“La Dama e l’Unicorno”

Come chiudere il mese di Ottobre, se non con un’opera che parla del nostro animale preferito?

Iniziamo con qualche precisazione tecnica. Stiamo toccando con i guanti un ciclo di arazzi datato circa 1484. Oggi lo possiamo ammirare al Musée de Cluny//Museo Nazionale del Medioevo a Parigi, anche se – originariamente – fu commissionato da Jean Le Viste, un importante figura della corte francese, per il suo palazzo nelle Fiandre (appare nell’arazzo con lo stemma con le mezze lune)

L’arazzo è una delle tecniche più particolari del Medioevo europeo che, per dirla a soldoni, è un tappeto artistico, prova della genialità degli artigiani tappezzieri e dei disegnatori. In questo caso, i fili intrecciati sono di lana e seta. Il motivo nello sfondo si chiama millefiori e consiste in un groviglio simbolico di fiori, piante e animali uno (qui la simbologia dovrebbe essere quella del talamo nuziale; ho riconosciuto la lepre, l’oca, la capra = fertilità, fecondità, prosperità).

Avrete, quindi, capito che la simbologia nell’arte medievale è utilizzata come le emoticons su Whatsapp. E, allo stesso modo, non è sempre di facile interpretazione. Però, voglio comunque provare a raccontarvi quest’opera.

I personaggi che ricorrono in tutti e sei i pannelli del ciclo sono una Dama, un Leone, un Unicorno e una Scimmietta, che, rispettivamente dovrebbero rappresentare l’Amore (inteso come forza femminile che tutto genera), la Prudenza, la Purezza e la Sfrenatezza. In più, appare anche un’Ancella che, secondo me, è la Vita con le sue possibilità molteplici e antagoniste che ci offre.

Cinque di questi arazzi rappresentano i Cinque Sensi, quindi, ciò di cui si può giovare durante la vita terrena. 

  • Il gusto – La Dama mangia un dolce che le viene offerto dall’Ancella; ai suoi piedi anche la Scimmietta mangia lo stesso dolce. Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = La Vita ci offre il piacere, anche quello più lussurioso, ma si può scegliere di consumarlo con moderazione (come quel fico del Jean Le Viste), oppure di fare come la Scimmietta, che mangia per terra. Inoltre, non ci sfugge che la Dama sta guardando un parrocchetto, simbolo della gravidanza come frutto del matrimonio.
  • L’udito – La Dama suona un organo e l’Ancella aziona l’aria (attraverso il mantice).  Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = Nella Vita potremmo sentire quel vento particolare, qualcosa che c’è ma non si vede. Quindi, la persona nobile d’animo (come, ad esempio, il nostro Jean detto Gianni) è capace di sentire e suonare questa musica che pervade il mondo, il suono del divino. Ebbene sì, la donna perfetta è una donna pia e devota.
  • La vista – Seduto in grembo alla Dama, l’Unicorno si guarda in uno specchio = La leggenda narra che solo le vergini potessero ammaestrare gli unicorni e, metaforicamente, vuol dire che la purezza può essere maneggiata solo dalle persone pure. Quindi, lo specchio è simbolo della “vanitas“, ossia della bellezza esteriore che svanisce con la vecchiaia; però, la bellezza interiore è sempreverde.
  • L’olfatto – L’Ancella porge dei fiori alla Dama, la quale ne intreccia una ghirlanda. La Scimmietta ruba un fiore e ne rimane inebriata dal profumo.  Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = La Vita dona alla Donna la sensualità e lei la utilizza per corteggiare l’uomo, in una maniera delicata e pudica. Alcuni uomini rubano il fiore della verginità delle donne solo per gioco, ma Gianni non è così, lui è diverso.
  • Il tatto – Con la mano sinistra, la Dama accarezza l’Unicorno e, con la destra, regge lo stemma del committente = la donna perfetta per Gianni è una donna ovviamente vergine che con il cuore sa essere pura e con la mente sa essere nobile.

Uno di questi arazzi è più grande e diverso dagli altri, sicuramente più criptico, e rappresenta il Senso Perfetto.

