“La Grenouillère” – Monet VS Renoir

Siamo a Croissy-sur-Seine (che fa molto Cernusco sul Naviglio, pardon), a una ventina di chilometri da Parigi. In mezzo al letto della Senna, appunto, c’è uno storico isolotto sul quale, nell’Ottocento, si potevano trovare un chiosco alla moda e uno stabilimento balneare. Qui, su questa sorta di zattera (che mi ricorda anche quel quadro di Géricault), durante l’afa estiva, la borghesia parigina si concedeva refrigerio e svago. Ai più informati, questo rinomato lembo di terra, era conosciuto come la grenouillère, lo stagno delle rane – chiamato così per la sua musica, il vociare delle ragazze in vena di chiacchiere inconsistenti. Ovviamente, questa località turistica diventò l’epicentro della vita moderna, quella di Baudelaire e degli Impressionisti, meravigliosa, poiché transitoria e fatta di secondi inimitabili. In questo clima, durante l’estate 1869, due amici e colleghi pittori, piazzano due cavalletti, uno accanto all’altro. In un paio d’ore ci sviluppano la stessa personale istantanea dello stesso momento…

“La Grenouillère” Claude Monet
*** 1869 – olio su tela – 74,6 x 99,7 cm – MOMA di NY

La pennellata è molto liquida (e non ha nulla a che vedere con quella delle famose Ninfee, dipinte in un altro stadio della sua vita) e le tonalità, senza essere tenui, sono sbiadite e giallognole. Le figure delle persone, appena abbozzate, diventano quasi inconsistenti, è una folla che passa in secondo piano, delle chiacchiere in sottofondo. Il vero focus del pittore è sulla natura, specificatamente la protagonista è l’acqua. Il fiume scorre piano e, sulla sua superficie mossa, tremola la luce del sole – come se Monet volesse rappresentare lo scintillio di una giornata d’estate dal ritmo lento, ma non noioso. La visione è d’insieme, ripresa da lontano, come la Vita in Vacanza dello Stato Sociale.

La Grenouillère – Pierre Auguste Renoir
*** 1869 – olio su tela – 66 x 81 cm – Museo Nazionale di Stoccolma

La pennellata è molto decisa, in primo piano è corposa e sullo sfondo diventa più sfumata. La tavolozza, come sempre nelle opere di Renoir, è molto vivace. Di fatto, la sua visuale è molto più in primo piano rispetto a quella del collega e taglia anche alcuni dettagli dall’inquadratura, come le barche. Infatti, per lui la gente è la protagonista della sua scena, molto più delineata individualmente rispetto alla folla di Monet. Anche Renoir dà attenzione ai riverberi della luce sulla superficie instabile del fiume, ma la usa come escamotage: i colori spumeggianti dell’acqua sono specchio di una gioiosa giornata di vacanza, che lui vorrebbe non finisse mai come Giuliano dei Negramaro.

I due pittori, amici fraterni, hanno due modi affini e divergenti di affrontare e interpretare la loro corrente artistica, l’Impressionismo. Questo filone artistico, attento alla ricerca cromatica e luministica, voleva cogliere l’istante di un momento passato all’aria aperta. Monet era un tipo più riflessivo, tendenzialmente rimuginante e che detestava l’appariscenza. Lui, nell’Amore, ricercava la luce, l’intesa, la complicità. Era vedovo, si era risposato con Alice, ma entrambi sapevano che era ancora innamorato di Camille, la prima moglie. La sua famiglia lo aveva abbandonato quando lui decise di sposare questa donna umile, di un’estrazione sociale più bassa della sua. Eppure, fu un amore passionale e tormentato, soprattutto per le rinunce -il pittore era rimasto praticamente senza soldi, vivevano d’amore ed espedienti… Renoir, invece, era un uomo divertito dalla vita che non nascondeva la sua passione per le belle donne. Sua moglie, Aline, una rossa dal fisico perfetto, aveva vent’anni meno di lui. Sicuramente non fu un marito fedele, ma lei – indiscutibilmente – fu sempre la sua unica vera musa, l’eterna ragazzina sorridente che coccola i cagnolini. Ad Aline chiesero in tanti di ripensarci, però a lei piaceva lui, quell’artista vecchio, povero e brutto ma tanto affascinante.

