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Michelangelo

Nome Michelangelo Buonarroti per gli amici (quali amici???)sui socials @mik.lagnulus
Nato a Caprese, in provincia di Arezzo (Toscana)
Data nascita/morte 6 marzo 1475 – morto a 89 anni a Roma, non in condizioni abbastanza consone al prestigio artistico che aveva. Dopo i funerali solenni, fu sepolto in Santa Croce.
Segno Zodiacale Pesci
Classe Sociale la sua famiglia faceva parte del patriziato fiorentino, anche se suo padre era caduto un po’ in malora (era il podestà di un Comune piccolo, Caprese). Lui fu il primo a diventare artista in una famiglia di nobili che non si erano mai sporcati le mani. Seguì le orme degli scalpellini famigliari della sua balia. Nonostante tutto, i primi guadagni di Michelangelo servirono a riportare ricchezza in famiglia. Fu per questo, per non dirsi un ricco che lavorava, che per tutta la vita Michelangelo disse che “non ci potevo fare niente se avevo il genio e dovevo farlo sfogare!”. Inoltre ciò gli fece avere anche un rapporto difficile con i soldi.
Stato civile non si sposò mai e non è documentata nessuna delle sue relazioni (esiste una teoria sulla sua presunta omosessualità anche dovuta alla prevalente mascolinità da vero macho delle sue figure). In tarda età si vota a una religiosità piuttosto austera.

Periodo Artistico Rinascimento Italiano. I nudi pongono la naturalità del corpo umano, l’essere umano nella sua purezza essenziale, al centro del Mondo. Fu un periodo di gioia di vivere. Tipo noi dopo il lockdown.
Tecnica e Stile Riflette la sua personalità irascibile, permalosa e sempre insoddisfatta. I suoi colleghi, specie Bramante, temevano la concorrenza e gli tramavano spesso alle spalle. Il suo ambito era la scultura; la pittura, praticamente, fu una sfida. Si può dire che il suo non-finito, cioè il lasciare che le figure rimangano non del tutto emerse dalla pietra appena sbozzata, sia un modo per rendere tridimensionalmente la prospettiva aerea, il particolare sfumato del maestro Da Vinci – e che si contrapponga al super-finito delle sue opere giovanili, marmo modellato come se fosse cera. Il suo preferito era il marmo bianco di Carrara, che andava a scegliere personalmente (A parte per il David, che gli rifilano una sòla che si rompe solo a guardarla).
Temi Spaziano dalla religione cattolica, al neoplatonismo fino al mito classico (ma quasi mai in chiave profana). Tendenzialmente, si rifà al gradimento della committenza (i più importanti i Medici di Firenze e Papa Giulio II – con i quali litiga puntualmente). Fu anche uno dei primi artisti a diventare imprenditore, cioè realizzava le opere e i committenti le compravano. Riprende il pathos, i movimenti drammatici in moviola, dell’arte ellenistica. Il suo pezzo preferito era il Laocoonte, appena riscoperto. Era un anticonformista che se ne fregava, perciò diventa una rockstar.

*Canzone Assegnata : “Me ne Frego” – Achille Lauro (2020)

Elenco delle Opere nel Video

(*in ordine cronologico e non di comparsa nel video)

Bacco

1497 – 203 cm – Bargello di Firenze
Quest’opera vale a Michelangelo la committenza di Jacopo Galli, agente dei Cardinali di Roma. Erano stati vittima della truffa del Cupido Dormiente, realizzato da Michelangelo e spacciato per un reperto archeologico. Volevano questo autore così abile per loro. La statua viene rifiutata. La sensualità del Dio dell’Ebbrezza era un po’ too much. Ma il realismo e la grande conoscenza dei classici è antesignana della carriera che avrebbe fatto questo giovane artista fiorentino…

Tondo Doni

1507 – tempera grassa su tavola – Ø 120 cm – Uffizi di Firenze
Fu eseguito su committenza per le nozze di Angelo Doni e Maddalena Strozzi (lui era un ricco mercante di Firenze). Per aver contestato la fattura, il committente si ritrovò a pagarla il doppio. Viene rappresentato il Cattolicesimo in chiave neoplatonica, come una forza che governa il Mondo che l’Uomo riscopre ma l’ha sempre inconsciamente conosciuta, anche quando era pagano. Maria e Giuseppe, tenerissimi e umani, portano in alto la figura di Gesù, torti in una spirale. La linea curva, derivata dall’amore di Michelangelo per la scultura ellenistica, crea un equilibrio mosso e serpentino – archetipo dell’Arte Tardorinascimentale.

Pietà Vaticana

1499 – 174×195×69 cm – Basilica di San Pietro in Vaticano
Considerata uno dei capolavori di Michelangelo all’unanimità in tutto il Mondo. Michelangelo aveva poco più di vent’anni e gli fu commissionata quest’opera con una dead line di un anno per Santa Petronilla dai Cardinali, grazie al committente Jacopo Galli (che presto disconosce, per fare il figo). Il gruppo piramidale è molto innovativo. Cristo viene privato della sua iconografica rigidità nella morte, è molto umano, e le due figure si fondono insieme in un momento intimo. Questo è un lutto di una Madonna raffigurata giovane poiché,essendo piena di grazia, il suo corpo non viene intaccato nemmeno dalla vecchiaia o dall’estremo dolore (è come se fosse lei la protagonista). Nel 1972 il geologo Laszlo Toth in pochi secondi la colpisce per quindici volte con un martello gridando “I Am Jesus Christ, risen from the death!”.

