BARTOLOMEO

Miss Raincoat

Chiesa di San Carlo a Selvetta

Ho letto – ma non ho prove certe – che nel 1650 ca. esisteva un oratorio privato ai piedi di Rodolo dedicato a San Paolo e appartenente alla famiglia Bertolini e ho pensato potesse essere il nucleo primitivo di questa chiesa. La chiesa che possiamo vedere oggi è del 1910. Il culto di San Carlo (protettore degli appestati, tra le cose) è diffuso sin dalla fine delle Guerre di Valtellina – San Carlo Borromeo fu l’unico a interessarsi veramente dell’aspra situazione della religione in Valle in epoca post-tridentina , sfociata in Sacro Macello. Sappiamo dalla storia di Colorina che, data la collocazione della matrice a Berbenno, i preti non spesso si scomodavano…

Non tutti lo sanno, ma l’interno di questa chiesa fin troppo eclettica da risultare anonima, è stato affrescato da Geremia Fumagalli (1923-1986), un pittore intellettuale e l’unico esponente valtellinese dell’Espressionismo. Era figlio del famoso Eliseo Fumagalli di Delebio e insegnò Storia dell’Arte al “Nervi” di Morbegno, il liceo che pure io ho frequentato 🙂

Il ciclo gli fu commissionato nel’ottobre 1961 da don Giovanni da Prada, parroco di Rodolo dal 1947 al 1964. Viene intitolato “San Carlo tra gli Appestati”.

La trovo un’opera di grande impatto visivo (colori accesi, figure di grandi dimensioni), drammatica, la quale vuole rappresentare il dolore in maniera corale e universale. Molto al passo con i tempi, il Fumagalli ci ridà un’interpretazione dell’Apocalisse in chiave della Guerra Nucleare.

Sulle pareti rappresenta gli operai e la forza pubblica, poiché la domus dei diventa la “chiesa del lavoro”. Sull’arco troviamo don Da Prada e Papa Giovanni XXIII (il quale nel Concilio Vaticano II aveva definito la scienza gaudium et spes della religione). L’abside ha sullo sfondo una valle arida e desolata. Il Fumagalli si ispira alla peste narrata da Manzoni e all’Inferno di Dante. Vediamo dei corpi scheletriti, ammassati, seduti o sdraiati. Due redivivi tendono le mani verso San Carlo in un gesto di fede disperata. San Carlo è un padre sofferente.

Miss Raincoat

La Madonnina di Colorina

Da località Bocchetti, dove sono site le Scuole Elementari di Colorina, si diparte un percorso in salita (ma non troppo) ricco di dipinti votivi del XV secolo, tutti abbastanza analoghi: sono delle Madonne in Trono con la foggia arcaica del manto rosso e del Bambino ritto e benedicente. All’apice della strada troviamo una piccola chiesetta. Un po’ tutti i nostri paesini, infatti, hanno in dotazione delle piccole chiesette di montagna che si chiamano “madonnine”

Questa madonnina è dedicata alla Madonna di Caravaggio (apparsa in questo luogo nel 1432) e sorge su una chiesa preesistente più piccola del Quattrocento, già dedicata alla Madonna del Carmine. La sua forma attuale, compresa del porticato, risale al 1730 circa. La chiesa fu ristrutturata nel Settecento per il cambio della dedicazione, ormai molto sentita.

Durante il restauro del 1976, è emerso l’ importante affresco che adorna l’altare (prima di questa data, in altare faceva da protagonista una statua degli Anni Trenta, una Madonna ex voto per l’epidemia di tifo) e che era stato coperto dal restauro Settecentesco.

