Santa Margherita a Corna in Monte

Corna in Monte è una località a 840 metri circa, sopra la frazione Valle di Colorina, ma che si raggiunge più comodamente dalla frazione di Rodolo. Si può dire che gli abitanti antichi di Valle provengano tutti da questo piccolissimo borgo (cfr. toponomastica: via Corna in Piano). Pensate che dal 1624 al 1651, Corna fu una parrocchia autonoma, la quale contava un centinaio di persone. Purtroppo, la terribile ondata di peste non risparmiò nemmeno la mezza costa…

Questa chiesetta è molto particolare. Inoltre, mio nonno aveva una casetta rustica (nel senso che non c’era nemmeno la luce) proprio dietro. Mi piace molto perché è inserita in un giardinetto-poggio che fa ammirare tutto il panorama sottostante.

Per quanto sia una chiesetta piccola, tipicamente con il campanile a vela, la decorazione della sua facciata è piuttosto composita. Nella nicchia troviamo una Deposizione del XVI secolo. Lo stile è molto medievale e arcaico: ce lo fanno pensare le mani incrociate e la testa leggermente reclinata. La figura sopra il portale, per via della cintura con i serpenti, non può essere che la dedicataria Santa Margherita. Lo stile di quest’ultima presenta una grazia un po’ più rinascimentale. La scelta di Santa Margherita può farci pensare a un certo legame con il grande influsso degli inquisitori domenicani di Morbegno (per quanto la santa sia legata alle partorienti e all’agricoltura). La scuola artistica, per gli ocra, le linee mosse dal vento e per la fattura degli angeli, mi ricorda molto quella di Vincenzo De Barberis, come molte altre opere di questo periodo (anche lui presente nel cantiere del Sant’Antonio, del resto). Sicuramente, questi due affreschi, nelle cromie vivacizzate e nella decorazione, sono stati ritoccati nel Seicento (in luce all’autonomia).

All’interno, la chiesa venne fatta affrescare nel 1932 da Don Folci, durante la realizzazione del Santuario a Valle, dallo stesso pittore, Nicola Arduino. Il pittore ci lascia un’Immacolata (ricordando la vicina Rodolo), la Santa Margherita dedicataria, il Battesimo di Cristo e un simpatico prete che esce dalla porta (a me ricorda molto il chierichetto del Gianolo presso il San Giovanni di Morbegno, nella cappella di San Giuseppe). Molti paesani, invece, lo identificano come un prete “monello” che si aggirava tra Corna e Rodolo negli Anni Sessanta… 🙂

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Il Chiostro Nord

* Dedicazione a San Pietro Martire * San Pietro Martire o da Verona fu un importante frate domenicano inquisitore e, in effetti, perse la vita in Brianza (vicino a Barlassina), per mano del sicario di un eretico o, più semplicemente, di un attivista dell’opposizione. Comunque, se il suo aguzzino riuscì a sbarazzarsi di lui tagliandogli la gola, come mai viene sempre rappresentato con un falcastro ficcato da tempia a tempia? Beh, l’Arcivescovo di Milano voleva dargli una sepoltura da eroe, perciò compro un bel sarcofago. Evidentemente, anche senza Amazon si facevano pasticci, perché Pietro era un omone e le misure della sua magnificente bara erano risultate un po’ strette; si decise allora, di tagliare la testa e riporlala in un’altra cassettina. Durante la notte, però, l’Arcivescovo non riuscì a prendere sonno per un mal di testa che passò soltanto quando la capoccia di Pietro venne ricongiunta al suo corpo. Oggi San Pietro Martire riposa al Sant’Eustorgio di Milano (più famoso per la Cappella dei Re Magi) e viene invocato dagli emicranici. I nostri frati domenicani lo avevano scelto per due motivi 1- fu un grande promoter del culto del Rosario 2 – la sua figura era equiparabile a un influencer degli Inquisitori: prima di morire intinse un dito nel sangue per scrivere a terra la parola “credo”.

Il Chiostro, in origine, era un’area del Complesso dove potevano accedere soltanto i frati – fu ampliato in un secondo momento con un secondo chiostro, a sud, che doveva essere un po’ più elitario rispetto a questo (lo dico per la presenza della loggia oppure per la decorazione delle colonne con un simil stile corinzio).

Questo chiostro fu consacrato nel 1485 (l’anno della morte del Beato Andrea, il vip di questo ordine di frati morbegnesi). L’ambiente è scandito da 22 colonne in marmo di Musso. Su alcune di queste sono stati scolpiti dei simboli che rimandano al dedicatario della chiesa, Sant’Antonio abate (il gioco rimanda all’imprevedibilità della vita, alcune colonne sono Sante e altre no – sta a te riconoscerle!). I colori con i quali sono stati dipinti gli archi, rosso-bianco-nero, sono quelli dei Domenicani. Uscendo dal portico troviamo una cisterna per l’acqua, vicino al locale del Refettorio, e una meridiana (con l’iscrizione “sicut umbra vita fugit”).

Ci accorgiamo che, mentre nell’arte che potevano ammirare i “liberi cittadini” il tema del Rinascimento e della vita è il filo conduttore, dentro le mura del Convento, almeno in apparenza, si meditava sempre sul fatto che, prima o poi, sarebbe arrivato il Giorno del Giudizio!