(*)David

1501 – 520 cm – Galleria dell’Accademia di Firenze
Questa statua è l’ emblema del Rinascimento ed è anche uno dei simboli dell’italianità nel Mondo. Fu concepito per essere collocato in piazza della signoria come simbolo della Repubblica. Il tema del David era radicato nella cultura fiorentina. L’innovazione di Michelangelo sta nel fatto che Golia e la sua testa a mo’ di trofeo non vengono mostrati. Vediamo un David concentrato e che usa l’intelletto per comandare i gesti di forza fisica (e che fisico! / per quanto riguarda il pisellino, nell’Arte Classica solo gli schiavi – cioè solo chi non ha la mentalità formata per manovrarlo – ce l’ha grosso!). Non mostra violenza. Solo schifo verso chi è violento, verso la forza bruta. Un David pronto, con i nervi tesi, giovane e atletico, ossia la sua forza è allenata, veicolata, non come quella di Golia che è distruttiva. Nel 1991 Pietro Cannata, un folle, lo danneggiò con un martello.

Creazione di Adamo

1511 – affresco – 280 x 570 cm – Cappella Sistina in Vaticano
Commissionata da papa Giulio II, è solo una porzione della volta che narra l’Antico Testamento in maniera esaustivissima – forse, la più conosciuta. Michelangelo si inventa la soluzione degli indici alzati prima di entrare in contatto, per dare l’idea della scintilla vitale che passa da Dio alla sua Creatura.Questo riflette la perfezione, la potenza e l’eternità del gesto divino che diventa infinito in quanto non ancora compiuto, congelato nel tempo un attimo prima che avvenga.

Schiavo Morente

1513 – 229 cm – Louvre di Parigi
Appartiene al secondo progetto per la tomba di Giulio II (quando muore gli eredi lo vogliono meno dispendioso) e non viene usato; più precisamente appartiene al gruppo dei Prigioni, che dovevano solo incorniciare il monumento. Doveva dare l’idea di scivolare da un pilastro, languido, mentre sta ritornando alla coscienza dopo il sonno. Riprende il concetto latino: captivus = schiavo = cattivo = schiavo del male. Le figure di Prigioni sono figure tormentate, figli della superbia, uccisi dagli Dei, poiché si sono creduti di più di un Dio. Michelangelo mette a nudo anche il suo tormento interiore.

Mosé

1515 – 235 cm – San Pietro in Vincoli a Roma
Faceva parte del primo progetto per la tomba di Giulio II (siccome era ancora vivo e arzillo, per un po’ si dimentica della commissione). Nel 1542, Michelangelo gli gira la testa (cosa che avrebbe potuto saper fare solo lui! E lui disse “eh, gli stavo parlando e si è girato!”) per veicolare meglio lo sguardo dello spettatore nella chiesa. Il personaggio solenne e biblico, ha uno sguardo “terribile” e pare che Michelangelo gli avesse regalato il suo carattere, severo e irascibile. Le corna sono un’ erronea interpretazione dell’ebraico biblico – le corna sarebbero, invece, dei raggi. La leggenda vuole che Michelangelo, stupito da sé stesso e di quello che riusciva a fare con il marmo, gli chiese “Perché non parli?”.

Leda e il Cigno

1530 – tempera su tavola – 105 x 141 cm – perduta
Alfonso d’Este va a trovare Giulio II per la revoca della scomunica e incontra Michelangelo nella Cappella Sistina. Però ci pensa su una quindicina di anni prima di commissionargli la tela. E poi non la vuole poiché la considera “poca cosa”. Allora, Michelangelo non gliela consegna. L’opera finisce in Francia e viene forse bruciata perché era contraria alla morale. L’opera, del resto, narra l’amplesso tra Zeus trasfigurato in un cigno e Leda. Un classicone del pop-porno rinascimentale.

Aurora

1527 – 155 x 180 cm Sagrestia Nuova di Firenze
Fa parte del gruppo della Tomba di Lorenzo de Medici, tra le Allegorie della Giornata. Aurora si sveglia dal sonno e cerca appoggio con la gamba. Rappresenta un dolore misto alla tristezza. Come se stesse frugando tra le tenebre della Notte.

Notte

1531 – 155 x 150 cm – Sagrestia Nuova di Firenze
Fa parte del gruppo della Tomba di Lorenzo de Medici, tra le Allegorie della Giornata. Ricorda un po’ la tela perduta della Leda. Si torce per osservare lo spettatore. Rappresenta la malinconia. In quanto Notte, rappresenta anche la fertilità, l’oblio e il sonno – gli elementi oscuri del sogno o anche della morte. Il poeta dei Fiori del Male, Baudelaire, la considerava iconica.

Venere e Amore

Realizzato da Pontormo su un disegno di Michelangelo
1533 – olio su tavola – 128 x 194 cm – Galleria dell’Accademia di Firenze

Viene rifiutata dai Medici perché davvero molto molto porno (il pube non è coperto del tutto). Il tema sono gli inganni dell’Amore, che si mostra mascherato di mille volti. Venere è madre e amante di Cupido. I due ripresi nella torsione di un atto sessuale, in pose innaturali e complicate. L’Amore è sporco.

Giudizio Universale

1541 – affresco – 1370 x 1200 cm – Cappella Sistina in Vaticano
Papa Clemente VII commissiona a Michelangelo l’affresco della parete dell’altare della Cappella Sistina. Ne deriva la più grandiosa rappresentazione della Fine dei Tempi. L’opera segna anche la fine dell’epoca Rinascimentale e del pensiero umano forte della sua centralità nel Mondo (ideale espresso nella volta della Cappella Sistina). Subentra l’angoscia che prende i dannati quanto i beati per l’incertezza della nuova fase storica.