Miss Raincoat

Max Gazzé

L’Amore non esiste. Esistiamo io e Te.

“Sharing the News” di Eugenio Von Blaas

Il titolo di quest’opera è quantomeno intraducibile, potrebbe suonare come “Condividendo le novità”, ma se si guarda meglio si capisce a cosa mi riferisco…

1904 – olio su tavola – 110*83 cm

L’Eugenio nasce vicino a Roma nel 1843, in un periodo in cui l’Italia non esisteva ed era ancora cementata con l’Austria. Il cognome forestiero lo si deve a suo padre Karl, pittore tirolese in trasferta nella Capitale, laddove trovò anche moglie. Da questa commistione genetica ne venne fuori un giovanotto barbuto con gli occhi azzurri. Anche lui sceglie l’Italia come casa, in particolare Venezia, dove insegnava all’Accademia di Belle Arti e dove si estinse all’età di ottantotto estati.

A livello artistico, possiamo inserire la sua opera nel fortunato filone dell’Art Pompier, dunque, quell’arte “da bomboniera” di fine Ottocento, che trova il suo maggiore interprete in Bouguereau. Certo, probabilmente il nostro Von Blaas è meno retorico e non si accontenta di vergini, sante o dee svestite. Si potrebbe dire che il nostro amico dipinga scene di genere, il colore dello scorrere della vita nei calli veneziani (Pino Daniele l’aveva cantato descrivendo la sua Napoli), l’anima, la sfera intima e i segreti, sicuramente in maniera prosaica, come andava di moda in quei tempi. Mi piace perché è molto narrativo, ci racconta le favole di donne curiose, talvolta pettegole, sognanti e ingenue e per questo delicate come fiori e proibite, in particolare, come la digitale purpurea.

Inoltre, l’artista era molto credente. Di fatto, suo padre Karl era un pittore di cultura nazarena, per la quale l’Arte era portavoce della purezza religiosa. Eugenio stimava molto le suore e le credeva creature di Dio, al pare del mare e degli uccelli. Questo dipinto, a livello compositivo, mi fa pensare alla versione profana dell’Annunciazione.

Sulla scena molto armonica troviamo due donne vestite in colori complementari e speculari. Un’amica sta leggendo all’altra una lettera d’amore, rivolta spudoratamente verso lo spettatore che si incuriosisce.

L’iconografia di questo dipinto è doppia. C’è quella più semplice che parla delle due facce del matrimonio perfetto, sesso sfrenato e fedeltà esagerata. C’è quella complessa che parla di amor di patria. Eugenio è combattuto tra l’amore per l’Italia (ragazza mora) e l’Austria (ragazza bionda). Le loro stesse cromie di vestizione contrappongono il tricolore alla bandiera austroungarica, anche in chiave di sottomissione – perché è l’Italia a fare da serva e a lavare le mutande all’Austria. Si potrebbe dire che Von Blaas sia un Hayez al contrario (vi ricordate la “Meditazione”?).

Nonostante ciò la figura della lavandaia sembra anche una donna umile intenta a lavare via lo sporco dalla biancheria dei ricchi, è una che si tiene i suoi segreti per sé ma sa benissimo quelli degli altri. Se guardiamo bene, un panno a terra è rosso. Quel sangue è il simbolo di una verginità perduta? La donna con i capelli rossi, invece, è la bugiarda – quindi, la poco di buono.

Dietro a un muro, si sta parlando di segreti. Sul davanzale l’edera sta seccando prima di essere cresciuta rigogliosa. L’innocenza è svanita troppo in fretta in questo vicolo. In un idea molto maschilista, ma del suo tempo, il pittore avrebbe voluto che la donna perfetta incarnasse l’ideale di verginità e disinibizione al contempo.

Nel suo interesse verso le donne straniere mi ricorda molto Paul Gauguin, in questo tema è molto vicino al suo “Come! Sei Gelosa?”: anche in quel dipinto due donne sono divise da un ricordo amoroso…

Qui c’è anche la prova tangibile di una lettera d’amore. Non sappiamo cosa c’è scritto. Non sappiamo chi l’ha scritta.

