L’Assunta di Berbenno

Di questa chiesa, che praticamente è lo scenario che si può vedere dalla mia cameretta a casa dei miei genitori, avevamo già parlato nella serie #valtellainlove, poiché è legata a una leggenda, quella del Drago di Roccascissa che potete leggere qui. Di vero c’è che è stata costruita sui ruderi del Castello di Roccascissa dei Capitanei di Sondrio. Fu infatti edificata nel 1383 e poi ricostruita dopo il Sacro Macello (quindi, nella seconda metà del Seicento) in chiara chiave anti-protestante (a Berbenno c’era una grossa comunità, la guerra fu dura e molti persero la vita…)

La Chiesa, che domina la vallata sottostante, ha un volume molto particolare, si potrebbe dire asimmetrico. Il porticato d’ingresso ad arcate è seicentesco. Il portale ha un portone ligneo riccamente intagliato e una lunetta con l’Assunta di Pietro Bianchi. All’ingresso troviamo anche un’epigrafe in latino attribuita a Bernardo Piazzi, arciprete di Berbenno dal 1690 al 1724; la mamma dell’astronomo Giuseppe, Maria Maddalena Artaria, era sua sorella (traduzione: “Si ricordino, quelli che non la invocano, ossia gli altri [chiaro riferimento ai Protestanti], che pur non avendola come protettrice non saranno dei disperati. Entrino volentieri quelli che passano. In questa chiesa tutto parla della Madre di Dio. E’ intitolata all’Assunzione e ricorda la Natività”). L’interno, a una sola navata, è coperto da una cupola e ha sei nicchie laterali con statue. Sono molto di pregio le opere lignee del coro e dell’organo, di Johannes Schmidt di Lipsia (1648). Gli affreschi, di Cesare Ligari, raggiungono l’apice con l’Assunta nel presbiterio. L’ancona, con al centro la statua di Maria, ha otto tele cinquecentesche (le più importanti sono due della Scuola di Gaudenzio Ferrari e una in stile morazzoniano, forse dei fratelli Recchi). La chiesa conserva anche delle reliquie di San Pietro e Paolo, citazioni alla vecchia chiesa matrice di cui abbiamo già parlato qui.

Lunetta sopra il Portale

Attigua alla chiesa, troviamo la Canonica. Le due strutture sono collegate tramite un portico del Cinquecento. Certamente, è una struttura dalle grandi dimensioni se si pensa che fosse abitata da un arciprete e da un frate carmelitano. In realtà, l’arciprete doveva avere tre cappellani per aiutarlo a curare le anime di tutte le chiese della pieve, anche quelle in montagna – ma, purtroppo, con lui c’era solo un frate dedito a digiuno e silenzio. Pare che la Canonica, come edificio, risalga al 1100 circa. La facciata è molto decorata: il portale ha una volta a pinnacolo e un dipinto con la Sacra Famiglia molto famoso; sempre in facciata troviamo un’Assunta attribuita a Vincenzo De Barberis. Dall’androne, munito di orologio a ore italiche, si accede a un vano scale con gli stemmi dei vari arcipreti (pressoché tutti di famiglie nobili) che hanno abitato la canonica.

Dipinto della Canonica

Miss Raincoat

La Pieve di Berbenno

Oggi voglio inaugurare una serie di post presi dalla mia prima ricerca storico-artistica della mia carriera, su Colorina & Dintorni (ossia le mie radici materne). Iniziamo con il farci un’idea su Berbenno, siccome Colorina nasce come una sorta di sobborgo di questo antico centro politico-amministrativo…

Berbenno viene dal nome di persona etrusco Vibrenus ed è un’evoluzione del toponimo Vibrenna che ci riporterebbe alla mente un antico castrum romano (accampamento fortificato stabile o temporaneo, dove risiedeva l’esercito) – ipotesi accreditata anche dal ritrovamento di alcuni sesterzi (monete della Roma Imperiale in lega di rame e zinco).

Fu un importante centro politico ed amministrativo.