Se ci approcciamo al chiostro dall’esterno, ci imbattiamo in una lapide commemorativa dei benefattori che vollero questa sede, sconsacrata dopo varie vicissitudini e non solo per la Confisca Napoleonica, per l’Orfanotrofio Femminile Provinciale; se ci arriviamo uscendo dall’Auditorium, invece, incontriamo il cosiddetto Atrio.

L’Atrio costituiva l’entrata verso la chiesa per i frati, infatti ha un corredo artistico speculare a quello del protiro esterno (l’entrata dei fedeli), almeno nei temi ciclici della Deposizione/Natività di Cristo. Il pittore è Vincenzo De Barberis, il quale nel 1576 regala il suo tratto raffinato e il suo colore madido in queste due scene: una Pietà con San Pietro Martire e San Domenico e una Natività con San Sebastiano, invocato durante le pestilenze e le guerre (da notare il manto giallo di Maria, tipico dell’iconografia domenicana).

Sul lato nord troviamo degli affreschi seicenteschi: “L’Ultima Veglia di San Domenico” e “La Legittimazione dell’Ordine Domenicano a Morbegno“. Quest’ultima molto simbolica, nella quale i due patroni di Morbegno, San Pietro e Paolo (riconoscibili per le chiavi e la spada – tra l’altro, anche stemma di Morbegno), accolgono San Domenico con il libro che contiene il suo motto per i predicatori.

Sui lati est e sud troviamo la vita e i miracoli di San Domenico. La datazione va dal 1638 al 1678, ma sotto si possono riconoscere altri due strati pittorici; in unoriconosciamo una preghiera mariana in caratteri gotici. Ognuno dei riquadri è stato commissionato da un frate (lo sappiamo perché ognuno porta un gentilizio diverso), ad eccezione del riquadro all’angolo est/sud, che ricorda il Sacro Macello (in cui l’iperbole artistica vuole che i frati abbiano sconfitto gli eretici solo con i loro crocefissi), commissionato dal capitano delle milizie di Morbegno, della famiglia Castelli di Sannazaro. Possiamo intendere la descrizione dell’episodio di ogni singolo riquadro, poiché ognuno è accompagnato da una didascalia in rima. Il lato dei Miracoli, purtroppo, ha subito l’incuria e il tempo e, purtroppo, le sue scene sono state cancellate; ne rimane ben riconoscibile il Miracolo della Risurrezione del nipote del Cardinale di Fossanova, caduto da cavallo. Sull’angolo verso ovest incontriamo Gli Angeli che portano il cibo alla povera Mensa: la tavolata dei domenicani (tra l’altro, rotondetti per essere a dieta!) ci introduce alla stanza a circa metà del lato est: il Refettorio, oggi Sala Alberto Boffi.

L’ala est non solo è deteriorata, ma ha subito un restyling ridimensionale seicentesco. Nel pavimento è stata lasciata una finestra che ci fa intravedere le sinopie (i disegni preparatori) degli affreschi più antichi. Gli affreschi in superficie, nello stesso stile baroccheggiante che avevamo già dis-conosciuto nell’ex chiesa, riproducono una Resurrezione molto naif, la Santa Casa (come quella di Tresivio che l’Iperal aveva messo sulle shopping bags qualche anno fa) e ancora una volta il nostro Pietro Martire.

Il Refettorio, appunto rimpicciolito perché, dopo il Sacro Macello, il Convento non era più così tanto in auge, conserva l’affresco quattrocentesco di una Crocifissione con Santi Domenicani. Questa, però, a causa del restauro è monca: San Tommaso, il chiudi-fila, rimane dietro a una colonna da solo. Gli affreschi sulla volta sono settecenteschi e l’interprete è Giovanni Francesco Cotta (il maestro del Romegialli, per intenderci); per stare in linea alla destinazione d’uso della stanza, i temi sono il pane (Elia) e l’acqua (Rebecca) in chiave biblica.

La stanza speculare sul lato ovest era il Capitolo, il luogo dove aveva sede la Schola di San Pietro Martire, ossia il Tribunale d’Inquisizione. Anche qui troviamo una Crocifissione quattrocentesco, in uno stile molto mitteleuropeo e truce. Dentro queste pareti si decise la sorte di varie persone accusate di stregoneria, come la Barzia di Gerola bruciata nella piazza antistante (dove si faceva anche anticamente il mercato). I frati domenicani di Morbegno erano spesso al centro dei misteri alla Quarto Grado del loro tempo. Furono accusati di aver fatto da tramite per la cattura di Francesco Cellario, il pastore protestante di Morbegno che fu preso all’imbocco della Valchiavenna mentre si recava nei Grigioni e poi messo al rogo per eresia. Parimenti, circolavano voci sul fatto che gli stessi aiutarono molti protestanti della Bassa Valle a fuggire verso il passo San Marco (di fatto, nel chiostro sud è presente una porta che conduce a un cunicolo sotterraneo che collegava il Convento al Doss de La Lumaga – zona Tempietto). Infine, sul lato ovest c’è anche la lunetta di una porta tamponata che mostra San Domenico e San Francesco sullo stesso dipinto, peccato che i due ordini fondati da questi due santi litigarono per secoli per il dogma dell’Immacolata! Anche Morbegno ricorda i segni di questa lite: con l’affresco fuori dal Palazzo Malacrida i Cappuccini hanno definito i Domenicani “chiacchieroni”, quindi “bugiardi”.

