I territori contesi di Colorina e dintorni

Una delle parentesi più interessanti della Storia di Colorina sono le lotte e le fatiche per l’ottenimento di qualche lembo rigoglioso di terra, dato che nell’erario si sentiva l’eco…

La Busca Spessa (“Il Bosco Rigoglioso”)

(Odierna località Piani di Selvetta)

Questo lembo di terra fu creato dalle vari e frequenti esondazioni del fiume Adda che creavano degli isolotti ricchi di limo fertile, sebbene circondati da una palude insalubre. Nasce come un territorio amministrato sia da Berbenno sia da Ardenno e concesso per 1/6 a delle famiglie di Rodolo. Con la nascita di Colorina, nel 1513, Colorina ne acquista la metà destra (Cantone), concedendola ai Salis e poi ai Parravicini.

Va tutto in pace fino al 6 luglio 1828. Alcuni abitanti di Buglio sequestrano una quarantina di bestie, chiudono un pascolo, otturano un fosso e chiedono un cospicuo riscatto al Comune di Colorina. Colorina fa orecchie di mercante e, a fine mese, riapre il pascolo. Buglio reagisce rubando tre cavalli e chiedendo un riscatto ancora più alto. Seguono anni di liti e processi, fino al 27 luglio 1831. Colorina ottiene, sostanzialmente, la riva destra e Buglio la riva sinistra, con il diritto di essere affittuari ambo le parti.

La Busca Spessa fu per molto tempo una zona difficile, infestata da lupi e briganti e quasi nessuno la percorreva, se non costretto. Fu bonificata nell’Ottocento. Veniva chiamata La Piana dei Lupi.

Il Piano di Berbenno

(Odierno territorio da San Pietro a Villapinta)

Nel Cinquecento era un territorio di Berbenno molto prolifico per pascoli, fienagione e pesca, siccome era molto esteso e molto fertile. Coloro che non erano residenti a Berbenno, Fusine o Colorina non potevano usufruirne. Tant’è che i Bormini che avevano pagato nel 1488 per tenerci cinquanta cavalli allo stato brado, furono malamente scacciati nel 1539.

Vendullo delle Ortiche

(Odierno confine tra Colorina e Forcola)

Segna l’odierno confine tra Selvetta di Colorina e Selvetta di Forcola, oggi in corrispondenza del ponte (in antichità, dove c’è il ponte era ubicato un prato chiamato la Stretta della Selvetta). Era un bosco utilizzato per ricavare legname. Il contenzioso fu tra Colorina e Ardenno (che inglobava Forcola), terminato il 12 aprile 1793. La causa continuò anche con la nascita del Comune di Forcola, fino al 1869 e questo bosco fu soprannominato Il Bosco della Lite . La rivalità tra quelli di Rodolo (i busc’ = i caproni) con quelli di Sirta (i toor = i tori) è rimasta abbastanza proverbiale 🙂

Miss Raincoat

Leonardo, gli ermellini e la Valtellina

Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico (Foglio 214, 1483-1518)

“…Valtolina, valle circondata d’alti e terribili monti, fa vini potenti e assai, e fa tanto bestiame che da’ paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale prima corre più che per quaranta miglia per Lamagna. Questo fiume fa pescio témere, il quale vive d’argento, del quale se ne truova assai per la rena. In testa alla Valtolina è le montagne di Bormi, terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i Bagni”

Nel dicembre 1493 Biancamaria Sforza, nipote di Ludovico Sforza detto il Moro, stava raggiungendo Massimiliano Asburgo a Innsbruck dopo il matrimonio per procura con a seguito un corteo del quale faceva parte anche Leonardo Da Vinci, pittore di corte…

1488 – olio su tavola – 50*40 cm – Cracovia

Nel 1488 il Moro aveva ottenuto, finalmente, il titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal Re di Napoli, grazie a una studiata rete di matrimoni con gli Aragona e per la posizione contro i Baroni in contrasto con la monarchia regnante. Il simbolo di questa congrega, ovviamente cattolicissima, era l’ermellino, metafora del “meglio morto che disonorato”, poiché l’ermellino, piuttosto che vedere la sua pelliccia macchiata di sangue, si lascia uccidere.

