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Santa Margherita a Corna in Monte

Corna in Monte è una località a 840 metri circa, sopra la frazione Valle di Colorina, ma che si raggiunge più comodamente dalla frazione di Rodolo. Si può dire che gli abitanti antichi di Valle provengano tutti da questo piccolissimo borgo (cfr. toponomastica: via Corna in Piano). Pensate che dal 1624 al 1651, Corna fu una parrocchia autonoma, la quale contava un centinaio di persone. Purtroppo, la terribile ondata di peste non risparmiò nemmeno la mezza costa…

Questa chiesetta è molto particolare. Inoltre, mio nonno aveva una casetta rustica (nel senso che non c’era nemmeno la luce) proprio dietro. Mi piace molto perché è inserita in un giardinetto-poggio che fa ammirare tutto il panorama sottostante.

Per quanto sia una chiesetta piccola, tipicamente con il campanile a vela, la decorazione della sua facciata è piuttosto composita. Nella nicchia troviamo una Deposizione del XVI secolo. Lo stile è molto medievale e arcaico: ce lo fanno pensare le mani incrociate e la testa leggermente reclinata. La figura sopra il portale, per via della cintura con i serpenti, non può essere che la dedicataria Santa Margherita. Lo stile di quest’ultima presenta una grazia un po’ più rinascimentale. La scelta di Santa Margherita può farci pensare a un certo legame con il grande influsso degli inquisitori domenicani di Morbegno (per quanto la santa sia legata alle partorienti e all’agricoltura). La scuola artistica, per gli ocra, le linee mosse dal vento e per la fattura degli angeli, mi ricorda molto quella di Vincenzo De Barberis, come molte altre opere di questo periodo (anche lui presente nel cantiere del Sant’Antonio, del resto). Sicuramente, questi due affreschi, nelle cromie vivacizzate e nella decorazione, sono stati ritoccati nel Seicento (in luce all’autonomia).

All’interno, la chiesa venne fatta affrescare nel 1932 da Don Folci, durante la realizzazione del Santuario a Valle, dallo stesso pittore, Nicola Arduino. Il pittore ci lascia un’Immacolata (ricordando la vicina Rodolo), la Santa Margherita dedicataria, il Battesimo di Cristo e un simpatico prete che esce dalla porta (a me ricorda molto il chierichetto del Gianolo presso il San Giovanni di Morbegno, nella cappella di San Giuseppe). Molti paesani, invece, lo identificano come un prete “monello” che si aggirava tra Corna e Rodolo negli Anni Sessanta… 🙂

Miss Raincoat

La Madonnina di Colorina

Da località Bocchetti, dove sono site le Scuole Elementari di Colorina, si diparte un percorso in salita (ma non troppo) ricco di dipinti votivi del XV secolo, tutti abbastanza analoghi: sono delle Madonne in Trono con la foggia arcaica del manto rosso e del Bambino ritto e benedicente. All’apice della strada troviamo una piccola chiesetta. Un po’ tutti i nostri paesini, infatti, hanno in dotazione delle piccole chiesette di montagna che si chiamano “madonnine”

Questa madonnina è dedicata alla Madonna di Caravaggio (apparsa in questo luogo nel 1432) e sorge su una chiesa preesistente più piccola del Quattrocento, già dedicata alla Madonna del Carmine. La sua forma attuale, compresa del porticato, risale al 1730 circa. La chiesa fu ristrutturata nel Settecento per il cambio della dedicazione, ormai molto sentita.

Durante il restauro del 1976, è emerso l’ importante affresco che adorna l’altare (prima di questa data, in altare faceva da protagonista una statua degli Anni Trenta, una Madonna ex voto per l’epidemia di tifo) e che era stato coperto dal restauro Settecentesco.

L’affresco, che rappresenta una Madonna in Trono, segue l’iconografia antica del manto rosso (significa che Maria ha una natura divina). La corona e il giglio identificano una Madonna del Carmelo. Il Bambino, sempre ritto e benedicente (allude al Giorno del Giudizio), veste una tunica verde, poiché è Dio che si è fatto Uomo. La veste di Maria include la simbologia dell’ancora, legata al sacrificio di suo Figlio. Il trono elaborato, il pavimento rosso e il fondo verde ci portano a collocare l’opera nella felice stagione dei dipinti votivi di artisti anonimi e itineranti sulla scia di un’arte ancora tardo-medievale. Era ancora una religione che voleva far paura più che rincuorare 🙂

Miss Raincoat

“Fattoria nell’Alta Austria” di Gustav Klimt

Devo confessare una colpa: fino ai trent’anni ho detestato i paesaggi e Klimt. I primi perché mi sembravano troppo fotografici il secondo perché ci vedevo troppa ricercatezza. Ebbene, eccomi qui a trentadueanniemezzo a parlarvi di un paesaggio di Klimt… 😳

