“Fattoria nell’Alta Austria” di Gustav Klimt

Devo confessare una colpa: fino ai trent’anni ho detestato i paesaggi e Klimt. I primi perché mi sembravano troppo fotografici il secondo perché ci vedevo troppa ricercatezza. Ebbene, eccomi qui a trentadueanniemezzo a parlarvi di un paesaggio di Klimt… 😳

C’è da dire ci siamo abituat* a conoscere questo autore per altri tipi di soggetti, per le eleganti dame dorate. Infatti, molti critici hanno osannato questa retrospettiva di Klimt come una sua fase sperimentale, benché non sia altro che una parentesi vacanziera. Ebbene sì, se per lavoro realizzava ritratti aulici per la Vienna borghese, in ferie – come noi ci dedichiamo ai cruciverba – lui fotografava la natura attorno a sé, mentre si godeva le sue passeggiate mattutine all’aria aperta e non celasse la sua golosità per la panna montata.

olio su tela – 110*110cm – 1911 – Belvedere (Vienna)

I paesaggi di Klimt si collocano in uno spazio temporale che va dal 1900 al 1916, durante le estati che il pittore trascorse in Austria e in Italia del Nord. Sono tutti di forma quadrata, una forma che cerca di contenere l’infinito della totale immersione con la natura, ricordandomi un po’ anche D’Annunzio.

La tecnica potrebbe assomigliare al puntinismo, ma così non è. L’approccio di Klimt è più da mastro vetraio, il quale cesella le macchie di colore come le tessere di vetro dei mosaici (l’arte bizantina fu grande ispirazione per l’iconicità della sua arte). E, per quanto l’arte musiva tanto quanto questo approccio piuttosto paratattico al colore possa rischiare appiattire le forme e gli spazi, noi riusciamo benissimo ad entrare dentro la scena quasi nuotandoci dentro. Klimt vuole stimolarci ad entrare nel groviglio.

Un groviglio che esisteva anche nella sua mente. Gustav aveva una fidanzata, la stilista Emilie Flöge (pare sia la figura femminile del celebre “Bacio”), che fu la sua compagna per tutta una vita, per quanto la loro unione non fosse esclusiva. Ebbene, con questi paesaggi il pittore ci fa entrare nella sua interiorità introspettiva, che nelle sue opere più famose è ben celata. I suoi non sono i paesaggi diroccati e magniloquenti dei Romantici, anzi, sono analisi precise (lui dipingeva con il binocolo a portata di mano). Tendenzialmente, ci sta dicendo che non riesce che a manifestare il suo amore per le cose, per la vita, per lo stesso Amore, se non con l’ossessione maniacale per i particolari. Dentro la tela quadrata cerca di metterci dentro tutto ciò che vede, così come nelle relazioni… ma è impossibile ingabbiare ciò che è, per sua natura, immenso ed illimitato. Questa, infatti, è la condizione che rende l’uomo piccolo di fronte alle cose grandi della Vita, ai sentimenti, al groviglio…

Miss Raincoat

Alcyone/Stabat nuda Aestas – Gabriele D’Annunzio

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

“Lo Stivaletto d’Oro” di Mariano Alonso Pèrez

Ebbene sì, mi piacciono le favole. Però raccontate bene, tipo come facevano i fratelli Grimm, che se le tiravano fuori nude e crude. Per esempio, in Cenerentola, l’atto di infilare la scarpetta (d’oro e non di cristallo, come il loto d’oro, il piccolo piedino sexy, della cultura cinese) è ovviamente la metafora della penetrazione. Insomma, se ti si infila bene la scarpetta è quella giusta, è una questione di chimica, quella cosa che crea invidia a chi cerca soltanto qualcuno con cui sistemarsi…

56*45 cm – olio su pannello di legno – 1891 – collezione privata

Il nostro pittore spagnolo dai molteplici nomi e cognomi nasce a Saragozza; studia a Madrid e a Roma, apprendendo la lezione del Realismo. Il periodo in cui si fa conoscere e riesce a vivere della sua arte coincide con il suo soggiorno a Parigi dal fratello musicista dal 1899 al 1914. Lo ricordiamo, infatti, per le sue scene settecentesche, gli amori sospirati, il dolce far niente, i colori pastello e le composizioni armoniche. Ritornerà in patria allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e, nel suo ultimo periodo di carriera, si dedicherà ai temi sociali.

Lo Stivaletto D’Oro (in francese La Bottine d’Or) è il nome della bottega di scarpe, la quale ha anche un’insegna a forma di stivaletto d’oro. Siamo verosimilmente nel Quartiere Ebraico del Marais. Ricordiamo che in quegli anni in Francia (anche all’indomani dell’Affare Dreyfus) era accesa la propaganda antisemitica. Il calzolaio è fortemente connotato dallo stereotipo dell’ebreo con occhiali, basette e cappello, di fatto. Si pensava che gli ebrei fossero il male del mondo: avidi di denaro, egoisti, depravati e che potessero portare la società alla deriva…

Più che una bottega sembra una baracca degli orrori. Porta e finestra sono spalancate, ma conducono verso il buio. La scena è incorniciata da una vegetazione a rampicante, quindi infestante. L’edera, a proposito, è la pianta sacra a Dioniso, il dio dei riti orgiastici. Inoltre, la lanterna è simbolo di qualcosa che contiene l’ardore di una fiamma e il vaso di fiori è il simbolo di verginità perduta.

