“Alla Porta del Castello” di Ferdinand Knab

Oggi andremo a conoscere un pittore di un’area geografica che mi piace molto, la Romantische Strasse, in Alta Baviera (top all’inizio dell’autunno in moto on the road). Lui è Ferdinand Knab (Würzburg, 1834 – Monaco di Baviera, 1902), insegnante di architettura e pittore di paesaggi “architettonici”.

1881 – olio su tela – 34 x 25,5 cm – collezione pvt

Quando viene dipinta questa tela gli artisti, specie quelli mitteleuropei, considerano ancora il Grand Tour (percorso esplorativo in Europa, un interrail ante litteram) un momento importante per la loro crescita personale e professionale. Una delle tappe fondamentali di questo viaggio era l’Italia. Knab rimane impressionato dalla bellezza di Roma e di Taormina, delle quali conserverà ricordi e impressioni per tutta la sua carriera. Di fatto, i soggetti delle sue opere mischiano sapientemente architetture note ad architetture oniriche.

Qualche volta, i paesaggi nell’arte possono sembrarci sterili, come delle fotografie instagrammabili. Nei paesaggi di Knab, invece, aleggia un’atmosfera poetica data dalla monumentalità, dal gusto per l’antico, colorata di tramonti lividi. L’ora del tramonto, per il pittore, è un momento incerto e volatile.

La tematica sentimentale che nasconde questo paesaggio incolto è molto sottile. Siamo nel clima del simbolismo tedesco, che ci ha fatto ben conoscere un collega contemporaneo di Knab, ossia lo svizzero Arnold Böcklin.

Non è solo il tramonto a parlarci del tempo che va e non si sa dove, parimenti la colomba in volo. Il cancello è un elemento di transizione; la pozzanghera è un elemento ambivalente, è la riconnessione tra cielo e terra, la rinascita, ma, al contempo riflette qualcosa di effimero, come un sogno.

Inoltre, non dobbiamo sottovalutare il suonatore di lira a coronamento dell’inferriata. Io l’ho identificato con Orfeo, l’artista che incarna tutti i valori dell’Arte. Orfeo ama incondizionatamente solo Euridice (ninfa di boschi e degli alberi, che ritroviamo in questo paesaggio dipinto), anche se lei è morta. Orfeo riesce a fare in modo di portarla via dagli Inferi, a patto di guardarla solo una volta tornato nel Mondo dei Vivi. Purtroppo si distrae e si volta troppo presto. Euridice sparisce in una nuvola d’aria e lui, si ammutolisce e respinge l’amore per sempre (ma ovviamente non il sesso, non preoccupatevi).

Quella di Ferdinand Knab è una riflessione dolente. Lui pensa alla malinconia, il dramma della vita che ti porta ad avere sentimenti anche se, da essere umano, sei destinato a morire. Anche i sentimenti, essendo umani, sembrano eterni, ma non lo sono in essere.

Sempre riferendomi al mito di Orfeo, l’opera parla, più precisamente, dell’Arte. Cosa deve avere un’opera d’arte per rimanere immortale e per sopravvivere alla morte dell’Artista? Orfeo era il creatore di quella bellezza capace d’incantare anche i demoni; Euridice era l’anima spirituale, l’ispirazione vera e autentica della Bellezza. Cosa succede a Orfeo? Diventa banale, si volta troppo presto e la sua Arte diventa un pugno di mosche…

Miss Raincoat

Gustav Mahler

“La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri”

“La Sorgente” di Jean Auguste Dominique Ingres

Dante, a naso, diceva che l’Amore move il sole e le altre stelle. Come contraddirlo? Il resto fa solo girare i co***i! Buon San Valentino ai fans degli Unicorni!

1820/56 – olio su tela di canapa – 163×80 cm – Museé d’Orsay (Parigi)

Quest’opera fu iniziata a Firenze (se notiamo, il tema è alquanto italianamente rinascimentale, sulla scia di Sandro Botticelli) e finita, in un secondo momento, a Parigi. Fu mostrata al pubblico quando Ingres, pittore belloccio assimilabile a Luca Argentero, era già un professionista di fama, molto copiato e con molti followers. Questa tela è considerata l’apice della sua esperienza nel Neoclassicismo, benché sia stata rivisitata anche dai colleghi delle Avanguardie, come Picasso e Degas.