C’è da dire ci siamo abituat* a conoscere questo autore per altri tipi di soggetti, per le eleganti dame dorate. Infatti, molti critici hanno osannato questa retrospettiva di Klimt come una sua fase sperimentale, benché non sia altro che una parentesi vacanziera. Ebbene sì, se per lavoro realizzava ritratti aulici per la Vienna borghese, in ferie – come noi ci dedichiamo ai cruciverba – lui fotografava la natura attorno a sé, mentre si godeva le sue passeggiate mattutine all’aria aperta e non celasse la sua golosità per la panna montata.

olio su tela – 110*110cm – 1911 – Belvedere (Vienna)

I paesaggi di Klimt si collocano in uno spazio temporale che va dal 1900 al 1916, durante le estati che il pittore trascorse in Austria e in Italia del Nord. Sono tutti di forma quadrata, una forma che cerca di contenere l’infinito della totale immersione con la natura, ricordandomi un po’ anche D’Annunzio.

La tecnica potrebbe assomigliare al puntinismo, ma così non è. L’approccio di Klimt è più da mastro vetraio, il quale cesella le macchie di colore come le tessere di vetro dei mosaici (l’arte bizantina fu grande ispirazione per l’iconicità della sua arte). E, per quanto l’arte musiva tanto quanto questo approccio piuttosto paratattico al colore possa rischiare appiattire le forme e gli spazi, noi riusciamo benissimo ad entrare dentro la scena quasi nuotandoci dentro. Klimt vuole stimolarci ad entrare nel groviglio.

Un groviglio che esisteva anche nella sua mente. Gustav aveva una fidanzata, la stilista Emilie Flöge (pare sia la figura femminile del celebre “Bacio”), che fu la sua compagna per tutta una vita, per quanto la loro unione non fosse esclusiva. Ebbene, con questi paesaggi il pittore ci fa entrare nella sua interiorità introspettiva, che nelle sue opere più famose è ben celata. I suoi non sono i paesaggi diroccati e magniloquenti dei Romantici, anzi, sono analisi precise (lui dipingeva con il binocolo a portata di mano). Tendenzialmente, ci sta dicendo che non riesce che a manifestare il suo amore per le cose, per la vita, per lo stesso Amore, se non con l’ossessione maniacale per i particolari. Dentro la tela quadrata cerca di metterci dentro tutto ciò che vede, così come nelle relazioni… ma è impossibile ingabbiare ciò che è, per sua natura, immenso ed illimitato. Questa, infatti, è la condizione che rende l’uomo piccolo di fronte alle cose grandi della Vita, ai sentimenti, al groviglio…

Miss Raincoat

Alcyone/Stabat nuda Aestas – Gabriele D’Annunzio

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

Lo Stemma Araldico di Colorina

Lo stemma è un emblema civico che gode di tutela giuridica dagli Anni Trenta. Come idea, è nato durante le Crociate, come un gonfalone per distinguere le diverse famiglie nobili impegnate nelle guerre in nome del Cristianesimo. La regola base è che lo stemma civico debba essere semplice e riconoscibile.

Colorina fu uno dei primi Comuni della Provincia di Sondrio ad avere uno stemma official approvato e regolato dagli Uffici di Roma (Presidente della Repubblica: Leone; Primo Ministro: Andreotti) in data 22 maggio 1973 dalla Giunta di Ettore Zamboni. Per essere approvati, gli stemmi devono essere presentati con il “disegno” e con una descrizione storica e geografica per giustificarne la fattezza.

SCUDO è quella forma rettangolare che sembra un baloon dei fumetti, che in gergo si chiama “scudo sannitico moderno”. Non si può scegliere, è obbligatorio che sia così il contenitore dei simboli dello stemma civico.

COLORISe ne possono scegliere al massimo sette. Colorina ha il blu (fedeltà, in questo caso è un antico legame con il Sacro Romano Impero) e il verde (abbondanza di pascoli e attività agraria fiorente).

QUARTIER FRANCOè quel quadratino in alto a sinistra, di solito contiene particolari titoli. Ci troviamo la corona del Sacro Romano Impero (Carlo Magno dona il territorio della Valtellina, inclusa Colorina, all’abbazia di Saint Denis il 14 marzo 775).

INSEGNE è l’aggiunta di simboli quali piante, fiori, animali, persone, oggetti… Nel nostro caso abbiamo un abete (boschi di conifere) e una vacca pascolante (l’allevamento è un’ attività molto redditizia per il Comune).

CAPI sono le corone messe sotto e sopra allo scudo. La corona sopra è sempre a forma di mura e ci va a spiegare di che tipo di ente territoriale si tratta, in questo caso è un Comune. La corona sotto ci va a dire che l’ente territoriale si trova in Italia (quercia, alloro e tricolore).

A me, personalmente, è sempre sembrato piuttosto eccentrico ma in senso positivo – eppure, mai come quello di Strangolagalli (FR) 🙂

Miss Raincoat

Le Antiche Famiglie di Rodolo

Rodolo, è una frazione di Colorina sopra i Piani di Selvetta (antica Busca Spessa), proverbialmente “autarchica” a causa della sua storia d’indipendenza identitaria rispetto al resto del Comune. Si può anche dire che i VIP antichi di Colorina abitassero questo nucleo di mezzacosta. Non a caso, la mia famiglia materna è di Rodolo...