Miss Raincoat

“In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Chiesa di Sant’Antonio (Auditorium)

Nella scorsa puntata, abbiamo appreso che, con l’insediamento dei frati domenicani, la chiesa perse per strada la dedicazione a Santa Marta e, per motivi di diritto ecclesiastico, tenne per buono il co-dedicatario Sant’Antonio, considerato anche il protettore di tutti gli ordini monastici maschili.

Certo, oggi questo edificio, con la sua conformazione di sala d’ascolto e le schegge d’arte, non ci richiama l’opulenza con la quale era stato concepito. Badiamo che questa chiesa occupa 800 mq di superficie e, in origine, colava oro e nessun centimetro escludeva di essere ammirato. I nobili di Morbegno e limitrofi si erano messi in gara per essere il miglior committente del Sant’Antonio!

Solitamente, si dà la colpa a Napoleone che, con la sua confisca del 1798, firmò la diaspora delle opere d’arte che rivestivano e adornavano la chiesa (alcune le possiamo trovare nelle altre chiese di Morbegno, altre chissà dove sono finite…). La chiesa tornerà ad essere tale dal 1924 al 1977, poi diventerà un deposito e, solo nel 2008, rinascerà come Auditorium – per me, un ottimo uso, dato che i Domenicani erano molto attenti alla musica durante le funzioni.

Tuttavia, era già iniziato lo scempio nel 1663, quando si decise di coprire il Rinascimento con uno strato di Barocco. Ma non il Barocco artistico, quello più grossolano e pacchiano che possa esistere. Per spiegarlo agli atei, come quegli interventi di chirurgia estetica mal riusciti…

Il fatto che questa chiesa sia stata lasciata deperire per molti anni (anche il Damiani era indignato per questo motivo!!!) ha fatto riemergere, comunque, la Storia: le pareti del Sant’Antonio portano tre strati di affreschi (alcuni continuano addirittura sopra la copertura a crociera, in origine a capriate) – quello dell’antica Santa Marta, quello Rinascimentale e quello BaroccoTarocco. Per quanto riguarda la presa di coscienza, sappiamo che nel 1932 ci si rese conto dell’importanza del Protiro esterno e della Cappella di Santa Caterina; tra il 1961 e il 1964 si restaurò tutta l’ala sinistra e, a destra, la Cappella di San Martino – il resto è rimasto orfano fino al restauro degli anni Duemila.

Possiamo dire, in generale, che il Sant’Antonio è una chiesa tipicamente domenicana, pensata come un’ampia aula, senza impedimenti o distrazioni dall’altare centrale, dove si svolgevano le prediche e le spettacolari messe “di propaganda“. Le cappelle, infatti, sono laterali e la navata è unica. Da una parte, servivano per rinforzare gli insegnamenti dottrinali tramite Santi e Sante esemplari di martiri in nome della Fede, di Redenzione, di Umiltà ostentata e di Miracolosità – erano i thriller dell’epoca; dall’altra, essendo tutte finanziate da un committente diverso, erano un po’ come gli sponsor degli eventi odierni. L’Arte Rinascimentale di queste cappelle, cronologicamente collocabili alla fine del Quattrocento (a parte le due cappelle a destra del 1520 ca.) e geograficamente in ambito lombardo con alcuni influssi mitteleuropei.

A sinistra, dall’ingresso

Santa Caterina D’Alessandria (famiglia Vicedomini di Cosio e Morbegno) – Artisticamente è la più rinascimentale delle cappelle (artisti di ambito comasco), per i colori vivaci e per la ricerca di prospettiva. La Santa, oltre ad essere la più celebre tra le martiri romane, è patrona dei teologi;

Natività e Adorazione dei Magi (Frati Domenicani di Morbegno) – I soggetti sintetizzano i concetti di umiltà sia dei Re sia di Gesù;

San Pietro Martire (famiglia De Pesci di Ardenno) – Il Santo martire domenicano è il patrono del Convento; sulle pareti incontriamo la sua agiografia, soprattutto la sua missione tra le prostitute e il suo leggendario martirio, che lo fa diventare anche patrono degli emicranici (questa storia eccentrica la racconterò nel prossimo episodio!). Sul fronte della cappella troviamo una Crocifissione con Santi Domenicani. Il pittore di questa cappella è Fermo Stella, alunno del Ferrari (che abbiamo incontrato nel protiro, all’esterno). La volta con gli evangelisti, invece porta la firma di Marco D’Oggiono, alunno diretto di Leonardo Da Vinci.

San Vincenzo e Beato Andrea (famiglia Malaguccini di Morbegno) – Il Beato Andrea Griego da Peschiera, frate che morì qui nel 1485, fu un predicatore instancabile, beatificato a furor di popolo – le sue reliquie (inizialmente conservate in questa cappella; dopo la Confisca traslate neln San Giovanni, ossia nel reliquiario in cera) furono considerate miracolose durante la Peste. Nella fascia di medaglioni sull’arco, lui è il primo a destra. La cappella è dipinta con l’agiografia di San Vincenzo (da notare la resurrezione di un bambino) sulle pareti e con una Crocifissione insieme a San Domenico, San Pietro Martire e Santa Caterina da Siena sulla lunetta.