Io la considero, più che iconica (perché di Ingres io conosco bene le Odalische), particolare. Ha delle dimensioni prevalentemente verticali, che la volevano collocata nel contesto di un’alcova (beh, in effetti il tema della “sorgente” – lì da da dove tutto inizia – ci sta); ha una base in tela di canapa (la quale conserva l’ineccepibile brillantezza dei colori nel tempo, firma indiscussa di questo artista) ed è una sorta di featuring, in quanto Ingres si avvalse della collaborazione di due suoi allievi per lo sfondo e il vaso.

Il modello iconografico è quello della Venere Pudica. In molti pensano che questo modo di rappresentare la dea dell’amore e della bellezza comporti necessariamente il fatto che lei si copra le vergogne. Al contrario, è un preciso scatto della vita intima della dea, cioè il bagno (simbolo di purificazione), quindi un modo di rappresentare un nudo non cafonazzo. Un porno poetico.

Le donne che rappresenta questo pittore, a mio avviso, sono le più sensuali di tutta l’Arte. Ingres le dipingeva sinuose e quasi innaturalmente allungate, in modo da ricercare delle linee arabeggianti. Inoltre, questo artista fa dei miracoli con i colori. L’incarnato delle sue muse risulta luminoso e vellutato, che sembra illuminato dall’interno, caldo, come se si potesse (quasi) toccare con mano. Ma non si può! In questo caso specifico la protagonista ha una posa esagerata, sembra quasi una statua messa in una nicchia di roccia, un naos greco, la cella sacra dove potevano entrare solo i sacerdoti del tempio.

L’elemento simbolico di questa composizione è l’acqua. La modella impersonifica una naiade, una ninfa delle acque dolci, immortale, guaritrice e profetica. Lei è la sorgente, sottomessa alle forze della Natura, ma che al contempo riesce a maneggiarle per creare l’amore e la vita. Di fatto, è lei che divide in tre l’acqua che sgorga dal vaso (simbolo del ventre): le grazie che poteva offrire la donna a un uomo, splendore, gioia e prosperità. L’acqua viene dipinta in un modo che fotograficamente definiremmo “con tempi di esposizione lunghi”, ossia spumosa e palpabile – come a dire che, anche se tutto scorre, per certe cose, per quelle là, ci si deve prendere tempo…

Il tutto è incorniciato da alcune specie floreali non scelte a caso. La margherita a destra è il fiore dell’innocenza; il narciso a sinistra è la vulnerabilità davanti all’uomo che vuole cogliere il fiore; infine, in alto, l’edera che tutto infesta: le emozioni forti e ingovernabili, l’estasi, ma anche la rigenerazione.

La modella era la giovane figlia, ipotizziamo quindicenne, della portinaia di Ingres. Alcuni critici dissero che il prezzo che la ragazza dovette pagare al pittore per vedere il suo sogno d’innocenza immortalato sulla tela per sempre fu la sua verginità. Parla, la gente purtroppo parla. Pensiamo soltanto a Paolina Borghese, la quale, qualche anno prima, fu scolpita da Canova praticamente senza veli su un materasso. Circolavano vari gossip sul quello che era avvenuto su quel divano, ma l’arguta principessa la chiuse così “Sì, certo, ero nuda davanti ad Antonio Canova, ma la stanza era abbastanza riscaldata!”.