Il borgo, a 685 metri d’altitudine, ha un’etimologia incerta. Per molto tempo, si è sostenuta la tesi della toponomastica latina, da “rodans” , quindi una connotazione geografica che pone l’abitato vicino a dei fiumi o torrenti impetuosi. Oggi si è introdotta anche l’ipotesi che Rotulo o Rodoaldo sia il nome proprio dell’amministratore di questo territorio documentato fin dal 1100. Posso ipotizzare che Rotulo fosse un arimanno, un uomo d’armi a presidio del territorio di fronte alla Roccascissa di Berbenno.

Con certezza, sappiamo che nel 1324 questo territorio appartiene ai fratelli Giacomo e Vitale Malaguccini di Sacco, con i Raschetti come “vassalli”. Il Crap De La Guardia, in località Gallonaccio, quasi in cima alla montagna, non ha nulla a che vedere con castelli o torri; era un luogo d’avvistamento durante la Resistenza.

Abbiamo detto prima che, rispetto al resto di Colorina, a Rodolo si stava economicamente bene perché c’erano molti castagneti utilizzati in maniera intensiva, si era lontani dalla palude e ci risiedevano nobili o ricchi. Tant’è che nel 1781 Pietro Mainetti di Rodolo presta al Comune una somma di denaro; nel 1818 vende il debito non ancora saldato – dal 1808 gli spettavano gli interessi e il Comune si era impegnato a restituire la somma in un anno.

La società era abbastanza chiusa, direi alquanto diffidente, e ci si sposava tra consanguinei. Ne è derivato un aspetto fisico peculiare: corporatura snella, occhi vivaci di colore o nocciola o grigi, naso aquilino, denti prominenti e capelli corvini (eccezion fatta per i Libera, che hanno i capelli rossi).

Anche il dialetto di Rodolo presenta delle differenze con quello di Colorina. Questo è dovuto al fatto che, durante l’Epoca Grigiona (1512 – 1797), fosse una sorta di roccaforte felice per i Salis e per i Florio, importanti famiglie bregagliotte che abitavano in località Callavalle (è un “quartiere” di Rodolo e si contrappone al nucleo Centro, attorno alla chiesa) nella cosiddetta Cà di Soglia, poi ereditata – per via di matrimoni – dai Parravicini Capello di Caspano. Tuttavia, i veri primi abitanti di Rodolo furono i Raschetti, i quali amministravano il latifondo dalla seconda metà del Trecento. I Raschetti si uniscono con i Libera, appunto portando avanti la genetica dei capelli rossi. Inoltre, sappiamo che nel 1532, per un annetto scarso, Rodolo diventa un Comune indipendente.

Dal Seicento si trasferiscono da Tartano alcune famiglie nobili che avevano a Rodolo delle selve di castagne affittate, ammessi come residenti solo nel Settecento grazie a una “legge” voluta dai Mainetti. Questi sono i Bulanti, veramente molto ricchi, i Mottalini, gli Angelini e i Mainetti. Per quanto riguarda i Mainetti, ne esistono due rami: i Pedrii (discendenti da Pietro, che sono i più ricchi) e i Santii (discendenti da Santino, che sono i più immersi nella politica).

Per quanto riguarda me, la mia famiglia materna è così composta –> La nonna, Alma Bulanti: papà Attilio Bulanti e mamma Adelina Angelini (nata il 26/02 come me!); il nonno, Camillo Mainetti dei Pedrii: papà Felice Mainetti e mamma Erminia Libera. La nonna era di Callavalle mentre mio nonno di Rodolo-Centro.

Miss Raincoat

“Lo Stivaletto d’Oro” di Mariano Alonso Pèrez

Ebbene sì, mi piacciono le favole. Però raccontate bene, tipo come facevano i fratelli Grimm, che se le tiravano fuori nude e crude. Per esempio, in Cenerentola, l’atto di infilare la scarpetta (d’oro e non di cristallo, come il loto d’oro, il piccolo piedino sexy, della cultura cinese) è ovviamente la metafora della penetrazione. Insomma, se ti si infila bene la scarpetta è quella giusta, è una questione di chimica, quella cosa che crea invidia a chi cerca soltanto qualcuno con cui sistemarsi…

56*45 cm – olio su pannello di legno – 1891 – collezione privata

Il nostro pittore spagnolo dai molteplici nomi e cognomi nasce a Saragozza; studia a Madrid e a Roma, apprendendo la lezione del Realismo. Il periodo in cui si fa conoscere e riesce a vivere della sua arte coincide con il suo soggiorno a Parigi dal fratello musicista dal 1899 al 1914. Lo ricordiamo, infatti, per le sue scene settecentesche, gli amori sospirati, il dolce far niente, i colori pastello e le composizioni armoniche. Ritornerà in patria allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e, nel suo ultimo periodo di carriera, si dedicherà ai temi sociali.