Ma chi sta coccolando il Moro?

Cecilia Gallerani. In greco antico la donnola viene chiamata “galé”, quindi è un nomignolo o abbreviazione del cognome della giovane amante di Ludovico. Cecilia indossa una collana di granati, simbolo di devozione e di fedeltà, ad un uomo dai capelli corvini, tiranno anche nella seduzione (anche se soffriva di asma).

In effetti, il Moro la salva da un destino infausto. Faceva parte di una nobile famiglia senese adottata da Milano ed era orfana di padre. Avrebbe dovuto o farsi suora o sposare un uomo vent’anni più vecchio di lei se il Moro, il quasi Duca, non l’avesse notata e non le avesse anche regalato un appartamento tutto per lei dove incontrarla senza preoccuparsi dei paparazzi.

Nel 1491 Ludovico si sposa con Beatrice D’Este, tra l’altro amica di Cecilia. Avrebbe preferito sposarsi con Isabella, la sorella-più-bella, ma Francesco Gonzaga aveva vinto il gioco delle coppie. Beatrice, inoltre, siccome anche molto giovane, lasciò passare dei mesi prima di onorare i suoi obblighi matrimoniali. Tant’è che il Moro sfogava le sue voglie altrove, con Cecilia, che rimase incinta. Cecilia venne allontanata dalla corte ma il Moro continuò ad occuparsi economicamente di lei, finché le non si sposerà con un conte. Il Moro divetò un marito modello? Forse solo un po’ più abile a non farsi sgamare… Beatrice partorirà vari eredi, ma morirà alla fine dell’ultima gravidanza, portata avanti in contemporanea con un’ennesima delle fedeli cagnoline del Duca.

Eppure, questo dipinto di Leonardo ha reso immortale una compagna illegittima, forse un amore vero in mezzo agli intrighi di corte. Tra le cose, l’animale nella composizione assomiglia più a un furetto che a un ermellino. Probabilmente, Leonardo prima di passare in Valtellina, così come non aveva mai sperimentato l’imponenza delle Alpi, non aveva nemmeno mai visto un ermellino da vicino. Parimenti, non sapeva che dalle nostre parti, è considerato un animaletto sfuggente, dispettoso e vendicativo. Di fatto, mi pare strano che un animale selvatico si sia prestato a stare fermo per essere dipinto… Leo avrà detto “Ohibò, bischero, fattelo garbare lo stesso!”

Miss Raincoat

883 “Il Grande Incubo”

La donna il sogno il grande incubo
Questa notte incontrerò
Mentre nel mondo tutti dormono
Forse anch’io mi sveglierò
Con la sveglia scarica ormai
E con mia madre che mi dice “Dai, come fai
Tutte le volte a non svegliarti mai”
E tutto questo finirà così, ma adesso sono qui

Valtella in Love

Valtellina, terra di confine. Il mio valico preferito è il Giogo di Santa Maria (in romancio Pass da Umbrail), posto a 2500 metri d’altitudine tra Grigioni (sopra la località di Santa Maria in Val Monastero) e la Val Fraele, in Alta Valtellina, verso Bormio. Oggi è un passo quasi prettamente turistico, chiuso d’inverno, usato come un accesso secondario allo Stelvio, ma che rimane altamente panoramico. Un tempo, serviva come crocevia commerciale. Le bestie da tiro, appunto con i gioghi, affrontavano la durissima strada per trasportare sale, grano e vino.

Bianca Maria Sforza e Massimiliano d’Asburgo

Bianca Maria, ventenne, era figlia di Galeazzo, ucciso da avversari politici siccome, probabilmente, tanto simpatico non era. Nemmeno suo fratello, Ludovico detto il Moro, era da meno. Di fatto, dimenticandosi di avere particolari scrupoli, promise in sposa la nipote orfana a vari rampolli presenti sulla Penisola finché non ebbe la botta di fortuna per saldare l’alleanza con gli Asburgo d’Austria.

Fu un matrimonio prestigioso quanto infelice.