  • Il desiderio – Su una tenda retta dall’Unicorno e dal Leone si legge “A MON SEUL DESIR“. La Dama consegna una collana (che negli altri arazzi indossava) all’Ancella che la riporrà in un astuccio = Nella Vita il desiderio è inevitabile. A un certo punto, le armi della seduzione verranno riposte, non per castità, ma per donarle a un unica persona. Nello stesso arazzo, infatti, troviamo un cane su un cuscino, la fedeltà posta al di sopra di tutto. Il desiderio, insomma, non è peccato se vissuto con il cuore aperto e puro. Il desiderio vero e proprio può essere sperimentato per un unica persona, quindi? Oppure l’unico desiderio dovrebbe essere quello di donarsi totalmente ad un’unica persona? Ecco, è questo l’enigma del sesto arazzo.

Concludo il discorso ricordandovi che Tracy Chevalier, la stessa scrittrice de “La Ragazza con L’Orecchino di Perla” ha fantasticato anche su quest’opera d’arte, regalandoci vizi e virtù di Nicolas Des Innocentes, immaginario disegnatore di arazzi e donnaiolo da strapazzo. Io ho amato ciascuno dei suoi romanzi ❤

❤ Miss Raincoat

p.s. Non ho ASSOLUTAMENTE abbandonato l’idea di avere un blog (anche se è poco di moda), ma -come avrete anche capito da voi- Ottobre è un mese pieno di sagre, fiere, eventi enogastonomici e pure il Trofeo Vanoni (che è una corsa a staffetta in montagna con base a Morbegno) che mi hanno impegnata 24/7. Perciò, ne approfitterò del “Ponte dei Santi” per ricaricarmi (dato che finalmente il Capo ha detto <giorni liberi>) e poi cercherò di favellare un po’ più spesso. So stay tuned 🙂

 

 

“Atomic” dei Blondie

Una delle mie icone sacre è la ex-frontman (sì, detesto la sessificazione dei termini che indicano le professioni) dei Blondie, Debbie Harry. Lei avrebbe potuto essere una groupie, ma preferì essere la prima vera – e non feticcio – leader donna di un gruppo rock. 

Chi sono i Blondie? Chi dice di non aver mai perso la dignità a un karaoke con “One Way Or Another” o “Call Me” è complice!

È vero che c’è stata una reunion e che Debbie ha pure tentato la carriera da solista (nel 1999 esce “Maria” e la Harry ruba il titolo alle MILF nelle classifiche inglesi alla pressoché coetanea Cher), ma i Blondie hanno calcato la scena più o meno negli anni del Punkabbestia (ossia tra la fine del Settanta all’inizio dell’Ottanta). Si narra che un certo Chris Stein – il chitarrista – formò una band in quel di Brooklyn ispirandosi ai New York Dolls (sostanzialmente i pionieri del glam rock) insieme a Debbie, ex coniglietta di Playboy, che sarebbe diventata la sua compagna per 15 anni. Il nome “Blondie” deriva dal colore della chioma dell’irriverente cantante, la quale troneggiava nell’ambiente rockettaro iper-maschilista degli anni Settanta. Nel 1982, la band si sciolse perché l’attenzione dei giornalisti su Debbie aveva causato dissapori e anche perché Stein era gravemente malato.

” Adoravo Billie Holiday e Janis Joplin, ma non avrei mai voluto ritrarre quel tipo di donna, sottomessa e sofferente per le pene d’amore, che emergeva dai loro testi  

Il singolo “Atomic” è estratto da Eat To The Beat, il secondo album del successo mondiale dei Blondie  datato ottobre 1979 (lo stesso disco di “Call Me”). Nel disco, questa traccia si trovava nel lato-B. Eat to the beat è un titolo che non ha un senso (significamangiare fino a scoppiare“), scelto probabilmente sotto effetto di droghe e in un periodo in cui iniziarono i rancori che portarono allo scioglimento del gruppo. Eppure ha funzionato lo stesso. Non è stato un lavoro in cui sperimentare o dimostrare, è stato il mettere in musica la devastazione di sette menti malate all’apice del successo e prossime al crollo.