Volete sapere chi è il mittente? Herr Eugenio Von Blaas.

Lui era sposato con una donna facoltosa veneziana, la contessa Paola Prina e credeva molto nel matrimonio. Però le italiane erano così mediterranee, non importa se more o bionde, lui ci inciampava sempre… La ragazza mora è timida, ha una relazione con lui ma non l’ha raccontato a nessuno. Le sorride umile mentre le lava via il peccato dalle mutandine. La ragazza rossa, sghignazzando della sua svergogna, le legge la lettera d’amore inconsapevole che condividono lo stesso uomo, che però non ama nessuna delle due.

La seconda traduzione per il titolo, forse la più giusta, sarebbe “Condividendo il Nuovo”, ossia lo Straniero. Come descrivere questo individuo dotato di pennello se non intonandogli “Pezzo di Me” di Levante?

“Le Ragazze fanno Grandi Sogni” – E. Bennato

Le ragazze fanno grandi sogni forse peccano di ingenuità ma l’audacia le riscatta sempre non le fa crollare mai / Le ragazze sono come fiori profumati di fragilità ma in amore sono come querce/
E qui dall’altra parte/ E qui dall’altra parte siamo noi incerti ed affannati siamo noi violenti ed impacciati siamo noi che non ne veniamo mai a capo, mai a capo/ Noi sicuri e controllati siamo noi convinti e indaffarati siamo noi che non ne veniamo mai a capo, mai a capo.

Miss Raincoat

A New Year just begun.

Manzoni ci avrebbe scritto un libro, io non trovo quasi le parole. Nemmeno la mia ferocissima fantasia avrebbe mai immaginato un anno più estremo del 2020. E io sono pure ipersensibile, tant’è che la mia maestra dell’asilo sosteneva che avessi le lacrime in tasca…

I sentimenti che ho provato quest’anno sono stati sia belli sia brutti, ma tutti a volumi esagerati, talvolta ribelli. A dicembre, infatti, ho avuto bisogno di fermarmi un attimo perché mi rimbombava tutto caoticamente nella testa. Eppure, sono ancora qui in piedi (sembro seduta perché la mia statura non aiuta).

In 30 anni, ho creato tante cose e tante ancora ne voglio realizzare. Quest’anno mi è stato utile per rivalutare il mio metodo di osservazione del genere umano. Le persone che mi sono nocive sono quelle che sguazzano nel loro dolore senza provare a liberarsene: siamo come dei bicchieri, se ci versi dentro positività, la negatività fuoriesce e rimane solo il retrogusto amaro – per ricordarti che ce l’hai fatta (fidatevi, l’unico momento terribile della mia vita l’ho affrontato così e ho imparato che se il dolore ti rende egoista, allora non ti ha insegnato nulla); mi sono nocive le persone che mi coccolano troppo, perché così sono più facilmente gestibile e loro possono fregiarsi di essere i benefattori del caso umano – i veri amici sono quelli che ti prendono a calci fino a quando reagisci, sono quelle persone che ci sono sia se è un bel momento sia se è un brutto momento, senza provare invidia o pena (e ovviamente con l’apribottiglie alla mano).

In questo senso, quest’anno ho avuto delle conferme: esistono delle persone che non mi abbandonano mai, anche quando mi chiudo a riccio e pungo; poi, al lavoro e in privato, ho conosciuto persone nuove che vorrei rimanessero. Per me è un dono, anche se sono estroversa sono molto selettiva (lo faccio per proteggere la mia sensibilità eritemica).

Cosa mi aspetto dal 2021? Bah, non grandi cose. Mi danno gioia infinita le cose semplici. Vorrei lavorare non a intermittenza, vorrei passare del tempo sereno con le persone che ho citato sopra e che le stesse stiano bene, vorrei scatenarmi a un concerto almeno, vorrei una vacanza di 10 giorni senza che al mio capo venga un infarto, vorrei aperitivi e cene come se piovesse. E un unicorno.Per me, davvero, vorrei fare focus su me stessa. Voglio equilibrio, voglio amarmi, voglio sentirmi bella dentro e fuori e dirmelo io. Voglio essere a mio agio sia da sola sia nell’eventualità di essere in coppia.