La cesta ai piedi, non lascia traccia di dubbio, è simbolo di matrimonio, inteso come unione tra uomo e donna. I fiori che ci troviamo sono rosa, gialli, bianchi e viola: per le giovani donne è arrivato il momento della metamorfosi, il passaggio doloroso tra la fanciullezza e l’età adulta. Dicono che la prima volta non si scorda mai

Nella composizione c’è una forte connotazione dualistica tra il lato maschio e il lato femmina. Le rose rampicanti rosa ci dicono che l’unione alla quale auspicano le ingenue ragazze cattoliche francesi è quella affettiva; mentre gli uomini ebrei, scafati dal mestiere di vivere, vanno dritti verso la passione (chiamiamola così senza volgarité).

L’atto di provare le scarpe è identificato come la perdita dell’innocenza, come un rito iniziatico nei quali i sacerdoti-carnefici sono i due possessori di pisello.

C’è anche un secondo dualismo tra la ragazza seduta e la ragazza in piedi.

La ragazza seduta è connotata dal nero, come per dire che è “chiusa”, quindi vergine. La sua gonna è blu quindi anche la sua morale è integra. Il proprietario della bottega, connotato dal rosso, quello del sesso e del potere, è inginocchiato davanti a lei come quando si fa una proposta. Le sta insegnando come funziona con le scarpe: si può scegliere se amare Dio (blu) se avere solo sesso e divertimento (giallo) o, come lui consiglia, abbandonarsi all’unico vero amore, quello che unisce passione e complicità, l’unica scarpa bella che non fa male.

La sua amica, invece, la ragazza in piedi, ha già scelto il colore giallo. Troppa passione in testa e nel cuore (vedi l’abbigliamento), ti portano a scegliere in base all’istinto senza pensare alle conseguenze. Infatti, la sua moralità l’ha sollevata (vedi il grembiule) per darsi alla pazza gioia e fiorire insieme al garzone, con il quale scambia sguardi d’intesa (ed è abbinata con i colori), mentre lui maneggia un martello e una dima, simboli della prima volta. Quello, è l’amore dei giovani che non hanno esperienza come il vecchio padre del ragazzo, che comunque ha già infiocchettato la ragazza (vedi la camicetta, diversa da quella sciolta dell’amica).

Da tre cose mette in guardia il nostro Mariano rosicone: da quelli che ti si vogliono solo scopare, dagli ebrei e dagli ebrei che ti si vogliono solo scopare (cioé tutti). In pratica, le stesse cose che gli Interisti dicono degli Juventini! 🙂

Cenerentola è la prova che un paio di scarpe nuove ti possa cambiare la vita.

(ieri sera mi si è rotto il cinturino dei miei sandali preferiti, c***!)

❤ Miss Raincoat

Leonardo, gli ermellini e la Valtellina

Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico (Foglio 214, 1483-1518)

“…Valtolina, valle circondata d’alti e terribili monti, fa vini potenti e assai, e fa tanto bestiame che da’ paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale prima corre più che per quaranta miglia per Lamagna. Questo fiume fa pescio témere, il quale vive d’argento, del quale se ne truova assai per la rena. In testa alla Valtolina è le montagne di Bormi, terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i Bagni”

Nel dicembre 1493 Biancamaria Sforza, nipote di Ludovico Sforza detto il Moro, stava raggiungendo Massimiliano Asburgo a Innsbruck dopo il matrimonio per procura con a seguito un corteo del quale faceva parte anche Leonardo Da Vinci, pittore di corte…

1488 – olio su tavola – 50*40 cm – Cracovia

Nel 1488 il Moro aveva ottenuto, finalmente, il titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal Re di Napoli, grazie a una studiata rete di matrimoni con gli Aragona e per la posizione contro i Baroni in contrasto con la monarchia regnante. Il simbolo di questa congrega, ovviamente cattolicissima, era l’ermellino, metafora del “meglio morto che disonorato”, poiché l’ermellino, piuttosto che vedere la sua pelliccia macchiata di sangue, si lascia uccidere.

Ma chi sta coccolando il Moro?

Cecilia Gallerani. In greco antico la donnola viene chiamata “galé”, quindi è un nomignolo o abbreviazione del cognome della giovane amante di Ludovico. Cecilia indossa una collana di granati, simbolo di devozione e di fedeltà, ad un uomo dai capelli corvini, tiranno anche nella seduzione (anche se soffriva di asma).

In effetti, il Moro la salva da un destino infausto. Faceva parte di una nobile famiglia senese adottata da Milano ed era orfana di padre. Avrebbe dovuto o farsi suora o sposare un uomo vent’anni più vecchio di lei se il Moro, il quasi Duca, non l’avesse notata e non le avesse anche regalato un appartamento tutto per lei dove incontrarla senza preoccuparsi dei paparazzi.

Nel 1491 Ludovico si sposa con Beatrice D’Este, tra l’altro amica di Cecilia. Avrebbe preferito sposarsi con Isabella, la sorella-più-bella, ma Francesco Gonzaga aveva vinto il gioco delle coppie. Beatrice, inoltre, siccome anche molto giovane, lasciò passare dei mesi prima di onorare i suoi obblighi matrimoniali. Tant’è che il Moro sfogava le sue voglie altrove, con Cecilia, che rimase incinta. Cecilia venne allontanata dalla corte ma il Moro continuò ad occuparsi economicamente di lei, finché le non si sposerà con un conte. Il Moro divetò un marito modello? Forse solo un po’ più abile a non farsi sgamare… Beatrice partorirà vari eredi, ma morirà alla fine dell’ultima gravidanza, portata avanti in contemporanea con un’ennesima delle fedeli cagnoline del Duca.

Eppure, questo dipinto di Leonardo ha reso immortale una compagna illegittima, forse un amore vero in mezzo agli intrighi di corte. Tra le cose, l’animale nella composizione assomiglia più a un furetto che a un ermellino. Probabilmente, Leonardo prima di passare in Valtellina, così come non aveva mai sperimentato l’imponenza delle Alpi, non aveva nemmeno mai visto un ermellino da vicino. Parimenti, non sapeva che dalle nostre parti, è considerato un animaletto sfuggente, dispettoso e vendicativo. Di fatto, mi pare strano che un animale selvatico si sia prestato a stare fermo per essere dipinto… Leo avrà detto “Ohibò, bischero, fattelo garbare lo stesso!”

