Valtella in Love – Compilation

Ebbene sì. Siamo giunti al finale di questa avventura che ci ha fatti innamorare dei personaggi delle storie d’amore valtelliniche. Abbiamo conosciuto questa terra di confine, dove con la magia non si scherza nemmeno per scherzo, dove chi spezza un cuore paga pegno perpetuo e dove la natura impervia si piega alle sofferenzee ai sentimenti dell’umanità – come la foresta di rovi attorno alla Bella Addormentata.

Vi ho raccontato le favole dei posti dove sono cresciuta, di un drago e di una volpe. Dei miei uomini alfa valtellinesi preferiti, l’Homo Salvadego e don Antonio Malacrida. Di alcuni delitti “d’amore” davvero commessi. Di creature fantastiche (forse). Di matrimoni (s)combinati. Di cosa bisogna avere paura se ci si innamora in provincia di Sondrio. Insomma, vi ho raccontato come ci teniamo caldo quassù durante i lunghi gennai…

Per chi non li avesse letti, per chi volesse rileggerseli, per chi li vuole vedere tutti insieme – li metto qui sotto (basta clikkare sopra il titolo):

Grazie per averci letto 🙂

Miss Raincoat e gli Unicorni

“El giner al se ciapa cume l’è” detto di Montagna in Valtellina

Gennaio si prende per com’è.

Valtella in Love

883 – “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”

Solita notte da lupi nel Bronx/ Nel locale stan suonando un blues degli Stones/ Loschi individui al bancone del bar/ Pieni di whisky e margaritas/Tutto ad un tratto la porta fa slam/ Il guercio entra di corsa con una novità/ Dritta sicura: si mormora che/I cannoni hanno fatto bang…

Introduzione da karaoke facile, per introdurre il tema odierno: in Valtellina, se vuoi innamorarti di un essere magico a caso, puoi. Altro che le repliche di Harry Potter su Italia Uno…

Il Gigiàt della Valmasino

Il Gigiat è un uomo peloso, una sorta di essere umano gigantesco con le corna e le zampe da stambecco. Questa creatura non è stata tradita dalla moglie, anzi, è un tipo molto libero, considerato il Guardiano delle Alpi. Il nostro Gigi è molto atletico, si diverte a saltellare tra le rupi e non dorme mai. Non è offensivo, punisce solo chi non rispetta le montagne con scherzi pesanti. Riesce bene anche a farsi amare dalle donne, che per lui nascondono castagne, noci e cacio per le foreste. Insomma, è il macho delle Alpi Retiche! 🙂

Il Giuèt di Caldenno (Berbenno di Valtellina)

Il Giuet è una sorta di basilisco, un serpente con il muso di drago, che si fa avvistare nelle estati sugli alpeggi sopra Polaggia, frazione di Berbenno. Molti lo scambiano per un neonato: il suo aspetto lo fa sembrare un bambino in fasce colorate e il suo fischio ne ricorda un vagito. Essendo ghiotto di latte, alcune donne che avevano appena partorito, lo hanno anche nutrito dal loro seno. Qual è la differenza? Che questo mostro non si ferma nemmeno davanti all’amore materno: il suo sguardo fa cadere chiunque in un sonno profondo, fino alla morte. Si narra che dentro al Giuet siano state imprigionate da Dio le anime dannate dei Protestanti di Berbenno, degli eretici, uccisi durante il Sacro Macello – che così si vendicano con i Cattolici. La mia professoressa di Francese delle Medie era convinta di averne tenuto in braccio uno 🙂

Miss Raincoat

883 – “Nord Sud Ovest Est

Viso pallido ti sta ingannando/ Non la troverai/ Sono mesi che stai cavalcando/ Dimmi, dove andrai?