Ho scoperto di avere un cuore miracolosamente ancora intero, capace di dare ancora tanto tanto amore. Amare è la cosa più nobile che si possa fare e non è mai sbagliata o inutile. Voglio amare me e gli altri. Voglio amare in tutte le accezioni. A mano tesa, senza aspettarmi niente in cambio e senza avere paura di soffrire. Il cuore è tosto, non si rompe – se mai si rompono le palle, ma grazie al cielo Natale è finito. E se ti rompo le palle vuol dire che ci tengo (eccetto lo stalking, che è reato). Sono carica quanto un coniglietto Duracell. Non importa cosa succederà domani, lo affronterò al momento. Mi sento ricettiva. Non ho rimorsi e non voglio avere rimpianti. Del resto, la tristezza fa venire l’ulcera e l’unico che ci ha fatto i big money è stato Kurt Cobain (che poi ha fatto una fine barbina). Scusate la solita atavica mancanza di sintesi.

Nella pratica, avendo paura degli aghi, quest’anno mi farò un tatuaggio. Perché voglio tutto. Perché non voglio avere paura. Perché voglio essere vera come la neve che se ne frega e scende copiosa senza fare rumore, non ne ha bisogno.

❤ Miss Raincoat

mia colonna sonora del momento 🙂

I Ponti di Lubiana

Lubiana è la capitale della Slovenia, caratterizzata da una storia sia italiana sia tedesca sia slava e che, così, anche stilisticamente, fonde un miscuglio di Barocco e Art Nouveau. Quindi, è una città che, sebbene a rilento, negli ultimi anni si è sviluppata anche turisticamente (pure per i costi che restano ancora abbastanza contenuti), benché lasci al turista l’esperienza di un clima “a misura d’uomo”.

Non ci troviamo nella Slovenia “patinata”, quella delle spiagge a buon mercato. Siamo nel cuore della nazione, in una valle tra il Carso e le Alpi, segnata da un fiume, il Ljubljanica. Lubiana, infatti, ha un centro storico caratterizzato da diversi ponti.

  • Ponte dei Calzolai (pedonale) – Čevljarski Most – Qui i calzolai vendevano le loro merci durante il Medioevo. Inizialmente  il ponte era in legno; dopo essere stato ricostruito varie volte nei secoli per via di incendi e inondazioni, oggi ne vediamo la versione del 1932: un ponte ad arco in cemento armato. In zona Università.
  • Ponte dei Draghi (stradale) – Zmajski Most – Questo ponte  del 1901 è uno dei migliori esempi dell’Architettura della Secessione Viennese e nasce come un tributo all’imperatore Francesco Giuseppe, ma nel 1991 le particolari statue dei draghi viennesi ebbero la meglio sul nome di battesimo. La costruzione ne ha sostituito un’altra crollata durante il terremoto del 1895. In zona nord del Mercato Centrale.
  • Triplo Ponte (pedonale) – Tromostovje – Ha delle balaustre con più di 600 colonnine in cemento. Anche questo ponte era di legno, ma fu ricostruito nel 1842 da Giovanni Picco, un architetto italiano trapiantato in Austria. Chiamato il Ponte di Franz, come l’arciduca austriaco, è caratterizzato dai due archi e da una recinzione. Tra il Centro Storico e la Città Nuova.

Tra il Ponte dei Draghi ed il Triplo Ponte troviamo la Cattedrale di San Nicola, una settecentesca chiesa gesuita in stile barocco. La riconosceremo subito per via delle sue cupole verdi e delle sue due torri.

  • Ponte dei Macellai (pedonale) – Mesarski most – Doveva essere costruito nel 1930, ma il progetto venne accantonato per via della Seconda Guerra Mondiale; l’idea è stata semplificata e attuata nel 2009. Oggi ammiriamo un ponte con pavimento in vetro e sculture che rappresentano Adamo, Eva, un Satiro e Prometeo.  Tra il Mercato Centrale e il Lungofiume. 