Miss Raincoat

883 “Il Grande Incubo”

La donna il sogno il grande incubo
Questa notte incontrerò
Mentre nel mondo tutti dormono
Forse anch’io mi sveglierò
Con la sveglia scarica ormai
E con mia madre che mi dice “Dai, come fai
Tutte le volte a non svegliarti mai”
E tutto questo finirà così, ma adesso sono qui

Morbegno La Sera è Viva 2022

Giovanni e Rosa : i colori di un amore

Solitamente, i ringraziamenti si fanno nelle battute finali, ma per per me è doveroso salutare una persona, un grande amico di questo piccolo tesoro di Morbegno, della Madonnetta: il Roby, l’architetto Roberto Paruscio che si è occupato dell’iniziativa di restauro di questo monumento. Ciao Roby!

Introdurrei questo racconto con una citazione presa dall’iscrizione non tanto distante da questa cappelletta votiva. Vicino al Cimitero leggiamo “se pietoso tu sei o passeggere, o dammi un soldo o dimmi un Miserere”. In tempi antichi, l’unica via che congiungeva Morbegno a Sondrio passava di qui, dalla Campagna, e, come un cartellone pubblicitario, salutava il viandante augurandogli buon viaggio, che sarebbe sicuramente andato meglio se avesse lasciato un’offerta o, se proprio non avesse spiccioli, avesse invocato l’aiuto dei morti.

La Madonnetta è il dipinto custodito nel cuore di questo tempietto e nasce proprio in questo clima mistico, tra il sacro e il profano. Narra la leggenda, che nei primi del Cinquecento il contadino Mario Petacco si fece dipingere sulla sua casa una Madonna in Trono in seguito al passaggio della Madonna in persona, riposatasi qui prima di salire a Tirano, dove sarebbe apparsa a un altro Mario, l’Omodei. Subitissimo, questo affresco avrebbe iniziato ad essere da anatema miracoloso contro le morti certe, per malattia o anche per condanna. Ovviamente, le grazie erano accompagnate da generosi ex voto, tant’è che la Confraternita dell’Assunta e la Parrocchia cominciarono a litigare sulla gestione degli incassi. Ci volle il Vescovo per sistemare la faccenda che decise per la Parrocchia. La Parrocchia, mettendosi una mano sul cuore, con parte dei proventi finanziò la costruzione del tempietto e la sua decorazione.

Proprio nel 1875 entra in gioco il nostro pittore Giovanni Gavazzeni. Si stava già facendo un buon nome, ma non era ancora propriamente in carriera. La Fabbriceria di Morbegno era rimasta davvero soddisfatta della “Deposizione” nel Gisoo de Meza Via verso la frazione orobica di Arzo e, perciò, gli commissionò anche la realizzazione della Madonnetta. Il Gavazzeni avrebbe dovuto creare una cerniera tra presente e passato. Nelle cupole ellittiche troviamo due Angeli con cartigli che ci indicano la Madonna del passato, all’interno, una Mater Divinae Gratiae, una Regina imperturbabile con un Bambino vestito da cavaliere, e una Madonna del suo presente, una Consolatrix Afflictorum, una madre tenera. Se nel Cinquecento la Madonna era vista come un monito al Giudizio, nell’Ottocento era una Speranza per il futuro.

Ma chi era Giovanni Gavazzeni? Nato a Talamona il 13 settembre 1841 (sotto il segno della vergine), fu un giovane di buona famiglia e bambino prodigio che frequentò l’Accademia Carrara di Bergamo, molto lontana dagli schiamazzi politici di Milano e ancorata all’imitazione dei Classici: in Gavazzeni troviamo molto Raffaello, provate a pensare alla “Madonna della Seggiola”. Giovanni ebbe anche una parentesi rivoluzionaria molto attiva, seguendo Garibaldi fino a Sondrio. Comunque, dopo l’anno sabbatico, finì gli studi con lodi e imbrodi e scelse di ritornare a Talamona. Era un uomo solitario, schivo, silenzioso e meticoloso. Era un uomo che amava la sua Terra e le sue montagne e che voleva proteggere la natura. Pensate che, nonostante il largo utilizzo dei moderni colori in tubetto, lui continuava a tenere segrete le ricette dei suoi colori “alla moda vecchia“.

Il Gavazzeni è stato un artista pop: raccolse consensi fin da subito. Infatti, invece di seguire la moda dell’arte di Milano, irriverente, irruenta e monumentale, decise di capire che cosa desiderasse il suo pubblico valtellinese. La nostra gente voleva un’arte sentimentale e semplice, più simile alle canzoni di Orietta Berti che a quelle di Luigi Tenco. Il Gavazzeni, poi, ci mette la sua firma. Crea una tavolozza di colori unica, fatta di colori molto profondi, freddi, ma al contempo molto vividi con i quali esprime la sua schiettezza un po’ burbera, ma al contempo emotiva.

La sua storia d’amore si svolge nell’Ottocento. Anche in Valtellina si respirava quel clima di pizzi, merletti e salotti. Ricordiamoci che il Gavazzeni frequentava un noto caffè letterario di Morbegno, il Folcher. Tuttavia, l’atmosfera alla Bridgerton qui era smorzata da un carattere più ruspante. Si pensi che, per far bella figura con i suoceri, il dono migliore da portare quando si chiedeva la mano di una fanciulla fosse un pollo.

