Santa Margherita a Corna in Monte

Corna in Monte è una località a 840 metri circa, sopra la frazione Valle di Colorina, ma che si raggiunge più comodamente dalla frazione di Rodolo. Si può dire che gli abitanti antichi di Valle provengano tutti da questo piccolissimo borgo (cfr. toponomastica: via Corna in Piano). Pensate che dal 1624 al 1651, Corna fu una parrocchia autonoma, la quale contava un centinaio di persone. Purtroppo, la terribile ondata di peste non risparmiò nemmeno la mezza costa…

Questa chiesetta è molto particolare. Inoltre, mio nonno aveva una casetta rustica (nel senso che non c’era nemmeno la luce) proprio dietro. Mi piace molto perché è inserita in un giardinetto-poggio che fa ammirare tutto il panorama sottostante.

Per quanto sia una chiesetta piccola, tipicamente con il campanile a vela, la decorazione della sua facciata è piuttosto composita. Nella nicchia troviamo una Deposizione del XVI secolo. Lo stile è molto medievale e arcaico: ce lo fanno pensare le mani incrociate e la testa leggermente reclinata. La figura sopra il portale, per via della cintura con i serpenti, non può essere che la dedicataria Santa Margherita. Lo stile di quest’ultima presenta una grazia un po’ più rinascimentale. La scelta di Santa Margherita può farci pensare a un certo legame con il grande influsso degli inquisitori domenicani di Morbegno (per quanto la santa sia legata alle partorienti e all’agricoltura). La scuola artistica, per gli ocra, le linee mosse dal vento e per la fattura degli angeli, mi ricorda molto quella di Vincenzo De Barberis, come molte altre opere di questo periodo (anche lui presente nel cantiere del Sant’Antonio, del resto). Sicuramente, questi due affreschi, nelle cromie vivacizzate e nella decorazione, sono stati ritoccati nel Seicento (in luce all’autonomia).

All’interno, la chiesa venne fatta affrescare nel 1932 da Don Folci, durante la realizzazione del Santuario a Valle, dallo stesso pittore, Nicola Arduino. Il pittore ci lascia un’Immacolata (ricordando la vicina Rodolo), la Santa Margherita dedicataria, il Battesimo di Cristo e un simpatico prete che esce dalla porta (a me ricorda molto il chierichetto del Gianolo presso il San Giovanni di Morbegno, nella cappella di San Giuseppe). Molti paesani, invece, lo identificano come un prete “monello” che si aggirava tra Corna e Rodolo negli Anni Sessanta… 🙂

Miss Raincoat

La Madonnina di Colorina

Da località Bocchetti, dove sono site le Scuole Elementari di Colorina, si diparte un percorso in salita (ma non troppo) ricco di dipinti votivi del XV secolo, tutti abbastanza analoghi: sono delle Madonne in Trono con la foggia arcaica del manto rosso e del Bambino ritto e benedicente. All’apice della strada troviamo una piccola chiesetta. Un po’ tutti i nostri paesini, infatti, hanno in dotazione delle piccole chiesette di montagna che si chiamano “madonnine”

Questa madonnina è dedicata alla Madonna di Caravaggio (apparsa in questo luogo nel 1432) e sorge su una chiesa preesistente più piccola del Quattrocento, già dedicata alla Madonna del Carmine. La sua forma attuale, compresa del porticato, risale al 1730 circa. La chiesa fu ristrutturata nel Settecento per il cambio della dedicazione, ormai molto sentita.

Durante il restauro del 1976, è emerso l’ importante affresco che adorna l’altare (prima di questa data, in altare faceva da protagonista una statua degli Anni Trenta, una Madonna ex voto per l’epidemia di tifo) e che era stato coperto dal restauro Settecentesco.