Nella zona nord di Lubiana troviamo un  grande parco, Tivoli. La più grande area verde della città ospita: il seicentesco Castello di Tivoli ** (che fu proprietà anche di Radetzky e con i celebri cani scolpiti in entrata) il Lago rettangolare nella zona sudovest, il complesso sportivo detto Tivoli Hall e il Museo di Storia Contemporanea nel settecentesco Palazzo Cekin.

** da non confondersi con il Castello di Lubiana, la fortezza militare che domina sul centro storico e che si può raggiungere con una funicolare a forma di cubo di vetro.

Dove finire a tarallucci e vino?
  1. Pivnica Union – il pub – birrificio per chi è desideroso di qualità in un ambiente informale. Molto vicino alla Tivoli Hall nel Parco Tivoli.

  2. Cutty Sarky – per i più modaioli e per chi vuole rimanere nel Centro Storico, questo pub, eccellenza per chi vuole degustare qualcosa ascoltando musica. La cura del servizio, la difficoltà di trovare posto e i prezzi tipici di un centro storico, però… Molto vicino alla Cattedrale.

Ho scelto Lubiana perché è una delle città che mi ha fatto scoprire il mio fratellone acquisito, che in questo mese ha fatto gli anni. Come farei senza i nostri discorsi simbolici sulle Ginger Ale, le Corona e i Cuba Libre?

❤ Miss Raincoat

13 buone ragioni…

Per preferire una birra ad una come me…

Quando andavo al Liceo, era in voga la leggenda secondo la quale la schiuma della birra fosse una panacea per le ragazze che non potevano permettersi una mastoplastica additiva. Poi –  come avete appreso durante il  mese di Febbraio –  sono cresciuta con la mia onesta seconda-coppa-bi e ho pure capito che la famosa schiuma serve per rendere la birra più buona e, soprattutto, privarla dei suoi antipatici effetti collaterali che tutti conosciamo. Non mi dilungherò sui consigli amorosi. Ossia a) uccidete chiunque vi offra una birra calda b) scappate a gambe levate dal cavaliere con la Corona. 

Un viaggio a Berlino con poca roba in valigia e tanta voglia di combinare guai. Patatine fritte per colazione e fragole con la panna per cena (senza dover ingrassare, soprattutto). Amicizie che sarebbero durate nel tempo e amori dei quali non ti ricordi più nemmeno il nome. Starring: una weiß (Paulaner – Monaco di Baviera)

Arrivare a Bruges come guida turistica per la prima volta. Rimanere estasiata nel parco del Minnewater con la birra del nanetto in mano e il Mago G. in testa (e il suo fascino da uomo vissuto finto). Starring: una belgian ale (Chouffe – Belgio)

I piedi gonfi per il troppo caldo e per il troppo lavoro + una media offerta durante una notte di mezza estate. Ti viene in mente il Ponte delle Catene, mentre sei da tutt’altra parte appoggiata allo stipite di una porta. Starring: una bohemian ale (La Ciara – Birrificio Du Lac di Lecco) 

Alla fine di una giornata lavorativa d’inizio autunno il tuo migliore amico ti annega lo spirito in quella che voi chiamate la Birra dell’Amore…  e inizi a vedere le stelline attorno al tipo giustamente sbagliato. Starring: una lager hell (Augustiner – Monaco di Baviera)

Per il tuo compleanno ti viene regalata l’ultima birra del suo genere presente nelle cantine del pub di fiducia. Ti senti speciale come quella Noemi nel bar del centro, alla quale era esploso il cuore anni luce fuori da sé. Starring: una porter (Marmalade – Yorkshire) 

Una serata di quelle che piacciono a te: tacchi alti, una riga di eyeliner, un tavolo attorno al quale si può ridere fino alle lacrime con le persone che contano davvero. Cosa ne viene fuori? La legge secondo la quale un amore non può essere un ergastolo. Ma, soprattutto, che va bene anche essere contorti, imperfetti, scorretti. Che va bene avere paura. Starring:  una doppio malto red ale (Rossana – Birrificio Valtellinese di Berbenno – SO) 

[…continua?!]