Lo Stivaletto D’Oro (in francese La Bottine d’Or) è il nome della bottega di scarpe, la quale ha anche un’insegna a forma di stivaletto d’oro. Siamo verosimilmente nel Quartiere Ebraico del Marais. Ricordiamo che in quegli anni in Francia (anche all’indomani dell’Affare Dreyfus) era accesa la propaganda antisemitica. Il calzolaio è fortemente connotato dallo stereotipo dell’ebreo con occhiali, basette e cappello, di fatto. Si pensava che gli ebrei fossero il male del mondo: avidi di denaro, egoisti, depravati e che potessero portare la società alla deriva…

Più che una bottega sembra una baracca degli orrori. Porta e finestra sono spalancate, ma conducono verso il buio. La scena è incorniciata da una vegetazione a rampicante, quindi infestante. L’edera, a proposito, è la pianta sacra a Dioniso, il dio dei riti orgiastici. Inoltre, la lanterna è simbolo di qualcosa che contiene l’ardore di una fiamma e il vaso di fiori è il simbolo di verginità perduta.

La cesta ai piedi, non lascia traccia di dubbio, è simbolo di matrimonio, inteso come unione tra uomo e donna. I fiori che ci troviamo sono rosa, gialli, bianchi e viola: per le giovani donne è arrivato il momento della metamorfosi, il passaggio doloroso tra la fanciullezza e l’età adulta. Dicono che la prima volta non si scorda mai

Nella composizione c’è una forte connotazione dualistica tra il lato maschio e il lato femmina. Le rose rampicanti rosa ci dicono che l’unione alla quale auspicano le ingenue ragazze cattoliche francesi è quella affettiva; mentre gli uomini ebrei, scafati dal mestiere di vivere, vanno dritti verso la passione (chiamiamola così senza volgarité).

L’atto di provare le scarpe è identificato come la perdita dell’innocenza, come un rito iniziatico nei quali i sacerdoti-carnefici sono i due possessori di pisello.

C’è anche un secondo dualismo tra la ragazza seduta e la ragazza in piedi.

La ragazza seduta è connotata dal nero, come per dire che è “chiusa”, quindi vergine. La sua gonna è blu quindi anche la sua morale è integra. Il proprietario della bottega, connotato dal rosso, quello del sesso e del potere, è inginocchiato davanti a lei come quando si fa una proposta. Le sta insegnando come funziona con le scarpe: si può scegliere se amare Dio (blu) se avere solo sesso e divertimento (giallo) o, come lui consiglia, abbandonarsi all’unico vero amore, quello che unisce passione e complicità, l’unica scarpa bella che non fa male.

La sua amica, invece, la ragazza in piedi, ha già scelto il colore giallo. Troppa passione in testa e nel cuore (vedi l’abbigliamento), ti portano a scegliere in base all’istinto senza pensare alle conseguenze. Infatti, la sua moralità l’ha sollevata (vedi il grembiule) per darsi alla pazza gioia e fiorire insieme al garzone, con il quale scambia sguardi d’intesa (ed è abbinata con i colori), mentre lui maneggia un martello e una dima, simboli della prima volta. Quello, è l’amore dei giovani che non hanno esperienza come il vecchio padre del ragazzo, che comunque ha già infiocchettato la ragazza (vedi la camicetta, diversa da quella sciolta dell’amica).

Da tre cose mette in guardia il nostro Mariano rosicone: da quelli che ti si vogliono solo scopare, dagli ebrei e dagli ebrei che ti si vogliono solo scopare (cioé tutti). In pratica, le stesse cose che gli Interisti dicono degli Juventini! 🙂

Cenerentola è la prova che un paio di scarpe nuove ti possa cambiare la vita.

(ieri sera mi si è rotto il cinturino dei miei sandali preferiti, c***!)

❤ Miss Raincoat

I territori contesi di Colorina e dintorni

Una delle parentesi più interessanti della Storia di Colorina sono le lotte e le fatiche per l’ottenimento di qualche lembo rigoglioso di terra, dato che nell’erario si sentiva l’eco…

La Busca Spessa (“Il Bosco Rigoglioso”)

(Odierna località Piani di Selvetta)

Questo lembo di terra fu creato dalle vari e frequenti esondazioni del fiume Adda che creavano degli isolotti ricchi di limo fertile, sebbene circondati da una palude insalubre. Nasce come un territorio amministrato sia da Berbenno sia da Ardenno e concesso per 1/6 a delle famiglie di Rodolo. Con la nascita di Colorina, nel 1513, Colorina ne acquista la metà destra (Cantone), concedendola ai Salis e poi ai Parravicini.

Va tutto in pace fino al 6 luglio 1828. Alcuni abitanti di Buglio sequestrano una quarantina di bestie, chiudono un pascolo, otturano un fosso e chiedono un cospicuo riscatto al Comune di Colorina. Colorina fa orecchie di mercante e, a fine mese, riapre il pascolo. Buglio reagisce rubando tre cavalli e chiedendo un riscatto ancora più alto. Seguono anni di liti e processi, fino al 27 luglio 1831. Colorina ottiene, sostanzialmente, la riva destra e Buglio la riva sinistra, con il diritto di essere affittuari ambo le parti.