L’affresco, che rappresenta una Madonna in Trono, segue l’iconografia antica del manto rosso (significa che Maria ha una natura divina). La corona e il giglio identificano una Madonna del Carmelo. Il Bambino, sempre ritto e benedicente (allude al Giorno del Giudizio), veste una tunica verde, poiché è Dio che si è fatto Uomo. La veste di Maria include la simbologia dell’ancora, legata al sacrificio di suo Figlio. Il trono elaborato, il pavimento rosso e il fondo verde ci portano a collocare l’opera nella felice stagione dei dipinti votivi di artisti anonimi e itineranti sulla scia di un’arte ancora tardo-medievale. Era ancora una religione che voleva far paura più che rincuorare 🙂

Miss Raincoat

Lo Stemma Araldico di Colorina

Lo stemma è un emblema civico che gode di tutela giuridica dagli Anni Trenta. Come idea, è nato durante le Crociate, come un gonfalone per distinguere le diverse famiglie nobili impegnate nelle guerre in nome del Cristianesimo. La regola base è che lo stemma civico debba essere semplice e riconoscibile.

Colorina fu uno dei primi Comuni della Provincia di Sondrio ad avere uno stemma official approvato e regolato dagli Uffici di Roma (Presidente della Repubblica: Leone; Primo Ministro: Andreotti) in data 22 maggio 1973 dalla Giunta di Ettore Zamboni. Per essere approvati, gli stemmi devono essere presentati con il “disegno” e con una descrizione storica e geografica per giustificarne la fattezza.

SCUDO è quella forma rettangolare che sembra un baloon dei fumetti, che in gergo si chiama “scudo sannitico moderno”. Non si può scegliere, è obbligatorio che sia così il contenitore dei simboli dello stemma civico.

COLORISe ne possono scegliere al massimo sette. Colorina ha il blu (fedeltà, in questo caso è un antico legame con il Sacro Romano Impero) e il verde (abbondanza di pascoli e attività agraria fiorente).

QUARTIER FRANCOè quel quadratino in alto a sinistra, di solito contiene particolari titoli. Ci troviamo la corona del Sacro Romano Impero (Carlo Magno dona il territorio della Valtellina, inclusa Colorina, all’abbazia di Saint Denis il 14 marzo 775).

INSEGNE è l’aggiunta di simboli quali piante, fiori, animali, persone, oggetti… Nel nostro caso abbiamo un abete (boschi di conifere) e una vacca pascolante (l’allevamento è un’ attività molto redditizia per il Comune).

CAPI sono le corone messe sotto e sopra allo scudo. La corona sopra è sempre a forma di mura e ci va a spiegare di che tipo di ente territoriale si tratta, in questo caso è un Comune. La corona sotto ci va a dire che l’ente territoriale si trova in Italia (quercia, alloro e tricolore).

A me, personalmente, è sempre sembrato piuttosto eccentrico ma in senso positivo – eppure, mai come quello di Strangolagalli (FR) 🙂

Miss Raincoat

Le Antiche Famiglie di Rodolo

Rodolo, è una frazione di Colorina sopra i Piani di Selvetta (antica Busca Spessa), proverbialmente “autarchica” a causa della sua storia d’indipendenza identitaria rispetto al resto del Comune. Si può anche dire che i VIP antichi di Colorina abitassero questo nucleo di mezzacosta. Non a caso, la mia famiglia materna è di Rodolo...

Il borgo, a 685 metri d’altitudine, ha un’etimologia incerta. Per molto tempo, si è sostenuta la tesi della toponomastica latina, da “rodans” , quindi una connotazione geografica che pone l’abitato vicino a dei fiumi o torrenti impetuosi. Oggi si è introdotta anche l’ipotesi che Rotulo o Rodoaldo sia il nome proprio dell’amministratore di questo territorio documentato fin dal 1100. Posso ipotizzare che Rotulo fosse un arimanno, un uomo d’armi a presidio del territorio di fronte alla Roccascissa di Berbenno.

Con certezza, sappiamo che nel 1324 questo territorio appartiene ai fratelli Giacomo e Vitale Malaguccini di Sacco, con i Raschetti come “vassalli”. Il Crap De La Guardia, in località Gallonaccio, quasi in cima alla montagna, non ha nulla a che vedere con castelli o torri; era un luogo d’avvistamento durante la Resistenza.

Abbiamo detto prima che, rispetto al resto di Colorina, a Rodolo si stava economicamente bene perché c’erano molti castagneti utilizzati in maniera intensiva, si era lontani dalla palude e ci risiedevano nobili o ricchi. Tant’è che nel 1781 Pietro Mainetti di Rodolo presta al Comune una somma di denaro; nel 1818 vende il debito non ancora saldato – dal 1808 gli spettavano gli interessi e il Comune si era impegnato a restituire la somma in un anno.