Nel 1010 il Vescovo di Como, dona all’Abbazia di Sant’Abbondio in Como i territori di Berbenno, Olonio, Ardenno, Poschiavo e Bormio, le quali diventano delle pievi, ossia dei centri di circoscrizioni ecclesiastiche. Berbenno faceva capo a un territorio costituito dagli odierni Comuni di Berbenno, Postalesio, Fusine (con annessa Val Madre), Colorina e Cedrasco. Cedrasco, dal 1454, ottenne l’autonomia parrocchiale, poi seguito da Monastero e Pedemonte nel 1624 e Postalesio nel 1523. La storia dell’autonomia di Colorina e Fusine, siccome è più travagliata, la scopriremo nelle prossime puntate…

La chiesa matrice della Pieve di Berbenno era la Chiesa di San Pietro, costruita nel 1116, poi sostituita dalla Chiesa dell’Assunta nel 1766, per motivi di furti e ladri, ma non solo… (anche questo lo scopriremo nelle prossime settimane).

Da punto di vista politico, dal 1335 Berbenno era definito un comuni loci rusticorum, un feudo rurale con un castello, dipendente da Como e assegnato ai Capitanei di Sondrio. Si può dire che, quasi già in partenza, per quanto rimasero dipendenti dal punto di vista “religioso”, Cedrasco e Postalesio (uniti insieme) furono un Comune a sé stante dal 1370.

Berbenno era diviso in due parti: citra Abduam versus plateam (dalla parte dell’Adda verso la strada) e ultra Abduam versus Fuxinas (oltre l’Adda verso Fusine, quindi il territorio di Colorina, Rodolo, Selvetta e Fusine). Ovviamente Citra Abduam era la parte che aveva più potere, non solo per l’esposizione eterna al sole 🙂

Citra Abduam aveva anche delle quadre (ossia delle frazioni): Berbenno Centro, Monastero+Maroggia, Polaggia, Piazza (Pedemonte). Berbenno Centro era diviso in contrade: Dusone e Polaggia, Bulgarò (nome che viene dalla tradizione della concia vegetale del cuoio bulgaro) , Regoledo, Sedurno (odierna Via Pradelli, infatti significa “alla base”) e San Pietro (zona Stazione e chiesa).

Dusone pare che venga dall’etimo gallico “dusius”. Era un demone, tipo un fauno, un mostriciattolo dei boschi mezzo uomo e mezzo capra che si divertiva a sedurre le donne, insomma gli spiriti della natura verdeggiante… (simili all’Homo Salvadego, ma più porno :)).

L’importanza di Berbenno rimane testimoniata dalla Chiesa dell’Assunta, costruita sui resti del Castello di Roccascissa del Mille, dalla Cappella di San Gregorio a Polaggia, unica rimanenza del Castello di Mongiardino del Trecento e dalla Torre dei Capitanei del Duecento (in zona Municipio).

A livello storico, è da ricordare la Chiesa di Sant’Abbondio a Polaggia. Dal 1577 al 1620 fu l’edificio religioso ceduto alla numerosa comunità evangelica risiedente a Berbenno, dove il Sacro Macello fece molte vittime. L’ultimo pastore di Berbenno fu Jenatsch, figura emblematica ed enigmatica della quale avevamo già parlato qui.

[ (!)Per non essere confuso con Berbenno (BG) viene chiamato Berbenno di Valtellina]

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Il Chiostro Nord

* Dedicazione a San Pietro Martire * San Pietro Martire o da Verona fu un importante frate domenicano inquisitore e, in effetti, perse la vita in Brianza (vicino a Barlassina), per mano del sicario di un eretico o, più semplicemente, di un attivista dell’opposizione. Comunque, se il suo aguzzino riuscì a sbarazzarsi di lui tagliandogli la gola, come mai viene sempre rappresentato con un falcastro ficcato da tempia a tempia? Beh, l’Arcivescovo di Milano voleva dargli una sepoltura da eroe, perciò compro un bel sarcofago. Evidentemente, anche senza Amazon si facevano pasticci, perché Pietro era un omone e le misure della sua magnificente bara erano risultate un po’ strette; si decise allora, di tagliare la testa e riporlala in un’altra cassettina. Durante la notte, però, l’Arcivescovo non riuscì a prendere sonno per un mal di testa che passò soltanto quando la capoccia di Pietro venne ricongiunta al suo corpo. Oggi San Pietro Martire riposa al Sant’Eustorgio di Milano (più famoso per la Cappella dei Re Magi) e viene invocato dagli emicranici. I nostri frati domenicani lo avevano scelto per due motivi 1- fu un grande promoter del culto del Rosario 2 – la sua figura era equiparabile a un influencer degli Inquisitori: prima di morire intinse un dito nel sangue per scrivere a terra la parola “credo”.