Giovanni chiede la mano a una ragazza di Masino, Rosa Lucia Pirola. Lui aveva 34 anni e lei 23. Il papà è contento di queste nozze perché il genero ha una famiglia borghese rispettabile, è un pittore ma guadagna bene ed è anche generoso, perché qualche volta dipinge per beneficenza. Eppure, il matrimonio viene macchiato da un’onta: la coppia non riesce ad avere figli. Solo vent’anni dopo adotteranno i nipoti di Rosa rimasti orfani. Li accudiranno nell’amore e nell’agio, ma uno morirà ragazzo per un male improvviso e gli altri due nella Prima Guerra Mondiale. Erano tempi crudeli per le mancate maternità. Il collega e amico pittore Segantini, altro narratore delle Alpi, sebbene fosse libero dagli schemi della società, descrivendo il suo dipinto “Le Cattive Madri”, disse che amava tutte le donne purché avessero nelle viscere l’attitudine di madre.

Eppure, questo non divise Rosa e Giovanni. Ho sempre pensato che, per questo, il “problema” fosse originato da Giovanni… Sappiamo per certo che Rosa diventò la musa del pittore. I visi aristocratici delle Madonne sono smpre i suoi, che invecchiano insieme a lei, sempre amabile agli occhi di suo marito. Giovanni, se la composizione lo permette, si dipinge come un premuroso e protettivo San Giuseppe.

Nel nostro timpano, l’atmosfera è tinta di colori che virano verso l’oro e il rosa-aranciato. Questo colori ci danno l’idea di un clima dolce e sussurrato, quello del tramonto. Il tramonto qui è anche simbolo di una Madonna che sa che suo figlio morirà per colpa dei nostri peccati, ma ci ama ugualmente. Intrinsecamente, Giovanni, dopo due anni di tentativi, sta dicendo che la sua Rosa non è una cattiva donna anche se non è mamma. Magari era un orso quest’uomo, ma era più libero di mente di tanti uomini contemporanei!

Vorrei dire che questo dipinto parla di Amore Universale. Per il Gavazzeni, a differenza dell’iconografia codificata, l’amore non è rosso ma blu. Il blu è il più prezioso dei colori ed è il colore dell’intimità. Il manto blu di Maria, protegge la sua grazia interiore. Il Gavazzeni ci sta dicendo che il rosso, ciò che viene dal cuore, va dosato e centellinato e, soprattutto, sempre vissuto in silenzio per evitare i giudizi altrui. Oscar Wilde diede questa definizione al blu “la breve tenda che i prigionieri chiamano cielo”.

❤ Miss Raincoat

“Il Caffé in Giardino” di Daniel Ridgway Knight

Giovedì scorso stavo scrollando a caso su Instagram e mi sono imbambolata per un’ora buona a farmi le storie su questa tela. Non riuscivo a capire perché mi sembrava così pop e familiare, poi ho capito (dai fiori)…

Collezione Privata

Daniel Ridgway Knight è un pittore collocabile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nato il 15 marzo 1839 sotto il segno dei Pesci all’interno di una famiglia quacchera della borghesia provinciale della Pennsylvania (dove sarebbe nato anche l’iconico Maxfiled Parrish). Approda in Europa a Parigi dove studia pittura con Alexandre Cabanel. Ritornerà in patria come volontario nella Guerra di Secessione, si sposerà con una sua studentessa, una certa Rebecca, e poi tornerà in Francia, dove si stabilirà a Poissy nel 1872 (sulla Senna, a un’ora dalla ville – cittadina oggi conosciuta per lo stabilimento della Peugeot). Stringerà amicizia con Renoir, Sisley e Millet. Se del primo troviamo la vita e del secondo i paesaggi nella sua opera, di Millet troviamo un’analogia di contrasto: Knight raffigura la vita contadina, ma ne elude la denuncia sociale. Il nostro pittore non vuole rappresentarne la fatica, ma la felicità, poiché così come le altre classi sociali, anche i poveri , anzi i semplici, sanno essere felici. Quindi, si può dire che ci mette davanti i giardini di Monet animati dalle persone. Nel 1883 sceglie di andare a vivere a Rolleboise, ancora sulla Senna ma ancora più immerso nella vita di campagna, in una casa con un’ampia terrazza sul fiume.

In questa tela spicca tra tutti gli attori la modella con il foulard giallo. Si tratta di Maria, una ragazza che incontriamo spesso nei titoli dei dipinti di questo pittore, ritratta come una piccola principessa dei giardini. Questo mi fa venire in mente una filastrocca in inglese che fa “Mary quite contrary/ How does your garden grow?”. Quindi, la nostra Maria era tutt’altro che Santa e Vergine per il nostro Daniel e aveva un (giardino) segreto… Spesso, infatti, a differenza di questo dipinto, viene ritratta con i papaveri, simbolo del fare l’amore e non pensare – e, inoltre, fiore sacro a Demetra (dea delle messi e del raccolto). Il foulard giallo, invece, non lascia dubbio: è la gelosia (di fatto, il quarantenne Daniel era sposato e aveva un figlio di dieci anni). Notiamo anche che Maria ha un nome italiano come la bevanda che viene servita al tavolo. Probabilmente, faceva parte di quei contadini italiani che, nell’Ottocento, emigrarono per farsi sfruttare come contadini nelle campagne francesi…

La composizione è un intrico di simboli. Ricorrono le contrapposizioni di forme maschio/femmina (per esempio le ceste o la forchetta e il bicchiere) e del colore blu/rosso, sempre nello stesso significato. L’unione tra uomo e donna è amplificata da ciò che troviamo sul tavolo, la condivisione conviviale del cibo vista come lo spezzare il pane su un panno bianco, come a voler dire che Daniel ha rubato l’innocenza a Maria. Di fatto, lui impersonifica il vino e lei l’acqua. Ma è tutto per terra… Perché un pranzo succulento non può finire se non lasciando dei postumi.