Miss & Mr Raincoat

“La Grenouillère” – Monet VS Renoir

Siamo a Croissy-sur-Seine (che fa molto Cernusco sul Naviglio, pardon), a una ventina di chilometri da Parigi. In mezzo al letto della Senna, appunto, c’è uno storico isolotto sul quale, nell’Ottocento, si potevano trovare un chiosco alla moda e uno stabilimento balneare. Qui, su questa sorta di zattera (che mi ricorda anche quel quadro di Géricault), durante l’afa estiva, la borghesia parigina si concedeva refrigerio e svago. Ai più informati, questo rinomato lembo di terra, era conosciuto come la grenouillère, lo stagno delle rane – chiamato così per la sua musica, il vociare delle ragazze in vena di chiacchiere inconsistenti. Ovviamente, questa località turistica diventò l’epicentro della vita moderna, quella di Baudelaire e degli Impressionisti, meravigliosa, poiché transitoria e fatta di secondi inimitabili. In questo clima, durante l’estate 1869, due amici e colleghi pittori, piazzano due cavalletti, uno accanto all’altro. In un paio d’ore ci sviluppano la stessa personale istantanea dello stesso momento…

“La Grenouillère” Claude Monet
*** 1869 – olio su tela – 74,6 x 99,7 cm – MOMA di NY

La pennellata è molto liquida (e non ha nulla a che vedere con quella delle famose Ninfee, dipinte in un altro stadio della sua vita) e le tonalità, senza essere tenui, sono sbiadite e giallognole. Le figure delle persone, appena abbozzate, diventano quasi inconsistenti, è una folla che passa in secondo piano, delle chiacchiere in sottofondo. Il vero focus del pittore è sulla natura, specificatamente la protagonista è l’acqua. Il fiume scorre piano e, sulla sua superficie mossa, tremola la luce del sole – come se Monet volesse rappresentare lo scintillio di una giornata d’estate dal ritmo lento, ma non noioso. La visione è d’insieme, ripresa da lontano, come la Vita in Vacanza dello Stato Sociale.

La Grenouillère – Pierre Auguste Renoir
*** 1869 – olio su tela – 66 x 81 cm – Museo Nazionale di Stoccolma

La pennellata è molto decisa, in primo piano è corposa e sullo sfondo diventa più sfumata. La tavolozza, come sempre nelle opere di Renoir, è molto vivace. Di fatto, la sua visuale è molto più in primo piano rispetto a quella del collega e taglia anche alcuni dettagli dall’inquadratura, come le barche. Infatti, per lui la gente è la protagonista della sua scena, molto più delineata individualmente rispetto alla folla di Monet. Anche Renoir dà attenzione ai riverberi della luce sulla superficie instabile del fiume, ma la usa come escamotage: i colori spumeggianti dell’acqua sono specchio di una gioiosa giornata di vacanza, che lui vorrebbe non finisse mai come Giuliano dei Negramaro.

I due pittori, amici fraterni, hanno due modi affini e divergenti di affrontare e interpretare la loro corrente artistica, l’Impressionismo. Questo filone artistico, attento alla ricerca cromatica e luministica, voleva cogliere l’istante di un momento passato all’aria aperta. Monet era un tipo più riflessivo, tendenzialmente rimuginante e che detestava l’appariscenza. Lui, nell’Amore, ricercava la luce, l’intesa, la complicità. Era vedovo, si era risposato con Alice, ma entrambi sapevano che era ancora innamorato di Camille, la prima moglie. La sua famiglia lo aveva abbandonato quando lui decise di sposare questa donna umile, di un’estrazione sociale più bassa della sua. Eppure, fu un amore passionale e tormentato, soprattutto per le rinunce -il pittore era rimasto praticamente senza soldi, vivevano d’amore ed espedienti… Renoir, invece, era un uomo divertito dalla vita che non nascondeva la sua passione per le belle donne. Sua moglie, Aline, una rossa dal fisico perfetto, aveva vent’anni meno di lui. Sicuramente non fu un marito fedele, ma lei – indiscutibilmente – fu sempre la sua unica vera musa, l’eterna ragazzina sorridente che coccola i cagnolini. Ad Aline chiesero in tanti di ripensarci, però a lei piaceva lui, quell’artista vecchio, povero e brutto ma tanto affascinante.

Miss Raincoat

Max Gazzé

L’Amore non esiste. Esistiamo io e Te.