Miss Raincoat

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Jan Vermeer

Nome Johannes Vermeer per gli amici Jan sui socials @ivermer
Nato a Delft, Olanda meridionale
Data nascita/morte 31 ottobre 1632 – morto a 43 anni nella sua città natale, abbastanza povero da lasciare la famiglia con molti debiti. è la crisi per le guerre a farlo indebitare. La vedova vende i dipinti più grandi per pagare il fornaio.
Segno Zodiacale Scorpione
Classe Sociale Media Borghesia (suo padre era un tessitore di seta e possedeva una locanda)
Stato civile nonostante fosse cattolico, sposò una ricca donna protestante, Catharina, con la quale mise al mondo 14 figli. Vivevano dalla suocera benestante.


Periodo Artistico Secolo D’Oro Olandese (il commercio marittimo olandese estende a molti la possibilità di essere ricchi: è l’Arte della Borghesia) – molto apprezzati: cartografia, vedute e pittura di genere (ossia scene di vita, come le Storie di Instagram) specie in cucina, ritratti esoticheggianti e temi fintamente moraleggianti.
Tecnica e Stile I suoi colori sono molto vividi (sempre di più in fase matura), grazie alla tecnica di sovrapposizione di colori (velatura) stesi a piccole macchie, quasi punti. Nonostante costasse moltissimo, utilizzava larghe dosi di lapislazzuli per ottenere il blu oltremare. In generale, era molto meticoloso nella preparazione e nella ricerca dei pigmenti – prevalentemente oli stesi su tela di lino. Le sue cromie rendono bene l’idea dell’umidità dell’aria; è celebre per la sua minuzia nei particolari e dei material, ripresa dai pittori fiamminghi delle origini; dipinge le stanze lussuose dei ricchi; in ogni sua composizione la luce proviene da sinistra, siccome il suo studio era così disposto. La luce illumina i protagonisti e poi ci invita a frugare tra i particolari, tra le cose degli altri. Vermeer è bravo a rendere le cose come sono, palpabili e vere perché imperfette, con una loro porosità; i suoi modelli sono sconosciuti, benché si pensi siano tutti parenti o amici.
Temi Donne nella loro intimità domestica borghese. I loro gesti sono semplici, ma sono circondate da molteplici oggetti costosi.Donne intente a fare qualcosa, mai nulla di importante o concreto, ma sempre sicure dei loro gesti. E, in effetti, lui nella sua vita ha dipinto solo le cose belle della vita – come se non esistesse altro. L’atmosfera è rassicurante e domestica, resa con finestre socchiuse, giochi di riflessi, controluce. L’estrema minuzia riprende il tema delle nature morte, ma invece della frutta c’è la gente, la vita silenziosa delle cose. Che cosa fai quando nessuno ti vede? In qualche modo, invece di dipingere le conseguenze di un peccato, lui dipinge ciò che è peccaminoso.

*Canzone Assegnata Una vita in Vacanza – Lo Stato Sociale (2018)

Elenco delle Opere nel Video

(*in ordine cronologico e non di comparsa nel video)

La Mezzana

1656 – 143 x 130 cm – Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda
Attribuito, potrebbe anche essere un abile falso d’autore. Praticamente, la scena della mezzana era un porno per la borghesia olandese, sotto l’escamotage dell’allegoria del Figliol Prodigo. La ragazza in giallo è una prostituta d’osteria. La mezzana è la donna anziana in nero, la procuratrice dell’incontro. Il musicista che beve vino potrebbe essere l’autoritratto di Vermeer. Se è di Vermeer è un quadro insolito sia per stile sia per narrazione, ma potrebbe essere un’opera giovanile.

Donna che legge una lettera davanti alla finestra

1657 – 83 x 64,5 cm – Gemäldegalerie di Dresda
Durante il restauro del 2018 è riemerso il cupido sulla parete, non tolto da Vermeer. Viene considerato il primo lavoro artistico di Vermeer. C’è una donna che è concentratissima a leggere una lettera. Una tenda la separa dal resto, come in un teatro. Probabilmente, dati i dettagli speculari, la narrazione continua con La Giovane Donna Assopita (vedi sotto). Probabilmente, è sua moglie che con un sorriso vago legge una sua lettera appassionata.

Giovane donna assopita

1657 – 88 x 77 cm – MOMA di New York
Una giovane domestica si è addormentata sul tavolo perché ubriaca. Per terra c’è una maschera che richiama le storielle della Commedia Italiana: può essere una Colombina delusa da Arlecchino. Per evitare che ci succeda come alla servetta, bisogna non esagerare. L’Amore può ubriacare!

La lattaia

1658 – 45,4 x 40,6 cm – Rijksmuseum di Amsterdam
A Vermeer non interessavano la retorica delle nature morte, l’iconografia o i messaggi nascosti. La sua composizione è essenziale: ci mostra una cuoca robusta in una stanza spoglia, modesta (vedi il vetro rotto della finestra) e silenziosa, intenta a versare il latte. Potrebbe essere un’allegoria dell’Amore: forte, bilanciato e concentrato. L’essenziale, come per Marco Mengoni.

Una fanciulla e tre gentiluomini

1660 – 77,5 x 67 cm – Herzog Anton Ulrich Museum di Braunschweig
La tela rappresenta un momento di seduzione. Una donna, ben vestita in un acceso abito di seta rossa, guarda lo spettatore sorridente, come per compiacersi dell’atteggiamento dell’uomo curvo su di lei. Il messaggio è quello di essere moderate e di non essere civettuole (vedi la Temperanza rappresentata sulla vetrata).

Veduta di Delft

1661 – 96,5 x 116 cm – Mauritshuis di L’Aia
Vermeer non è oggettivo fino in fondo nell’approccio al paesaggismo. Si avvale della tecnica della camera oscura per i dettagli, ma dipinge qualcosa di più vivo di un paesaggio. Non vuole rappresentare uno scorcio ma un luogo dove vive la gente, vibrante e la magia del sole dopo il temporale. Era il dipinto preferito di Marcel Proust e, di solito, piace anche a chi Vermeer non garba assai.