“Atomic”, nel febbraio 1980, esce precisamente come terzo singolo. I Blondie l’hanno definito la spaghetti western version di “Heart of Glass” (successo dell’album precedente “Parallel Lines”) ed è, praticamente, un’unione dissacrante di rock tradizionale e disco music.  Sebbene il titolo lo possa far immaginare, la canzone non allude a niente di futuristico. Debbie ha cominciato a cantare parole a caso mentre gli altri  musicisti cercavano il giusto sound in studio : “oh, your hair is beautiful” e poi è arrivato il resto del testo…  La melodia è  stata molto influenzata dal soul Anni Quaranta di “I’m on my way” di Dean Parish, comunque.

Ma che poi “Atomic” non potrebbe essere un inno agli Unicorni Indomabili?

❤ Miss Raincoat

Capall Mòr – Road to Killarney

[ Attenzione! Questo è un blog che parla di viaggi e unicorni. Il contenuto potrebbe riguardare materiale sensibile… 🙂 ]

Arriviamo da sud (precisamente da Cork) percorrendo la Road N.22, una delle principali arterie irlandesi famosa per il gruppo scultoreo di O’Donoghue intitolato Road to Killarney.

Guarda tutte le statue del “Road To Killarney”

Killarney (ca. 80 km / 1he30min da Cork) è una cittadina turistica che trae la sua toponomastica dall’irlandese “chiesa dei susini”. Siamo nel sud-ovest irlandese, nella Contea del Kerry (detta The Kingdom), zona celebre per i suoi paesaggi incontaminati. Nel suo centro troviamo la Cattedrale di Saint Mary, il Castello di Ross e il maniero di Muckross House; nei suoi pressi si possono visitare i tre Laghi di Killarney, la Valentia Island (isola abitata più a ovest dell’Europa) e le isole Skelling.

Sul tratto di strada all’altezza di Clonkeen (a 20 km da Killarney), sopra di un’altura, svetta una delle statue del gruppo Road to Killarney, la Capall Mòr (in irlandese significa Grande Cavallo). Questo cavallo di cemento armato (del 1994 – alto 4,30 mt.) presenta un elmetto che lo rende un unicorno, usato spesso dalle popolazioni celtiche durante le battaglie. Oltre ad essere la statua più importante del gruppo ne è anche la più famosa: negli Anni Novanta tutti i bambini irlandesi obbligavano i genitori a pecorrere la strada per vederlo (può essere scorto a chilometri di distanza). Le catene rotte ai piedi del cavallo rampante sono i simbolo della libertà e della sofferenza del Kerry durante la Guerra Civile. Iconograficamente, le catene dell’unicorno sono anche metafora del fatto che, nella libertà, il particolare cavallo sarebbe indomabile, selvaggio nel suo essere indifeso.

❤ Miss Raincoat

Bere il sangue di un unicorno ti tiene in vita anche se sei a un passo dalla morte, ma ad un prezzo spaventoso… Hai ucciso una cosa purissima e dal momento che il suo sangue tocca le tue labbra, vivrai una vita a metà, una vita dannata da Harry Potter e la Pietra Filosofale

“Pictures of You” dei Cure

I Cure sono una band inglese nata nel 1976 sull’onda del new wave (scusate il surf di parole), un genere che raggruppava un sacco di band tipo anche che erano state  influenzate dal punk,  ma stavano un po’ cavalcando il lucro verso il pop.  Robert Smith, compositore, cantante e polistrumentista (non è solo un chitarrista!!!), è l’unico membro a farne parte fin dagli esordi e a diventarne l’icona (con lo stile dark alla Edward Mani di Forbice). In barba a quelli che sostengono che i musicisti siano fedifraghi, Smith sposa la sua fidanzata storica nel 1988 e gli dedica una canzone (Lovesong) per il primo anniversario.