… e un panino al salame!

❤ Miss Raincoat

[Un ringraziamento speciale ad A., senza del quale le scorribande avrebbero avuto meno unicorni!!!]

Anche se sono antipatica.

[Innanzitutto bisognerebbe ringraziare la S. per l’illuminazione che mi ha fatto accendere tra uno slalom gigante e l’altro sulle strisce pedonali (ahahahah) – tanti unicorni per te, mia cara ❤]

[IL POST NON HA NESSUN SENSO LOGICO.  ASTENERSI I SIMPATICONI PRIVI DI IRONIA
Riferimenti a fatti e persone sono casuali o frutto della vostra immaginazione]

Da vocabolario, una persona simpatica dovrebbe istintivamente partecipare agli stati d’animo altrui, con una capacità di fondo di rendersi gradito. Per contro, l’antipatico prova un’avversione a pelle più o meno immotivata. Verso tutti. Ma non è necessariamente stro** , ossia malvagio e spregevole. [sigla di SuperQuark]

Quindi, io gioco nella squadra degli antipatici. 

Il big-ragionamento, in ogni caso, mi è partito davanti a uno sconosciuto dotato di cane, quando mi sono fiondata sul cane, benché il tipo in questione non fosse poi così brutto, anzi… E, dopo aver giocherellato per un buon dieci minuti con lo scodinzolante essere vivente dalle grandi orecchie, ho soavemente esclamato “è bellissimo”lui spalanca il suo sguardo congelato e un po’ tra lo scocciato e l’incredulo “il cane, intendo”. Ah, e il cucciolo era di Bulldog Francese, tipico cane che piace agli antipatici,  dacché non si capisce se sia un cane, un maialino o un pipistrello terrestre (quelli simpatici hanno i Labrador). 

Tra le cose, nella gioia dell’incontro peloso, mi sono scordata di com’ero vestita e mi si sono leggermente smagliati i collant. Ero vicina a Calzedonia e potevo concedermi un cambio veloce, però ho fatto spallucce e li ho portati bucati con eleganza, come si fa con le corna subite. Cioè, con una sapiente dose del mio rossetto preferito (che è il  n. 7 Milano Red Deborah, una tonalità sul magenta da antipatica). E con un big-sorriso. Ma anche se sorridi sei antipatica, visto che conosci bene la differenza tra l’esprimere gioia e fare proposte indecenti. Che poi chi lo decide se sono indecenti, eccessive, inaccettabili o scandalose? 

Sono antipatica perché cerco di essere cordiale, spontaneamente accogliente, con qualsiasi essere vivente (pure con i fiori, che non mi piacciono recisi in quanto agonizzanti), ma non tutti quelli che conosco sono degli amici . Insomma, io nel mio salotto ci faccio entrare chiunque abbia le scarpe pulite, ma nelle mie stanze private “assolutamente no” (espressione tipica dell’antipatico). [Nonostante ci sia sempre il Pinco Palla che creda che io ci stia provando, solo perché gli rivolgo la parola o lo ascolto mentre parla. E poi glielo devo spiegare, risultando una big-antipatica – Io non ci provo mai, comunque: ti prendo e ti porto via dato che sono una Guida!]  

E se si parla proprio di quella stanza privata là, sono sessualmente attratta da menti brillanti, da conversazioni intriganti e da congiuntivi azzeccati. Però, mi piacciono anche le tartarughe. E i nodi alla cravatta fatti bene. E i tipi così esistono, come gli unicorni. Ma come gli unicorni possono essere domati solo da vergini, i Raoul Bova Sagaci (siii ve la ricordate l’immagine di lui bagnino che esce dalle acque sarde sulle note di Enya?!?!) si accompagnano a tipette simpatiche, potendo scegliere.