L’affresco, che rappresenta una Madonna in Trono, segue l’iconografia antica del manto rosso (significa che Maria ha una natura divina). La corona e il giglio identificano una Madonna del Carmelo. Il Bambino, sempre ritto e benedicente (allude al Giorno del Giudizio), veste una tunica verde, poiché è Dio che si è fatto Uomo. La veste di Maria include la simbologia dell’ancora, legata al sacrificio di suo Figlio. Il trono elaborato, il pavimento rosso e il fondo verde ci portano a collocare l’opera nella felice stagione dei dipinti votivi di artisti anonimi e itineranti sulla scia di un’arte ancora tardo-medievale. Era ancora una religione che voleva far paura più che rincuorare 🙂

Miss Raincoat

Lo Stemma Araldico di Colorina

Lo stemma è un emblema civico che gode di tutela giuridica dagli Anni Trenta. Come idea, è nato durante le Crociate, come un gonfalone per distinguere le diverse famiglie nobili impegnate nelle guerre in nome del Cristianesimo. La regola base è che lo stemma civico debba essere semplice e riconoscibile.

Colorina fu uno dei primi Comuni della Provincia di Sondrio ad avere uno stemma official approvato e regolato dagli Uffici di Roma (Presidente della Repubblica: Leone; Primo Ministro: Andreotti) in data 22 maggio 1973 dalla Giunta di Ettore Zamboni. Per essere approvati, gli stemmi devono essere presentati con il “disegno” e con una descrizione storica e geografica per giustificarne la fattezza.

SCUDO è quella forma rettangolare che sembra un baloon dei fumetti, che in gergo si chiama “scudo sannitico moderno”. Non si può scegliere, è obbligatorio che sia così il contenitore dei simboli dello stemma civico.

COLORISe ne possono scegliere al massimo sette. Colorina ha il blu (fedeltà, in questo caso è un antico legame con il Sacro Romano Impero) e il verde (abbondanza di pascoli e attività agraria fiorente).

QUARTIER FRANCOè quel quadratino in alto a sinistra, di solito contiene particolari titoli. Ci troviamo la corona del Sacro Romano Impero (Carlo Magno dona il territorio della Valtellina, inclusa Colorina, all’abbazia di Saint Denis il 14 marzo 775).

INSEGNE è l’aggiunta di simboli quali piante, fiori, animali, persone, oggetti… Nel nostro caso abbiamo un abete (boschi di conifere) e una vacca pascolante (l’allevamento è un’ attività molto redditizia per il Comune).

CAPI sono le corone messe sotto e sopra allo scudo. La corona sopra è sempre a forma di mura e ci va a spiegare di che tipo di ente territoriale si tratta, in questo caso è un Comune. La corona sotto ci va a dire che l’ente territoriale si trova in Italia (quercia, alloro e tricolore).

A me, personalmente, è sempre sembrato piuttosto eccentrico ma in senso positivo – eppure, mai come quello di Strangolagalli (FR) 🙂

Miss Raincoat

Le Antiche Famiglie di Rodolo

Rodolo, è una frazione di Colorina sopra i Piani di Selvetta (antica Busca Spessa), proverbialmente “autarchica” a causa della sua storia d’indipendenza identitaria rispetto al resto del Comune. Si può anche dire che i VIP antichi di Colorina abitassero questo nucleo di mezzacosta. Non a caso, la mia famiglia materna è di Rodolo...

Il borgo, a 685 metri d’altitudine, ha un’etimologia incerta. Per molto tempo, si è sostenuta la tesi della toponomastica latina, da “rodans” , quindi una connotazione geografica che pone l’abitato vicino a dei fiumi o torrenti impetuosi. Oggi si è introdotta anche l’ipotesi che Rotulo o Rodoaldo sia il nome proprio dell’amministratore di questo territorio documentato fin dal 1100. Posso ipotizzare che Rotulo fosse un arimanno, un uomo d’armi a presidio del territorio di fronte alla Roccascissa di Berbenno.

Con certezza, sappiamo che nel 1324 questo territorio appartiene ai fratelli Giacomo e Vitale Malaguccini di Sacco, con i Raschetti come “vassalli”. Il Crap De La Guardia, in località Gallonaccio, quasi in cima alla montagna, non ha nulla a che vedere con castelli o torri; era un luogo d’avvistamento durante la Resistenza.