La società era abbastanza chiusa, direi alquanto diffidente, e ci si sposava tra consanguinei. Ne è derivato un aspetto fisico peculiare: corporatura snella, occhi vivaci di colore o nocciola o grigi, naso aquilino, denti prominenti e capelli corvini (eccezion fatta per i Libera, che hanno i capelli rossi).

Anche il dialetto di Rodolo presenta delle differenze con quello di Colorina. Questo è dovuto al fatto che, durante l’Epoca Grigiona (1512 – 1797), fosse una sorta di roccaforte felice per i Salis e per i Florio, importanti famiglie bregagliotte che abitavano in località Callavalle (è un “quartiere” di Rodolo e si contrappone al nucleo Centro, attorno alla chiesa) nella cosiddetta Cà di Soglia, poi ereditata – per via di matrimoni – dai Parravicini Capello di Caspano. Tuttavia, i veri primi abitanti di Rodolo furono i Raschetti, i quali amministravano il latifondo dalla seconda metà del Trecento. I Raschetti si uniscono con i Libera, appunto portando avanti la genetica dei capelli rossi. Inoltre, sappiamo che nel 1532, per un annetto scarso, Rodolo diventa un Comune indipendente.

Dal Seicento si trasferiscono da Tartano alcune famiglie nobili che avevano a Rodolo delle selve di castagne affittate, ammessi come residenti solo nel Settecento grazie a una “legge” voluta dai Mainetti. Questi sono i Bulanti, veramente molto ricchi, i Mottalini, gli Angelini e i Mainetti. Per quanto riguarda i Mainetti, ne esistono due rami: i Pedrii (discendenti da Pietro, che sono i più ricchi) e i Santii (discendenti da Santino, che sono i più immersi nella politica).

Per quanto riguarda me, la mia famiglia materna è così composta –> La nonna, Alma Bulanti: papà Attilio Bulanti e mamma Adelina Angelini (nata il 26/02 come me!); il nonno, Camillo Mainetti dei Pedrii: papà Felice Mainetti e mamma Erminia Libera. La nonna era di Callavalle mentre mio nonno di Rodolo-Centro.

Miss Raincoat

I territori contesi di Colorina e dintorni

Una delle parentesi più interessanti della Storia di Colorina sono le lotte e le fatiche per l’ottenimento di qualche lembo rigoglioso di terra, dato che nell’erario si sentiva l’eco…

La Busca Spessa (“Il Bosco Rigoglioso”)

(Odierna località Piani di Selvetta)

Questo lembo di terra fu creato dalle vari e frequenti esondazioni del fiume Adda che creavano degli isolotti ricchi di limo fertile, sebbene circondati da una palude insalubre. Nasce come un territorio amministrato sia da Berbenno sia da Ardenno e concesso per 1/6 a delle famiglie di Rodolo. Con la nascita di Colorina, nel 1513, Colorina ne acquista la metà destra (Cantone), concedendola ai Salis e poi ai Parravicini.

Va tutto in pace fino al 6 luglio 1828. Alcuni abitanti di Buglio sequestrano una quarantina di bestie, chiudono un pascolo, otturano un fosso e chiedono un cospicuo riscatto al Comune di Colorina. Colorina fa orecchie di mercante e, a fine mese, riapre il pascolo. Buglio reagisce rubando tre cavalli e chiedendo un riscatto ancora più alto. Seguono anni di liti e processi, fino al 27 luglio 1831. Colorina ottiene, sostanzialmente, la riva destra e Buglio la riva sinistra, con il diritto di essere affittuari ambo le parti.

La Busca Spessa fu per molto tempo una zona difficile, infestata da lupi e briganti e quasi nessuno la percorreva, se non costretto. Fu bonificata nell’Ottocento. Veniva chiamata La Piana dei Lupi.

Il Piano di Berbenno

(Odierno territorio da San Pietro a Villapinta)

Nel Cinquecento era un territorio di Berbenno molto prolifico per pascoli, fienagione e pesca, siccome era molto esteso e molto fertile. Coloro che non erano residenti a Berbenno, Fusine o Colorina non potevano usufruirne. Tant’è che i Bormini che avevano pagato nel 1488 per tenerci cinquanta cavalli allo stato brado, furono malamente scacciati nel 1539.