Valtella in Love

Il Giovannino e la Magada

Teglio, patria dei Pizzoccheri. Sì, ma non solo. Questo territorio comprende la località Nìgula (certo, quella che dà anche il nome alla birra artigianale Pintalpina) sovrastata dalla Valle della Magàda (ossia della Strega) – una selva intricata, ombrosa e resa sinistra anche da gole e ruscelli di montagna…

L’acqua, elemento mutevole e dalla superficie impalpabile ma luccicante, ha creato nell’immaginario collettivo alpino numerose leggende con protagoniste le magàde. Queste creature magiche prendono spunto dalle ninfe, dalle fate e anche dalle moire greche. Quindi, sono molto sensuali, pericolose e regolano dall’alto il destino degli uomini che incontrano, se ne innamorano in maniera ebbra, impazziscono e fanno una brutta fine. Insomma, sono il simbolo della felicità puttana, come ci canterebbe Tommaso Paradiso.

Come riconoscerle? Beh, sicuramente non le si incontra mai tanto lontane dall’acqua, il loro elemento. Hanno capelli molto lunghi, occhi chiari, carnagione chiarissima e statura poco elevata. Vestono di nero o di colori sgargianti. Spesso, hanno un piede deforme che le rende zoppe. Sono sempre intente a pettinarsi o a filare.


Giovannino era un adolescente orfano di padre e, ogni giorno, andava a pascolare le sue capre. Per passare il tempo mentre menava il gregge, suonava spesso il piffero.

Anche il trentuno dicembre di quell’anno sta cercando un prato per far mangiare le sue caprette, quand’ecco che ne trova uno insolitamente pieno di fiori, molto strano per quel periodo dell’anno. Non se ne cura e si mette a suonare il suo flauto come sempre. Improvvisamente, gli appaiono davanti tre bellissime fanciulle nude. Quella che a lui sembra più bella gli strappa addirittura il flauto dalle mani e si mette a suonare per lui una melodia celestiale. Le ragazze gli tengono compagnia fino al tramonto e gli danno appuntamento all’anno successivo.

Il ragazzo torna a casa e rimane turbato dall’accaduto, finché sua mamma non si accorge che ha qualcosa che non va. Una volta sentita la storia, la signora lo rassicura e gli dice che non è l’unico ad aver visto personaggi magici in zona. Però, lo mette in guardia perché ha sentito che esiste anche una strega brutta e vecchia che è stata beccata vicino a un torrente a divorare dei neonati che aveva rapito.

La mamma escogita un piano insieme a Giovannino per catturare la più bella delle tre fate. Il trucco sarà lanciarle un cappello che la creatura magica raccoglierà docile. Lui dovrà soltanto farsi seguire fino a casa per farselo restituire. In effetti, il trentuno dicembre dell’anno successivo, Giovannino riesce a portarsi la fata a casa tramite questo stratagemma.

La fata Magàda è tenuta in ostaggio per un altro anno, finché Giovannino le confessa il suo amore e la sposa. Lei si fa soltanto promettere che lui non la picchierà mai. Il loro matrimonio, tenuto insieme solo da questo patto e nient’altro, va avanti a gonfie vele. Intanto, nascono anche due gemelli.

Una sera, però, non trovando la moglie a casa per cena, Giovannino va su tutte le furie. Quando lei torna, benché si giustifichi di aver fatto tardi al lavatoio e del fatto che lei all’acqua non sa resistere, lui la percuote con un bastone. Lei era stata chiara su questo punto, allora scompare abbandonando lì anche i figlioletti.

Nonostante questo, inspiegabilmente, ogni sera l’uomo, quando torna a casa, la trova pulita e con la cena sui fornelli. Purtroppo, qualche giorno più tardi, giocando, i due gemellini fanno morire un agnellino. Il papà arrabbiato li sculaccia, così spariscono anche loro nelle stesse modalità della mamma.

Giovannino è disperato, così il trentuno dicembre si getta da un burrone nella stessa radura dove aveva incontrato la moglie e madre dei suoi figli.