Valtella in Love

La Befana Vien di Notte

Befana è il soprannome di una vecchietta malconcia che si chiama Epifania, appunto perché solita far visita nelle nostre case la notte dell’Epifania (quando i Re Magi vanno a portare i doni a Gesù, in pratica). La sua tradizione è molto antica, di quelle popolazioni barbare che vivevano inverni lunghissimi e ne festeggiavano la fine (tipo a Selvetta), poi presa in prestito dai Romani (che introducono il suo potere di volare sulla scopa). La figura della Befana, oggi, oltre nella tradizione dei doni ai bambini, permane nei riti popolari come il nostro “Brusa la Vegia” – si brucia l’anno vecchio, con annessi i dispiaceri, per propiziare una primavera feconda.

Delle feste natalizie, la Befana è il mio personaggio preferito. Perché lei valuta pragmaticamente se sei stat* brav* o cattiv* e ti lascia quello che ti meriti. Ma in Valtellina mica ci potevamo accontentare, anzi al bambino valtellicus alfa non potrebbe mai fare paura una vecchina così, come tante…

La Pelarola

Luoghi d’avvistamento: Albosaggia, Val Tartano e Buglio in Monte

Si tratta di una diavolessa che scortica la pelle, lembo a lembo, per cibarsi. Le sue vittime sono le donne, soprattutto quelle che filano la lana di notte o di domenica. In tal caso, come non ricordare la fiaba della Bella Addormentata? Il fuso rappresenta il menarca, l’entrata nella vita adulta e il risveglio della sessualità; la Pelarola era un monito per le donne a rimanere pudiche. Generalmente, viveva nella sua caverna, dalla quale usciva a caccia di prede nel lasso di tempo tra le due Ave Maria (cioè dalle 18:00 alle 06:00).

La Mata Selvadega

Luoghi d’avvistamento: Val Masino (*al contrario della Pelarola è morta, tranquilli!)

In pratica, è la versione femminile dell’Homo Salvadego. “Mata“, del resto, non significa “matta“, bensì “matèla” (termine dialettale, preso dal francese, vuol dire “ragazza“); “selvadega“, come per il suo corrispettivo maschile, vuol dire sia “dei boschi” sia “solitaria“. Era una donna temibile, cupa, intimidatoria con i bambini capricciosi. Viveva lungo i sassi del torrente Màsino e, anche lei come la collega Pelarola, se ne usciva al tramonto a caccia di bambini da cucinare. Un giorno, un bambino quasi adolescente prende coraggio e va a trovarla nel suo nascondiglio con una brenta di vino, della quale lei era ghiotta. Lei glielo disse: < Torna a casa, per il tuo bene! >. Lui le offrì il vino e lei, subito, si avventò sul suo bottino; il ragazzo, così, ne approfittò per darle un calcio e farla annegare nel fiume. * Esprimo la mia opinione: la Mata era una che faceva paura, è vero – ma questa fine non se la meritava affatto!

Miss Raincoat

Barbara Gavallotti, divulgatrice scientifica- Intervista su Vanity Fair 16.11.2020

Qualcuno mi ha chiesto come potessi parlare di scienza “con quella faccia da befana”. Quando mai qualcuno direbbe una cosa simile ad un uomo? Tra l’altro le giornaliste non devono mica proporsi come modello estetico, che importa la nostra faccia? Ho trascorso decenni di vita a studiare, a imparare, a raccontare. Se avessi vent’anni l’obiezione sarebbe “non sei preparata” o “cosa parli a fare che ti sei appena laureata”. O siamo troppo vecchie o siamo troppo giovani, non andiamo mai bene.

Valtella in Love

Johannes Zebrusius

Il Gran Zebrù è una vetta del gruppo Ortles – Cevedale, alta 3857 metri, che divide la Valfurva, in Alta Valtellina, dall’Alto Adige. Oltre ad essere maestosa è iconica per avere una forma conica simmetrica. Lassù la terra sembra avere solo un confine labile con il cielo…

Nel 1150 Johannes, feudatario di Gera d’Adda, si innamora di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Lei gli promette eterna fedeltà, anche se suo padre non sia poi così tanto d’accordo e preferisca per lei qualcuno di più ricco. A malincuore, i due si lasciano , per il dolore, Johannes parte per una Crociata. Lei gli promette in lacrime che, non potendo sposare lui, non sarebbe stata di nessun altro.