Il cibo va anche a contrapporre poveri e ricchi. La zuppiera va a essere la sentimentalità semplice dei contadini; il caffé, invece, la bevanda alla moda della borghesia, cioè Daniel spiega che cosa Mary ha dato a lui e cosa lui ha dato a lei (Spiega anche a Millet che per capire una classe sociale può farci l’amore invece che politicheggiare, ahahah 🙂). Eppure, il peccare di felicità, ha causato un gran casino. Tutto per terra giace in disordine. Ai piedi del tavolo quasi inquisitorio, c’è una cesta con i panni sporchi blu, di un uomo. Madeleine, l’amica di Maria (probabilmente figlia del fattore che aveva accolto Maria), ha la cesta vicino a lei, come per dire “ho le prove, ti abbiamo scoperto tro** italiana!”. Julia, la sua sorellina sta guardando torva dentro la casa, la casa del pittore malandrino. E dalla casa esce Luis Aston, il figlio del pittore, con lo sguardo verso il basso e con in mano la bevanda che scotta, il caffè, con il panno bianco e rigato di rosso, ossia la disintegrazione dell’integrità di Maria, che indossa di rimando una gonna rossa. Ma lui non si fa vedere, manda il figlio…

Come sono andate le cose? La terrazza della casa è il teatro e le piante ne sono il coro. In soffitta c’è una finestrella blu aperta (probabilmente si incontravano lì, dove il camino rosso fuma, perché la stanza scotta e la finestra deve essere aperta poiché la relazione deve finire). Infatti, Rebecca ha scoperto tutto. Fuori dalla porta finestra, il talamo ufficiale, la moglie ha appeso un bouquet che sembra quasi la coda di un pavone o qualcosa legato a Giunone, la moglie di Zeus sempre inferocita dai tradimenti. Nell’aiuola in giardino c’è il cardo mariano (appunto ci ricorda il nome della protagonista) e la veronica, che però è straripata, sta uscendo dal giardino (è il simbolo dell’addio, Maria deve andarsene…). Maria se ne deve andare perché le rampicanti, che come dice la Berti si aggrappano indissolubilmente quando e come vogliono e non ci si può fare nulla, si sono intersecate a caso addosso alla casa, l’hanno infestata. Sono l’edera e il gelsomino, ossia la Passione e l’Amore, che sono arrivati fino a quella finestrella dove sono stati esposti il geranio e il papiro (follia e gioia). Sul terrazzo vengono esposte varie piante della macchia mediterranea, in ricordo all’Italia, come agave, alloro e l’assenzio (un amore talmente grande che si autodistrugge, come Apollo quando insegue Dafne e lei si trasforma in una pianta, come se l’amore vero portasse sempre con sé anche l’amaro della sciagura). In mezzo a queste piante c’è un vasetto giallo di gelosia e di geranei (stupidità della gelosia che fa solo danni). E, infine, delle begonie, poiché tutto sta cambiando e, infatti, sotto è rimasta solo un edera ben intrecciata (fedeltà alla moglie). Se guardiamo meglio, la prima finestra è sbarrata (la relazione extraconiugale chiusa), la seconda porta è aperta (la famiglia e la moglie sono l’entrata principale e la scelta) e l’ultima finestra ha le imposte aperte ma il vetro chiuso (è Daniel, che ha scelto di essere padre e marito, di allontanare lo scandalo, ma nella solitudine).

Lo capite perché mi sono intrippata per quest’opera? 🙂

Miss Raincoat

“La Malinconia di Penelope” di Angelika Kauffmann

Angelika Kauffmann è stata una pittrice della seconda metà del Settecento, stimata ritrattista, nata a Coira, nei Grigioni (Svizzera). Passò la sua infanzia da bambina prodigio nella mia Morbegno (Sondrio) e, sebbene diventò una donna di mondo, ben calata nel clima dei salotti europei, rimase una semplice ragazza svizzera alla ricerca dei colori dell’arcobaleno, nonostante vivesse in un mondo ancora troppo maschio.

Con suo padre, un discreto pittore al servizio della borghesia e della nobiltà tedesca, viaggiò molto e, durante un soggiorno veneziano, conobbe la moglie dell’ambasciatore inglese, che la convinse a lasciare l’Italia senza papà. Sua madre era già morta a Milano qualche anno prima, purtroppo.

A Londra ci passò ben quindici anni di vita mondana senza risparmiarsi il gossip sulle sue relazioni. Una presunta fu con il pittore conterraneo Füssli. Una appurata fu con Joshua Reynolds, fondatore della Royal Academy. La relazione con quest’uomo magnetico più grande di lei e allergico al matrimonio ma non alle donne non passò inosservata, tant’è che Nathaniel Hone, pittore in polemica con Reynolds, dipinse un quadro (“Il Congiurato”) con il quale, per averla vinta, svergogna la situazione mettendo in cattiva luce anche Angelika.

Era il 1775. Arrivò papà Kauffmann a mettere un po’ d’ordine. Angelika sposò di fretta un conte svedese, che non era il conte Hans Axel Von Fersen, bensì un impostore che fuggirà con tutti i risparmi. Dopo l’annullamento, Angelika avrà un secondo matrimonio con un pittore veneziano amico di suo padre e un amore segreto mai corrisposto con Goethe. Goethe apprezzava la sua arte, ma in modo compassionevole e la giudicava in maniera impietosa, anzi, direi maschilista. Disse “Hai il genio solitamente riservato agli uomini”. Grazie al c***!

Ma torniamo al 1775.