Din don Capanon (Din Don Campanile)
Quatru Dunzeli sul Balcùn (Quattro donzelle sul balcone)
Una la taia (Una taglia)
Una la fila (Una fila)
Una la fà i capei de paia (Una fa i cappelli di paglia)
Una la ciama San Martin  (Una chiama San Martino)
Da purtach un pegurin (perché le porti un agnello)
Un pegurin con su la lana (un agnello coperto di lana)
La macana la fà la nana (La bambina fa la nanna)

Mi è venuta in mente questa filastrocca che mi cantava mia nonna materna, la nonna Alma (probabilmente l’aveva imparata da sua cognata che si era sposata a Grosio). Penso che sia un riferimento alla Festa di San Martino, in occasione del “capodanno del vino”, insomma, la festa della fine dell’anno agricolo per eccellenza. Le ragazze sul balcone a me ricordano molto le Parche, le oscure figure mitologiche che tessevano il destino dei mortali. Una filava il filo della vita, l’altra assegnava il destino e l’ultima, inesorabile, tagliava il suddetto filo al momento stabilito. In questo caso, c’è una quarta fanciulla che implora San Martino di portare un agnello che sia ben ricco di lana con il quale realizzare tantissimo filo e augurare una vita lunghissima a un’ignara bambina, come me, che doveva fare sonni tranquilli.

Miss Raincoat

“Il Porto di Trieste” di Egon Schiele

Egon Schiele è un pittore che ho amato moltissimo quando avevo vent’anni. Qui sotto vi metto un link di un articolo bello dettagliato che avevo scritto su di lui nei miei anni verdi (quelli di adesso, i trenta, li vedo più blu)…

* Clicca qui per leggere l’articolo *

Quello che si può dire di questo quadro è che è qualcosa di diverso, per come conoscevo io Egon Schiele, quello dei ritratti. Però, i paesaggi sono i ritratti dello spazio. Infatti, la fase del paesaggio per lui fu il preludio di quello delle ragazzacce riprese in posizioni scomode.

Anche in questo suo paesaggio ho ritrovato la sua capacità di trasmettere sensazioni, ci mette davanti dei riflessi ed esprime malinconia. Come riassumere Schiele: poetico, puntuale, struggente.

Schiele non era nato al mare, ma lo amava. Probabilmente, ce l’aveva dentro come concetto e si lasciava cullare da questo sentimento. Il sentimento del blu. Qualcosa di enormemente incommensurabile, di incerto ma eccezionale e inevitabile. Qualcosa di crudo e non filtrato come le linee di questo dipinto.

Decisamente, però, questo non è un mare azzurro o cristallino. Sono delle acque silenziose che rispecchiano i colori della città, la Trieste della quale Umberto Saba, più o meno negli stessi anni, avrebbe messo in versi la grazia scontrosa. Anche il cielo, di quel rosa salmone irreale tipico dei tramonti triestini, trova spazio nel riflesso che la superficie fluida restituisce a chi si ferma ad ammirare il porto. Ma chi si ferma qui a cosa sta pensando?

Quanto amo Trieste. Quanto mi assomiglia Trieste.

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

“L’acqua fa ruggine” direbbe l’uomo alfa sondriese. Però, dai, siamo in Quaresima ancora per qualche giorno e, dato, che sto scrivendo in diretta dal giardino di casa mi è venuto in mente che dalle nostre montagne sgorga acqua altissima, purissima e Levissima – come pubblicizzava quel bell’omaccione di Messner. Eppure, per quanto sia la nostra acqua più conosciuta, non è l’unica.

Per me Frisia è un po’ l’acqua dell’infanzia, ci veniva portata direttamente sotto casa nelle cassette verdi con il vetro a rendere. Oggi ho scoperto che la vendita porta a porta di quest’acqua aveva conquistato anche Milano negli Anni Ottanta.