La pesatrice di perle

1664 – 40 x 36 cm – National Gallery di Washington
La modella è probabilmente la moglie Catharina incinta, infatti la giacca che porta è sua. Sulla parete di fondo si vede un dipinto con il Giudizio Universale: forse un’allusione moraleggiante a non occuparsi troppo dei beni terreni e a conservarsi candida, perché l’anima ha un peso.

Donna con brocca d’acqua

1665 – 46 x 41 cm – MOMA di New York
Una serva sta preparando il bagno alla sua signora. Il suo sguardo è umile e meditativo. I colori predominanti sono il giallo e il blu anche se spicca il rosso nell’angolo sinistro. La resa luministica dei particolari è eccelsa, da arrivare fino ai ricami della tovaglia. Solo l’umiltà può lavare via i peccati sporchi dei ricchi.

(*) Ragazza col turbante

1665 – 44.5 x 39 cm – Mauritshuis di L’Aia
Questa è la sua opera più famosa ed è definita la Monna Lisa olandese. Essendo molto controversa nella lettura, ha avuto molto successo editoriale e filmografico. I tronien come questo erano dei ritratti con particolari esotici, molto di moda al periodo. Potrebbe essere una musa o una sibilla, ma mancando di iconografia tipica non si può sapere. Vediamo una ragazza di una bellezza rara, con le labbra carnose, il sorriso abbozzato, lo sguardo lucente e l’incarnato delicato. La sua espressione è sia languida sia innocente. La perla, invece, è un’illusione ottica, poichè composta da delle macchie di colore che noi percepiamo intere. L’enigma sta nel fatto che la ragazza è di status sociale basso, mentre le perle le indossavano solo le ricche borghesi. Forse, non è che un’imitazione in vetro di Murano, ma questo farebbe svanire la magia…

L’allegoria della pittura

1666 – 120 x 100 cm – Kunsthistorische di Vienna
Dal punto di fuga, si capisce che Veermer sta spiando un pittore, vestito come i pittori bravi dell’epoca, tipo Rubens, mentre dipinge la musa dell’epica (delle gesta eroiche), Clio, con in mano il libro della Storia e la tromba della Gloria. Uno dei possessori di quest’opera fu Adolf Hitler.

Concerto a Tre

1667 – 72.5 x 65 cm – rubato nel 1990 dall’Isabella Stewart Gardner di Boston
Tre borghesi suonano. Una donna canta, un’altra suona il clavicembalo e l’uomo la viola d’amore. Alla parete ci sono un paesaggio e una scena erotica. Forse una spiegazione plausibile è quella che legge l’armonia musicale dei tre come una via intermedia tra l’atmosfera pura e naturale del paesaggio naturale e la lascivia del dipinto erotico. I tre modelli sono tutti la moglie, comunque. Alcuni ci vedono l’idea che per essere perfetto, un matrimonio deve avere un terzo incomodo.

Il Geografo

1668 – 52 x 45,5 cm – Staedel di Francoforte
Un uomo (insolito per Vermeer, che di solito predilige soggetti femminili) borghese in abiti da studioso, realizzati con stoffe preziose dal Giappone, viene distratto dallo studio da qualcosa fuori dalla finestra.La composizione riprende un’incisione di Rembrandt del Faust. Ogni particolare ricorda l’unione tra Oriente e Occidente resa possibile dalla Compagnia delle Indie, vanto olandese. Parimenti, è un’allegoria della contrapposizione tra Fede e Ragione, il cruccio dell’uomo moderno.

Suonatrice di chitarra

1672 – 53 x 46 cm – Kenwood House di Londra
Vermeer era sul lastrico, ma riusciva a dipingere la gioia. Una donna vestita con la giacca della moglie suona una chitarra barocca e guarda con allegria qualcunoi che la sta ascoltando. Sta suonando uno spezzato, ossia delle note una lontana dall’altra. Con lo sfocato viene resa anche la vibrazione delle corde. Probabilmente, è sua figlia Maria, alla quale augura solo ed esclusivamente felicità.

Miss Raincoat

Il Santuario del Divin Prigioniero

Sostituisce la chiesa di San Simone e Giuda ed è voluto da Don Giovanni Folci, come ex voto della Prima Guerra Mondiale. Fu costruito in cinque anni e finito nel 1925. Un anno dopo fu affiancato dall’Opera Don Folci. I lavori furono finanziati dall’amministrazione, dalla popolazione locale e da un Comitato. L’Opera nasce come asilo e scuola serale, poi Pre-Seminario e Convento delle Ancelle dal 1930 . Sempre nel 1930 alla chiesa vennero aggiunte la cupola e le navate laterali. Abbiamo parlato del San Simone e Giuda qui.

Don Giovanni Folci, nato esattamente un secolo prima di me, il 26 febbraio 1890, veniva da Cagno, un piccolo paesiono comasco. Approda come parroco a Colorina nel 1913. Era una nuova parrocchia, tra le più povere d’Italia, ma lui si impegna per celebrare quante più messe possibile e rendere attivo il catechismo. Durante la Guerra, verrà arruolato come cappellano e vivrà la prigionia austriaca come “la più umiliante delle vicende”. Fu questa terribile esperienza che gli fece maturare l’idea di un Santuario per ricordare i morti in prigionia. Morì nel 1963 ma la sua figura vive ancora nitida nelle nostre memorie, anche per quelli più agnostici.

Mi ha sempre affascinato lo stile eclettico di questa chiesa così grande e magniloquente in un piccolo paese di stampo rurale.