Quattro anni dopo, lui ritorna dalla Terra Santa e lei – sorpresa!!! – ha un marito. Il cuore di Johannes, improvvisamente, si spezza.

Decide, così, di mettersi in viaggio e vagare tra le Alpi per trovare una terra lontana dalla malvagità umana e dalla menzogna, finché non trova pace nel’odierna Val Zebrù, in zona Baita del Pastore verso il Ghaicciaio della Miniera. Lì trascorre trent’anni più un giorno di solitudine. Ormai vecchio e prossimo alla morte, si costruisce lui stesso una macchina che possa calargli addosso una lapide bianca e lì dentro si addormentarsi per sempre.

Sull’epitaffio leggiamo: JOAN ZEBRU AD MCCVII

Se il suo corpo rimane incorrotto sotto il peso della pietra, la sua anima vola fino alla vetta che oggi porta il suo nome, Gran Zebrù, e che in tedesco viene chiamata Koenigspitze (trad: Cima del Re). Tra leggenda e verità, il suo nome viene dal celtico SE (Spirito Buono) + BRUGH (del Castello).

da “Pomodori Verdi Fritti alla Fermata del Treno

Un cuore, anche se spezzato, continua a battere lo stesso.

Miss Raincoat

Valtella in Love

L’incontro romantico tra il Lago Bianco e il Lago Nero

Saliamo al Passo di Gavia, a sud ovest dell famoso gruppo dell’Ortles, posto a 2611 metri a collegare la Provincia di Sondrio (Valfurva) e la Provincia di Brescia (Valcamonica). In quest’area sono posti il Lago Bianco, in Valtellina e, duecento metri più in basso, già oltre il valico, il Lago Nero. Le leggende narrano che in queste acque vivono ancora gli spiriti di due amanti con Saturno contro; qualcuno spergiura di avere sentito i loro sussurri d’amore…

In realtà, la tragica storia d’amore ha ben tre versioni

***

Belviso era una bellissima ragazza orfana innamorata di un pastore della Valfurva. Suo zio, però, la vende come moglie a un altro uomo, giusto per ricavarne del denaro. Belviso e il suo amato, allora, scappano insieme, anche se lo zio avaro riesce ad acciuffarli al Gavia. Il pastore dice all’amata di scappare al di là del passo, in modo da poter affrontare lo zio da solo e farle recuperare terreno. Prima che il giovane venga ucciso, una forza arcana li trasforma entrambi nei due laghi che conosciamo, appunto uno di qua (Lago Bianco) e l’altro di là (Lago Nero) del Gavia.

Nerino e Bianchina erano due giovani innamorati invidiati da Pinotta, la figlia del Mago. Pinotta rodeva talmente tanto che chiese a suo padre di scatenare una bufera sul Gavia, dove i due fidanzati erano andati a fare una passeggiata, facendoli diventare di ghiaccio. L’unico che poteva invertire l’incantesimo era lo Spirito delle Acque, il quale non poté far nient’altro che sciogliere i loro cuori e farli diventare il Lago Nero e il Lago Bianco.

Lo Spirito dei Boschi, con due profondissimi occhi neri, nutriva una passione irrefrenabile e non corrisposta per la Fata dei Boschi. Preso dalla follia amorosa, la rapisce e lei si fa aiutare dalla Regina delle Nevi che, per farla rimanere pura, la trasforma nel Lago Bianco; per la disperazione, lo Spirito dei Boschi si trasforma nel Lago Nero.

A voi quale versione è piaciuta di più?

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Miss Raincoat

Valtella in Love

Madeline e Henri de Tourville

Il Passo dello Stelvio (o Stilfser Joch in tedesco) è un valico che collega la nostra Bormio con la tirolese Spondigna, le cui curve sono ritenute le più sexy per i motociclisti. Sui tornanti verso il passo è difficile non notare un’iscrizione che parla di uxoricidio, qui da queste parti un marito ha pensato di uccidere sua moglie e farla franca…

Am 16. Juli 1876 wurde hier Madaleine Tourville von ihrem Gatten ermordert

Il 16 luglio 1876 qui è stata uccisa Madeline Tourville da suo marito

Il conte Henri de Tourville, originario dell’Alta Francia, apparteneva all’alta borghesia inglese e, in seconde nozze, aveva appena sposato Madeline Miller. Anche lei, come lui, era vedova e, oltre ad avere circa vent’anni in più di lui, era molto ricca. Lui riuscì a sedurla facendole intendere che era un uomo molto facoltoso e poteva permettersi di portarla spesso in vacanza.