Abbiamo detto prima che, rispetto al resto di Colorina, a Rodolo si stava economicamente bene perché c’erano molti castagneti utilizzati in maniera intensiva, si era lontani dalla palude e ci risiedevano nobili o ricchi. Tant’è che nel 1781 Pietro Mainetti di Rodolo presta al Comune una somma di denaro; nel 1818 vende il debito non ancora saldato – dal 1808 gli spettavano gli interessi e il Comune si era impegnato a restituire la somma in un anno.

La società era abbastanza chiusa, direi alquanto diffidente, e ci si sposava tra consanguinei. Ne è derivato un aspetto fisico peculiare: corporatura snella, occhi vivaci di colore o nocciola o grigi, naso aquilino, denti prominenti e capelli corvini (eccezion fatta per i Libera, che hanno i capelli rossi).

Anche il dialetto di Rodolo presenta delle differenze con quello di Colorina. Questo è dovuto al fatto che, durante l’Epoca Grigiona (1512 – 1797), fosse una sorta di roccaforte felice per i Salis e per i Florio, importanti famiglie bregagliotte che abitavano in località Callavalle (è un “quartiere” di Rodolo e si contrappone al nucleo Centro, attorno alla chiesa) nella cosiddetta Cà di Soglia, poi ereditata – per via di matrimoni – dai Parravicini Capello di Caspano. Tuttavia, i veri primi abitanti di Rodolo furono i Raschetti, i quali amministravano il latifondo dalla seconda metà del Trecento. I Raschetti si uniscono con i Libera, appunto portando avanti la genetica dei capelli rossi. Inoltre, sappiamo che nel 1532, per un annetto scarso, Rodolo diventa un Comune indipendente.

Dal Seicento si trasferiscono da Tartano alcune famiglie nobili che avevano a Rodolo delle selve di castagne affittate, ammessi come residenti solo nel Settecento grazie a una “legge” voluta dai Mainetti. Questi sono i Bulanti, veramente molto ricchi, i Mottalini, gli Angelini e i Mainetti. Per quanto riguarda i Mainetti, ne esistono due rami: i Pedrii (discendenti da Pietro, che sono i più ricchi) e i Santii (discendenti da Santino, che sono i più immersi nella politica).

Per quanto riguarda me, la mia famiglia materna è così composta –> La nonna, Alma Bulanti: papà Attilio Bulanti e mamma Adelina Angelini (nata il 26/02 come me!); il nonno, Camillo Mainetti dei Pedrii: papà Felice Mainetti e mamma Erminia Libera. La nonna era di Callavalle mentre mio nonno di Rodolo-Centro.

Miss Raincoat

I territori contesi di Colorina e dintorni

Una delle parentesi più interessanti della Storia di Colorina sono le lotte e le fatiche per l’ottenimento di qualche lembo rigoglioso di terra, dato che nell’erario si sentiva l’eco…

La Busca Spessa (“Il Bosco Rigoglioso”)

(Odierna località Piani di Selvetta)

Questo lembo di terra fu creato dalle vari e frequenti esondazioni del fiume Adda che creavano degli isolotti ricchi di limo fertile, sebbene circondati da una palude insalubre. Nasce come un territorio amministrato sia da Berbenno sia da Ardenno e concesso per 1/6 a delle famiglie di Rodolo. Con la nascita di Colorina, nel 1513, Colorina ne acquista la metà destra (Cantone), concedendola ai Salis e poi ai Parravicini.

Va tutto in pace fino al 6 luglio 1828. Alcuni abitanti di Buglio sequestrano una quarantina di bestie, chiudono un pascolo, otturano un fosso e chiedono un cospicuo riscatto al Comune di Colorina. Colorina fa orecchie di mercante e, a fine mese, riapre il pascolo. Buglio reagisce rubando tre cavalli e chiedendo un riscatto ancora più alto. Seguono anni di liti e processi, fino al 27 luglio 1831. Colorina ottiene, sostanzialmente, la riva destra e Buglio la riva sinistra, con il diritto di essere affittuari ambo le parti.