Frisia nasce nel Comune di Piuro, in Valchiavenna. Per chi non lo sapesse, Piuro è considerata la Pompei della Provincia di Sondrio, in quanto nel 1618 è stata sepolta sotto una frana e poi ricostruita; nel suo territorio troviamo il bellissimo Palazzo Vertemate Franchi. Nell’Ottocento Piuro era già famosa per il suo Birrone, una lager prodotta dal Birrificio Spluga, prodotta con l’acqua della fonte di Santa Croce comincia dal 1867. Dl 1958 verrà commercializzata l’acqua oligominerale Frisia prodotta nel Birrificio, seguita in una decina di anni dalla Bernina – per poi cesare l’attività nel 2014. Oggi si parla finalmente di rinascita di un’azienda attenta alla sostenibilità, che non prevede soltanto l’eliminazione dell’utilizzo della plastica (privilegiando il vetro trasparente di alta qualità, ovviamente a rendere, tappo in alluminio e consegna in cartoni/bancali epal), ma anche quello di sostanze chimiche e sprechi energetici.

Precisiamo che l’acqua Frisia è un’acqua oligominerale (residuo fisso a 180°C < 0,2 g/l ) quindi povera di sali minerali (iposodica) e favorente la diuresi. Viene prodotta frizzante (tappo rosso) e naturale (tappo blu) in formato 1l/75cl/50cl. Nasce in un territorio incontaminato che la rende microbiologicamente pura, con bassa temperatura alla sorgente. Lo slogan? Brillantemente Frisia!

Miss Raincoat

“Ila e le Ninfe” di John William Waterhouse

All’inizio del 2018, questa enorme tela del 1896 ha destato scandalo, anche se non siamo più in Età Vittoriana. Perché? La MAG (acronimo di Manchester Art Gallery) ha deciso di lasciare uno spazio vuoto al suo posto, per unirsi alla campagna femminista #metoo. Lo staff del Museo voleva soltanto creare un clima di dibattito sul presunto sotto-tema di questa opera, ossia l’ostentazione del corpo femminile come oggetto sessuale. L’idea ha fatto indignare parecchi visitatori che, tramite post sui social e post-it fisici, hanno fatto durare l’iniziativa non più di una settimana. Per molte donne, addirittura, è stata vista come una degenerazione del concetto di femminismo.

Che cosa dovrei pensare guardando quest’opera? Che amo l’Arte? Che amo la pornografia? Che sono complice di uno stupro?

Il mito di Ila e le Ninfe affascinò, per la sua tragicità, vari artisti ottocenteschi di cultura romantica.

Le Naiadi, le ninfe delle acque correnti, si innamorano istantaneamente di Ila, scudiero ed amante di Eracle e quando lo videro chinarsi per bere, lo trascinarono nelle profondità della loro fonte. Di lui si perse ogni traccia: Ila è un ragazzo irretito da un gruppo di ragazze.

La composizione è densa di particolari, soprattutto nelle ninfe attorniate, non a caso, da ninfee. Esse sono sette (il numero di Nettuno, Dio dei Mari). L’acqua è limpida, ma l’alabastro della loro pelle nuda crea un’atmosfera buia e sinistra (e l’inquadratura non fa vedere nemmeno il cielo). Ovviamente i capelli rossi sono simbolo di peccato e seduzione. Nei visi quasi tutti uguali deduciamo che il pittore ha copiato non più di due modelle. Non ci viene fatta vedere chiaramente l’espressione di Ila, però le ninfe sono tutte concentrate, quasi invasate, su di lui.

Waterhouse imitò lo stile dei Preraffaelliti un decennio dopo lo scioglimento del gruppo. I suoi soggetti, comunque, si dividono in quelli di ispirazione classica (come questo) e in quelli di ispirazione arturiana (soprattutto shakespeariani).

Quello che penso io è che la censura non può creare un dibattito. E poi, scusate, ma in questo caso non è Ila – l’uomo mediterraneo vagamente belloccio – ad essere la vittima? Io penso che la violenza possa essere unisex e che debba sempre essere severamente condannata. Detto questo, credo che il povero Waterhouse – come tutti i suoi colleghi Preraffaelliti – amasse e temesse le donne e che, appunto, le venerasse in una maniera quasi reverenziale. 