E così fece.

In viaggio di nozze, la portò a Spondigna, in Val Venosta. Un giorno la coppietta decise di fare una gita in carozza attorno a Trafoi, appunto verso lo Stelvio. A un certo punto della scampagnata, quasi a Spondigna, Henri disse che avrebbero continuato a piedi…

Alla sera, Henri ritornò all’albergo solo e sconvolto. Raccontò alla concièrge che era successa una disgrazia. La sua Madeline, non agilissima e con quel vezzo dei tacchi anche in montagna, era inciampata ed era caduta in un dirupo. Alla polizia, invece, aggiunse che sua moglie era anche mentalmente instabile e che, forse, la caduta non era stata accidentale, ma un vero e proprio suicidio.

Fortunatamente, le forze dell’ordine cercano di vederci più chiaro. Un pastore testimoniò contro Henri, disse che lo aveva visto mentre la buttava giù dal burrone.

Il processo ebbe luogo a Bolzano e il caso ebbe un interesse morboso da parte della stampa internazionale, tant’è che Spondigna divenne una località di turismo nero in quegli anni.

I giornalisti, per vendere più copie, mandarono avanti un processo mediatico e gli addossarono anche altri omicidi: quello della ex suocera (sulla carta era stata uccisa da un colpo di pistola partito per errore), quello della prima moglie (sulla carta morta per tisi) e di altre sette donne dell’alta società.

Il tribunale bolzanino, invece, lo condanna per omicidio preterintenzionale della moglie Madeline il 2 luglio 1877. Avrebbe dovuto essere impiccato, ma gli avvocati riescono a commutare la pena in 20 anni di lavori forzati a Graz, in Austria. Confessando il reato, non venne meno di far intendere che l’aveva fatto per l’eredità. Morì sei anni prima di aver scontato tutta la pena.

Ma chi era Henri de Tourville? Innanzitutto, non si chiamava nemmeno De Tourville, un cognome fittizio per sembrare un gentleman con la erre moscia. Era un trentottenne avvocato non praticante. Era un bell’uomo, elegante e con la barbetta incolta. Era sorridente, sicuro di sé e ci sapeva fare con le donne, soprattutto se avessero avuto un bel conto in banca. Questa storia mi ricorda un po’ quel film di Woody Allen che si intitola Match Point…

Chris in “Match Point”

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

❤ Miss Raincoat

Valtella in Love

La storia più recente di Sondalo, in Alta Valle, ci mostra l’immagine di un’ imponente cittadella sanitaria che domina la pianura sottostante, il Sanatorio, immerso nei boschi, con l’aria buona con cui ci si curava la tubercolosi dagli Anni Trenta – poi divenuta sede dell’ Ospedale Morelli,in prima linea durante la Pandemia, trascinandosi tutta la diatriba e la polemica di cui non parleremo oggi, ma che ci sta molto a cuore.

#iostoconilmorelli

Il Caso Gambarèl

Gambarèl era il soprannome di Giuseppe Pedrucci, un uomo alto, con gli occhi chiari e la barba folta. Viveva a Sondalo, in località Boffalora, e lì nel 1814 sposò Maddalena, una brava donna pure sorella del prevosto. Erano una bella coppia e riuscirono a tenersi stretti anche quando la loro piccola Anna morì bambina tra le loro braccia.

Giuseppe portava avanti l’azienda di famiglia, un’osteria, con la sua Maddalena; inoltre, avendo una spiccata abilità imprenditoriale, allevava bestiame per vendere tutto ciò che ci poteva ricavare. Badate bene, era illetterato e analfabeta, ma sui conti non lo fregava nessuno! Insomma, sapeva fare affari, ma era un brav’uomo.