La Busca Spessa fu per molto tempo una zona difficile, infestata da lupi e briganti e quasi nessuno la percorreva, se non costretto. Fu bonificata nell’Ottocento. Veniva chiamata La Piana dei Lupi.

Il Piano di Berbenno

(Odierno territorio da San Pietro a Villapinta)

Nel Cinquecento era un territorio di Berbenno molto prolifico per pascoli, fienagione e pesca, siccome era molto esteso e molto fertile. Coloro che non erano residenti a Berbenno, Fusine o Colorina non potevano usufruirne. Tant’è che i Bormini che avevano pagato nel 1488 per tenerci cinquanta cavalli allo stato brado, furono malamente scacciati nel 1539.

Vendullo delle Ortiche

(Odierno confine tra Colorina e Forcola)

Segna l’odierno confine tra Selvetta di Colorina e Selvetta di Forcola, oggi in corrispondenza del ponte (in antichità, dove c’è il ponte era ubicato un prato chiamato la Stretta della Selvetta). Era un bosco utilizzato per ricavare legname. Il contenzioso fu tra Colorina e Ardenno (che inglobava Forcola), terminato il 12 aprile 1793. La causa continuò anche con la nascita del Comune di Forcola, fino al 1869 e questo bosco fu soprannominato Il Bosco della Lite . La rivalità tra quelli di Rodolo (i busc’ = i caproni) con quelli di Sirta (i toor = i tori) è rimasta abbastanza proverbiale 🙂

Miss Raincoat

Leonardo, gli ermellini e la Valtellina

Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico (Foglio 214, 1483-1518)

“…Valtolina, valle circondata d’alti e terribili monti, fa vini potenti e assai, e fa tanto bestiame che da’ paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale prima corre più che per quaranta miglia per Lamagna. Questo fiume fa pescio témere, il quale vive d’argento, del quale se ne truova assai per la rena. In testa alla Valtolina è le montagne di Bormi, terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i Bagni”

Nel dicembre 1493 Biancamaria Sforza, nipote di Ludovico Sforza detto il Moro, stava raggiungendo Massimiliano Asburgo a Innsbruck dopo il matrimonio per procura con a seguito un corteo del quale faceva parte anche Leonardo Da Vinci, pittore di corte…

1488 – olio su tavola – 50*40 cm – Cracovia

Nel 1488 il Moro aveva ottenuto, finalmente, il titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal Re di Napoli, grazie a una studiata rete di matrimoni con gli Aragona e per la posizione contro i Baroni in contrasto con la monarchia regnante. Il simbolo di questa congrega, ovviamente cattolicissima, era l’ermellino, metafora del “meglio morto che disonorato”, poiché l’ermellino, piuttosto che vedere la sua pelliccia macchiata di sangue, si lascia uccidere.

Ma chi sta coccolando il Moro?

Cecilia Gallerani. In greco antico la donnola viene chiamata “galé”, quindi è un nomignolo o abbreviazione del cognome della giovane amante di Ludovico. Cecilia indossa una collana di granati, simbolo di devozione e di fedeltà, ad un uomo dai capelli corvini, tiranno anche nella seduzione (anche se soffriva di asma).

In effetti, il Moro la salva da un destino infausto. Faceva parte di una nobile famiglia senese adottata da Milano ed era orfana di padre. Avrebbe dovuto o farsi suora o sposare un uomo vent’anni più vecchio di lei se il Moro, il quasi Duca, non l’avesse notata e non le avesse anche regalato un appartamento tutto per lei dove incontrarla senza preoccuparsi dei paparazzi.

Nel 1491 Ludovico si sposa con Beatrice D’Este, tra l’altro amica di Cecilia. Avrebbe preferito sposarsi con Isabella, la sorella-più-bella, ma Francesco Gonzaga aveva vinto il gioco delle coppie. Beatrice, inoltre, siccome anche molto giovane, lasciò passare dei mesi prima di onorare i suoi obblighi matrimoniali. Tant’è che il Moro sfogava le sue voglie altrove, con Cecilia, che rimase incinta. Cecilia venne allontanata dalla corte ma il Moro continuò ad occuparsi economicamente di lei, finché le non si sposerà con un conte. Il Moro divetò un marito modello? Forse solo un po’ più abile a non farsi sgamare… Beatrice partorirà vari eredi, ma morirà alla fine dell’ultima gravidanza, portata avanti in contemporanea con un’ennesima delle fedeli cagnoline del Duca.