1775 ca. – 26*21 cm – olio su rame – Wolverhampton Art Gallery

La “Malinconia di Penelope” si colloca in questo periodo. Angelika e Joshua sono al centro del gossip e si allontanano definitivamente, dopo il matrimonio con il conte.

La Penelope rappresentata piange, è addolorata. Dopo aver atteso per vent’anni senza dubbio e senza tradimenti l’uomo che ama comincia a pensare che non tornerà più. Atena, la dea della Ragione, l’ha convinta a lanciare una sfida tra i suoi pretendenti: chiunque riuscirà a fare centro nelle dodici scuri tramite l’arco di Ulisse, un’arma che solo lui sa maneggiare, avrà lei come bottino.

La Penelope in cui si rivede la Kauffmann è vestita di bianco sporco, non più vergine, coperto dal blu cyan, un colore che simboleggia la sofferenza e il dolore. Inoltre, è seduta su un divano rosso, il trono della vera passione. Il talamo di Ulisse e Penelope aveva un segreto che conoscevano solo loro due, era poggiato su un tronco che lo rendeva inestirpabile; qui, di fatto, c’è una colonna che simboleggia quel per sempre che, per quanto si siano dovuti allontanare a forza, legherà Angelika a Joshua. Ai piedi di Penelope ci sono solo tre delle dodici scuri e tre, per i Greci, erano i livelli dell’unione tra due persone: la passione, l’affetto e l’amore. Dipingerli ai piedi vuol dire buttarli via. Inoltre, la loro posizione a croce e a freccia rappresenta appunto l’unione maschio – femmina, di Afrodite e Ares (la tresca più famosa del Mito, finita malissimo per gelosia…). Penelope, infine, porta una collana, iconografia dell’appartenenza a un altro uomo, così come l’atto di incrociare le gambe e il velo in testa. Vaffanculo, Cupido!

Miss Raincoat

Angelika Kauffmann

“Nessuno ha mai indovinato che il mio corpo era intento e teso, nessuno ha mai indovinato il bisogno che provavo di offrire il mio essere, completamente, ad un altro essere”.

“La Sorgente” di Jean Auguste Dominique Ingres

Dante, a naso, diceva che l’Amore move il sole e le altre stelle. Come contraddirlo? Il resto fa solo girare i co***i! Buon San Valentino ai fans degli Unicorni!

1820/56 – olio su tela di canapa – 163×80 cm – Museé d’Orsay (Parigi)

Quest’opera fu iniziata a Firenze (se notiamo, il tema è alquanto italianamente rinascimentale, sulla scia di Sandro Botticelli) e finita, in un secondo momento, a Parigi. Fu mostrata al pubblico quando Ingres, pittore belloccio assimilabile a Luca Argentero, era già un professionista di fama, molto copiato e con molti followers. Questa tela è considerata l’apice della sua esperienza nel Neoclassicismo, benché sia stata rivisitata anche dai colleghi delle Avanguardie, come Picasso e Degas.

Io la considero, più che iconica (perché di Ingres io conosco bene le Odalische), particolare. Ha delle dimensioni prevalentemente verticali, che la volevano collocata nel contesto di un’alcova (beh, in effetti il tema della “sorgente” – lì da da dove tutto inizia – ci sta); ha una base in tela di canapa (la quale conserva l’ineccepibile brillantezza dei colori nel tempo, firma indiscussa di questo artista) ed è una sorta di featuring, in quanto Ingres si avvalse della collaborazione di due suoi allievi per lo sfondo e il vaso.

Il modello iconografico è quello della Venere Pudica. In molti pensano che questo modo di rappresentare la dea dell’amore e della bellezza comporti necessariamente il fatto che lei si copra le vergogne. Al contrario, è un preciso scatto della vita intima della dea, cioè il bagno (simbolo di purificazione), quindi un modo di rappresentare un nudo non cafonazzo. Un porno poetico.

Le donne che rappresenta questo pittore, a mio avviso, sono le più sensuali di tutta l’Arte. Ingres le dipingeva sinuose e quasi innaturalmente allungate, in modo da ricercare delle linee arabeggianti. Inoltre, questo artista fa dei miracoli con i colori. L’incarnato delle sue muse risulta luminoso e vellutato, che sembra illuminato dall’interno, caldo, come se si potesse (quasi) toccare con mano. Ma non si può! In questo caso specifico la protagonista ha una posa esagerata, sembra quasi una statua messa in una nicchia di roccia, un naos greco, la cella sacra dove potevano entrare solo i sacerdoti del tempio.

L’elemento simbolico di questa composizione è l’acqua. La modella impersonifica una naiade, una ninfa delle acque dolci, immortale, guaritrice e profetica. Lei è la sorgente, sottomessa alle forze della Natura, ma che al contempo riesce a maneggiarle per creare l’amore e la vita. Di fatto, è lei che divide in tre l’acqua che sgorga dal vaso (simbolo del ventre): le grazie che poteva offrire la donna a un uomo, splendore, gioia e prosperità. L’acqua viene dipinta in un modo che fotograficamente definiremmo “con tempi di esposizione lunghi”, ossia spumosa e palpabile – come a dire che, anche se tutto scorre, per certe cose, per quelle là, ci si deve prendere tempo…

Il tutto è incorniciato da alcune specie floreali non scelte a caso. La margherita a destra è il fiore dell’innocenza; il narciso a sinistra è la vulnerabilità davanti all’uomo che vuole cogliere il fiore; infine, in alto, l’edera che tutto infesta: le emozioni forti e ingovernabili, l’estasi, ma anche la rigenerazione.