** su questo lato è stata murata e, poi, demolita una cappella di San Rocco che, originariamente, era addossata lateralmente a Santa Marta e chiudeva la Morbegno est (abbiamo, infatti, un’altra cappella di San Rocco a chiuderla a ovest).

A destra, dal palco

(Questo lato è davvero molto deteriorato e riporta i segni del tempo e dello scalpello tra uno strato e l’altro)

Le prime due cappelle sono state dipinte da Vincenzo De Barberis, il maestro di Cipriano Valorsa. La Cappella dedicata al “boss” Sant’Antonio abate (protettore degli animali) fu pagata dalla famiglia Guasco; la Cappella di San Martino, la più iconica di questa chiesa, fu commissionata dalla Comunità di Morbegno. Di fatto, la chiesa di San Martino fu il primo edificio sacro di Morbegno. Metaforicamente, la chiesa poggia su questa cappella, secondo me. Inoltre, sono una grande fan dello stile raffinato e vivace nelle cromie quasi fluo del Vincy De Barberis, bresciano.

Le ultime due cappelle (delle famiglie Castelli D’Argegno e Castelli di Sannazaro), oltre ad essere abbastanza irriconoscibili e lacunose, portano proprio quei pesanti tratti del restauro seicentesco. Erano dedicate all’altro “boss”, San Domenico, e a Santa Maddalena (vi era anche la reliquia di un suo omero, persa durante la Confisca). Ciò nonostante, è in queste cappelle che sono riemersi dei preziosi tasselli di affreschi che appartenevano alla chiesa di Santa Marta, come il San Tommaso che regge la chiesa e una pelliccia (che non è dell’Homo Salvadego, ma l’abito frugale di San Giovanni Battista).

La Cappella della Madonna del Rosario

Per me è un piccolo scrigno segreto e si trova dietro il vecchio altare/odierno palco – proseguendo a sinistra. Questa sorta di cappella radiale, fu affrescata nel Settecento – è un po’ indie in questo. Il committente fu la famiglia Parravicini, a quei tempi importantissima. Il pittore è Pietro Bianchi detto il Bustino. Lu, di Borgovico (Como), affrescò anche parte dell’Assunta e tutto il San Pietro, ma perse un po’ la gara tra i pittori perché il famoso Pietro Ligari aveva un potente fan club! Nel centro troviamo la Madonna in Gloria che consegna il Rosario a Santa Caterina da Siena e al nostro San Domenico (in coppia, sono i santi domenicani più importanti). Ai lati, sorrette dai Profeti, troviamo le scene di due battaglie, per mare e per terra, della Serenissima contro i Turchi. A noi interessa quella in mare, la famosa Battaglia di Lepanto (1571) dopo la vittoria della quale Pio V istituiì la festività del Santo Rosario, molto sentita anche nella Valle più pop, perché cade nel periodo della vendemmia delle castagne. Pio V, frate domenicano e al secolo Michele Ghislieri, fu ospite e inquisitore qui al Sant’Antonio – lo troviamo anche nei medaglioni dei frati domenicani di questa cappella. Nel sott’arco si legge qualcosa simile all’Ave Maria in latino, come una cover domenicana di questa preghiera.

Alla prossima (e ultima) puntata!

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Facciata e Protiro

Il primo nucleo della chiesa, inizialmente dedicata a Santa Marta, esisteva già circa nel 1370 ed era comunemente conosciuto con il nome di Santa Marta in Quadrobbio (ossia “quadrivio“).

La sua storia si interseca con le vicende degli Inquisitori Domenicani provenienti dal Convento di San Giovanni a Como (odierno edificio della stazione ferroviaria), già presenti in Valle per convincere con le buone o con le cattive gli eretici antipapali, ma definitivamente ospiti ben graditi dal 1328, anno in cui scappano dalle lotte tra guelfi e ghibellini a Como e si rifugiano, inizialmente, attorno al San Domenico a Regoledo di Cosio.

A fine Quattrocento, addirittura con l’approvazione degli Sforza, Morbegno decide di ampliare la Santa Marta (* Sant’Antonio, originariamente, era il secondo dedicatario; con l’ampliamento Santa Marta viene mandata in pensione…) e farla diventare il complesso conventuale che avrebbe ospitato i domenicani in una location più consona al loro prestigioso ruolo. Sulla carta, la Comunità di Morbegno si proclamava cattolicamente contenta di poter avere i frati inquisitori in loco, siccome l’eresia stava traviando anche il clero locale e c’era bisogno di una guida spirituale; sul rovescio della pagina, però, non dimentichiamo che ospitare la Sede Inquisitoria dell’intera Valtellina a Morbegno dava lustro alla cittadina! In poco tempo, inoltre, molti valtellinesi cominciarono a recarsi spesso in questa nuova chiesa per partecipare a quei riti tipicamente domenicani, spettacolari e con musica emozionantissima.