Ma come mai nel 1828, con mogli e figli ancora a carico, finisce nel carcere punitivo di Szegedin in Ungheria (la Valtellina al tempo era nel Lombardo-Veneto)???

Il 4 settembre 1828 il Regio Tribunale di Sondrio l’aveva accusato di complicità in un omicidio avvenuto durante una rapina, che non era la prima alla quale partecipava.

In effetti, dato che era un capace mercante, alcuni sospettavano che per guadagnare rubasse. E davvero il 16 ottobre 1627, sulla Strada Regia in direzione Bormio, erano stati uccisi un prete e un maestro da due ladri.

Il problema è che questa accusa veniva dal gendarme Fiorani, al servizio del carcere di Sondalo. L’Osteria del Gambarèl si occupava di fornire i pasti caldi al personale penitenziario, personalmente portati in loco da Maddalena. Il gendarme si era invaghito della moglie di Giuseppe, benché lei l’avesse respinto. Il rifiuto lo offese a tal punto che riuscì a rovinare la vita della sciagurata. Non solo fece incarcerare il marito della poveretta, ma durante i processi disse tante cose per distruggere l’integra moralità di quella povera donna.

Maddalena non si diede per vinta e spese molti soldi per chiedere la grazia a chiunque, nella politica o nel clero. L’aiuto concreto venne dal capitano Giuseppe Duranti, ormai anziano, ma che si ricordava bene del Giuseppe di Sondalo, suo valoroso granatiere durante la Campagna di Prussia. Il vecchio soldato fece in modo che Giuseppe Pedrucci venisse scarcerato il 25 ottobre 1841.

Dopo più di dieci anni di carcere, il Gambàrel era consumato, non solo dagli anni. La moglie morì soltanto un anno dopo; lui, invece, che era un uomo forte, campò per altri trent’anni.

ArgentoVivo” di D. Silvestri e Rancore

Io che non mentivo, che ringraziavo ad ogni mio respiro ad ogni bivio, ad ogni brivido della natura. Io che ero argento vivo in
questo mondo vampiro, mercurio liquido se leggi la nomenclatura.

Miss Raincoat

Valtella in Love

L’Homo Salvadego

I caratteri specifici dell’uomo alfa valtellinese vanno ricercati nel retaggio ben più lontano delle conquiste dell’Impero Romano. Partiamo dai Liguri Orobi, lavoratori instancabili con il culto della Dea Madre, poi assoggettati dai Reti (i cugini degli Etruschi) che assimilano un carattere indomito e forgiato per la dura vita di montagna. Abitavano, appunto, la sponda orobica e puriva (cioé d’inverno senza sole) della nostra valle. Erano mori, testardi, con gli occhi da cerbiattoni e con molto senso del dovere – altri, li definirebbero dei tontoloni. Vennero assoggettati dai Galli, che preferirono la sponda retica sempre soleggiata. I nuovi arrivati fecero perdere la testa ai superstiti che, alla fine, scendevano dalle cime per uccidere maschi o feti, per andare sul sicuro. I Galli erano guerriglieri, alti, biondi, allegri, espansivi, ma anche molto impulsivi. Quindi, possiamo dire che i nostri virili e valenti uomini risultino da questa commistione genetica, sommata anche al successivo passaggio di eserciti di tutti i luoghi e tutti i laghi.

Super partes, c’è anche lui, il mio preferito, l’homo salvadego

A Sacco, frazione a mezza costa di Cosio Valtellino, esiste una cosiddetta Casa Zugnoni con un locale di rappresentanza affrescato. L’opera, datata 18 maggio 1464, è firmata Simone e Battistino Baschenis (erano degli artisti itineranti originari di Averara). Questo affresco ci apre alla filosofia del mondo orobico nel Quattrocento. A livello artistico, il legame con il Gotico Internazionale e con l’influsso nordico è ancora molto evidente.