Vendullo delle Ortiche

(Odierno confine tra Colorina e Forcola)

Segna l’odierno confine tra Selvetta di Colorina e Selvetta di Forcola, oggi in corrispondenza del ponte (in antichità, dove c’è il ponte era ubicato un prato chiamato la Stretta della Selvetta). Era un bosco utilizzato per ricavare legname. Il contenzioso fu tra Colorina e Ardenno (che inglobava Forcola), terminato il 12 aprile 1793. La causa continuò anche con la nascita del Comune di Forcola, fino al 1869 e questo bosco fu soprannominato Il Bosco della Lite . La rivalità tra quelli di Rodolo (i busc’ = i caproni) con quelli di Sirta (i toor = i tori) è rimasta abbastanza proverbiale 🙂

Miss Raincoat

Colorina: alcune notizie storiche

Andiamo avanti con l’avanscoperta del mio territorio d’origine…

La nascita di Colorina

8 maggio 1488 – Colorina e Fusine, per motivi di tasse esose, si staccano da Berbenno costituendo un Comune unico.

Purtroppo, il matrimonio non fu mai d’amore. L’Adda sempre in piena causava liti per chi dovesse sistemare gli argini; inoltre, gli alpeggi della Valmadre e della Valcervia erano spesso i figli contesi.

8 aprile 1513 – Colorina diventa un comune a sé stante, con le quadre (tipo odierne frazioni) di Corna, Borgo (Centro + Poira e Bocchetti), Monte Nona, Rodolo (includeva anche Gaggine, l’odierna Selvetta + Busca Spessa, gli odierni Piani che erano una palude con isolette) e Valle. Il torrente di Colorina è il Presio.

Nel 1533 Colorina acquista l’Alpe Cogola e l’Alpe Bernasca, utili alle attività di pastorizia (che costituivano l’unica ricchezza per il Comune poverissimo) le quali appartenevano uso capione ai dei contadini bergamaschi. Questo causa una scomunica da parte di Clemente VII.

Piccolo ragionamento sui toponimi

Colorina – viene dal latino corylus = nocciolo

Poira – Dal dialetto lombardo purif = zona ombreggiata, senza sole

Bocchetti – Dal dialetto buchec‘ = piccoli boschi

Gaggine – dal longobardo gahagi = bosco privato di robinie

Rodolo – etimologia incerta, forse da un nome di persona (lo capiremo nelle prossime puntate)

Corna – dal latino cornu = monte non molto alto

(Alpe) Cogola – dal latino cotes = pietra, roccia

(Monte) Nono/a – nell’antichità romana l’ora nona era tra le 14 e le 15, forse l’orario in cui questa fitta abetaia era illuminata; oppure, era una nomenclatura legata alla misurazione dei terreni. Questa zona è legata alla Leggenda della Volpe che puoi leggere qui.

(Alpe) Bernasca – dal tedesco brennenberg = montagna bruciata, arsa e con vegetazione rada

(Torrente) Presio – dal latino praesum= che sta sopra in posizione di comando e presidio

Una curiosità storica

Durante le Guerre di Valtellina, una delle truppe francesi del Duca di Rohan si stanzia tra Fusine (di giorno) e Colorina (di notte). Era la truppa di Monsieur de Melun, composta da 700 soldati e 30 cavalli, che rimane sul territorio dalla primavera del 1636 alla primavera del 1637. Il decano di Fusine (il Sindaco) aveva scelto come fornitore un certo Giacomo Pasquino di Dusone (Berbenno), della famiglia dei Mezzera (quelli della Gisèta di Morbegno). I sindaci non potevano sottrarsi all’obbligo di fornire vitto e alloggio agli eserciti di stanza, ma Colorina fa causa a Fusine perché non vuole contribuire alle spese. Tra le cose, i Francesi, schierati con i Grigioni, erano i nemici della Valtellina schierata con la Spagna. L’esercito porta la peste e in un anno muoiono 129 colorinesi. In più, i soldati stupravano le donne, rubavano bestiame, vino e castagne.