Ma ritorniamo all’Arte.

L’esterno della chiesa, realizzato nei primi anni del Cinquecento, si colloca nel Rinascimento Valtellinese (stessi anni dell’Assunta di Morbegno; architettura top del periodo: Il Santuario di Tirano), sebbene il coronamento a forma ondulata ci riporta subito al rifacimento simil-barocco del Seicento. Quindi, si potrebbe dire che ciò che rimane di veramente – ma superbamente – rinascimentale sia il protiro (la struttura di copertura del portale).

Quello che faccio sempre notare ai turisti è questo: in poco spazio, vengono conglobati molti elementi, difficili da cogliere con un solo sguardo distratto. Ecco a cosa servono le guideeh 🙂

Partiamo, insolitamente, dai particolari. Abbiamo quattro colonne snelle, rinforzate da fasce, le quali, rispettivamente portano il tatuaggio di importanti stemmi: lo stemma della famiglia morbegnese Ninguarda, ossia i committenti, lo stemma di Morbegno (chiave e spada, S. Pietro e Paolo – i patroni), la tau di S.Antonio e il cane dei Domenicani. Anche lesene del portale reggono un’Annunciazione sulla parte frontale (con Maria e Arcangelo Gabriele separati, soluzione molto pop-rinascimentale) e sui profili dei ritratti di San Domenico e San Vincenzo (forse il più cattivo degli inquisitori domenicani – non dimentichiamoci che pure in Valtellina qualche strega venne bruciata!). I capitelli delle colonne, infine, sono decorati con sole e teschio, per creare il ciclo infinito di vita e morte – per me, un grande indizio di Rinascimento: finito il lockdown medievale, si vedeva molta luce e molta speranza…

Il mio particolare preferito del protiro è la volta. Lo so, è un mero esercizio di stile dello scultore, però i cassettoni finti sembrano il matelassé di Coco Chanel anche se è stato realizzato con maestria di scalpello sul marmo di Musso.

Le opere di concetto sono quelle delle due lunette.

La lunetta scultorea è stata realizzata da Francesco Ventretta di Piuro (Valchiavenna), il quale realizza tutta la scultura del protiro circa nel 1517. L’artista era cognato di Tommaso Rodari, papà della parte rinascimentale del’Assunta di Morbegno e del Santuario di Tirano, nonché colui che porta il Rinascimento architettonico in Valle. La Pietà che ci lascia il Ventretta è molto drammatica, specie nel volto disperato di Maria e resa ancor più drammatica dal fatto che è stata posta sopra l’Annunciazione.

La lunetta pittorica è stata realizzata da Gaudenzio Ferrari, circa nel 1526 – negli anni in cui era impegnato sul cantiere dell’Assunta di Morbegno. Famoso per i Sacri Monti del Varallo e per la lezione leonardesca che impregna le sue opere, si stabilì a Morbegno dopo le sue seconde nozze con la nostra Maria Foppa, vedova Ninguarda. La sua Natività ha i suoi amabili colori tersi, soprattutto il blu molto ceruleo. Inoltre, un suo marchio di fabbrica sono gli angeli musicanti, tutti uno diverso dall’altro. Due di questi angeli tengono in braccio Gesù Bambino, poiché all’epoca le donne importanti facevano accudire i loro figli dalle balie. In maniera molto rivoluzionaria per l’epoca, Giuseppe si protende verso il centro della scena. In quegli anni, infatti, alla figura del padre putativo era stata riconosciuta la grande missione di avere accettato il disegno divino anche se fosse soltanto un uomo.

Così, anche le due lunette si pongono a simbolo del ciclo della vita e in maniera del tutto positiva rispetto al progetto che dall’alto era stato riservato all’uomo. Per questo motivo, si può dire che non solo la forma ma anche il significato pongono quest’opera al centro del movimento culturale del Rinascimento.

Umberto Saba

“Ed è il pensiero della Morte che, infine, aiuta a Vivere”

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio (in Mostra)

Durante la 110ª Mostra del Bitto , ho avuto l’onore di essere tra le guide dei presidi FAI che facevano da corollario all’evento che ha ancora una volta coronato e confermato la vocazione turistica della mia amatissima Morbegno. 

Cominciamo con il dire che il Sant’Antonio non è un monumento che si riesce a guardare nella sua interezza cogliendo una sintesi, perché è frutto di un susseguirsi di anni, di varie mani e di varie teste, sia laiche sia monastiche.

Detto questo, bisogna sapere che, per quanto nasca sulle spoglie di una primitiva chiesetta alle porte della cittadina, intitolata a S. Marta, proietta Morbegno oltre l’orizzonte provinciale. Infatti, fu un convento che, da una parte fu chiesto a gran voce dalla Comunità, ma dall’altra ospitò in un luogo definitivo i frati domenicani espulsi da Como durante le lotte tra guelfi e ghibellini.

La Chiesa viene consacrata nel 1504. In facciata, ciò che rimane dello stile originario rinascimentale è il protiro, che si compone di due lunette: in quella scultorea troviamo una Pietà molto drammatica di Francesco Ventretta, alunno dei famosi fratelli Rodari; in quella pittorica un Presepio di Gaudenzio Ferrari, considerato un alto esempio del Rinascimento Valtellinese, specie per i colori molto tersi.