Eppure, questo dipinto di Leonardo ha reso immortale una compagna illegittima, forse un amore vero in mezzo agli intrighi di corte. Tra le cose, l’animale nella composizione assomiglia più a un furetto che a un ermellino. Probabilmente, Leonardo prima di passare in Valtellina, così come non aveva mai sperimentato l’imponenza delle Alpi, non aveva nemmeno mai visto un ermellino da vicino. Parimenti, non sapeva che dalle nostre parti, è considerato un animaletto sfuggente, dispettoso e vendicativo. Di fatto, mi pare strano che un animale selvatico si sia prestato a stare fermo per essere dipinto… Leo avrà detto “Ohibò, bischero, fattelo garbare lo stesso!”

Miss Raincoat

883 “Il Grande Incubo”

La donna il sogno il grande incubo
Questa notte incontrerò
Mentre nel mondo tutti dormono
Forse anch’io mi sveglierò
Con la sveglia scarica ormai
E con mia madre che mi dice “Dai, come fai
Tutte le volte a non svegliarti mai”
E tutto questo finirà così, ma adesso sono qui

Un calabrese a Morbegno: San Francesco di Paola

Tutti ormai sanno che mio papà è calabrese. San Francesco di Paola è il Santo al quale i calabresi sono più devoti e nessuno di loro non si è mai recato al Santuario in provincia di Cosenza (tra l’altro, una location mozzafiato!). Inoltre, mia nonna paterna possedeva una collezione di statuette di santi, bella sistemata in mostra su un comò, tra i quali spiccava una figura che a me sembrava quella di un mago vestito di nero…

La cappella che andremo a visitare virtualmente si trova nel lato destro della Chiesa di San Giovanni a Morbegno. Questa chiesa nasce nel 1680, quarant’anni dopo il Capitolato di Milano che, se non altro, aveva tolto ai Protestanti la possibilità di stare in Valle in maniera legale. Quindi, la sua costruzione imponente voleva essere una bandiera di vittoria, per dire a tutti che “noi Cattolici siamo meglio e abbiamo un concetto che voi non avete, la Redenzione, la possibilità dei peccatori di andare in Paradiso!“.

In termini di Salvezza, la Cappella di San Giuseppe è iconica. San Giuseppe interviene nelle cause di Buona Morte: un tempo, lo si invocava spesso per chi fosse molto malato, in preda ai dolori, per i condannati a morte o per i peccatori recidivi. Solitamente, questa cappella viene ricordata per la presenza del reliquiario in cera del Beato Andrea Griego da Peschiera, che sarà posto qui soltanto nel 1798, dopo la Confisca Reta che coinvolse anche i beni del Convento di Sant’Antonio.

La Cappella ha il patronato della famiglia Castelli di Sannazaro, alla quale apparteneva anche Giovanni Battista, l’arciprete. Era un uomo che aveva viaggiato molto, soprattutto in Austria, poi era diventato prete e a Milano aveva molte conoscenze politiche ed ecclesiastiche. Ritorna a Morbegno negli ultimi anni della sua vita con la prestigiosa carica di arciprete. Era anche un appassionato d’arte, conosceva bene i Ligari e aveva un’ampia collezione di quadri, dai quale ne toglie due per donarle al San Giovanni (“Transito di San Giuseppe”) e alla Chiesa di Campovico (“Immacolata”).