L’esterno, un’alta facciata a vento, si raggiunge tramite una scalinata monumentale con alla base la Grotta di Lourdes del 1911. Don Folci era molto affezionato a questo miracolo, per lui riportava gli affari della Chiesa lontano dalla Politica. Il portale è stato coperto da un altrettanto arioso protiro. Le colonne ci riportano al Medioevo con le figure dei draghi. Ai lati della facciata, troviamo due figure femminili che potrebbero essere delle impersonificazioni femminili della Giustizia. Sia l’esterno sia l’esterno riprendono la bicromia tipica del Romanico toscano.Perciò, lo stile è quello eclettico tipico di quegli anni.

Ancora più sorprendente è l’interno. Un ambiente simmetrico e maestoso suddiviso in tre navate e un cicol di affreschi realizzati tra il 1927 e il 1936 da Nicola Arduino, un pittore torinese che Don Folci aveva conosciuto in trincea. Nicola, uomo molto colto, in guerra disegnava le postazioni nemiche. Le sculture dei reliquiari, l’ostensorio e la via crucis portano la firma di Pietro Tavani, di Piacenza – talmente geloso che ne distrusse i calchi. Averlo qui a Valle fu un vanto.

Il reliquiario nella cappella sinistra è dedicato a Don Folci. Realizzato il argento e bronzo, in sette formelle racconta la vita del prete e raffigura Cristo Re e un soldato morente confessato da un cappellano; il reliquiario della cappella destra, con rappresentato il Duca Amedeo d’Aosta, viceré d’Etiopia stimato da Papa Pio XII, è dedicato al beato Pier Fedele Pagano. Un tempo si credeva che questo inquisitore domenicano fosse stato ucciso alle Gaggine (Selvetta), in realtà è successo a Mazzo, vicino Tirano.

Gli affreschi hanno uno stile preciso, a tratti energico, ma cromaticamente sono delicati. Come dicevo prima, il fatto che l’Arduino fosse molto colto, rende la codifica iconografica non subito comprensibile per chi è a digiuno di avvenimenti biblici & co.

Cercherò di schematizzare la composita narrazione della Prigionia dei Cristiani.

Controfacciata: Cattività Babilonese
Porta d’ingresso: patroni dei cappellani delle carceri: S. Tarcisio e S. Giuseppe di Cafasso; S. Giovanna d’Arco e S. Caterina da Siena, entrambe politicamente impegnate in campo di Fede.

Sotto le finestre nella navata: Episodi della Passione: Bacio di Giuda, Cristo deriso, Flagellazione – Rinnegazione di Pietro, Cattura, Processo

Ingresso al presbiterio: S. Augusto, S. Eustachio (prima di essere martiri persecutori), S. Simone e Giuda (patroni di Valle), S. Sebastiano (militari), S. Agostino (suore dell’Opera Don Folci).
Sopra le finestre del presbiterio: Ezechiele e Daniele, profeti in Esilio in Babilonia.

Arco divisorio: Angeli che reggono il salmo 137, che narra la controfacciata “super flumina Babylonus illic sedimus et flevimus cum recordaremur Sion”.

Affreschi presbiterio: Angelo che salva S.Pietro liberandolo dalle catene + Atti 12,5 “oratio fiebat sine intermissione ab ecclesia ad deum pro eu” – Martirio di San Giovanni (riconoscibile dal bastone da profeta) con Erode e Salomé + Giovanni 3,30 “illum oportet crescere me autem minuit”.

Cupola : I Sette Doni dello Spirito Santo

Abside: Crocifissione di Gesù e dei due Ladroni con le Tre Marie e una folla (i volti sono i cittadini di Valle), sopra: Eucarestia per i Prigionieri (volti sempre cittadini di Valle) con Gesù e Angeli.

don G. Folci

Se manca il cuore, tutto il resto non vale niente davanti a Dio

❤ Miss Raincoat

About Growin’ Up

“Le Tre Età dell’Uomo” di Tiziano (ca. 1512 – National Gallery di Edimburgo)

Sono intollerante al cacao e a tutto ciò che contiene glutammina di sodio. Però c’è un’altra cosa che, alla pari, mi costringe a restare nella stanza meno nobile del mio appartamento: quelli che, alla mia età (parte in sottofondo la canzone di Tiziano Ferro con la sirena della Finanza d’accompagno), litigano ancora con i genitori come se fossero appena entrati nella pubertà. Quelli che imputano a mamma e papà le colpe dei loro problemi irrisolti o che non ammettono semplicemente che, anche solo per il divario generazionale, i punti di vista e i pareri possono non collimare – e si può non farne un dramma esistenziale. Sei grande, metti in spalla la tua bisacca e percorri la tua strada (tanto, poi, in carcere ci vai tu!).

A un certo punto della vita, in modo totalmente naturale ma non sempre indolore, ti accorgi che anche i genitori sono esseri umani e, in quanto tali, sono fallibili. Così, smetterai di fare pagare loro tutti gli errori con gli interessi. Ma non solo. Ti accorgi che quando si ammalano li devi curare tu, scacciando via il pensiero nero pece, quello di quel giorno in cui dovrai fare a meno della loro insostituibilità. Infondo, fare il genitore (soprattutto a figli irriducibili tipo me) è il mestiere più difficile del mondo, spesso scomodo e privo di istruzioni. Fare i genitori è guidare alla cieca. Certo, l’errore è sempre dietro l’angolo. Però, chi ti vuole bene più di loro? Chi si butterebbe da una finestra per te? Vabbé…

Io le armi le ho deposte attorno ai vent’anni. Ho cercato di portare avanti i loro insegnamenti, ad essere sempre gentile ed educata. Qualche volta l’ho pure presa in quel posto solo per essere stata una brava persona. Ma ho preso anche le mie scelte lavorative, amorose, sociali ed economiche con consapevolezza e responsabilità propria. E nonostante le mie follie loro hanno continuato a sperare soltanto che io fossi felice. Sanno che certe volte mi sono fatta molto male. Ma va così quando si incomincia a camminare da soli…

La mia famiglia è stata tendenzialmente segnata da tanti lutti precoci e questo è il motivo per il quale sembriamo tutti un po’ strappati. Sarebbe stato molto più semplice dire “non faccio questa tale cosa perché il lutto mi ha segnata”. Il nero è un colore che dona a tutti, concordo. Però so che ho fatto o iniziato a fare tante cose nei miei trentadue anni nell’idea di dover smuovere il destino, di far solletico alla vita così avrebbe iniziato a ridere. La morte degli altri non è mai stata per me una battuta d’arresto. Insomma, se non sappiamo nemmeno qual è la nostra data di scadenza, non ha senso marcire prima del tempo!