Ah, ecco, i capelli!!! Da millenni – eccetto la parentesi dei Preraffaelliti che ci hanno osannato in maniera ossessiva – noi con le lentiggini e i capelli tipo rosso-arancioni-castani-boh siamo stati proprio il simbolo della rossomalpelità, antipatia allo stato brado. Seh ma almeno, anche se sono alta meno di Gargamella ma più di Puffetta, non mi autocreo palcoscenici finti. Dico quello che penso e penso quello che dico (eh sì — ahahah). E, soprattutto, anche se sono antipatica, non sono finta come la Barbie Malibù.

❤ Miss Raincoat without her coat

Finiamo con un po’ di mooosèeeca indicata come sottofondo per questo post big-scemo! – E, appunto, non se la prenda nessuno – anche Di Maio – data la facezia delle argomentazioni domenicali 🙂

Dreaming Norway.

Settimana scorsa Y. ha compiuto 30 anni. Evento che mi ha fatto sentire sia vecchia sia giovane. Giovane perché mi mancano ancora un po’ di inverni per arrivare a cambiare la cifra delle decine, per così dire; vecchia perché ci conosciamo da una buona pinta di tempo…

Y., in effetti, l’ho conosciuto in Lombardia nel 2009. Una di quelle storie d’amore bruciate/nascoste in partenza dato che una volta sono fidanzata io e una volta è fidanzato lui, etc… E, quando, finalmente, il nostro oroscopo è favorevole, me lo ritrovo con lo zaino in spalla in partenza per la Norvegia. Allora, i suoi biondi riccioli ribelli (sembra un’immagine idilliaca, però lui è veramente la versione umana di Erooooos, l’amico di Pollon) erano animati dall’attivismo di Green Peace. Oggi, quasi 10 anni dopo, Y. vive a Bergen insieme ad una bimba con i suoi stessi capelli; la madre ora sta in California a studiare i fondali marini insieme al suo nuovo compagno surfista (non si sa se lo è, ma dalle foto acciuffate sui social si potrebbe desumere…). Quanto alla nostra storia d’amore mai nata ci si ride su solo a pensarci, anche se il fatto di essere attualmente due guide turistiche con coordinate geografiche diverse ci sta comunque continuando a tenere fraternamente legati. 

Ai fini di questo blog, ora vi riporterò quello che Y. Mi ha insegnato sulla Norvegia, terra che lui ama-odia e che definisce “la Sardegna senza Mediterraneo” (ah, dimenticavo di dire che Y. È pure una guida subacquea e che, quando l’ho conosciuto io, era reduce da un tirocinio alla Maddalena). E con questo, probabilmente, Y. Intende dire che la Norvegia, è la più selvaggia tra le nazioni scandinave. Ai posteri l’ardua sentenza.

  • Punto Zero: Partire al Momento Giusto – i mesi da evitare sono ottobre e novembre perché nevica/ghiaccia al nord e piove al sud e alcune strade sono chiuse al traffico;  la stagione turistica vera e propria scade a fine agosto, sempre se il meteo lo permette. Periodi ottimali *** a) Fiordi giugno-luglio b) Sole di Mezzanotte maggio-giugno-luglio c) Aurora Boreale dicembre-gennaio-febbraio (che, del resto si può vedere anche in altri Paesi “nordici” e che, “funziona come te, Patty, si manifesta quando e se lo vuole e, ovviamente, nei posti più reconditi con ottime condizioni di cielo terso” cit.)
  • Punto Primo: Partire con lo Stretto Necessario ma senza Dimenticarselo – abbigliamento/equipaggiamento invernale sempre e comunque, occhiali da sole polarizzati, crema solare in base al fototipo senza fare i braccini corti e il Marius (il maglione tipico di lana con disegni geometrici “natalizi”) che fa sempre fico.
  • Punto Secondo: la Crociera sui Fiordi non è solo Moda, ma è anche la maniera più smart di approcciarsi alla Norvegia – Con la Kel 12 (il tour operator per il quale lavora Y.)  un giro andata e ritorno partendo da Bergen costa 1500 € ca. per 15 giorni. In alternativa, si può pensare a un fai-da-te prenotando gli alberghi tramite una OLTA (tipo Booking.com) e le tratte di mare su hurtigruten.com; per volare da Milano a Bergen bisogna fare lo scalo ad Amsterdam (ca. 200 € a/r, controlla qui)