Questa canzone che stiamo per ascoltare fa parte dell’album Disintegration del maggio 1989, periodo del mio concepimento. Il disco, che riuscì ad arrivare settimo anche nella Hit Parade Italiana, s’inserisce nel periodo dark della band, anche se è il più evoluto stilisticamente, perché fonde insieme il brit pop e il rock psichedelico. La critica aveva previsto un flop, ma questo album, oltre ad aver avuto successo, rimane un evergreen.

Pictures of  You fu il quarto e ultimo singolo estratto, nel marzo del 1990 (il periodo della mia nascita) in una versione più corta dell’originale (in mio onore, ahahah). La canzone ebbe un successo mondiale anche se l’album era già vecchio di quasi un anno.

Dobbiamo precisare che tutte le canzoni scritte da Robert Smith nascono da sogni visionari dati un po’ dal genio e un po’ dall’assunzione di droghe allucinogene (anche lui vedeva gli unicorni, quindi). Alla fine degli Anni Ottanta, inoltre, il musicista era in ansia matta perché nel 1989 avrebbe compiuto trent’anni (oh, come lo capisco!) e, oltre a voler realizzare un capolavoro, aveva anche paura d’invecchiare. Come per non bastare, aveva i critici alle spalle che lo additavano di essere mainstream, cioè di essere in grado di vendere pure gli organi interni pur di guadagnare. Ancora non avevano conosciuto Rovazzi, però è anche vero che le canzoni dei Cure sono molto orecchiabili, anche quando sono ultra cupe. L’ispirazione per questo brano venne in seguito a un incendio scoppiato a casa di Smith che lasciò intatte solo delle fotografie della moglie Mary (la copertina è una di queste, infatti).

Questa canzone è di un tristume cosmico, lo so. Ma a me fa pensare a cose rincuoranti, tipo guardare le fotografie di un viaggio e sogghignare per tutte quelle cose che sono successe e …non si è potuto immortalare. 

Remembering you standing quiet in the rain

[Formazione: voce/basso a 6 corde – R. Smith; chitarra – P. Thompson; tastiere – R. O’Donnel; basso – S. Gallup ; batteria – B. Williams]

 ❤ Miss Raincoat

“Speed of Sound” dei Coldplay

Strano che non avessi ancora rotto le scatoline con i Coldplay anche qui tra gli Amici degli Unicorni!

Comunque, non ho mai nascosto il mio amore viscerale per i Coldplay e per Guy (che, attenzione non è il cantante Chris – che si è pure dichiarato bulimico del sesso – ma il bassista – che si è dichiarato solo fidanzato con una modella danese). 

Ed è un amore nato in viaggio. Ho iniziato ad ascoltarli durante una sera d’estate, mentre stavo risalendo dal mare in auto la strada tra gli uliveti verso il paese di mio papà. Scenario: il tramonto arancione, la salsedine sulla pelle, la scottatura sopra le lentiggini e   i miei 15 anni. Più di dieci anni fa, in radio passava questa canzone nuova di pacca. Gli haters del CP ci chiedono sempre “Come si chiama quello che ti ha mollato quando hai iniziato ad ascoltare i Coldplay [collplèi]?”, però io in quei giorni avevo collezionato un invito ad uscire dal tipo che mi piaceva. E da quel giorno, senza mai pensare a dei bisturi per tagliarmi le vene, loro sono stati i musicanti della colonna sonora della mia vita. **E, tra le cose, Chris ha dichiarato anche che i Coldplay si ispirano agli A-Ha, il gruppo scandinavo di “Take On Me”, il successone degli Anni Ottanta, e al loro romanticismo 😛 

Il testo di Speed of Sound parla di boh. Ho sempre pensato che anche Chris, scrivendo, si ispirasse agli unicorni. Credo che parli del fatto che non ti puoi fasciare la testa prima di spaccartela, prima devi scoprire che cosa vuoi fare e farla. E mi piace un sacco il verso: “some things you have to believe/ other puzzles are puzzling me”. Come se tutta la mia vita si stesse muovendo al ritmo di una canzone che conosco ma non so di conoscere. E che, nonostante tutto, è una melodia scritta solo per me. 