Il giorno dopo del funerale di Max avevo un esame importante, quello che alla fine ti fanno il quadretto da appiccicare in salotto. Avremmo dovuto sposarci a breve e mi aveva fatto un regalo per festeggiare il doppio colore di confetti. Lo trovai mentre toglievo di fretta i miei vestiti dal nostro armadio perché, essendo una sorpresa, l’aveva nascosto. Era un viaggio.

Era fine novembre e per l’Immacolata saremmo stati insieme per una crociera Bergen – Tromsø, in Norvegia. Decisi di partire lo stesso. Alessandro, il mio migliore amico, si propose di accompagnarmi e io – con la mia sedicente cafonaggine – gli feci notare che quello era un viaggio di coppia. Nessuno era d’accordo con la mia partenza. Mangiavo a forza, dormivo poco e avevo qualche problemino con i mostri sotto il letto, che mi accompagnavano anche durante la giornata.

Telefonai all’Agenzia per dire che il viaggio per due sarebbe diventato per uno. La voce femminile dall’altra parte della cornetta mi disse “A meno che il secondo viaggiatore non sia morto, non è previsto il rimborso” e rise. Non risposi e salutai cordialmente. Mi calmai, perché non era colpa degli altri se mi era successa una tragedia al limite dell’incredibile, e scrissi un’email nella quale spiegai la situazione. Concordai di tramutare la parte di rimborso in un’ escursione con le slitte con i cagnoloni durante la quale ho visto l’Aurora Boreale.

Penso sia stato il viaggio più bello della mia vita. Ho conosciuto tantissime persone ognuna con la sua storia, perché avevo bisogno anche io di parlare della mia storia con dei perfetti sconosciuti. Purtroppo, chi mi voleva bene era troppo coinvolto, al punto da sentire suo il mio dolore e questo mi faceva stare male il doppio. So che i miei amici e la mia famiglia sono stati a lungo preoccupati per me. Ma dovevo farlo ed è stato quello il momento il cui sono diventata grande e mamma e papà hanno capito che potevo badare al mio equilibrio da sola.

Evviva i funamboli! I clown mi hanno sempre terrorizzata!

Miss Raincoat

Elias Canetti “La Lingua Salvata”

Io cercai di oppormi con ogni mezzo al trasferimento, ma lei non volle sentir ragioni e mi portò via. Il paradiso zurighese era finito, finiti gli unici anni di perfetta felicità. Forse se lei non mi avesse strappato da lì avrei continuato ad essere felice. Ma è anche vero che venni a conoscenza di altre cose, diverse da quelle che sapevo in paradiso. E’ vero che io, come il primo uomo, nacqui veramente alla vita con la cacciata dal paradiso.

Il San Bernardo di Colorina

La chiesa parrocchiale di Colorina è dedicata a San Bernardo, un culto che si diffonde agli albori della nostra storia, quando Carlo Magno dona il territorio della Valtellina all’abbazia di St. Denis. La vetrata in abside del 2009 mostra il Santo che regge la chiesa nelle sue mani. A livello storico, la Parrocchia è vicecuria di Berbenno dal 1629, ma autonoma solo dal 1886.

Il nucleo dell’edificio (porzione del presbiterio) risale al Quattrocento. Le date sul portale e sull’altare fanno riferimento all’ampliamento tra il 1770 e il 1776 da parte di maestranze della Valmaggia, in Ticino (come ad uso in quel secolo).

L’esterno ricorda molto il San Lorenzo di Fusine. Ha un piccolo rosone trilobato e un’iscrizione con abbreviazioni ecclesiastiche che, tradotta, recita “A Dio, il più bello il più grande, votiamo questa chiesa a S. Bernardo nell’anno 1770”.

L’interno, a una sola navata, è reso simmetrico da due cappelle laterali. Altare e balaustre sono molto barocchi nell’uso dei marmi policromi. Il pulpito in legno è originario del Quattrocento.

Un pezzo molto pregiato è l’organo in controfacciata. Fu acquistato nel 1886, in occasione della nomina a parrocchia, dalla chiesa di San Martino a Castione. Fu realizzato nel 1696 da Giovanni Battista Rejna in stagno, piombo e abete. Ha un impianto di 392 canne, delle quali ne vediamo 25 in facciata posizionate a cuspide con schema 9-7-9.

L’arte del presbiterio è da attribuire ai culti della Confraternita del Santissimo Sacramento. La tela a sinistra raffigura Sant’Antonio da Padova e quella di destra la Madonna col Bambino e Santa Chiara. La tela dell’abside, invece, è stata patrocinata dalla Confraternita del Santissimo Rosario e presenta l‘Incoronazione di Maria tra San Pietro (Berbenno) e San Bernardo (Colorina); è una tela di IV secolo. Le nicchie ospitano le statue ex voto di San Bernardo e di San Giuseppe.

Nelle cappelle troviamo: a sinistra la statua di una Madonna gemella a quella di Fusine + la tela dello Sposalizio della Vergine; a destra la statua di Sant’Antonio Abate (questa cappella, anticamente, aveva l’altare dove ogni 2 novembre si lasciava il grano per il Parroco).