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La Chiesa di San Pietro

Siamo ai piedi del borgo di Berbenno, nella contrada più vicina al fiume Adda e alla Statale Trentotto. Il Ponte di San Pietro, più volte al centro delle diatribe sulle parcelle della manutenzione nel corso della Storia, fu anche uno dei tristi teatri del Sacro Macello: da qui, molti Protestanti vennero gettati nel fiume . Nel corso delle Guerre di Valtellina, ovviamente, era considerato un punto strategico. Per me, è la prima cosa che vedo quando scendo dal treno alla Stazione di San Pietro – Berbenno (quella con la banchina corta).

Il nucleo di questo edificio è molto antico, si pensa che sia del 900 – quindi, di prima dell’Anno Mille. Tuttavia, venne ricostruito nel Cinquecento. Fino al Settecento, fu la chiesa matrice della pieve di Berbenno anche se era, più che altro, frequentata dai paesi Ultra Abduam, al di là dell’Adda, come Fusine o Colorina; gli abitanti di Berbenno, erano più comodi a frequentare l’Assunta, invece.

La posizione di questa chiesa era molto isolata (quindi, una zona davvero poco ben frequentata) e vicino ad essa, l’unica costruzione era un’hostaria (una sorta albergo con ristorante spartano); il custode della chiesa era lo stesso oste. Per via delle alluvioni frequentissime, il pavimento fu rialzato tre volte. Dopo secoli di screzi su quale Comune dovesse pagare le spese, la matrice venne spostata all’Assunta (sul poggio) il 7 luglio 1776.

La Chiesa di San Pietro è l’unica in Valtellina ad avere una pianta basilicale (*). Le sue tre navate sono in grado di ospitare circa cinquecento persone. Il pulpito, l’altare e l’ancona sono del Seicento. Non ha una torre campanaria (ha un campanile a vela) e non è orientata (probabilmente, per via del guado del fiume) . Gli stipiti del portale, datati 1563, sono decorati a candelabre attribuite a Tommaso Rodari (di fatto, ricordano quelle dell’Assunta a Morbegno).

*Pianta Basilicale – Così si definisce una chiesa a tre navate, con la centrale rialzata e senza transetto. Questo assetto è tipico delle chiese paleocristiane (ossia dei primi anni di libertà di culto) che si ispiravano alle basiliche civili romane, in grado di ospitare folle. Non sempre erano orientate (ossia rivolte ad est). Spesso, tenevano più conto dell’astronomia in taluni giorni dell’anno (come l’azimut del sole alle feste dei patroni) o seguivano criteri più geografici.

Miss Raincoat

La Pieve di Berbenno

Oggi voglio inaugurare una serie di post presi dalla mia prima ricerca storico-artistica della mia carriera, su Colorina & Dintorni (ossia le mie radici materne). Iniziamo con il farci un’idea su Berbenno, siccome Colorina nasce come una sorta di sobborgo di questo antico centro politico-amministrativo…

Berbenno viene dal nome di persona etrusco Vibrenus ed è un’evoluzione del toponimo Vibrenna che ci riporterebbe alla mente un antico castrum romano (accampamento fortificato stabile o temporaneo, dove risiedeva l’esercito) – ipotesi accreditata anche dal ritrovamento di alcuni sesterzi (monete della Roma Imperiale in lega di rame e zinco).

Fu un importante centro politico ed amministrativo.

Nel 1010 il Vescovo di Como, dona all’Abbazia di Sant’Abbondio in Como i territori di Berbenno, Olonio, Ardenno, Poschiavo e Bormio, le quali diventano delle pievi, ossia dei centri di circoscrizioni ecclesiastiche. Berbenno faceva capo a un territorio costituito dagli odierni Comuni di Berbenno, Postalesio, Fusine (con annessa Val Madre), Colorina e Cedrasco. Cedrasco, dal 1454, ottenne l’autonomia parrocchiale, poi seguito da Monastero e Pedemonte nel 1624 e Postalesio nel 1523. La storia dell’autonomia di Colorina e Fusine, siccome è più travagliata, la scopriremo nelle prossime puntate…

La chiesa matrice della Pieve di Berbenno era la Chiesa di San Pietro, costruita nel 1116, poi sostituita dalla Chiesa dell’Assunta nel 1766, per motivi di furti e ladri, ma non solo… (anche questo lo scopriremo nelle prossime settimane).