In realtà questa è un’opera che parla del grande potere delle donne. Di poter aver potere con la sensualità, ossia conservando la nostra femminilità (è questo che ci contraddistingue dagli uomini!!!). Non si tratta di identificare le donne come oggetti sessuali – o con la solita metonimia “bella f***” – bensì di metterle al centro del mondo, lì dove è stato portato Ila e lì dove tutto ha inizio (e fine).

❤ Miss Raincoat

Bella come una mattina d’acqua cristallina/ Come una finestra che mi illumina il cuscino/ Calda come il pane/ Ombra sotto un pino/ Mentre t’allontani stai con me forever – Jovanotti

Amburgo

Il mio amico A., tornando da una gitarella a Monaco, ha concluso “all’HB puoi trovarci uno spaccato del Mondo intero”. E come dargli torto? Solo che mi ha lasciato il retrogusto di una voglia irrefrenabile di portarmi nella Bierland per eccellenza, la Germania.

** Per chi non lo sapesse, l’HB (Hofbräuhaus) è un’antica birreria della capitale bavarese, nota per i suoi tre piani di allegria

Se potessi scegliere di partire ora, comunque, per non soffrire di nostalgia come Heidi a Francoforte, sceglierei Amburgo. Per tre motivi:

  • Mi ricorda le risate sotto-banco con la mia amica E. sulle traduzioni bislacche di “Mein Vater war ein Hamburger” (noi avevamo fame e il Babbo ci era diventato un panino di MacDonald’s)
  • Amo le città della Lega Anseatica, ossia quelle che detenevano il monopolio delle merci nei meri dell’Europa Settentrionale. Non a caso, queste città mantengono un’acca nella targa automobilistica [p.e. Amburgo = H(anse)H(amburg)]
  • Adoro le città piene d’acqua. Amburgo ha il fiume Elba, i rivoli detti Fleete (il più conosciuto è il Nikolais) e due laghi artificiali (l’Aussenalster ed il più piccolo Binnenalster)

Un volo diretto di 1h40min ci porta al Fuhlsbüttel – Aeroporto di Amburgo (il costo è ca. 200 € a/r da Milano; per quanto riguarda gli scali, non è mai più di uno e sarebbe a Zurigo, Stoccarda oppure Düsseldorf). Controlla il tuo! 

L’aeroporto è collegato alla città tramite la S1 della S-Bahn(treni veloci cittadini). Il costo del biglietto è ca. 3 €. In 25 min., così, possiamo raggiungere l’Hauptbahnof (Stazione Centrale).

Per quanto riguarda l’alloggio, anche se preferisco i piccoli alberghi a conduzione (quasi) famigliare, questa volta segnalo il Novum Hotels Group, catena che ha sede proprio ad Amburgo e qui ha una manciata di strutture che soddisfano ogni palato e tasca (lo troviamo in Germania, in Austria, in Olanda, in Repubblica Ceca e in Ungheria). Credo che il Novum Style Hotel Hamburg Centrum (60 € con colazione a buffet – su richiesta pranzo al sacco + bar eventualmente) sia la miglior scelta in quanto dista 10 min. a piedi dalla Stazione ed è a pochi passi dal Duomo. Altre info

Ovviamente, per come la vedo io, in Germania è quasi d’obbligo mangiare “in giro”, spendendosi tra chioschi o Bräuereien. Lasciando a casa la dieta, mangerei il Bratwurst nel Vollkornbrot (salsiccia arrostita in un panino ai cereali) e i Franzbroetchen (che è la “sfogliatella” tedesca); nella zona vicino al Porto cercherei un locale dove assaggiare crostacei o lo sgombro affumicato. Nota a parte, appunto, per la Birra. Chi non vuole spendere molto, qui consuma l’Astra o la Jever (pronuncia: [Ievah]), però io spenderei una decina di centesimi in più per la Rattshern o per la (quasi) introvabile Kuddel.