Una sorta di mistero legato a questa chiesa sono le due tele ovali poste al lato dell’Incoronazione. Sono due ritratti femminili senza aureola, una con un giglio e una con un libro. Potrebbero appartenere a un gruppo sulle Virtù Cardinali. Probabilmente appartenevano a don Andrea Ligari, zio del pittore Pietro, parroco di Colorina nel 1719. Questa considerazione non escluderebbe, quindi, che le due donne siano due Sibille, in quanto presenziano le Storie della Vergine.

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(Eraclito, Frammento n. 119)

«La Sibilla con la bocca della follia dà suono a parole che non hanno sorriso né abbellimento né profumo, e giunge con la sua voce al di là di mille anni, per il nume che è in lei».
 

Santa Maria Ausiliatrice ai Piani di Selvetta

La chiesa dove ho celebrato la mia Prima Comunione e la mia Cresima è un ex voto per la Seconda Guerra Mondiale. Iniziarono a costruirla il 29 giugno 1952, per volere dell’allora parroco don Giovanni Da Prada; fu ultimata nel 1954. Alla posa della prima pietra era presente anche il ministro Ezio Vanoni.

Con la chiesa di Rodolo, è la chiesa parrocchiale della parrocchia della Beata Vergine Immacolata (in pratica, il Comune di Colorina è religiosamente diviso in due). I Piani di Selvetta, fino alla bonifica dell’Ottocento, erano una palude. Fino agli Anni Cinquanta, era un posto dove gli abitanti di Rodolo facevano fieno e avevano una seconda casa. Tra cui i miei nonni…

Lo stile della chiesa è molto semplice e razionale. La facciata ospita la statua del co-dedicatario San Giovanni Bosco, patrono sostanzialmente dei giovani e degli educatori. I dedicatari hanno due nicchie con statue ai lati dell’altare.

Dal punto di vista artistico, ciò che possiede di più prezioso è il trittico in presbiterio. La “Crocifissione” con le Tre Marie è del professor Renzo Sala (1930 -1973). Lo stile è molto cupo.

Anche da piccola, ho sempre trovato strano trovare i simboli dello zodiaco sulle vetrate colorate. Oggi so che i dodici simboli astrologici sono gli Apostoli (come nel Cenacolo di Leonardo e come le chiese antiche della pieve di Berbenno). Quindi, il messaggio ultimo di questa chiesa è l’Eucaristia, intesa come “rendere grazie”. In Valle la Resistenza fu davvero uno dei periodi più atroci dopo il Sacro Macello e questa chiesa voleva guardare al futuro, alla ricostruzione…

ARIETE – SIMONE
TORO – TADDEO
GEMELLI – MATTEO
CANCRO -FILIPPO
LEONE -GIACOMO MAGGIORE
VERGINE- TOMMASO
BILANCIA -GIOVANNI
SCORPIONE -GIUDA
SAGITTARIO -PIETRO
CAPRICORNO -ANDREA
ACQUARI -GIACOMO MINORE
PESCI – BARTOLOMEO

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Chiesa di San Carlo a Selvetta

Ho letto – ma non ho prove certe – che nel 1650 ca. esisteva un oratorio privato ai piedi di Rodolo dedicato a San Paolo e appartenente alla famiglia Bertolini e ho pensato potesse essere il nucleo primitivo di questa chiesa. La chiesa che possiamo vedere oggi è del 1910. Il culto di San Carlo (protettore degli appestati, tra le cose) è diffuso sin dalla fine delle Guerre di Valtellina – San Carlo Borromeo fu l’unico a interessarsi veramente dell’aspra situazione della religione in Valle in epoca post-tridentina , sfociata in Sacro Macello. Sappiamo dalla storia di Colorina che, data la collocazione della matrice a Berbenno, i preti non spesso si scomodavano…

Non tutti lo sanno, ma l’interno di questa chiesa fin troppo eclettica da risultare anonima, è stato affrescato da Geremia Fumagalli (1923-1986), un pittore intellettuale e l’unico esponente valtellinese dell’Espressionismo. Era figlio del famoso Eliseo Fumagalli di Delebio e insegnò Storia dell’Arte al “Nervi” di Morbegno, il liceo che pure io ho frequentato 🙂

Il ciclo gli fu commissionato nel’ottobre 1961 da don Giovanni da Prada, parroco di Rodolo dal 1947 al 1964. Viene intitolato “San Carlo tra gli Appestati”.

La trovo un’opera di grande impatto visivo (colori accesi, figure di grandi dimensioni), drammatica, la quale vuole rappresentare il dolore in maniera corale e universale. Molto al passo con i tempi, il Fumagalli ci ridà un’interpretazione dell’Apocalisse in chiave della Guerra Nucleare.

Sulle pareti rappresenta gli operai e la forza pubblica, poiché la domus dei diventa la “chiesa del lavoro”. Sull’arco troviamo don Da Prada e Papa Giovanni XXIII (il quale nel Concilio Vaticano II aveva definito la scienza gaudium et spes della religione). L’abside ha sullo sfondo una valle arida e desolata. Il Fumagalli si ispira alla peste narrata da Manzoni e all’Inferno di Dante. Vediamo dei corpi scheletriti, ammassati, seduti o sdraiati. Due redivivi tendono le mani verso San Carlo in un gesto di fede disperata. San Carlo è un padre sofferente.

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Birra Flea – Adelaide

Praticamente, ho passato l’estate da astemia. La mia pressione ha toccato il fondo e mi sono dovuta arrendere al fatto che un (solo) aperitivo is megl che stramazzare a terra.

Una birra che mi è piaciuta per molti motivi è questa: l’Adelaide della Birra Flea.

1 Il Birrificio Flea è un’azienda giovane e attenta all’ecosostenibilità. Si trova a Gualdo Tadino, in Umbria, dove si erge la Rocca Flea (non c’entra nulla con il bassista dei RHCP).