Il Chiostro, in origine, era un’area del Complesso dove potevano accedere soltanto i frati – fu ampliato in un secondo momento con un secondo chiostro, a sud, che doveva essere un po’ più elitario rispetto a questo (lo dico per la presenza della loggia oppure per la decorazione delle colonne con un simil stile corinzio).

Questo chiostro fu consacrato nel 1485 (l’anno della morte del Beato Andrea, il vip di questo ordine di frati morbegnesi). L’ambiente è scandito da 22 colonne in marmo di Musso. Su alcune di queste sono stati scolpiti dei simboli che rimandano al dedicatario della chiesa, Sant’Antonio abate (il gioco rimanda all’imprevedibilità della vita, alcune colonne sono Sante e altre no – sta a te riconoscerle!). I colori con i quali sono stati dipinti gli archi, rosso-bianco-nero, sono quelli dei Domenicani. Uscendo dal portico troviamo una cisterna per l’acqua, vicino al locale del Refettorio, e una meridiana (con l’iscrizione “sicut umbra vita fugit”).

Ci accorgiamo che, mentre nell’arte che potevano ammirare i “liberi cittadini” il tema del Rinascimento e della vita è il filo conduttore, dentro le mura del Convento, almeno in apparenza, si meditava sempre sul fatto che, prima o poi, sarebbe arrivato il Giorno del Giudizio!

Se ci approcciamo al chiostro dall’esterno, ci imbattiamo in una lapide commemorativa dei benefattori che vollero questa sede, sconsacrata dopo varie vicissitudini e non solo per la Confisca Napoleonica, per l’Orfanotrofio Femminile Provinciale; se ci arriviamo uscendo dall’Auditorium, invece, incontriamo il cosiddetto Atrio.

L’Atrio costituiva l’entrata verso la chiesa per i frati, infatti ha un corredo artistico speculare a quello del protiro esterno (l’entrata dei fedeli), almeno nei temi ciclici della Deposizione/Natività di Cristo. Il pittore è Vincenzo De Barberis, il quale nel 1576 regala il suo tratto raffinato e il suo colore madido in queste due scene: una Pietà con San Pietro Martire e San Domenico e una Natività con San Sebastiano, invocato durante le pestilenze e le guerre (da notare il manto giallo di Maria, tipico dell’iconografia domenicana).

Sul lato nord troviamo degli affreschi seicenteschi: “L’Ultima Veglia di San Domenico” e “La Legittimazione dell’Ordine Domenicano a Morbegno“. Quest’ultima molto simbolica, nella quale i due patroni di Morbegno, San Pietro e Paolo (riconoscibili per le chiavi e la spada – tra l’altro, anche stemma di Morbegno), accolgono San Domenico con il libro che contiene il suo motto per i predicatori.

Sui lati est e sud troviamo la vita e i miracoli di San Domenico. La datazione va dal 1638 al 1678, ma sotto si possono riconoscere altri due strati pittorici; in unoriconosciamo una preghiera mariana in caratteri gotici. Ognuno dei riquadri è stato commissionato da un frate (lo sappiamo perché ognuno porta un gentilizio diverso), ad eccezione del riquadro all’angolo est/sud, che ricorda il Sacro Macello (in cui l’iperbole artistica vuole che i frati abbiano sconfitto gli eretici solo con i loro crocefissi), commissionato dal capitano delle milizie di Morbegno, della famiglia Castelli di Sannazaro. Possiamo intendere la descrizione dell’episodio di ogni singolo riquadro, poiché ognuno è accompagnato da una didascalia in rima. Il lato dei Miracoli, purtroppo, ha subito l’incuria e il tempo e, purtroppo, le sue scene sono state cancellate; ne rimane ben riconoscibile il Miracolo della Risurrezione del nipote del Cardinale di Fossanova, caduto da cavallo. Sull’angolo verso ovest incontriamo Gli Angeli che portano il cibo alla povera Mensa: la tavolata dei domenicani (tra l’altro, rotondetti per essere a dieta!) ci introduce alla stanza a circa metà del lato est: il Refettorio, oggi Sala Alberto Boffi.