Sul portale d’ingresso troviamo un arco dipinto con un Dio tricefalo (rappresenta la Trinità ma prende spunto dalla Giustizia pagana) il quale dispiega un cartiglio che, in nome di Cristo, benedice il luogo e augura pace a chi vi entra. All’interno c’è un ciclo pittorico che va letto secondo un ordine ben preciso. A destra l’uomo selvatico con una sorta di fumetto che recita “sono l’uomo selvatico e, per mia natura, a chi mi offende lo spavento!”: rappresenta l’uomo-animale che usa la paura per difendersi e anche la schiettezza che la società ha perso; al centro una Deposizione con ai lati S.Antonio abate (protettore degli animali) e il committente inginocchiato vestito da notaio: rappresenta l’uomo che, a differenza dell’animale, conosce la Religione e la Legge; a sinistra un cavaliere con arco: rappresenta la sintesi perfetta tra animale e uomo, il poter mirare al proprio fine senza sbagliare.

Il personaggio dell’Homo Salvadego è diffuso in tutta l’epopea dell’arco alpino europeo. “Selvatico” non significa soltanto “abitante dei boschi” ma anche “a proprio agio con la propria solitudine”. Un uomo che dice di no alla violenza gratuita, ma che si sa difendere in caso di attacco, è geloso di ciò che è suo, vive come una capra, o meglio, come uno stambecco – fisicamente è peloso, ispido e barbuto. Ha solo un difetto – se così si può chiamare – è ammaliato dal suono della voce femminile. Essendo un uomo che, anche nell’evoluzione, è rimasto in simbiosi con la natura montana, viene considerato il simbolo del carattere alpino.

Volete una confessione scottante? Il tipo di uomo per il quale farei una pazzia è sicuramente il nonno di Heidi.

Miss Raincoat

Valtella in Love

Valtellina, terra di confine. Il mio valico preferito è il Giogo di Santa Maria (in romancio Pass da Umbrail), posto a 2500 metri d’altitudine tra Grigioni (sopra la località di Santa Maria in Val Monastero) e la Val Fraele, in Alta Valtellina, verso Bormio. Oggi è un passo quasi prettamente turistico, chiuso d’inverno, usato come un accesso secondario allo Stelvio, ma che rimane altamente panoramico. Un tempo, serviva come crocevia commerciale. Le bestie da tiro, appunto con i gioghi, affrontavano la durissima strada per trasportare sale, grano e vino.

Bianca Maria Sforza e Massimiliano d’Asburgo

Bianca Maria, ventenne, era figlia di Galeazzo, ucciso da avversari politici siccome, probabilmente, tanto simpatico non era. Nemmeno suo fratello, Ludovico detto il Moro, era da meno. Di fatto, dimenticandosi di avere particolari scrupoli, promise in sposa la nipote orfana a vari rampolli presenti sulla Penisola finché non ebbe la botta di fortuna per saldare l’alleanza con gli Asburgo d’Austria.

Fu un matrimonio prestigioso quanto infelice.

Massimiliano, al momento del fidanzamento, aveva trentaquattro anni ed era vedovo da una decina di anni. La prima moglie, da lui amatissima e mai dimenticata, era morta accidentalmente cadendo da cavallo durante una parata di caccia. Bianca Maria era molto più bella, bionda con la pelle diafana, però non giudiziosa come Maria di Borgogna, la buon’anima. Eppure, si decise a sposarla perché gli metteva in mano l’Italia Settentrionale, dominio degli Sforza di Milano.

Bianca Maria sposò Massimiliano a Milano, per procura, nel luglio 1493. Fu l’evento più fastoso della Lombardia sforzesca. Durante i primi giorni del rigidissimo dicembre dello stesso anno, da Milano partì il corteo nuziale che avrebbe accompagnato la moglie a casa del marito, ossia ad Innsbruck in Austria, passando da Como, Bellagio, Morbegno e Bormio. Il motivo per il quale si affrontò il viaggio al freddo è perché zio Ludovico si era preso un po’ di tempo in più per racimolare la dote, trasportata da ben ventiquattro mule. In realtà, questa non fu che una prima piccola rata dell’esosa somma del “prezzo dello sposo”. Il resto, fu chiesto ai sudditi tramite tasse. Chiaramente, anche la Valtellina faceva parte di questi contribuenti e, inoltre, fu proprio la Valtellina a dover pagare strade, insegne, ponti e tutto il necessario per una buona accoglienza del corteo. Gli sposi si incontrarono la prima volta sulla salita verso il Giogo di Santa Maria, dove Bianca Maria fu accompagnata da una folla di bormini festanti verso il suo destino.