Quello che rende riconoscibile il pezzo è sicuramente il riff  di pianoforte citato da “Running Up That Hill” di Kate Bush (in pratica, perché mentre Apple nasceva il babbo Chris si stava ascoltando la Bush in loop); inoltre, la canzone è pure un ricordo a “Clocks” dell’album precedente, almeno come sound. Il bassista Guy, infatti, spiegò che non c’era nulla di vergognoso nell’ammettere che la canzone era un’ispirazione molto devota. Questo è anche il motivo per cui la canzone appare raramente nelle scalette dei concerti: Chris non è ancora molto convinto del risultato. E in effetti, per quanto sia stata un successone, ogni volta che l’ascolto mi sembra sempre più una canzone non-finita o che, comunque, continua a costruirsi in crescendo senza mai arrivare a una fine. **quest’ultima cosa che ho scritto non l’ho capita nemmeno io, neh**

Speed of Sound è l’inizio o la fine dei Coldplay. Nel senso che li avevamo conosciuti con In My Place e tanti fans hanno smesso di considerarli ascoltabili dopo questa. Però poi hanno cambiato rotta con Charlie Brown. E l’hanno cambiata ancora con Up&Up. [solo per citarne alcune].  Forse, per evitare di copiarsi ancora. Infondo, hanno cambiato mogli, ma la formazione è sempre quella da anni e, in qualche modo, dovevano evitare di uccidersi fra di loro. Oppure per continuare a vendere e vivere di musica. Chissà…

❤ Miss Raincoat°in love with Guy Berryman°

**Risentiamola, dai!!!**

Anche se sono antipatica.

[Innanzitutto bisognerebbe ringraziare la S. per l’illuminazione che mi ha fatto accendere tra uno slalom gigante e l’altro sulle strisce pedonali (ahahahah) – tanti unicorni per te, mia cara ❤]

[IL POST NON HA NESSUN SENSO LOGICO.  ASTENERSI I SIMPATICONI PRIVI DI IRONIA
Riferimenti a fatti e persone sono casuali o frutto della vostra immaginazione]

Da vocabolario, una persona simpatica dovrebbe istintivamente partecipare agli stati d’animo altrui, con una capacità di fondo di rendersi gradito. Per contro, l’antipatico prova un’avversione a pelle più o meno immotivata. Verso tutti. Ma non è necessariamente stro** , ossia malvagio e spregevole. [sigla di SuperQuark]

Quindi, io gioco nella squadra degli antipatici. 

Il big-ragionamento, in ogni caso, mi è partito davanti a uno sconosciuto dotato di cane, quando mi sono fiondata sul cane, benché il tipo in questione non fosse poi così brutto, anzi… E, dopo aver giocherellato per un buon dieci minuti con lo scodinzolante essere vivente dalle grandi orecchie, ho soavemente esclamato “è bellissimo”lui spalanca il suo sguardo congelato e un po’ tra lo scocciato e l’incredulo “il cane, intendo”. Ah, e il cucciolo era di Bulldog Francese, tipico cane che piace agli antipatici,  dacché non si capisce se sia un cane, un maialino o un pipistrello terrestre (quelli simpatici hanno i Labrador). 

Tra le cose, nella gioia dell’incontro peloso, mi sono scordata di com’ero vestita e mi si sono leggermente smagliati i collant. Ero vicina a Calzedonia e potevo concedermi un cambio veloce, però ho fatto spallucce e li ho portati bucati con eleganza, come si fa con le corna subite. Cioè, con una sapiente dose del mio rossetto preferito (che è il  n. 7 Milano Red Deborah, una tonalità sul magenta da antipatica). E con un big-sorriso. Ma anche se sorridi sei antipatica, visto che conosci bene la differenza tra l’esprimere gioia e fare proposte indecenti. Che poi chi lo decide se sono indecenti, eccessive, inaccettabili o scandalose? 