Homepage – Birra Flea® – Official Website & Shop

2 Guado Tadino fu una fedele città ghibellina e Federico II la dotò di acqua e di frumento. La passione per la storia e per le leggende di questi ragazzi amanti della birra e delle tradizione, si traducono in Anais, Adelaide, Bastola, Bianca Lancia, Costanza, Federico II, Federico II EXTRA, Margherita e Violante.

3 Adelaide è un’APA. Birra dal colore giallo chiaro puro malto, dal gusto fresco, marcatamente amara, caratterizzata da ottima bevibilità, molto profumata e con sentori di agrumi e fieno fresco dati da luppoli americani, schiuma compatta, cremosa e aderente. Non filtrata, non pastorizzata, ad alta fermentazione e rifermentata in bottiglia. Grado alcolico 4,9% vol.

4 Adelaide era una donna tedesca cresciuta tra Assisi e Spoleto, dove governava suo padre Corrado. Fu la prima amante di Federico II, durante il matrimonio con Costanza d’Aragona. Non furono in contrasto: la moglie, più grande, era la compagna colta e raffinata; Adelaide, più giovane, era la distrazione, l’amore passionale. La sua storia è avvolta nel mistero. Trovo sia una storia perfetta per il nome di un’APA.

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Santa Margherita a Corna in Monte

Corna in Monte è una località a 840 metri circa, sopra la frazione Valle di Colorina, ma che si raggiunge più comodamente dalla frazione di Rodolo. Si può dire che gli abitanti antichi di Valle provengano tutti da questo piccolissimo borgo (cfr. toponomastica: via Corna in Piano). Pensate che dal 1624 al 1651, Corna fu una parrocchia autonoma, la quale contava un centinaio di persone. Purtroppo, la terribile ondata di peste non risparmiò nemmeno la mezza costa…

Questa chiesetta è molto particolare. Inoltre, mio nonno aveva una casetta rustica (nel senso che non c’era nemmeno la luce) proprio dietro. Mi piace molto perché è inserita in un giardinetto-poggio che fa ammirare tutto il panorama sottostante.

Per quanto sia una chiesetta piccola, tipicamente con il campanile a vela, la decorazione della sua facciata è piuttosto composita. Nella nicchia troviamo una Deposizione del XVI secolo. Lo stile è molto medievale e arcaico: ce lo fanno pensare le mani incrociate e la testa leggermente reclinata. La figura sopra il portale, per via della cintura con i serpenti, non può essere che la dedicataria Santa Margherita. Lo stile di quest’ultima presenta una grazia un po’ più rinascimentale. La scelta di Santa Margherita può farci pensare a un certo legame con il grande influsso degli inquisitori domenicani di Morbegno (per quanto la santa sia legata alle partorienti e all’agricoltura). La scuola artistica, per gli ocra, le linee mosse dal vento e per la fattura degli angeli, mi ricorda molto quella di Vincenzo De Barberis, come molte altre opere di questo periodo (anche lui presente nel cantiere del Sant’Antonio, del resto). Sicuramente, questi due affreschi, nelle cromie vivacizzate e nella decorazione, sono stati ritoccati nel Seicento (in luce all’autonomia).

All’interno, la chiesa venne fatta affrescare nel 1932 da Don Folci, durante la realizzazione del Santuario a Valle, dallo stesso pittore, Nicola Arduino. Il pittore ci lascia un’Immacolata (ricordando la vicina Rodolo), la Santa Margherita dedicataria, il Battesimo di Cristo e un simpatico prete che esce dalla porta (a me ricorda molto il chierichetto del Gianolo presso il San Giovanni di Morbegno, nella cappella di San Giuseppe). Molti paesani, invece, lo identificano come un prete “monello” che si aggirava tra Corna e Rodolo negli Anni Sessanta… 🙂

Miss Raincoat

La Madonnina di Colorina

Da località Bocchetti, dove sono site le Scuole Elementari di Colorina, si diparte un percorso in salita (ma non troppo) ricco di dipinti votivi del XV secolo, tutti abbastanza analoghi: sono delle Madonne in Trono con la foggia arcaica del manto rosso e del Bambino ritto e benedicente. All’apice della strada troviamo una piccola chiesetta. Un po’ tutti i nostri paesini, infatti, hanno in dotazione delle piccole chiesette di montagna che si chiamano “madonnine”

Questa madonnina è dedicata alla Madonna di Caravaggio (apparsa in questo luogo nel 1432) e sorge su una chiesa preesistente più piccola del Quattrocento, già dedicata alla Madonna del Carmine. La sua forma attuale, compresa del porticato, risale al 1730 circa. La chiesa fu ristrutturata nel Settecento per il cambio della dedicazione, ormai molto sentita.

Durante il restauro del 1976, è emerso l’ importante affresco che adorna l’altare (prima di questa data, in altare faceva da protagonista una statua degli Anni Trenta, una Madonna ex voto per l’epidemia di tifo) e che era stato coperto dal restauro Settecentesco.

L’affresco, che rappresenta una Madonna in Trono, segue l’iconografia antica del manto rosso (significa che Maria ha una natura divina). La corona e il giglio identificano una Madonna del Carmelo. Il Bambino, sempre ritto e benedicente (allude al Giorno del Giudizio), veste una tunica verde, poiché è Dio che si è fatto Uomo. La veste di Maria include la simbologia dell’ancora, legata al sacrificio di suo Figlio. Il trono elaborato, il pavimento rosso e il fondo verde ci portano a collocare l’opera nella felice stagione dei dipinti votivi di artisti anonimi e itineranti sulla scia di un’arte ancora tardo-medievale. Era ancora una religione che voleva far paura più che rincuorare 🙂

Miss Raincoat