Da punto di vista politico, dal 1335 Berbenno era definito un comuni loci rusticorum, un feudo rurale con un castello, dipendente da Como e assegnato ai Capitanei di Sondrio. Si può dire che, quasi già in partenza, per quanto rimasero dipendenti dal punto di vista “religioso”, Cedrasco e Postalesio (uniti insieme) furono un Comune a sé stante dal 1370.

Berbenno era diviso in due parti: citra Abduam versus plateam (dalla parte dell’Adda verso la strada) e ultra Abduam versus Fuxinas (oltre l’Adda verso Fusine, quindi il territorio di Colorina, Rodolo, Selvetta e Fusine). Ovviamente Citra Abduam era la parte che aveva più potere, non solo per l’esposizione eterna al sole 🙂

Citra Abduam aveva anche delle quadre (ossia delle frazioni): Berbenno Centro, Monastero+Maroggia, Polaggia, Piazza (Pedemonte). Berbenno Centro era diviso in contrade: Dusone e Polaggia, Bulgarò (nome che viene dalla tradizione della concia vegetale del cuoio bulgaro) , Regoledo, Sedurno (odierna Via Pradelli, infatti significa “alla base”) e San Pietro (zona Stazione e chiesa).

Dusone pare che venga dall’etimo gallico “dusius”. Era un demone, tipo un fauno, un mostriciattolo dei boschi mezzo uomo e mezzo capra che si divertiva a sedurre le donne, insomma gli spiriti della natura verdeggiante… (simili all’Homo Salvadego, ma più porno :)).

L’importanza di Berbenno rimane testimoniata dalla Chiesa dell’Assunta, costruita sui resti del Castello di Roccascissa del Mille, dalla Cappella di San Gregorio a Polaggia, unica rimanenza del Castello di Mongiardino del Trecento e dalla Torre dei Capitanei del Duecento (in zona Municipio).

A livello storico, è da ricordare la Chiesa di Sant’Abbondio a Polaggia. Dal 1577 al 1620 fu l’edificio religioso ceduto alla numerosa comunità evangelica risiedente a Berbenno, dove il Sacro Macello fece molte vittime. L’ultimo pastore di Berbenno fu Jenatsch, figura emblematica ed enigmatica della quale avevamo già parlato qui.

[ (!)Per non essere confuso con Berbenno (BG) viene chiamato Berbenno di Valtellina]

Miss Raincoat

Valtella in Love

La Volpe di Colorina

Oggi voglio portarvi nella mia terra materna, Colorina – un po’ anche perché oggi il nostro blog si tinge di viola – per stare accanto alla saggezza e all’amore di femmina delle donne di Kabul e di tutto l’Afghanistan. Perché tutto il Mondo è paese.

Colorina, incastrata tra la Val Madre e la Val Fabiòlo, ha anche una parte a monte che scende a valle insieme al torrente Presio. Qui troviamo il Bosco Nono. Il luogo è molto suggestivo: siamo a più di mille metri, in una foresta di conifere, per lo più abeti altissimi, contornata da un sottobosco di eriche, rododendri e profumate fragoline di bosco. Il nome, raccontava mio nonno, è da riferirsi all’ora nona latina, ossia dalle quattordici alle quindici, ossia il momento del giorno in cui questa zona è illuminata dal sole. Un’altra mia interpretazione è, magari, una numerazione legata a un antico estimo agrario.

Un tempo, l’abetaia del Bosco Nono brulicava di cacciatori. Un giorno, uno di questi vede una bellissima volpe elegante nel portamento e rossissima nella pelliccia. Il cacciatore non voleva assolutamente farsela scappare e tornare a casa senza bottino. Mentre lui le punta il fucile, lei lo guarda per un’ultima volta impavida e malinconica al contempo. Dopo averla uccisa con un solo colpo, sente una risata argentina, quasi quella di una bambina, ma si ripete più volte che è solo stanco e infreddolito dai primi venti di settembre.

Un mese dopo va a Morbegno per la Fiera del Bitto, un evento di festa al quale nessun valtellinese mancava di partecipare. Si allontana un po’ dalla piazza Sant’Antonio e, da uno dei tipici terrazzini in ferro battuto, una bella donna con la chioma rossa richiama la sua attenzione.