L’ala est non solo è deteriorata, ma ha subito un restyling ridimensionale seicentesco. Nel pavimento è stata lasciata una finestra che ci fa intravedere le sinopie (i disegni preparatori) degli affreschi più antichi. Gli affreschi in superficie, nello stesso stile baroccheggiante che avevamo già dis-conosciuto nell’ex chiesa, riproducono una Resurrezione molto naif, la Santa Casa (come quella di Tresivio che l’Iperal aveva messo sulle shopping bags qualche anno fa) e ancora una volta il nostro Pietro Martire.

Il Refettorio, appunto rimpicciolito perché, dopo il Sacro Macello, il Convento non era più così tanto in auge, conserva l’affresco quattrocentesco di una Crocifissione con Santi Domenicani. Questa, però, a causa del restauro è monca: San Tommaso, il chiudi-fila, rimane dietro a una colonna da solo. Gli affreschi sulla volta sono settecenteschi e l’interprete è Giovanni Francesco Cotta (il maestro del Romegialli, per intenderci); per stare in linea alla destinazione d’uso della stanza, i temi sono il pane (Elia) e l’acqua (Rebecca) in chiave biblica.

La stanza speculare sul lato ovest era il Capitolo, il luogo dove aveva sede la Schola di San Pietro Martire, ossia il Tribunale d’Inquisizione. Anche qui troviamo una Crocifissione quattrocentesco, in uno stile molto mitteleuropeo e truce. Dentro queste pareti si decise la sorte di varie persone accusate di stregoneria, come la Barzia di Gerola bruciata nella piazza antistante (dove si faceva anche anticamente il mercato). I frati domenicani di Morbegno erano spesso al centro dei misteri alla Quarto Grado del loro tempo. Furono accusati di aver fatto da tramite per la cattura di Francesco Cellario, il pastore protestante di Morbegno che fu preso all’imbocco della Valchiavenna mentre si recava nei Grigioni e poi messo al rogo per eresia. Parimenti, circolavano voci sul fatto che gli stessi aiutarono molti protestanti della Bassa Valle a fuggire verso il passo San Marco (di fatto, nel chiostro sud è presente una porta che conduce a un cunicolo sotterraneo che collegava il Convento al Doss de La Lumaga – zona Tempietto). Infine, sul lato ovest c’è anche la lunetta di una porta tamponata che mostra San Domenico e San Francesco sullo stesso dipinto, peccato che i due ordini fondati da questi due santi litigarono per secoli per il dogma dell’Immacolata! Anche Morbegno ricorda i segni di questa lite: con l’affresco fuori dal Palazzo Malacrida i Cappuccini hanno definito i Domenicani “chiacchieroni”, quindi “bugiardi”.

Miss Raincoat

“In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”

Jürg Jenatsch

Jürg Jenatsch (con l’accento sulla a) è il tipico uomo del Seicento, mosso da ambizioni personali, talvolta opportunista, e penzolante tra l’amor di patria e la fede personale.

Nasce in Alta Engadina, forse a Samaden, nel 1596. Suo padre, oltre che notaio, era anche un pastore protestante a Silvaplana. Studia teologia a Zurigo e a Basilea e, infine, anche lui diventa un pastore. Dopo aver passato un anno a Scharans, nei Grigioni, presta il suo ministero a Berbenno (dal 1618 al 1620).