Sono antipatica perché cerco di essere cordiale, spontaneamente accogliente, con qualsiasi essere vivente (pure con i fiori, che non mi piacciono recisi in quanto agonizzanti), ma non tutti quelli che conosco sono degli amici . Insomma, io nel mio salotto ci faccio entrare chiunque abbia le scarpe pulite, ma nelle mie stanze private “assolutamente no” (espressione tipica dell’antipatico). [Nonostante ci sia sempre il Pinco Palla che creda che io ci stia provando, solo perché gli rivolgo la parola o lo ascolto mentre parla. E poi glielo devo spiegare, risultando una big-antipatica – Io non ci provo mai, comunque: ti prendo e ti porto via dato che sono una Guida!]  

E se si parla proprio di quella stanza privata là, sono sessualmente attratta da menti brillanti, da conversazioni intriganti e da congiuntivi azzeccati. Però, mi piacciono anche le tartarughe. E i nodi alla cravatta fatti bene. E i tipi così esistono, come gli unicorni. Ma come gli unicorni possono essere domati solo da vergini, i Raoul Bova Sagaci (siii ve la ricordate l’immagine di lui bagnino che esce dalle acque sarde sulle note di Enya?!?!) si accompagnano a tipette simpatiche, potendo scegliere.

Ah, ecco, i capelli!!! Da millenni – eccetto la parentesi dei Preraffaelliti che ci hanno osannato in maniera ossessiva – noi con le lentiggini e i capelli tipo rosso-arancioni-castani-boh siamo stati proprio il simbolo della rossomalpelità, antipatia allo stato brado. Seh ma almeno, anche se sono alta meno di Gargamella ma più di Puffetta, non mi autocreo palcoscenici finti. Dico quello che penso e penso quello che dico (eh sì — ahahah). E, soprattutto, anche se sono antipatica, non sono finta come la Barbie Malibù.

❤ Miss Raincoat without her coat

Finiamo con un po’ di mooosèeeca indicata come sottofondo per questo post big-scemo! – E, appunto, non se la prenda nessuno – anche Di Maio – data la facezia delle argomentazioni domenicali 🙂

Caro Babbo Natale,

Per quest’anno, siccome sono stata molto brava…

No, voglio essere sincera. Quest’anno non sono stata poi così tanto brava. L’anno scorso, però, ti avevo chiesto una certa cosa sotto il vischio e avevo pure aggiunto di sapere benissimo che è vietato coglierlo e, per non darti problemi con la Forestale, ti avevo detto che andava bene pure senza.

Lo so… non è stata una mossa furba svegliarmi accanto a uno dei tuoi folletti e poi defilarmela…. Ma –che cavolo– la Befana doveva assolutamente portarmi un regalino di consolazione, dato che tu ti sei dimenticato di me in un anno in cui davvero mi ero comportata da brava bambina, senza dire le parolacce, essere troppo selvatica, fare mosse azzardate, epurando la mia sincerità dalle cattiverie ed equilibrando cause – fatti – conseguenze.

Allora, non biasimarmi se quest’anno, accettando di essere nata in un dì di vento, non mi sono più accontentata e ho voluto anche l’uragano, compresi i cocci del giorno dopo, che ho raccolto e ricucito insieme, come riuscivo.

Perciò, che cosa vorrei per quest’anno?

Un unicorno.

Tu dirai che gli unicorni non esistono o che li vedo solo io, perché tu sei un uomo rude del Nord, abituato a Renne, Bombardino e Rock’n’Roll. Io dico che gli unicorni, se ci badi bene, sbucano fuori sempre al momento giusto (non serve andare nei boschi, a volte basta girare l’angolo dopo 8 ore di lavoro; anch’io ero sicura che li avvistassero solo in Valmalenco o in Osteria, neh!). Sono quelle cose che sono sbagliate, folli, amorali, impensabili, improvvise, fairy as a star when only one is shining in the sky, ma che ti fanno sentire felice e sprizzante di quella polverina magica che accompagna il loro frettoloso trotto:  se non ci  stai attento passano e non te ne accorgi nemmeno….