L’interno della chiesa è l’ambiente che ha più risentito del radicale restauro barocco “grossolano” del 1663, il quale, non solo ha snaturato la leggerezza elegante rinascimentale con l’aggiunta di stucchi e arzigogoli, ma ha sostituito anche la copertura a capriate con una volta a crociera, la quale nasconde parte degli affreschi. Tuttavia, la struttura, un’ ampia aula con otto cappelle voltate a botte,  rimane a testimoniare un luogo studiato per le prediche appassionate tipiche dell’ambiente domenicano. Oggi, l’edificio è un Auditorium ed è “spoglio” per via della confisca napoleonica del 1798, che vide statue, dipinti, marmi, reliquiari andare all’asta . Comunque, dobbiamo pensare che, fin dalla sua costruzione l’impegno sostenuto per la decorazione costituì una vera e propria gara per il patriziato morbegnese e morbegnasco.

La mia cappella preferita è la prima di sinistra, del 1515 e dedicata a S. Caterina d’Alessandria, protettrice delle fidanzate e dei notai, di patronato dei Vicedomini. In essa si declinano la ricchezza cromatica del Cinquecento Lombardo.

Le altre cappelle di sinistra sono dedicate a Natività e Adorazione dei Magi, ai SS. Domenico e Pietro martire (dedicatario Convento e patrono degli emicranici) e ai S.Vincenzo/Beato Andrea Griego da Peschiera (le sue reliquie sono esposte nella parrocchiale di Morbegno) – Le cappelle di sinistra sono da datare tutte tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento (quella del S. Vincenzo è curiosamente del 1492, anno in cui Colombo scoprì l’America); a destra, la parte che presenta un sacco di emergenze anche addirittura dell’antica chiesa di S. Marta, troviamo S. Antonio abate, S. Martino, S. Domenico e S. M. Maddalena. 

Dalla chiesa si accede al chiostro Nord del 1485, seguito dal Sud del 1514 (costruito come spazio accessorio, in uno stile più “spensierato”).

Lo spazio, contraddistinto da una certa essenzialità monastica, si compone di un quadrato di 22 colonne in marmo di Musso che compongono archi arrecanti i colori domenicani (rosso, bianco e nero); sull’ala nord troviamo una meridiana con  la citazione eloquente “sicut umbra vita fugit“.

Appena usciti dalla chiesa ci troviamo in un angolo detto atrio, perché da lì ci entravano i frati. Vincenzo de Barberis, pittore cinquecentesco e maestro di Cipriano Valorsa, ci lascia due dipinti datati 1576, con una coloristica vivace inconfondibile e che riprendono gli stessi due temi delle lunette in facciata.

Quasi tutte le pareti del chiostro sono ricoperte da riquadri inerenti la vita e i miracoli di San Domenico, sempre in stile cinquecentesco, accompagnati da didascalie in rima in lingua volgare. Sulla parete nord troviamo un’interessante affresco seicentesco che riguarda la legittimazione dell’ordine domenicano da parte dei SS. Pietro e Paolo, patroni di Morbegno.

La visita si conclude nel Capitolo (stanza riservata alle riunioni e al Tribunale dell’Inquisizione) e nel Refettorio, ambi i due decorati con interessanti declinazioni del tema della Crocifissione con i Santi.

collage

E’ molto difficile riassumere in un singolo post tutto quello che conosco e amo di questo meraviglioso luogo d’arte che, più che una lettura, meriterebbe una passeggiata in loco (magari con me) !!!

Spero, comunque, di aver destato il vostro interesse!!! 

❤ Miss Raincoat 

 

Il San Simone e Giuda a Valle di Colorina

Un paio di anni fa, durante una mostra di cimeli di caccia, ho scoperto che una chiesetta sconsacrata, sulla strada dalla frazione dove abito al centro municipale, possedesse anche un interno capace di stimolare la mia curiosità, poco risvegliata da quelle corna esposte così alla mercé di tutti. — Eh sì, detesto ambo i tradimenti e la caccia per procurarsi gingilli da esposizione, sia in senso stretto sia in senso figurato!

La chiesa di Valle, consacrata fino al compimento dell’attiguo Santuario del Divin Prigioniero (costruito dopo la Prima Guerra Mondiale) è riportata sul resoconto della Visita Pastorale Ninguarda, perciò esisteva già nel Cinquecento come entità, benché la sua forma odierna è del 1795. La Comunità, difatti, voleva spostare l’edificio originario perché  troppo vicino al torrente Presio e pericolosamente lontano dal borgo. Per ragioni del tutto pecuniarie, però, a metà dell’abbattimento della vecchia struttura, si dovette procedere a ricostruirla lì dov’era. Cornuti e mazziati!

Come dedicazione, è “sorella” del San Giacomo a Selvetta, lungo la stessa mulattiera che portava verso Sondrio (anche Valle, originariamente, dipendeva dalla Matrice di Berbenno [fino al 1629], alla quale si attribuisce il progetto delle dodici chiese votate agli Apostoli); è curioso sapere che San Simone e Giuda, festeggiati il 28 ottobre, proteggono i disperati. Nel territorio di Colorina, comunque, era molto più vivo il culto della Madonna del Rosario, probabilmente per un forte legame con l’ambiente domenicano (legato al Sant’Antonio di Morbegno).