Probabilmente, tra il seguito del corteo c’era anche Leonardo Da Vinci, al servizio del Moro, che descrisse i Bagni di Bormio con le terme antichissime, gli ermellini (e il loro selvaticume) e le montagne valtellinesi (terribili e sempre piene di neve). Il nostro paesaggio, probabilmente, lo lasciò attonito e quasi impaurito.

Bianca Maria visse lontana da casa in terra straniera e all’ombra della prima moglie. Massimiliano la escluse completamente dalla vita politica perché non la considerava all’altezza. Soffriva e, pian piano, il disagio si trasformò in malattia mentale. Preferì spostarsi qua e là per i castelli tirolesi piuttosto che stabilirsi a Innsbruck al fianco del marito, anche se era sempre sorvegliata da amici fidati di suo zio Ludovico. La sua insofferenza la portò a soffrire di anoressia nervosa. Infatti, non riuscì a mettere al mondo figli, sebbene adottò quelli di suo zio quando venne incarcerato dai francesi. Morì praticamente consumata il giorno di San Silvestro del 1510, aveva 38 anni.

*Machine Gun Kelly*

I don’t do fake love / But I’ll take some from you tonight/ I know I’ve got to / But I might just miss the flight/ I can’t stay forever / Let’s play pretend / And treat this night like it’ll happen again / You’ll be my bloody Valentine tonight”

Miss Raincoat

Valtella in Love

Belina e Gianni

Siamo a Spriana, in Valmalenco, un paese sospeso sulle profonde forre del torrente Mallero e famoso per il movimento franoso che incombe sulla valle sottostante.

Durante una Primavera che sembrava non dovesse mai avere fine, Gianni si innamorò di Belina e le giurò amore eterno. Il ragazzo, però, era anche un ottimo cavaliere e fu presto chiamato a raggiungere il suo esercito in terre lontane. Ciò nonostante, promise alla fidanzata che al ritorno l’avrebbe sposata.

Lontano e provato dalla solitudine della guerra, però, si dimenticò della promessa, sposò un’altra donna e non ritornò più a casa. Belina apprese la sciagurata notizia dalle malelingue pettegole del paese. Disperata e con il cuore a pezzi, non ci pensò nemmeno un attimo e corse a gettarsi nel torrente Mallero. Era un Autunno particolarmente freddo e nebbioso.

Eppure, un secondo prima di morire invocò la Madonna della Speranza, perché Gianni pagasse pegno, ma non in vita, soltanto una volta morto. La sua anima avrebbe dovuto vagare inquieta e senza pace.

Al centro di Spriana, su un masso erratico, si erge appunto la Chiesetta della Madonna della Speranza. Qui, a novembre, le coppie di innamorati possono assistere a un’apparizione quasi oracolare nello strapiombo del torrente:

  • se non è vero amore – appare Gianni, angosciato, su di un cavallo nero che galoppa furioso;
  • se è vero amore – appare Belina triste e sconsolata che assiste alla scena del cavallo che quasi trascina l’uomo che l’ha buttata via.

Per chi nell’amore non ci crede più, invece, la Madonna della Speranza può anche intercedere per il mal di denti, basta che si fa un giro attorno alla chiesetta.

La leggenda, comunque, narra anche che quando la Madonna riterrà che Gianni abbia saldato il suo debito con l’Amore, allora nella forra cresceranno dei gigli azzurri. Poco male, dato che per Dante, i traditori sono imprigionati in un lago ghiacciato sopra il quale soffia perpetuo un vento gelido (tipo Selvetta, ma più in grande).

Non ti auguro il male

(solo donne fredde e birra calda)

Miss Raincoat

“E a chi ci vuole male una Makumba”