Negli stessi anni in cui risiede a Berbenno, è pure supervisore religioso al Tribunale di Thusis. Lui in persona condurrà l’interrogatorio di Nicolò Rusca. Evidentemente sapeva che era innocente. Il processo, comunque, andava fatto, dato che l’arciprete di Sondrio aveva molti nemici. Forse, l’avrebbe salvato dalla pena se l’anziano Rusca non fosse morto durante le torture…

Nel 1620 scoppia il Sacro Macello. Durante gli scontri, muoiono sua moglie Katharina Von Buol (di Davòs) e sua madre Ursina. Lui, invece, si era rifugiato a Sondrio, dato che in molti avrebbero voluto la testa di chi aveva ordinato l’uccisione dell’amato e mai dimenticato arciprete Nicolò Rusca. Così, riuscì a scappare in Engadina. Tuttavia, l’esperienza lo segna nell’intimo, tant’è che decide di prendersi una pausa dall’attività religiosa e si arruola per la sua patria, le Tre Leghe, precisamente con il partito filo-veneziano (in guerra al fianco della Francia e del mondo protestante).

In questa nuova esperienza sarà il mandante di vari omicidi “da macellaio”. Quello più storicamente impattante è l’uccisione di Pompeo Von Planta, capo del partito avversario filo-spagnolo. Fu trucidato con un ascia davanti al camino del suo castello vicino a Merano. Pompeo, insieme al fratello Rudolf, era stato condannato e assolto dal Tribunale di Thusis e bandito dalle Tre Leghe. I due erano anche imparentati con Gian Giacomo Robustelli, il fautore del Sacro Macello. Negli stessi anni, lo Jenatsch viene ovviamente deposto dall’ufficio di pastore.

L’ex pastore, ormai colonnello, rientra in Valle come uomo di fiducia del Duca di Rohan, comandante dell’esercito francese. Il suo intento era restituire la Valtellina alle Tre Leghe, della quale era diventato un leader.

Nel 1627 si risposa, con Anna Von Buol, cugina della prima moglie. Lo stesso anno, a Coira, sfida a duello un suo superiore, Jacob Ruinelli, sfidandolo per l’onore di un bambino che (forse) aveva urtato mentre era a cavallo. Fu prosciolto, comunque, dall’accusa di omicidio. Fatto ilare, in questo periodo è attestato che lo Jenatsch soffrisse di calli ai piedi per la scomodità degli stivali. Dopo la bagarre del duello, si trasferisce a Venezia come reclutatore di soldati ma, siccome aveva il complotto facile, viene incarcerato per insubordinazione.

Uscito dal carcere, ritorna in Valtellina al servizio della Francia e delle Tre Leghe. Ben presto, si rende conto che non era intento di Richelieu restituire la Valtellina al vecchio dominatore svizzero. Come tanti altri esponenti suoi conterranei, partecipa al Kettenbund: nonostante l’alleanza delle Tre Leghe con Parigi, intrattiene trattative segrete con l’avversario, la Spagna.

Voleva a tutti i costi che la Valtellina tornasse in mano alle Tre Leghe. Non solo si allea con la Spagna e ottiene per sé un titolo nobiliare, ma, addirittura, all’improvviso, abiura e diventa cattolico. Raccontò di aver visto la Luce in carcere a Venezia, però era chiaro che la religione era un modo come tanti per rendere sicure le sue relazioni con la Spagna. Era diventato un uomo potente e temuto, anche per i suoi traffici poco chiari. Stava sul collo alla Spagna, continuando ad essere amico anche della Francia; la Francia, però, rivelò alla Spagna i suoi giochi poco puliti. Ultimamente, non era simpatico né ai Cattolici né ai Protestanti.

La notte del 24 gennaio 1639 era periodo di Carnevale, in quei giorni chiunque si lasciava andare… Jenatsch aveva deciso di fare bisbocce in una locanda di Coira (la Stabigen Huetli, oggi inglobata al Palazzo Salis). Non ne uscì in verticale, dato che fu assassinato da un gruppo di uomini travestiti da orso. Pochi mesi dopo le Guerre di Valtellina sarebbero finite e la Valle sarebbe ritornata in mano grigiona.