La facciata non è diversa rispetto ad altre chiese coeve riscontrabili lungo la pedemontana via verso Sondrio, delle quali citiamo la cinquecentesca SS. Giacomo e Filippo ad Albosaggia. Infatti, l’impostazione è molto tardo-rinascimentale nel timpano e nei due ordini di finestre (nel primo: tre, con la mediana a tutto sesto; nel secondo: una più grande, che riprende la forma delle laterali sottostanti). Originariamente, il timpano e parte della facciata erano sicuramente affrescati. Sempre all’esterno, sul lato verso la strada, troviamo una teca, aggiunta nel Novecento, con la statua di S. Antonio da Padova. Nella stessa ala troviamo la torre campanaria, rinascimentale anch’essa, ma con l’aggiunta seicentesca del cupolino ottagonale, quasi per fare concorrenza all’Assunta di Berbenno, dalla quale si era resa indipendente nel 1622.

L’interno, a giudicare dai lacerti di affreschi e di stucchi, doveva presentarsi molto colorato e decorato in uno stile sempre tardo-cinquecentesco (il cosiddetto Rinascimento Lombardo, qui presente grazie alla Scuola del De Barberis). L’aula con copertura a botte è asimmetrica e presenta, appunto, due cappelle solo sul lato sinistro: la prima a pianta rettangolare e la seconda, più prossima all’altare, a pianta semicircolare e con copertura a volta (sulla quale viene rappresentato una Gloria di Dio; alludente forse al fatto che, sotto, ci fosse la statua della Madonna ???).

Ambo le due pareti laterali presentano segni di dipinti che, a giudicare dagli “indizi” (come la mitra, il bastone pastorale ed un leggio), potrebbero riferirsi ai Quattro Dottori della Chiesa. Non potrebbe essere così improbabile, visto che, dal Medioevo, i quattro Padri edificatori della Chiesa Terrena, accompagnavano la figura “mediatrice” della Vergine con il Bambino nel catino absidale (qui è troppo deteriorato per capire che cosa rappresentasse, però); probabilmente, dati i periodi funesti, durante il Dominio Grigione di fede evangelica, gli affreschi del San Simone e Giuda volevano proporsi come forti anche “lontani” da Berbenno e autorevoli nel manifesto dogmatico cattolico.

Auguro un’altra buona vita alla piccola chiesetta, che sabato 16 settembre 2017, alle ore 20:00, diventerà ufficialmente l’Auditorium “Monsignor Lino Varischetti”!!!

❤ Miss Raincoat

Le Streghe della Valtellina

Nel 1238, papa Gregorio IX affidò ai Domenicani l’importante e storicamente controverso compito di essere giudici del Tribunale dell’Inquisizione, per condannare i comportamenti ritenuti blasfemi o eretici. Un esempio di questa serrata investigazione fu la caccia alle streghe, iniziata nel Trecento e culminata solo nel Settecento.

Queste storie, tra il fantascientifico e il noir, si consumano in secoli in cui la propaganda cristiana non era del tutto riuscita a cancellare le pratiche pagane, specie nella tradizione contadina. L’ignoranza, la paura e la difficoltà durante guerre e carestie, però, fecero in modo che addirittura fra consanguinei ci si accusasse di efferatezze assurde. Purtroppo, per dare una motivazione logica a eventi catastrofici o tristi, quando nemmeno Dio era più d’aiuto, si accusavano gli anelli deboli della società: fanciulli, donne e mentecatti.

A Morbegno, presso il Tribunale (al Convento di Sant’Antonio), l’unica pena capitale fu inflitta il 24 marzo 1438, quando la Barzia da Gerola fu messa al rogo; altre donne inquisite provenivano da Talamona, Morbegno, Mello, Rogolo, Gerola, Albaredo, Cosio, Civo e Berbenno. A Bormio, spesso, la pena era una multa e una segregazione della presunta strega da parte dei famigliari maschi. Diversamente, a Poschiavo nei Grigioni (dei quali la Valtellina era un dominio a quei tempi), dove il Tribunale era laico, le pene di morte furono numerose.

L’inquisizione non era solo un’indagine, ma una tortura. Le presunte streghe erano costrette a spogliarsi davanti a gruppi di uomini ed essere tosate come pecore, in modo che il boia (celebre il Ravetta di Teglio) potesse trovare il bollo del diavolo. Questo dottore, anche ben stipendiato, ispezionava i corpi delle poverette, punzonando brufoli o escrescenze varie con un ago di ottone; qualora non avesse trovato ciò che cercava, scambiava i rigonfiamenti della natura femminile per chiari sintomi demoniaci.

Le streghe venivano tormentate al fine di estorcere le confessioni. Tutte le ree confesse ammisero di:

  • Essere diventate streghe dopo un rito iniziatico che consisteva nello scavare una croce nel terreno e sedersi sopra;
  • Avere partecipato a uno o più sabba, ai quali ci si recava tramite un bastone volante e durante i quali ci si univa carnalmente a Satana, un uomo di bell’aspetto;
  • Realizzavano i loro unguenti magici tramite i cadaveri dei bambini che dissotterravano personalmente;
  • Erano in grado di trasformarsi in animali, specie gatti o lupi;
  • Riuscivano a provocare aborti, a uccidere il bestiame, a far impazzire la gente o a provocare calamità naturali.