La Busca Spessa fu per molto tempo una zona difficile, infestata da lupi e briganti e quasi nessuno la percorreva, se non costretto. Fu bonificata nell’Ottocento. Veniva chiamata La Piana dei Lupi.

Il Piano di Berbenno

(Odierno territorio da San Pietro a Villapinta)

Nel Cinquecento era un territorio di Berbenno molto prolifico per pascoli, fienagione e pesca, siccome era molto esteso e molto fertile. Coloro che non erano residenti a Berbenno, Fusine o Colorina non potevano usufruirne. Tant’è che i Bormini che avevano pagato nel 1488 per tenerci cinquanta cavalli allo stato brado, furono malamente scacciati nel 1539.

Vendullo delle Ortiche

(Odierno confine tra Colorina e Forcola)

Segna l’odierno confine tra Selvetta di Colorina e Selvetta di Forcola, oggi in corrispondenza del ponte (in antichità, dove c’è il ponte era ubicato un prato chiamato la Stretta della Selvetta). Era un bosco utilizzato per ricavare legname. Il contenzioso fu tra Colorina e Ardenno (che inglobava Forcola), terminato il 12 aprile 1793. La causa continuò anche con la nascita del Comune di Forcola, fino al 1869 e questo bosco fu soprannominato Il Bosco della Lite . La rivalità tra quelli di Rodolo (i busc’ = i caproni) con quelli di Sirta (i toor = i tori) è rimasta abbastanza proverbiale 🙂

Miss Raincoat

Leonardo, gli ermellini e la Valtellina

Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico (Foglio 214, 1483-1518)

“…Valtolina, valle circondata d’alti e terribili monti, fa vini potenti e assai, e fa tanto bestiame che da’ paesani è concluso nascervi più latte che vino. Questa è la valle dove passa Adda, la quale prima corre più che per quaranta miglia per Lamagna. Questo fiume fa pescio témere, il quale vive d’argento, del quale se ne truova assai per la rena. In testa alla Valtolina è le montagne di Bormi, terribili piene sempre di neve; qui nasce ermellini. A Bormi sono i Bagni”

Nel dicembre 1493 Biancamaria Sforza, nipote di Ludovico Sforza detto il Moro, stava raggiungendo Massimiliano Asburgo a Innsbruck dopo il matrimonio per procura con a seguito un corteo del quale faceva parte anche Leonardo Da Vinci, pittore di corte…

1488 – olio su tavola – 50*40 cm – Cracovia

Nel 1488 il Moro aveva ottenuto, finalmente, il titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal Re di Napoli, grazie a una studiata rete di matrimoni con gli Aragona e per la posizione contro i Baroni in contrasto con la monarchia regnante. Il simbolo di questa congrega, ovviamente cattolicissima, era l’ermellino, metafora del “meglio morto che disonorato”, poiché l’ermellino, piuttosto che vedere la sua pelliccia macchiata di sangue, si lascia uccidere.

Ma chi sta coccolando il Moro?

Cecilia Gallerani. In greco antico la donnola viene chiamata “galé”, quindi è un nomignolo o abbreviazione del cognome della giovane amante di Ludovico. Cecilia indossa una collana di granati, simbolo di devozione e di fedeltà, ad un uomo dai capelli corvini, tiranno anche nella seduzione (anche se soffriva di asma).

In effetti, il Moro la salva da un destino infausto. Faceva parte di una nobile famiglia senese adottata da Milano ed era orfana di padre. Avrebbe dovuto o farsi suora o sposare un uomo vent’anni più vecchio di lei se il Moro, il quasi Duca, non l’avesse notata e non le avesse anche regalato un appartamento tutto per lei dove incontrarla senza preoccuparsi dei paparazzi.

Nel 1491 Ludovico si sposa con Beatrice D’Este, tra l’altro amica di Cecilia. Avrebbe preferito sposarsi con Isabella, la sorella-più-bella, ma Francesco Gonzaga aveva vinto il gioco delle coppie. Beatrice, inoltre, siccome anche molto giovane, lasciò passare dei mesi prima di onorare i suoi obblighi matrimoniali. Tant’è che il Moro sfogava le sue voglie altrove, con Cecilia, che rimase incinta. Cecilia venne allontanata dalla corte ma il Moro continuò ad occuparsi economicamente di lei, finché le non si sposerà con un conte. Il Moro divetò un marito modello? Forse solo un po’ più abile a non farsi sgamare… Beatrice partorirà vari eredi, ma morirà alla fine dell’ultima gravidanza, portata avanti in contemporanea con un’ennesima delle fedeli cagnoline del Duca.