Massimiliano, al momento del fidanzamento, aveva trentaquattro anni ed era vedovo da una decina di anni. La prima moglie, da lui amatissima e mai dimenticata, era morta accidentalmente cadendo da cavallo durante una parata di caccia. Bianca Maria era molto più bella, bionda con la pelle diafana, però non giudiziosa come Maria di Borgogna, la buon’anima. Eppure, si decise a sposarla perché gli metteva in mano l’Italia Settentrionale, dominio degli Sforza di Milano.

Bianca Maria sposò Massimiliano a Milano, per procura, nel luglio 1493. Fu l’evento più fastoso della Lombardia sforzesca. Durante i primi giorni del rigidissimo dicembre dello stesso anno, da Milano partì il corteo nuziale che avrebbe accompagnato la moglie a casa del marito, ossia ad Innsbruck in Austria, passando da Como, Bellagio, Morbegno e Bormio. Il motivo per il quale si affrontò il viaggio al freddo è perché zio Ludovico si era preso un po’ di tempo in più per racimolare la dote, trasportata da ben ventiquattro mule. In realtà, questa non fu che una prima piccola rata dell’esosa somma del “prezzo dello sposo”. Il resto, fu chiesto ai sudditi tramite tasse. Chiaramente, anche la Valtellina faceva parte di questi contribuenti e, inoltre, fu proprio la Valtellina a dover pagare strade, insegne, ponti e tutto il necessario per una buona accoglienza del corteo. Gli sposi si incontrarono la prima volta sulla salita verso il Giogo di Santa Maria, dove Bianca Maria fu accompagnata da una folla di bormini festanti verso il suo destino.

Probabilmente, tra il seguito del corteo c’era anche Leonardo Da Vinci, al servizio del Moro, che descrisse i Bagni di Bormio con le terme antichissime, gli ermellini (e il loro selvaticume) e le montagne valtellinesi (terribili e sempre piene di neve). Il nostro paesaggio, probabilmente, lo lasciò attonito e quasi impaurito.

Bianca Maria visse lontana da casa in terra straniera e all’ombra della prima moglie. Massimiliano la escluse completamente dalla vita politica perché non la considerava all’altezza. Soffriva e, pian piano, il disagio si trasformò in malattia mentale. Preferì spostarsi qua e là per i castelli tirolesi piuttosto che stabilirsi a Innsbruck al fianco del marito, anche se era sempre sorvegliata da amici fidati di suo zio Ludovico. La sua insofferenza la portò a soffrire di anoressia nervosa. Infatti, non riuscì a mettere al mondo figli, sebbene adottò quelli di suo zio quando venne incarcerato dai francesi. Morì praticamente consumata il giorno di San Silvestro del 1510, aveva 38 anni.

*Machine Gun Kelly*

I don’t do fake love / But I’ll take some from you tonight/ I know I’ve got to / But I might just miss the flight/ I can’t stay forever / Let’s play pretend / And treat this night like it’ll happen again / You’ll be my bloody Valentine tonight”

Miss Raincoat

“Fiamme Gemelle” di Daniel Del Orfano

L’Amore al Tempo di Facebook (sì, forse era meglio il Colera).
Trama: non sei fidanzato se non esponi il tuo partner sui social networks. Ma noi che le foto post-coito le schifiamo, ci siamo inventati ‘sto Mr Raincoat. E lasciamo pure il beneficio del dubbio ai followers.

Ed è in questo mood vacanziero (no, in realtà mi trovavo a Bormio per lavorare ed in-seguire Dominik Paris) che ho scoperto il dipinto in copertina, il quale, se Mr Raincoat fosse un divano e non un blog, sarebbe lì appeso sopra con la colla millechiodi.

Del Orfano è un pittore contemporaneo, esposto alla  Dzian Gallery of Contemporary Art in Massachusetts. Inizia la sua carriera come Professore di Storia dell’Arte, un lavoro che ama, però non abbastanza. Nel 2005, infatti, decide di passare dall’insegnamento alla creazione, concependo la sua svolta come un ampliamento dei suoi orizzonti, più che come un cambiamento radicale.

“Twin Flames” fa parte di una serie di dipinti con il leit motiv dell’ “insieme sotto l’ombrello”: ogni pezzo racconta una situazione d’innamoramento accompagnata dall’immancabile ombrello rosso, simbolo dell’amore passionale e curativo di ogni male. Anche durante una giornata di pioggia. 