Ti prometto che ridurrò ai minimi storici le strette di mano, o come cavolino di Bruxelles le vuoi definire, penserò al bene dei miei folletti-turisti, alle coronarie del mio Capo A. e alla meta del mio viaggio di compleanno, che vorrei tanto fare ma non so ancora dove. Ma con unicorno in giardino, sarebbe tutto diverso, non credi? Magari riuscirei a cacciarmi meno nei guai per andare a caccia di farfalle (nello stomaco).

Klaus, insomma, per quest’anno ti chiedo di portare pazienza: ho deciso di essere me. Tu te lo ricordi, vero, quanto era stato straziante avere il Suo regalo sotto l’albero e, al momento di scartarlo, Lui non c’era più? Non voglio più vivere quella sensazione di essere sbagliata, penitente, dimenticata, come se qualcuno mi avesse tolto il diritto di vivere la mia vita. Oggi che sono felice, voglio continuare ad esserlo.

Vorrei tanto un unicorno. Perché… Voglio tenere in mano ciò che mi fa sentire viva come una bolla di sapone. Voglio volere quello che voglio (senza sentirmi in colpa) e credere a Babbo Natale anche se ho quasi 28 anni. Non me ne importa del finale, voglio una storyline avvincente, insomma.

Perciò, ti prego di fare il possibile quest’anno. Lo so che l’anno scorso ti avevo chiesto qualcosa di azzardato, un CiccioBello con il quale avrei giocato qualche mese e poi chissà. Ti avevo chiesto un bacio sotto il vischio quando non facevo altro che fare finta che mi piacessero le romanticherie vuote e che si potessero fare dichiarazioni d’amore con un trolley in mano e un passato ancora da chiudere, che faceva corrente. Perciò, posso avere un unicorno, visto che sono tornata sul lato A del mio disco?

Grazie e all’anno prossimo.

Io Babbo Natale lo seguo qui!

La tua affezionatissima

Patrizia

(Io oggi, da tradizione, ho preparato albero, presepe e affisso la strenna sulla porta di casa)

La mia Mostra del Bitto

Come vi avevo promesso,  parlerò della 110ª Mostra del Bitto anche sotto una mia luce più retrospettiva e introspettiva…

Ovviamente, per chi volesse sapere di cosa si tratta la kermesse di Morbegno per antonomasia può consultare il sito ufficiale qui 

Innanzitutto, vorrei ovviamente ringraziare il mio capo A. per aver scelto me tra tanti altri, il dott. M. (e tutto il FAI) per l’occasione, i colleghi che mi hanno sopportata e supportata (nun semo mica i scenturioni de Roma!), tutti i cocchieri che hanno organizzato con precisione il carrozzone dell’evento e, chiaramente, la folla di turisti senza la quale non si potrebbe nemmeno lavorare. Ah, dimenticavo anche H. N. Morse, che ha sintetizzato per primo il paracetamolo.

Morbegno, sabato 14 ottobre 2017

La mattinata l’ho trascorsa con la collega (pure di chioma) E. ed il mio capo A. per una sorta di “aggiornamento sul campo” nei  vari Presidi FAI:

  • Palazzo Folcher – Approfittando del fatto che l’edificio è soprastante all’antico Caffé Letterario di Morbegno, mi sono scottata dapprima la punta della lingua con un caffé nero bollente (“amaro, come la vita” cit. Capo A.) e poi mi sono meravigliata del racconto appassionato dell’arch. Cerri, il quale sta seguendo qui i lavori di restauro. In realtà ho intenzione di scriverne un post a sé stante nelle prossime settimane (e non vedo l’ora di poterci portare anche i turisti, una volta che il restauro sarà terminato): il luogo è stupendo nella sua corte raccolta e quasi segreta, nei suoi soffitti decorati e tutti diversi come i servizi di piatti chic’n’cheap e negli scorci verdi e azzurri che si possono spiare dalle finestre ancora da ripulire. Piazza 3 Novembre