Eppure, questo dipinto di Leonardo ha reso immortale una compagna illegittima, forse un amore vero in mezzo agli intrighi di corte. Tra le cose, l’animale nella composizione assomiglia più a un furetto che a un ermellino. Probabilmente, Leonardo prima di passare in Valtellina, così come non aveva mai sperimentato l’imponenza delle Alpi, non aveva nemmeno mai visto un ermellino da vicino. Parimenti, non sapeva che dalle nostre parti, è considerato un animaletto sfuggente, dispettoso e vendicativo. Di fatto, mi pare strano che un animale selvatico si sia prestato a stare fermo per essere dipinto… Leo avrà detto “Ohibò, bischero, fattelo garbare lo stesso!”

Miss Raincoat

883 “Il Grande Incubo”

La donna il sogno il grande incubo
Questa notte incontrerò
Mentre nel mondo tutti dormono
Forse anch’io mi sveglierò
Con la sveglia scarica ormai
E con mia madre che mi dice “Dai, come fai
Tutte le volte a non svegliarti mai”
E tutto questo finirà così, ma adesso sono qui

Un calabrese a Morbegno: San Francesco di Paola

Tutti ormai sanno che mio papà è calabrese. San Francesco di Paola è il Santo al quale i calabresi sono più devoti e nessuno di loro non si è mai recato al Santuario in provincia di Cosenza (tra l’altro, una location mozzafiato!). Inoltre, mia nonna paterna possedeva una collezione di statuette di santi, bella sistemata in mostra su un comò, tra i quali spiccava una figura che a me sembrava quella di un mago vestito di nero…

La cappella che andremo a visitare virtualmente si trova nel lato destro della Chiesa di San Giovanni a Morbegno. Questa chiesa nasce nel 1680, quarant’anni dopo il Capitolato di Milano che, se non altro, aveva tolto ai Protestanti la possibilità di stare in Valle in maniera legale. Quindi, la sua costruzione imponente voleva essere una bandiera di vittoria, per dire a tutti che “noi Cattolici siamo meglio e abbiamo un concetto che voi non avete, la Redenzione, la possibilità dei peccatori di andare in Paradiso!“.

In termini di Salvezza, la Cappella di San Giuseppe è iconica. San Giuseppe interviene nelle cause di Buona Morte: un tempo, lo si invocava spesso per chi fosse molto malato, in preda ai dolori, per i condannati a morte o per i peccatori recidivi. Solitamente, questa cappella viene ricordata per la presenza del reliquiario in cera del Beato Andrea Griego da Peschiera, che sarà posto qui soltanto nel 1798, dopo la Confisca Reta che coinvolse anche i beni del Convento di Sant’Antonio.

La Cappella ha il patronato della famiglia Castelli di Sannazaro, alla quale apparteneva anche Giovanni Battista, l’arciprete. Era un uomo che aveva viaggiato molto, soprattutto in Austria, poi era diventato prete e a Milano aveva molte conoscenze politiche ed ecclesiastiche. Ritorna a Morbegno negli ultimi anni della sua vita con la prestigiosa carica di arciprete. Era anche un appassionato d’arte, conosceva bene i Ligari e aveva un’ampia collezione di quadri, dai quale ne toglie due per donarle al San Giovanni (“Transito di San Giuseppe”) e alla Chiesa di Campovico (“Immacolata”).

La tela di Andrea Lanzani rappresenta il “Transito di San Giuseppe”, la sua morte. A livello artistico la sua arte rappresenta un’altra transizione, quella dal Rinascimento (Manierismo) al Barocco. Con pochi elementi nella composizione, ci coinvolge nel dolore trattenuto, santo, del lutto della Sacra Famiglia. La sua tela si inserisce benissimo nell’ambito in cui lui era ben calato, quello dell’Accademia Ambrosiana, la fucina del marketing della Controriforma, la quale censurava il peccato ed esaltava la santità. Due artisti valtellinesi che imitarono molto il Lanzani furono Pietro Ligari (protagonista in questa chiesa, p.e. Battesimo di Cristo dietro l’altare o “La Pentecoste” nella cappella dello Spirito Santo nel lato opposto) e il Gianolo (affreschi di questa cappella).

Proprio in questo modo vorrei definire la tela ovale a sinistra, con San Francesco di Paola: esemplare, una personalità che bisognava prendere d’esempio.

San Francesco di Paola veniva appunto da Paola, in provincia di Cosenza (la toponomastica viene da pabula = terra da pascolo). La Calabria ritorna in questo lato nell’ultima cappella vicino alla porta, con il “Miracolo di San Domenico a Soriano”. Il fatto che la tela sia così scura, caravaggesca, mi fa pensare che possa includersi nel fenomeno degli Emigranti Napoletani. Tuttavia, il culto era diffuso in qualche famiglia nobile valtellinese, come gli Omodei di Tirano (il ramo di Ardenno, imparentato con i Parravicini, ha il patronato della Cappella di San Filippo Neri, sul lato sinistro). Infondo, il convento dei Minimi in Valcamonica era molto potente!