La modella era la giovane figlia, ipotizziamo quindicenne, della portinaia di Ingres. Alcuni critici dissero che il prezzo che la ragazza dovette pagare al pittore per vedere il suo sogno d’innocenza immortalato sulla tela per sempre fu la sua verginità. Parla, la gente purtroppo parla. Pensiamo soltanto a Paolina Borghese, la quale, qualche anno prima, fu scolpita da Canova praticamente senza veli su un materasso. Circolavano vari gossip sul quello che era avvenuto su quel divano, ma l’arguta principessa la chiuse così “Sì, certo, ero nuda davanti ad Antonio Canova, ma la stanza era abbastanza riscaldata!”.

Miss & Mr Raincoat

“Ragazza che Legge” di Franz Ebyl

Oggi, giornata ventooooosissima, voglio farvi vedere un dipinto che io considero senza tempo…

1850 – 53×41 cm – Galleria del Belvedere (Vienna)

Franz Ebyl (1806 – 1880) era nato il Primo Aprile e ciò gli portò molta fortuna, tant’è che prese residenza nel Belvedere di Vienna. Vita natural durante, fu un pittore di fama, in più uno dei ritrattisti più famosi e prolifici dell’Ottocento austriaco. Riposa nel Zentralfriedhof, insieme ad altri famosissimi suoi conterranei, per esempio il musicista Beethoven.

Potrebbe essere solo una ragazzina, una donna acerba, che sta leggendo il Cioé.

Ebyl era un pittore che risentiva di un grande influsso del Romanticismo, declinato nella ritrattistica con una ricerca volta alla minuzia realistica dei particolari e all’accento sulle qualità spirituali dell’individuo, ossia il concetto di sublime (non è bello ciò che è bello, ma ciò che risveglia i valori etici, ciò che sarebbe bene fare).

In Arte, spesso, la figura femminile che legge è una donna sessualmente matura e spesso nuda. In questo caso, la nostra protagonista è una ragazzina in pubertà in sottoveste candida, la quale accenna la scopertura di un corpo ancora crudo e sapientemente lo cela al contempo – come se il pittore la volesse dipingere in un momento di comodità interiore, un momento di tempo libero dedicato a sé stessa (la stanza tutta per sé di Virginia Woolf).

Probabilmente, la ragazzina non è nemmeno di estrazione sociale alta (è la contadinella facilmente infinocchiabile, un luogo comune nell’Arte for men only). Non porta gioielli importanti se non un laccio attorno al collo il quale ricorda molto il cosiddetto Nodo d’Ercole, quello che veniva legato al collo delle spose dell’Antica Roma e poi sciolto dallo sposo durante la prima notte. Capiamo, così, cosa cela e scopre la camicia che non riesce a stare più stabile sulle spalle eburnee della protagonista, una verginità in bilico, ormai…

Secondo me la chiave dell’opera sta tutta nella contrapposizione di ciò che fa la mano destra (la purezza) e della mano sinistra (il peccato).

La mano destra è poggiata sul petto, protegge il cuore e la sfera emotiva, scossa da qualcosa di violento e sconosciuto. Sicuramente, la ragazza sta leggendo una di quelle intriganti storie d’amore (è proprio a metà del libro – quello che nelle serie tv è chiamato il midseason finale) che cominciavano ad andare di moda in quegli anni, a me viene in mente “Emma” di Jane Austen – il libro viene tenuto in mano con la sinistra, però.

Sempre il braccio sinistro è adorno di un triplo giro di coralli. Il corallo, prima di tutto, è simbolo dell’arrivo delle prime mestruazioni, quindi il passaggio da bruco a farfalla. Il corallo è anche il colore che segna l’unico picco cromatico del ritratto sui toni terrosi dell’ocra: lo troviamo sulle labbra (simbolo indefesso di sensualità), sulla poltrona (simbolo del dolce far niente) e appunto sul bracciale (simbolo di legame tra pittore e modella). Il tre giri possono alludere alle tre fasi ineluttabili della vita della donna: sbocciare, fiorire e appassire (anche qui, un pizzico di maschilismo da parte del pittore quasi cinquantino…).

Un particolare che potrebbe rimanere trascurato, in quanto gioca sull’armonia dei colori primari, è quel foulard sul braccio destro. Prima di tutto il dono di un fazzoletto, in tempi antichi, era il rito del primo approccio sentimentale. Inoltre, quel lembo di stoffa, per pudicizia, in pubblico serviva a celare i capelli.

Nei capelli, per giunta, c’è il significato più profondo di quest’opera. C’è il pensiero di quest’uomo pittore sulle donne. La ragazza ha i capelli corvini, anzi “di serpente”, come Medusa – quella divinità bellissima e mostruosa che sapeva pietrificare gli uomini solo con lo sguardo (era stata Atena a trasformarla così, per invidia o per gelosia…). Una donna, capace di terrorizzare e di sbalordire, secondo Ebyl è intrappolata in questo suo dualismo, in questo suo potere a doppia lama. L’unico a riuscire a sconfiggere il mostro, nel mito, è Perseo e ci riesce guardano Medusa, non negli occhi mortali, ma attraverso il suo riflesso nello scudo (quindi, parafrasando, solo gli artisti riescono a maneggiare le donne senza risentire del maleficio); così, la decapita e, dal sangue che cola dalla testa, nasce il corallo (che la ragazza del dipinto porta come gioiello). Lo scudo per il pittore è il libro, in questo caso: la ragazza guarda all’orrore, ai demoni interiori, al peccato, cioè al sesso, attraverso le parole – in questo modo le sembra tutto meno spaventoso e mostruoso. Lui, da buon Perseo, la sta iniziando all’Arte (Quale? Lasciamo il libero arbitrio dell’opinione al Lettore!).