Chi era? La volpe. Uccidendola, il cacciatore l’aveva liberata. Una strega invidiosa, infatti, l’aveva imprigionata nel corpo dell’animale come condanna per le sue cattive azioni.

La leggenda non fa chiarezza sulla natura della malvagità della donna. Sin dai tempi antichi, la volpe è la predatrice furba e imbrogliona, da temere. Questa simbologia va unita a quella della donna con i capelli rossi, ossia l’adulterio, la seduzione e la lussuria.

Per me, la spiegazione è molto ancestrale. Avete presente il mito greco del Labirinto del Minotauro? Ecco, a Creta c’era questa Arianna, figlia del re di quell’isola. A un certo punto arriva Teseo, il gran figo che avrebbe dovuto uccidere il Minotauro a mani nude, a suo dire. Purtroppo, il temibile Minotauro, uomo con la testa di toro, si trovava dentro a un complicato labirinto. Che fa Teseo? Seduce Arianna che lo aiuta a uscire dal labirinto dandogli in mano un gomitolo rosso. Che fa Teseo? La seduce e la abbandona, piantandola a Nasso (da qui l’origine del detto “piantato in asso”). A questo punto, interviene il dio dell’ebbrezza e della sessualità Dioniso che la salva e la rende sua sposa. Finisce tutto bene? Eh, no. Arianna tradirà il marito per amore di un comune mortale e Diana la ucciderà con una delle sue frecce infallibili. Il cacciatore, quindi, rappresenta – secondo me – il legame con il culto di Diana, dea della caccia, che porta un nome che ci riconduce alla luce che filtra dagli alberi nelle radure boschive.

Diana è anche la dea della Luna, simbolo di ciclicità femminile e, per questo, dea protettrice dell’universo femminile. La volpe rappresenta la bambina che si affaccia curiosa e impaurita alla maturità sessuale femminile, vista un po’ anche come insidia e condanna, quasi iniziazione alla magia nera. Il cacciatore rappresenta il menarca, ingresso non poco doloroso ma essenziale, per la pubertà e il cambiamento di aspetto che la portano ad essere donna (popolarmente, le mestruazioni sono chiamate “il marchese”, perché questi nobili indossavano il mantello rosso – ma anche il cacciatore di volpi ha nel suo dress code la giacca rossa). Il mito di Arianna, di fatto, ha anche questa interpretazione, ossia quello del passaggio non semplice da vergine a sposa.

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

“Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

Miss Raincoat

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

Siccome quest’anno sono stata:

[] bravissima [] abbastanza brava [] brava [X]talmente brava che nemmeno la mamma ci crede

Mi piacerebbe tanto ricevere : ______________________________________________

No, va beh Klaus – ti chiamo così, tanto ormai ricevi  le mie lettere da poco meno di trent’anni. E non credo che il timbro postale di Colorina, terra che d’inverno diventa più fredda della Lapponia finlandese, non ti sia mai parso quantomeno bizzarro (tant’è che i regalini che ti ho chiesto me li hai sempre fatti trovare sotto l’albero, pure se qualche capriccio l’avevo arrabattato).

Ecco, mio caro bell’uomo con la barba bianca, siccome io ti ho scritto di me ogni Natale (un po’ come si fa con i parenti),  quest’anno vorrei che tu mi scrivessi un po’ di te…

Veramente la Befana è tua amante? Nel 1931 ti sei venduto per fare alla Coca Cola per pagare i debiti di gioco? Dove e come vivi durante i mesi che non sono dicembre? La renna Rudolf frequenta ancora gli alcolisti anonimi? Conosci un folletto-aiutante che sia bello, intelligente e simpatico? 

E io sono sempre rimasta quella bambina alla quale piaceva tanto scrivere, ma mai dentro le righe. Ti ho domandato almeno 28 regali diversi, perché chi cambia è vivo, eppure oggi – il giorno durante il quale casa mia si veste a festa – potrei solo fare una lista di cosa NON vorrei ricevere, soprattutto pigiama di pile, cioccolato (non lo posso mangiare), bambolotti biondi e strani personaggi preoccupati del giorno in cui mi sposerò. 

Spero di ricevere presto tue notizie, perché io lo so che esisti davvero!!!

❤ Miss Raincoat

[Babbo Natale ha visualizzato senza rispondere]