San Francesco decise di vivere in ascesi e in preghiera già in adolescenza. Si ritira in questo poggio sopra Paola e segue la regola dei francescani. Con il tempo, fonda attorno a sé l‘Ordine di Minimi. Sono dei Francescani con regole ancora più rigide: il digiuno continuo (a parte il digiuno totale in Quaresima, non mangiano mai carne) o il camminare scalzi, predicando come mendicanti in tutta Europa. San Francesco aveva un’aura di santità già in vita, siccome era un guaritore: secondo lui, il male fisico veniva da una cattiva morale, che andava corretta. Quasi come un influencer dei nostri giorni, chiunque gli dava retta. Andò a Napoli per affrontare il Re, secondo lui troppo esigente e avaro nei confronti del popolo (è co-patrono di Napoli, infatti). Anche il Re di Francia, gravemente malato, chiese il suo intervento. San Francesco non tornò più in Calabria e morì lì nella Loira (Castello di Plessis-les-Tours), dove riposano anche le sue reliquie. L’anno di morte fu il 1507 e già nel 1519 fu santificato. E’ il patrono dei pescatori e lasciò questo testamento morale: “non vi lascio nessuna cosa se non il dirvi di vivere qualsiasi cosa facciate nel nome della Carità”.

Sul lato destro, abbiamo una tela del Gianolo che ci mostra San Carlo Borromeo al Collegio Elvetico, la scuola che fondò per ben formare il clero alle prese con i primi anni della nascita della Riforma. San Carlo stimava molto il frate di Paola, poiché entrambi pensavano che il percorso di Redenzione verso la Salvezza prevedesse anche molta penitenza.

Dopo la sua morte, comunque, i Minimi continuano la loro mission e, nella nostra cultura ci lasciano due cose. Prima di tutto l’aggettivo “paulotto” per descrivere quelle persone bacchettone, attimorate di Dio e giudicone. Poi, la birra. Nel 1634 un gruppo di Minimi giunti all’abbazia di Neudeck Ob der Au, sopra Monaco, si inventa il pane liquido con il quale affrontare il digiuno della Quaresima: la birra Paulaner Salvatorer, la quale prende da loro il nome. E’ una bock, quindi una lager molto alcolica. In pochi anni cominciarono a far concorrenza pure ai birrifici locali… Il capo dei Minimi di Paola ha dichiarato che ogni giovedì accompagnano la pizza con la loro bevanda storica!

Miss Raincoat

Giovanni Pascoli “Un Poeta di Lingua Morta”

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.

Morbegno La Sera è Viva 2022

Giovanni e Rosa : i colori di un amore

Solitamente, i ringraziamenti si fanno nelle battute finali, ma per per me è doveroso salutare una persona, un grande amico di questo piccolo tesoro di Morbegno, della Madonnetta: il Roby, l’architetto Roberto Paruscio che si è occupato dell’iniziativa di restauro di questo monumento. Ciao Roby!

Introdurrei questo racconto con una citazione presa dall’iscrizione non tanto distante da questa cappelletta votiva. Vicino al Cimitero leggiamo “se pietoso tu sei o passeggere, o dammi un soldo o dimmi un Miserere”. In tempi antichi, l’unica via che congiungeva Morbegno a Sondrio passava di qui, dalla Campagna, e, come un cartellone pubblicitario, salutava il viandante augurandogli buon viaggio, che sarebbe sicuramente andato meglio se avesse lasciato un’offerta o, se proprio non avesse spiccioli, avesse invocato l’aiuto dei morti.

La Madonnetta è il dipinto custodito nel cuore di questo tempietto e nasce proprio in questo clima mistico, tra il sacro e il profano. Narra la leggenda, che nei primi del Cinquecento il contadino Mario Petacco si fece dipingere sulla sua casa una Madonna in Trono in seguito al passaggio della Madonna in persona, riposatasi qui prima di salire a Tirano, dove sarebbe apparsa a un altro Mario, l’Omodei. Subitissimo, questo affresco avrebbe iniziato ad essere da anatema miracoloso contro le morti certe, per malattia o anche per condanna. Ovviamente, le grazie erano accompagnate da generosi ex voto, tant’è che la Confraternita dell’Assunta e la Parrocchia cominciarono a litigare sulla gestione degli incassi. Ci volle il Vescovo per sistemare la faccenda che decise per la Parrocchia. La Parrocchia, mettendosi una mano sul cuore, con parte dei proventi finanziò la costruzione del tempietto e la sua decorazione.

Proprio nel 1875 entra in gioco il nostro pittore Giovanni Gavazzeni. Si stava già facendo un buon nome, ma non era ancora propriamente in carriera. La Fabbriceria di Morbegno era rimasta davvero soddisfatta della “Deposizione” nel Gisoo de Meza Via verso la frazione orobica di Arzo e, perciò, gli commissionò anche la realizzazione della Madonnetta. Il Gavazzeni avrebbe dovuto creare una cerniera tra presente e passato. Nelle cupole ellittiche troviamo due Angeli con cartigli che ci indicano la Madonna del passato, all’interno, una Mater Divinae Gratiae, una Regina imperturbabile con un Bambino vestito da cavaliere, e una Madonna del suo presente, una Consolatrix Afflictorum, una madre tenera. Se nel Cinquecento la Madonna era vista come un monito al Giudizio, nell’Ottocento era una Speranza per il futuro.