Fu sepolto di fretta il giorno dopo. Nessuno aveva voglia di conoscere il nome dell’assassino, come se non ci fosse alcun minimo interesse di indagare con meticolosità. Come per Pompeo Von Planta, l’arma fu un’ascia. La leggenda vuole che Katharina, figlia orfana di Pompeo, fosse anche l’amante dell’assassino Jenatsch (benché anche lei sposata – con Johan Rudolf Travers, quella sera seduto vicino a Jürg), a sua volta morto assassinato.

Miss Raincoat

Quando il nuovo venuto si fu staccato dall’abbraccio del pastore, i due si misurarono reciprocamente con lieti sguardi. Waser era un po’ sbalordito; ma riuscì a non lasciarlo punto trasparire. Si sentiva un pochino umi­liato accanto alla statura atletica del Grigione, dalla cui nera testa barbuta emanava come uno splendore di forza selvaggia. La potenza di una volontà sfrenata, dopo essere stata assopita nei lineamenti foschi, quasi sonnolenti del suo compagno di scuola, s’era svegliata, scatenata — egli lo sentiva — agli sbaragli di una vita pubblica tempestosa.

C.F. Meyer

Cena con Delitto

Per la Vigilia di Natale del 1635 il duca Enrico di Rohan, comandante dell’esercito francese stanziato in Valtellina, aveva organizzato una festa esclusiva per tutti i valtellinesi più influenti al Castel Masegra di Sondrio. Nel 1620 era scoppiato il Sacro Macello (seguito a ruota dalle Guerre di Valtellina) anche perché le Tre Leghe avevano tolto gran parte dei privilegi fiscali alla nobiltà di latifondo prevalente in Valle. Il simpatico Enrico voleva farseli un po’amici, dato che la Valtellina gli interessava molto per ottenere il suo obiettivo: fare in modo che la Francia vincesse contro la Spagna nel conflitto più grande e rilevante della Guerra dei Trent’Anni e, soprattutto, non ritornare in esilio a Venezia. A lui, in effetti, delle scaramucce tra
questi villici di montagna non interessava un granché, era un’altra partita a scacchi da portare a casa….

Era una notte gelidissima – un po’ come le nostre ultime – e anche Gian Giacomo Paribelli aveva raggiunto l’antico maniero dalla sua Albosaggia. Non era nobile di stirpe, suo padre aveva ottenuto recentemente il titolo. La sua famiglia era, infatti, diventata ricca per via della gestione del navét di Albosaggia, il traghetto sull’Adda all’altezza del quale si pagava la tassa sul trasporto delle merci. Era stato anche un eccellente combattente durante il Sacro Macello al fianco del Robustelli, dicevano. Convinto della grave colpa degli eretici, ne aveva aspettati due, padre e figlio – li conosceva bene – , e li aveva buttati giù nell’Adda dal ponte di San Pietro, a Berbenno. Cinque anni prima la peste gli aveva portato via Lucrezia, la sua bellissima figlia ma nemmeno questo lutto gli aveva fatto perdere il mordente.

Detestava i Grigioni. Detestava i Francesi. Si definiva un valtellinese cattolico puro.
Eppure, durante la cena prese posto vicino al Duca con la erre moscia, che non si sa mai…

Dal castello non uscì vivo. Appena preso un sorso di vino dal suo calice stramazzò al suolo. Non si seppe mai chi fu il colpevole del suo avvelenamento. Pare che il suo fantasma si aggiri per il Castel Masegra cercando di capire chi sia il suo sicario. Un giro di Cluedo infinito.

Io non penso sia stato il Rohan. A lui non interessava la stupida esistenza di un signorotto di paese. Penso più a una faida famigliare. Il fratello di Gian Giacomo aveva sposato Caterina, sorella di Nicola Parravicini – cancelliere di Valle, quindi subalterno delle Tre Leghe e amico degli oppressori cioccolatai (perdonatemi, lo so che la Svizzera ancora non si era fatta nemmeno conoscere per il cioccolato ai tempi).