Processi a Poschiavo

Processi a Bormio (Sondrio)

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Il “San Domenico” di Regoledo di Cosio

L’importanza di questa chiesetta ruota attorno alla radicata venerazione locale per Domenico da Pisa, beatificato per furore di popolo, morto a Regoledo di Cosio nel 1445, dove lui stesso decise di passare in ascesi gli ultimi anni della sua vita.

La domanda è, qual buon vento può portare un uomo da Pisa a Regoledo?

Sappiamo che già dal Trecento esisteva una rudimentale cappella dedicata a San Domenico (da Guzman), edificata dai Padri Predicatori – altrimenti detti Domenicani – scappati da Como per le combutte tra guelfi (Vittani) e ghibellini (Rusconi). Ovviamente, questo luogo di culto, legava Regoledo a Morbegno, dove era sito il Convento domenicano di Sant’Antonio, attivissimo nella missione di cristianizzazione delle masse. Il nostro Domenico da Pisa, quindi, si sarà portato in Bassa Valle per una certa “politica” voluta dal suo Ordine.

La chiesa che vediamo oggi risulta da un rifacimento del 1514 (è una data che troviamo nel sottarco dell’abside). Nella navata troviamo a sinistra “La Gloria e La Morte di San Domenico da Pisa”, commissionate ad Ippolito Borghese nel Seicento, dagli scaricatori di porto regoledesi immigrati a Napoli, e a destra “San Domenico” e “San Carlo” (entrambi “paladini” della Religione Cattolica in Valtellina, segnata anche dal Sacro Macello).

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Tuttavia, la nostra attenzione è catalizzata dai soggetti e dall’esecuzione dell’area absidale, dove nessuno spazio è stato lasciato vuoto. Non si esclude che la paternità dell’intero ciclo possa essere di Vincenzo De Barberis, già attivo a più riprese nel Sant’Antonio di Morbegno e del quale riconosciamo l’impronta rinascimentale nell’eleganza e nella raffinatezza delle figure (specie la Madonna) e i colori squillanti e vivaci. Anche se la ricerca dell’esattezza anatomica nei muscoli proietta la composizione nel Rinascimento, i capelli, il volto scavato e il sangue spillato dagli Angeli di Cristo, pervadono la scena di una connotazione nordica.

Se ai lati troviamo Santi di matrice popolare, come Sant’Antonio abate, San Martino, San Lorenzo, Santo Rocco, San Sebastiano e San Giovanni Battista, il grande affresco centrale mette in risalto una “Crocifissione con Santi”, dove San Domenico regge una chiesa in mano. La nobile signora con un bambino in fasce dovrebbe essere la testimonianza dell’ex voto (il dipinto potrebbe essere stato commissionato per ringraziare San Domenico dopo un parto). Nella volta, invece, troviamo gli Evangelisti, non su sfondo blu, ma su sfondo porpora, un colore ben più reperibile in natura, anche simbolo della Passione (tema al quale i Domenicani erano legati).

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Il Sacro Macello

Vincenzo De Barberis a Morbegno

Arte a Cosio Valtellino

 

Una passeggiata a Rodolo

Rodolo è una frazione del Comune di Colorina (SO), a 685 metri s.l.m., raggiungibile in auto da Selvetta di Colorina.

Il borgo, di origine tardo-medievale, ha una toponomastica del tutto unica in Valtellina. La sua etimologia non ha nulla a che fare con il robur, la quercia che caratterizza, per esempio, i vari Regoledo o Rogolo, bensì deriva dal nome germanico Rodulo (un tempo, si pensava anche all’assonanza con rodans = che rumoreggia, in relazione ai torrenti che lo circondano).

Sicuramente, a metà Cinquecento, faceva parte del “circuito” delle fortificazioni dei Vicedomini, potente famiglia nobile comasca trapiantata a Cosio Valtellino. La posizione del paese, in effetti, lo rende meno esposto ai venti e all’umidità del fiume Adda che, a quei tempi, infestava le pianure paludose dei territori interessati dal suo corso. Qui si sviluppò anche una felice cultura e coltura della castagna, che viene ancora fatta essiccare tramite un particolare processo di affumicatura. Perciò, la Storia di Rodolo segue una certa indipendenza da quella di Colorina, un campanilismo ben simboleggiato appunto dal campanile, che svetta quasi al limitare dell’abitato e che è la cartolina del villaggio montano.

vdettaglio.JPGLa Chiesa dell’Immacolata Concezione, inoltre, diventata parrocchia nel 1886, esisteva già almeno dal 1523. Dedicata, però, a Sant’Antonio abate, con un originario dipinto con la Gloria di Dio in abside, presenta varie attinenze con le realtà domenicane del Sant’Antonio a Morbegno e del San Domenico a Regoledo di Cosio.

 

 

 

 

 

**Per votare Rodolo sul sito del FAIiluoghidelcuore.it

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