La mia visita alla città partirebbe dal St. Marien-Dom, il Duomo dedicato alla Madonna in stile neoromanico, abbinato alla Rathausplatz, sede del Municipio e della statua di Heinrich Heine, poeta della Lorelei. La facciata del palazzo, della quale è distinguibile la copertura in arenaria verde, presenta una facciata arricchita con le statue dei venti Imperatori di Ambugo. Nelle vicinanze c’è la via dello shopping e del lusso, la Jungfernstieg, lungo il Binnenalster. Il quartiere deriva il suo nome dall’usanza d’antan di portare qui a passeggio le nubili durante la domenica pomeriggio.

In un altro momento, mi dirigerei tra i rivoli della Speicherstadt (la città dei magazzini), dove rivive la città anseatica con le sue tipiche strutture rosse e appuntite, che servivano per lo stoccaggio di merci che venivano da lontano (le spezie, il the, i tappeti, il tabacco, il rum, il cacao…). Non mancherei di fotografare il romantico Nikolaifleet, l’unico naviglio rimasto a testimonianza dello “stile-amburghese” (con il ponte Trost e la nave-teatro Das Schiff).

Nel Quartiere St. Pauli c’è molto da vedere. Sull’Elba, il porto caratterizzato dall’imbarcadero (Landungsbrücken **in foto di copertina), non è molto lontano dalla barocca St. Michaelis Kirche, la chiesa resa celebre dal primo volo della Gabbianella di Sepulveda; di fronte, ammiriamo le krameramtsstuben, gli appartamenti dei mercanti con travi in legno. La zona più famosa di St. Pauli è sicuramente la Spielbudenplatz (“la piazza dei baracconi”), con il teatro più antico della città, night clubs, tipo lo Schmidts, e non lontana dalla Reeperbahn (via a luci rosse creata per i marinai). I Beatles, quando erano ancora solo quattro scarafaggi di Liverpool, si fecero le ossa qui. Sesso, droga e R’n’R.

Per una breve gita fuori porta, sempre la S1 dalla Stazione Centrale, in 40 min (prezzo sempre di 3,10€), ci porterebbe a Blankenese, sulle colline tra le casette bianche dei pescatori. Lì possiamo visitare l’Hirshpark(Parco dei Cervi), nel quale troviamo la caffetteria/ristorante con il tetto di paglia (Witthüs Teestuben)

I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorironoMotto sulla Facciata del Municipio

❤ Miss Raincoat

“I Tasti del Pianoforte” di Frantisek Kupka

Kupka è stato un pittore ceco (anzi, boemo) dei primi del Novecento, appassionato di astrologia ed occultismo, un tipo strano e meditativo che riuscì a tradurre la sua interiorità in visioni surreali e sognanti, molto prima della Metafisica.

La sua corrente artistica è il Cubismo Orfico, nata a Parigi nel 1910, come costola della figurazione rigorosamente geometrica declinata anche da Picasso. Tuttavia, i cubisti sognatori, rappresentano solo creazioni mentali, mai soggetti veri e considerano il colore essenziale, piuttosto che la scomposizione dei volumi. In questa composizione vengono indagati i riflessi dell’acqua di un lago e riportati sulla tela tramite un cromatismo esuberante e vitale.

Kupka definì la sua artistica Arte Non-Oggettiva, ossia che va al di là delle apparenze per giungere al fulcro della spiritualità soggettiva.

Antisegnano dell’Astrattismo Lirico di Kandinskij, il quale paragonò il processo di composizione pittorica a quello musicale, l’artista considera le note musicali un linguaggio artistico privilegiato.

I tasti del pianoforte, oltre a fondersi con la natura, simboleggiano le infinite varietà di toni: a partire da tre colori primari si possono ottenere infinite sfumature, così come da ottantotto tasti infinite melodie.

Infondo, quest’opera non può essere descritta o decriptata perché é fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, di emozioni di pancia e di farfalle nello stomaco. L’autore vuole comunicarci che è importante imparare le regole, poi infrangerle e comporre la nostra canzone.

*1909, Galleria Nazionale di Praga

❤ Miss Raincoat