La tela di Andrea Lanzani rappresenta il “Transito di San Giuseppe”, la sua morte. A livello artistico la sua arte rappresenta un’altra transizione, quella dal Rinascimento (Manierismo) al Barocco. Con pochi elementi nella composizione, ci coinvolge nel dolore trattenuto, santo, del lutto della Sacra Famiglia. La sua tela si inserisce benissimo nell’ambito in cui lui era ben calato, quello dell’Accademia Ambrosiana, la fucina del marketing della Controriforma, la quale censurava il peccato ed esaltava la santità. Due artisti valtellinesi che imitarono molto il Lanzani furono Pietro Ligari (protagonista in questa chiesa, p.e. Battesimo di Cristo dietro l’altare o “La Pentecoste” nella cappella dello Spirito Santo nel lato opposto) e il Gianolo (affreschi di questa cappella).

Proprio in questo modo vorrei definire la tela ovale a sinistra, con San Francesco di Paola: esemplare, una personalità che bisognava prendere d’esempio.

San Francesco di Paola veniva appunto da Paola, in provincia di Cosenza (la toponomastica viene da pabula = terra da pascolo). La Calabria ritorna in questo lato nell’ultima cappella vicino alla porta, con il “Miracolo di San Domenico a Soriano”. Il fatto che la tela sia così scura, caravaggesca, mi fa pensare che possa includersi nel fenomeno degli Emigranti Napoletani. Tuttavia, il culto era diffuso in qualche famiglia nobile valtellinese, come gli Omodei di Tirano (il ramo di Ardenno, imparentato con i Parravicini, ha il patronato della Cappella di San Filippo Neri, sul lato sinistro). Infondo, il convento dei Minimi in Valcamonica era molto potente!

San Francesco decise di vivere in ascesi e in preghiera già in adolescenza. Si ritira in questo poggio sopra Paola e segue la regola dei francescani. Con il tempo, fonda attorno a sé l‘Ordine di Minimi. Sono dei Francescani con regole ancora più rigide: il digiuno continuo (a parte il digiuno totale in Quaresima, non mangiano mai carne) o il camminare scalzi, predicando come mendicanti in tutta Europa. San Francesco aveva un’aura di santità già in vita, siccome era un guaritore: secondo lui, il male fisico veniva da una cattiva morale, che andava corretta. Quasi come un influencer dei nostri giorni, chiunque gli dava retta. Andò a Napoli per affrontare il Re, secondo lui troppo esigente e avaro nei confronti del popolo (è co-patrono di Napoli, infatti). Anche il Re di Francia, gravemente malato, chiese il suo intervento. San Francesco non tornò più in Calabria e morì lì nella Loira (Castello di Plessis-les-Tours), dove riposano anche le sue reliquie. L’anno di morte fu il 1507 e già nel 1519 fu santificato. E’ il patrono dei pescatori e lasciò questo testamento morale: “non vi lascio nessuna cosa se non il dirvi di vivere qualsiasi cosa facciate nel nome della Carità”.

Sul lato destro, abbiamo una tela del Gianolo che ci mostra San Carlo Borromeo al Collegio Elvetico, la scuola che fondò per ben formare il clero alle prese con i primi anni della nascita della Riforma. San Carlo stimava molto il frate di Paola, poiché entrambi pensavano che il percorso di Redenzione verso la Salvezza prevedesse anche molta penitenza.

Dopo la sua morte, comunque, i Minimi continuano la loro mission e, nella nostra cultura ci lasciano due cose. Prima di tutto l’aggettivo “paulotto” per descrivere quelle persone bacchettone, attimorate di Dio e giudicone. Poi, la birra. Nel 1634 un gruppo di Minimi giunti all’abbazia di Neudeck Ob der Au, sopra Monaco, si inventa il pane liquido con il quale affrontare il digiuno della Quaresima: la birra Paulaner Salvatorer, la quale prende da loro il nome. E’ una bock, quindi una lager molto alcolica. In pochi anni cominciarono a far concorrenza pure ai birrifici locali… Il capo dei Minimi di Paola ha dichiarato che ogni giovedì accompagnano la pizza con la loro bevanda storica!

Miss Raincoat

Giovanni Pascoli “Un Poeta di Lingua Morta”

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.