  • Casa Mariani – Anche questa dimora ha una corte interna che mi ricorda la descrizione del giardino dei misteri di Mary. I Mariani sono ricordati come notai e giureconsulti, che rogavano nella tipica Stüa (locale “alpino” totalmente rivestito in legno e riscaldato tramite una stufa) del 1592. La particolarità di questa visita è che  stata condotta dagli eredi Mariani in persona, che, tra le cose, sono persone di una simpatia e dolcezza ineccepibile. Via Romegialli

L’ora di pranzo, da buona guida, l’ho passata in piedi, ma invece della Fiesta ho mangiato un panino (era un paninazzo, lo ammetto) Bitto+Bresaola preparatomi con amore dal mio barista di fiducia, il sign. B. Approfittando dell’orario poco di punta, mi sono concessa anch’io un giro in Mostra/Fuori Mostra. Massima stima per le donne che si sono prestate all’abbigliamento folk valtellinese: so per esperienza che gli sciapei (zoccoli di legno) sono più scomodi di un tacco 13 senza plateau. Mi è piaciuta molto, oltre alla tradizionale sfilata enogastronomica, l’esposizione degli sci antichi, comunque.

Durante il pomeriggio ho effettivamente lavorato presso il Presidio Fai del Complesso di Sant’Antonio (del quale troverete un mio riassunto qui). Lì si è chiarito anche che a) la cantina “nel Chiostro” si trova attraversando la porta del chiostro (siete fantastici quando bevete vino valtellinese, giuro!) b) sì, se entrate trovate anche il bagno, che non è ovviamente il pozzo al centro del chiostro c) le spille del FAI sono fashion, munitevene!

A parte gli scherzi, l’interesse dimostrato per i turisti che ho guidato è stato stratosfericamente appagante; ah, alla fine di un giro ho pure ricevuto una stretta di zampa inaspettata da un cane fighissimo e acculturato.

Dopo il dovere, il piacere.

Con una puntualità che non la contraddistingue, mia sorella è giunta al Presidio preceduta da due asinelli (che facevano parte delle attrazioni, non sono suoi) e questo è stato il momento catartico, che mi ha fatto capire di essere sopravvissuta alla giornata.

L’ultima cosa intelligente che ho fatto sabato è stata portare mia sorella a vedere il presidio FAI a Casa Mariani, dove abbiamo conosciuto una comitiva di tipi proprio nel mood dell’evento. Del tipo, gente che passa dal parlare della valenza ingegneristica della termodinamica ecologica (e stica’) del tipo architettonico della stüa [sic.]all’esclamare la necessità di un bicchiere di Valtellina e stuzzichini. Come Carducci, più o meno, in questa poesia.

Poi, come da previsto, tarallucci e vino anche per me.

Con tanto di apparizioni mistiche (ma neanche troppo), aperitivi rinforzanti plurimi e un Battisti di circostanza in questo periodo allucinogeno [Ringraziamo i musicisti e l'”oste” M. per le illuminazioni, comunque. Thx for made us believe in pink unicorns!]. E mi fermo con la narrazione perché della cena, siccome non si dovrebbe MAI brindare alla stanchezza cosmica, ricordo poco.

Mi sono voltata, improvvisamente, verso mia sorella e l’ho vista felice: per me, la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta nel non averle puntato il dito contro e di aver tifato per lei, purché stesse bene. E mi sono voltata verso di me e ho capito che è finito quel meccanismo malato di giornate senza parole, di non sentirmi abbastanza, di essere troppo severa con me stessa. Basta mettere il tuo rossetto più bello e più durevole e concederti di essere te stessa, senza voler essere all’altezza di qualcuno. Scusa, ma all’altezza di chi, poi?

Questa sarà ricordata come la giornata in cui ha ricominciato a funzionare una lampadina che credevo fulminata. Dopo 3 anni di non voler più essere me. Dopo 5 mesi di cattiva alimentazione e 1 mese di digiuno. Non c’è un motivo preciso o un nome di persona. Semplicemente, una specie di estate di S. Martino in anticipo, voluta da me. Volevo l’uragano, ma l’uragano sono io. <fine dello spot motivazionale>

«la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino» J. H. Comroe

❤ Miss Raincoat 

*Sul mio Instagram potete trovare altre foto