Sono tutti romantici con i libri degli altri 🙂

❤ Miss Raincoat

Daria Bignardi

Le donne che leggono sono pericolose. Perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre una via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro si innamorano di un altro libro, di un’altra storia e ti abbandonano…

“La Grenouillère” – Monet VS Renoir

Siamo a Croissy-sur-Seine (che fa molto Cernusco sul Naviglio, pardon), a una ventina di chilometri da Parigi. In mezzo al letto della Senna, appunto, c’è uno storico isolotto sul quale, nell’Ottocento, si potevano trovare un chiosco alla moda e uno stabilimento balneare. Qui, su questa sorta di zattera (che mi ricorda anche quel quadro di Géricault), durante l’afa estiva, la borghesia parigina si concedeva refrigerio e svago. Ai più informati, questo rinomato lembo di terra, era conosciuto come la grenouillère, lo stagno delle rane – chiamato così per la sua musica, il vociare delle ragazze in vena di chiacchiere inconsistenti. Ovviamente, questa località turistica diventò l’epicentro della vita moderna, quella di Baudelaire e degli Impressionisti, meravigliosa, poiché transitoria e fatta di secondi inimitabili. In questo clima, durante l’estate 1869, due amici e colleghi pittori, piazzano due cavalletti, uno accanto all’altro. In un paio d’ore ci sviluppano la stessa personale istantanea dello stesso momento…

“La Grenouillère” Claude Monet
*** 1869 – olio su tela – 74,6 x 99,7 cm – MOMA di NY

La pennellata è molto liquida (e non ha nulla a che vedere con quella delle famose Ninfee, dipinte in un altro stadio della sua vita) e le tonalità, senza essere tenui, sono sbiadite e giallognole. Le figure delle persone, appena abbozzate, diventano quasi inconsistenti, è una folla che passa in secondo piano, delle chiacchiere in sottofondo. Il vero focus del pittore è sulla natura, specificatamente la protagonista è l’acqua. Il fiume scorre piano e, sulla sua superficie mossa, tremola la luce del sole – come se Monet volesse rappresentare lo scintillio di una giornata d’estate dal ritmo lento, ma non noioso. La visione è d’insieme, ripresa da lontano, come la Vita in Vacanza dello Stato Sociale.

La Grenouillère – Pierre Auguste Renoir
*** 1869 – olio su tela – 66 x 81 cm – Museo Nazionale di Stoccolma

La pennellata è molto decisa, in primo piano è corposa e sullo sfondo diventa più sfumata. La tavolozza, come sempre nelle opere di Renoir, è molto vivace. Di fatto, la sua visuale è molto più in primo piano rispetto a quella del collega e taglia anche alcuni dettagli dall’inquadratura, come le barche. Infatti, per lui la gente è la protagonista della sua scena, molto più delineata individualmente rispetto alla folla di Monet. Anche Renoir dà attenzione ai riverberi della luce sulla superficie instabile del fiume, ma la usa come escamotage: i colori spumeggianti dell’acqua sono specchio di una gioiosa giornata di vacanza, che lui vorrebbe non finisse mai come Giuliano dei Negramaro.

I due pittori, amici fraterni, hanno due modi affini e divergenti di affrontare e interpretare la loro corrente artistica, l’Impressionismo. Questo filone artistico, attento alla ricerca cromatica e luministica, voleva cogliere l’istante di un momento passato all’aria aperta. Monet era un tipo più riflessivo, tendenzialmente rimuginante e che detestava l’appariscenza. Lui, nell’Amore, ricercava la luce, l’intesa, la complicità. Era vedovo, si era risposato con Alice, ma entrambi sapevano che era ancora innamorato di Camille, la prima moglie. La sua famiglia lo aveva abbandonato quando lui decise di sposare questa donna umile, di un’estrazione sociale più bassa della sua. Eppure, fu un amore passionale e tormentato, soprattutto per le rinunce -il pittore era rimasto praticamente senza soldi, vivevano d’amore ed espedienti… Renoir, invece, era un uomo divertito dalla vita che non nascondeva la sua passione per le belle donne. Sua moglie, Aline, una rossa dal fisico perfetto, aveva vent’anni meno di lui. Sicuramente non fu un marito fedele, ma lei – indiscutibilmente – fu sempre la sua unica vera musa, l’eterna ragazzina sorridente che coccola i cagnolini. Ad Aline chiesero in tanti di ripensarci, però a lei piaceva lui, quell’artista vecchio, povero e brutto ma tanto affascinante.

Miss Raincoat

Max Gazzé

L’Amore non esiste. Esistiamo io e Te.

Valtella in Love – Compilation

Ebbene sì. Siamo giunti al finale di questa avventura che ci ha fatti innamorare dei personaggi delle storie d’amore valtelliniche. Abbiamo conosciuto questa terra di confine, dove con la magia non si scherza nemmeno per scherzo, dove chi spezza un cuore paga pegno perpetuo e dove la natura impervia si piega alle sofferenzee ai sentimenti dell’umanità – come la foresta di rovi attorno alla Bella Addormentata.

Vi ho raccontato le favole dei posti dove sono cresciuta, di un drago e di una volpe. Dei miei uomini alfa valtellinesi preferiti, l’Homo Salvadego e don Antonio Malacrida. Di alcuni delitti “d’amore” davvero commessi. Di creature fantastiche (forse). Di matrimoni (s)combinati. Di cosa bisogna avere paura se ci si innamora in provincia di Sondrio. Insomma, vi ho raccontato come ci teniamo caldo quassù durante i lunghi gennai…

Per chi non li avesse letti, per chi volesse rileggerseli, per chi li vuole vedere tutti insieme – li metto qui sotto (basta clikkare sopra il titolo):

Grazie per averci letto 🙂

Miss Raincoat e gli Unicorni

“El giner al se ciapa cume l’è” detto di Montagna in Valtellina

Gennaio si prende per com’è.