Le tappe imperdibili sono : Bergen – Kirkenes – il Trollfjord – le Isole Lofoten – Capo Nord + le Isole Svalbard che hanno un costo considerevole

  • Punto Terzo: Svanvik è Per i Veri Uomini, [non quelli che piacciono a te, Patty] – nel freeeedddissimo entroterra, a 40 km da Kirkenes, c’è Svanvik. Tramite Birkhusky si può prenotare un viaggio-avventura non solo per andare a caccia dell’Aurora Boreale, ma anche concedendosi di concepire un bebé [sic.] in casette tra i boschi in stile airbnb, andare in slitta con gli husky e altre esperienze tipiche di vita vissuta. Per i meno impavidi, il Trono di Spade sulla PayTv dell’ albergo comodi a Bergen.
  • Punto Ultimo: Non ci si innamora in Norvegia Gli uomini italiani sono sempre i migliori e i vichinghi sono, comunque, più rari dei troll.

***Grazie mon petit chou!!!***

❤ Miss Raincoat ft. il Vichingo Giargianese

Stavo pensando a te. (#notalovesong)

All’alba di una nuova settimana e agli sgoccioli – quasi – dei miei primi ventisette anni, sono arrivata ad avere delle deduzioni da Premio Nobel per la Pace

[Sto continuando a postare gli ingarbugli del mio cervello perché in questo periodo si lavora molto (a Morbegno (SO) e dintorni, per la “maratona” delle Cantine – Gustosando – Fiera del Bitto), si mangia in piedi e si dorme poco. Le buone notizie sono due a) sto preparando un post vero che parla di sabba e streghe b) sabato mi potete venire a trovare agggratis a Morbegno (di mattina a Palazzo Folcher e di pomeriggio al Complesso di Sant’Antonio // grazie al FAI Sondrio), ben disposta anche per gli autografi (ahahah) c) domenica tarallucci e vino, narcolessia permettendo]

Stavo dicendo… ho recuperato forze e spirito e ora mi sento come un gin lemon parlante.

  • è troppo facile essere amici quando uno dei due sta male e prendersi gli applausi per quel sentimento sibillino detto pietà; è molto difficile non farsi divorare dall’invidia quando la stessa persona ha successo ed è felice;
  • se tu non parli con una persona, nel momento in cui a me questa sta simpatica e non voglio entrare in merito alle vostre questioni, io ho il diritto di farlo; anche perché non sei Kim Jong-Un;
  • dopo che hai fatto centomila milioni di passi verso una persona e ti sei venduta pure la dignità, puoi cominciare a pensare che l’egocentrismo è patologico (lo è davvero, cit. Wikipedia);
  • ci si può voler bene anche se non si è uguali. Scambiare segreti, opinioni, vedute diversi è anche edificante. Non lo è puntare il dito in atteggiamento di supponenza. 
  • le scelte amorose sono intime e si fanno con il proprio raziocinio misto a una componente ormonale che varia in base alla stagione. Non esiste persona che può dire che cosa sia giusto o meno. Ne esistono alcune che ti prendono a calci e ti porgono fazzoletti e bicchieri a conti fatti. 
  • la preziosa (altrimenti detta *** di legno, ma non me ne vogliano i falegnami in lettura) la puoi fare solo se sei tipo la fidanzata di Guy dei Coldplay, altrimenti fai una figura migliore ad essere umana (che è pure più divertente, neh); stesso discorso per chi viene definita una brava ragazza e, a conti fatti, lo è perché nella sua vita non lascia succedere mai niente e, nel frattempo, si dà alla critica manco fosse Selvaggia Lucarelli.
  • Come definirei una donna che fa sesso con chi le pare? – Fortunata e Libera.

La conclusione è che, per forza di cose, nessuno è perfetto. Io non lo sono. Ma nemmeno tu!

Così, come in calce nel titolo, seppure è imperfetto, è già passato e non mi ci immergo più, vado elegantemente avanti su un paio di Christian Louboutin

❤ Miss Raincoat