Ma chi era Giovanni Gavazzeni? Nato a Talamona il 13 settembre 1841 (sotto il segno della vergine), fu un giovane di buona famiglia e bambino prodigio che frequentò l’Accademia Carrara di Bergamo, molto lontana dagli schiamazzi politici di Milano e ancorata all’imitazione dei Classici: in Gavazzeni troviamo molto Raffaello, provate a pensare alla “Madonna della Seggiola”. Giovanni ebbe anche una parentesi rivoluzionaria molto attiva, seguendo Garibaldi fino a Sondrio. Comunque, dopo l’anno sabbatico, finì gli studi con lodi e imbrodi e scelse di ritornare a Talamona. Era un uomo solitario, schivo, silenzioso e meticoloso. Era un uomo che amava la sua Terra e le sue montagne e che voleva proteggere la natura. Pensate che, nonostante il largo utilizzo dei moderni colori in tubetto, lui continuava a tenere segrete le ricette dei suoi colori “alla moda vecchia“.

Il Gavazzeni è stato un artista pop: raccolse consensi fin da subito. Infatti, invece di seguire la moda dell’arte di Milano, irriverente, irruenta e monumentale, decise di capire che cosa desiderasse il suo pubblico valtellinese. La nostra gente voleva un’arte sentimentale e semplice, più simile alle canzoni di Orietta Berti che a quelle di Luigi Tenco. Il Gavazzeni, poi, ci mette la sua firma. Crea una tavolozza di colori unica, fatta di colori molto profondi, freddi, ma al contempo molto vividi con i quali esprime la sua schiettezza un po’ burbera, ma al contempo emotiva.

La sua storia d’amore si svolge nell’Ottocento. Anche in Valtellina si respirava quel clima di pizzi, merletti e salotti. Ricordiamoci che il Gavazzeni frequentava un noto caffè letterario di Morbegno, il Folcher. Tuttavia, l’atmosfera alla Bridgerton qui era smorzata da un carattere più ruspante. Si pensi che, per far bella figura con i suoceri, il dono migliore da portare quando si chiedeva la mano di una fanciulla fosse un pollo.

Giovanni chiede la mano a una ragazza di Masino, Rosa Lucia Pirola. Lui aveva 34 anni e lei 23. Il papà è contento di queste nozze perché il genero ha una famiglia borghese rispettabile, è un pittore ma guadagna bene ed è anche generoso, perché qualche volta dipinge per beneficenza. Eppure, il matrimonio viene macchiato da un’onta: la coppia non riesce ad avere figli. Solo vent’anni dopo adotteranno i nipoti di Rosa rimasti orfani. Li accudiranno nell’amore e nell’agio, ma uno morirà ragazzo per un male improvviso e gli altri due nella Prima Guerra Mondiale. Erano tempi crudeli per le mancate maternità. Il collega e amico pittore Segantini, altro narratore delle Alpi, sebbene fosse libero dagli schemi della società, descrivendo il suo dipinto “Le Cattive Madri”, disse che amava tutte le donne purché avessero nelle viscere l’attitudine di madre.

Eppure, questo non divise Rosa e Giovanni. Ho sempre pensato che, per questo, il “problema” fosse originato da Giovanni… Sappiamo per certo che Rosa diventò la musa del pittore. I visi aristocratici delle Madonne sono smpre i suoi, che invecchiano insieme a lei, sempre amabile agli occhi di suo marito. Giovanni, se la composizione lo permette, si dipinge come un premuroso e protettivo San Giuseppe.

Nel nostro timpano, l’atmosfera è tinta di colori che virano verso l’oro e il rosa-aranciato. Questo colori ci danno l’idea di un clima dolce e sussurrato, quello del tramonto. Il tramonto qui è anche simbolo di una Madonna che sa che suo figlio morirà per colpa dei nostri peccati, ma ci ama ugualmente. Intrinsecamente, Giovanni, dopo due anni di tentativi, sta dicendo che la sua Rosa non è una cattiva donna anche se non è mamma. Magari era un orso quest’uomo, ma era più libero di mente di tanti uomini contemporanei!

Vorrei dire che questo dipinto parla di Amore Universale. Per il Gavazzeni, a differenza dell’iconografia codificata, l’amore non è rosso ma blu. Il blu è il più prezioso dei colori ed è il colore dell’intimità. Il manto blu di Maria, protegge la sua grazia interiore. Il Gavazzeni ci sta dicendo che il rosso, ciò che viene dal cuore, va dosato e centellinato e, soprattutto, sempre vissuto in silenzio per evitare i giudizi altrui. Oscar Wilde diede questa definizione al blu “la breve tenda che i prigionieri chiamano cielo”.

❤ Miss Raincoat