“L’isola dei Morti” di Arnold Böcklin

How happy is the blameless vestal’s lot! | The world forgetting, by the world forgot. | Eternal sunshine of the spotless mind! | Each pray’r accepted, and each wish resign’d.  Alexander Pope in “Eloisa to Abelard”

L’isola dei morti è una roccia scura, all’interno della quale è stato scavato  un mausoleo. L’iconografia dei cipressi, legati al lutto, e la loro cromia verde-scuro esprimono il silenzio religioso dell’ambientazione.

Su uno specchio di acqua livido e immobile, come un lago di lacrime, si fa avanti un’imbarcazione, un traghetto di anime di chiara evocazione dantesca. L’isola è anche un luogo che si può raggiungere solo dopo aver navigato per mari ed è, quindi,  una speranza augurale per i nostri defunti.

L’anima trasportata è vestita di bianco, leggera e  finalmente distaccata dalle sofferenze della vita terrena. Anche la bara è bianca: la persona è andata via troppo presto… Durante gli anni della stesura dell’opera Böcklin aveva perso la figlia Maria (i cipressi richiamano anche Firenze, dove lei è sepolta): eppure riesce a trasformare il suo pianto in un’opera corale.

L’opera, di per sé, è realistica: non è che un paesaggio. L’isola potrebbe ispirarsi parimenti al Castello di Ischia, a Pontikonissi vicino a Corfù o all’Isola di San Giorgio in Montenegro. L’artista, del resto, fu un viaggiatore irrequieto innamorato dell’Italia; abitò a Roma, a Lerici e a Fiesole (dove morì).

Il pittore svizzero realizza una serie di cinque varianti dello stesso soggetto tra il 1880 e il 1886 – seguito dall’Isola dei Vivi del 1888, cambiando solo luce, colori e dettagli (qui la terza versione, che è la mia preferita). Il primo (il cui titolo era, inizialmente, “Un luogo tranquillo”) fu realizzato per il ricco committente e mecenate Alexander Günther, gli altri per la contessa Marie Berna, rimasta colpita dal dipinto (il quarto venne distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale; Hitler ha posseduto il terzo). L’opera, l’esempio per eccellenza del Simbolismo, venne presa come spunto da pittori metafisici o surrealisti come Dalì o De Chirico.

Il significato dell’opera è difficile da spiegare. Per quanto sia vero che parli di morte, lo fa senza citarla e senza interpretarla. 

Davanti a quest’opera ci è permesso pregare  così come siamo capaci. E davanti a quest’opera ci si pone, con estrema sincerità, la domanda arcaica del “dove andremo a finire?”

Fa pensare a quei giorni di silenzio carico di dolore dopo che una persona muore, però evoca anche serenità, l’auto-convinzione che esiste qualcosa al di là del velo. Böcklin riesce a riempire una tela con il vuoto incolmabile che lascia una persona quando muore. 

**  E come non pensare a te?**

❤ Miss Raincoat

 

“Il Convegno” di Antonio Ambrogio Alciati

L’Alciati, nato a Vercelli, si trasferisce nella Milano di fine Ottocento per frequentare l’Accademia di Brera e, benché i suoi guadagni derivassero da commissioni borghesi o ecclesiastiche, si unì alla Loggia della sua città d’origine.

Il pittore ha un evidente legame con Tranquillo Cremona, quell’artista che aveva portato la Scapigliatura nell’Arte Italiana, tramite i colori “veneti” del collega Hayez sfumati fino a renderli vaporosi. In quest’opera, il nostro Antonio riprende anche la simbologia con il quale il maestro aveva declinato l’edera, intesa come il groviglio che un’amore usa per fare presa e consumare (“l’amor ch’a nullo amato amar perdona” – D. Alighieri).

La Scapigliatura fu un Movimento Artistico con epicentro a Milano datato, come termine, 1862, dalla penna dello scrittore Cletto Arrighi. Gli Scapigliati si ribellavano al buonsenso borghese e cercarono, spesso con risultati deleteri, il nesso sottile tra pazzia e lucidità, amando la malattia della psiche nella sua tragicità. Non fu un movimento organizzato o codificato, però portò in italia il Romanticismo Europeo (quello di Friedrich, veramente molto più trito rispetto all’Hayez al quale si era abituati in Italia) e contribuì a creare il mito dell’artista dissoluto e sregolato.   Gli Scapigliati erano , quindi, rockstars o comunisti con il rolex?

Infatti, questa tela del 1918 si esprime ancora con quel linguaggio tardo-ottocentesco, urlante un sentimento improvviso e cavalcante. Il topos di questo dipinto è la passione: l’amore che non sa contenersi, che fa commettere sciocchezze e che ti fa lottare per strappare pochi secondi che si trasformano in un Convegno (cioé un appuntamento, ma con un etimo che sa più di patto, d’intesa); il lato struggente dell’amore, quando vuoi e non puoi.

Coadiuvato dalla tecnica, il pittore rende il movimento smodato della furia tramite pennellate mosse e corpose. Nella composizione, sebbene le mani dalla simmetria incrociata non s’incontrino e stringano con violenza le sbarre (simbolo di un sentimento in cattività), le labbra si uniscono nella sublimazione di un desiderio. Il libro a destra, abbandonato sul muretto, indica l’arrivo improvviso dell’amante, che spezza l’attesa e la stasi di qualsiasi occupazione intellettuale.

Non si capisce se i due s’incontrino per davvero oppure è solo un sogno, un pensiero stupendo.

Ti vorrei almeno un’ora per dirti che ti odio ancora” – M. Troisi/ P. Daniele

❤ Miss Raincoat