Lo stile dell’autore è il Realismo Romantico: è realista nella tecnica, nel rendere le superfici e nelle scene; è romantico nell’espressività ultra-terrena, nel riuscire a coinvolgere la memoria dello spettatore (Voi a chi state pensando ora? Che ricordo avete riacciuffato?). Del Orfano è uno che fa cover divine della vita umana di tutti. 

La scelta del titolo non è casualmente sdolcinata. Di fiamme o anime gemelle ne aveva già parlato Platone nel “Simposio”. Zeus, indispettito dal fatto che gli uomini potessero essere spietati quanto gli dei ma con il vantaggio del tempo accelerato, li divise in due rendendoli più deboli e schiavi del dover, per non morire di solitudine, ricucirsi con l’altra metà. 

Qui Tutte le Opere di Del Orfano

Questa opera è il Manifesto di Looking for Mr Raincoat, perché parla di viaggi, di stazioni (che adoooro), di ritorni desiderati, di trolley come strumento di lavoro, di gesti improvvisi, di amore vero (quello che non riesci a tenerti dentro ma non lo tratti come un trofeo)… e di tutte quelle cose magiche che noi chiamiamo unicorni perché non sappiamo mai come definirle al meglio!!!

A me piace molto anche A Welcome Surprise

❤ Miss Raincoat

 

 

 

Le Streghe della Valtellina

Nel 1238, papa Gregorio IX affidò ai Domenicani l’importante e storicamente controverso compito di essere giudici del Tribunale dell’Inquisizione, per condannare i comportamenti ritenuti blasfemi o eretici. Un esempio di questa serrata investigazione fu la caccia alle streghe, iniziata nel Trecento e culminata solo nel Settecento.

Queste storie, tra il fantascientifico e il noir, si consumano in secoli in cui la propaganda cristiana non era del tutto riuscita a cancellare le pratiche pagane, specie nella tradizione contadina. L’ignoranza, la paura e la difficoltà durante guerre e carestie, però, fecero in modo che addirittura fra consanguinei ci si accusasse di efferatezze assurde. Purtroppo, per dare una motivazione logica a eventi catastrofici o tristi, quando nemmeno Dio era più d’aiuto, si accusavano gli anelli deboli della società: fanciulli, donne e mentecatti.

A Morbegno, presso il Tribunale (al Convento di Sant’Antonio), l’unica pena capitale fu inflitta il 24 marzo 1438, quando la Barzia da Gerola fu messa al rogo; altre donne inquisite provenivano da Talamona, Morbegno, Mello, Rogolo, Gerola, Albaredo, Cosio, Civo e Berbenno. A Bormio, spesso, la pena era una multa e una segregazione della presunta strega da parte dei famigliari maschi. Diversamente, a Poschiavo nei Grigioni (dei quali la Valtellina era un dominio a quei tempi), dove il Tribunale era laico, le pene di morte furono numerose.

L’inquisizione non era solo un’indagine, ma una tortura. Le presunte streghe erano costrette a spogliarsi davanti a gruppi di uomini ed essere tosate come pecore, in modo che il boia (celebre il Ravetta di Teglio) potesse trovare il bollo del diavolo. Questo dottore, anche ben stipendiato, ispezionava i corpi delle poverette, punzonando brufoli o escrescenze varie con un ago di ottone; qualora non avesse trovato ciò che cercava, scambiava i rigonfiamenti della natura femminile per chiari sintomi demoniaci.

Le streghe venivano tormentate al fine di estorcere le confessioni. Tutte le ree confesse ammisero di:

  • Essere diventate streghe dopo un rito iniziatico che consisteva nello scavare una croce nel terreno e sedersi sopra;
  • Avere partecipato a uno o più sabba, ai quali ci si recava tramite un bastone volante e durante i quali ci si univa carnalmente a Satana, un uomo di bell’aspetto;
  • Realizzavano i loro unguenti magici tramite i cadaveri dei bambini che dissotterravano personalmente;
  • Erano in grado di trasformarsi in animali, specie gatti o lupi;
  • Riuscivano a provocare aborti, a uccidere il bestiame, a far impazzire la gente o a provocare calamità naturali.

Processi a Poschiavo

Processi a Bormio (Sondrio)

❤ Miss Raincoat