Nicola era contrario al Sacro Macello, non solo perché tra i suoi famigliari c’erano state vittime, ma anche perché la considerava una barbarie. Inoltre, per spaventarlo o anche solo per ottenere dei riscatti, spesso gli incendiavano casa o lo prendevano in ostaggio. I mandanti di queste scaramucce erano i comandanti
nobili delle truppe, ma gli esecutori erano contadini al soldo alla quale facevano il lavaggio del cervello. Possiamo considerare Nicola come quei magistrati che oggi devono andare in giro con la scorta, per capire la sua situazione. Purtroppo, l’ultima volta se l’erano presa con sua figlia, Lucrezia e l’avevano stuprata davanti ai suoi occhi; non aveva ancora dieci anni. Lucrezia, si chiamava, come la figlia del Paribelli.

Da “Il Signore degli Anelli (Il Ritorno del Re)”

Figli di Gondor! Di Rohan! Fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa paura che potrebbe afferrare il mio cuore! Ci sarà un giorno, in cui il coraggio degli uomini cederà, in cui abbandoneremo gli amici e spezzeremo ogni legame di fratellanza, ma non è questo il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo! Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, vi invito a resistere! Uomini dell’Ovest!

Che fine fece Lucrezia Parravicini? La rinchiusero in convento (il San Lorenzo di Sondrio) siccome sviluppò seri problemi psichiatrici – ai tempi si tamponava così. Una decina di anni dopo la morte dei genitori, ventenne, si tolse la vita. I Grigioni, invece, nonostante quasi vent’anni di guerra, rimarranno a governare la Valtellina fino al Settecento inoltrato…

Miss Raincoat

Valtella in Love

Giovanni e Amalia Venosta

Oggi ci portiamo in Alta Valle, precisamente a Mazzo di Valtellina (diventata famosa perché qualche anno fa vi si aggirava un orso turista) e a Tovo di Sant’Agata, entrambe terre dei Venosta, provenienti da Matsch in Tirolo.

Le fortificazioni dei Venosta dovevano proteggere l’accesso alla Valle tramite il Passo del Mortirolo. Ciò che ci rimane di questa rete strategica a sono la Torre di Pedenale, parte di un castello collocato tra i boschi sopra il borgo di Mazzo, e il Castello di Bellaguarda a Tovo. Le due strutture, entrambe del XII secolo, furono smantellate – così come gli altri edifici di difesa valtellinesi – a causa del famoso incendio voluto dai dominatori delle Tre Leghe a fine Quattrocento.

Torre di Pedenale (Mazzo)

La nostra storia ha teatro a Tovo, tra i castagneti a più di settecento metri di altitudine, dove nascono rigogliosi e profumati i ciclamini selvatici. Giovanni Venosta di Mazzo aveva promesso amore eterno ad Amalia, figlia del Signore di Tovo, che abitava sulla rocca a pianta triangolare che svetta sulla radura sfruttando le varie contropendenze del terreno, la Bellaguarda. Ci collochiamo cronologicamente nel 1635, durante la Campagna del Duca di Rohan.

Dopo il Sacro Macello del 1620, la Valtellina era inevitabilmente diventata uno scenario della Guerra dei Trent’Anni, nella quale i nobili cattolici valtellinesi si erano uniti alla causa della Spagna. Nella prima fase, le Tre Leghe simpatizzavano per la Francia che, nel 1635, vinse Valtellina; allora, nella seconda fase, cambiarono partito e sostennero la Spagna. Nel 1635 la Francia calò nuovamente in Valtellina l’esercito comandato da Rohan, con quartiere generale a Tirano, il quale non solo non era intenzionato a restituire il territorio, ma se ne serviva pure come ponte per attaccare la Spagna “italiana” (ossia il Ducato di Milano). Giovanni Venosta militava a fianco dei francesi; il padre di Amalia, invece, faceva parte del clan del Robustelli. I cruenti avvenimenti del Sacro Macello, infatti, erano stati fomentati dal grosottino Giacomo Robustelli (sposato con una Planta, famiglia a capo della fazione cattolica delle Tre Leghe) coadiuvato dal duca di Feria, governatore di Milano, il quale aveva attirato a sé vari nobili locali cattolici poco affini alla politica grigiona. Nonostante nel 1635 si fosse trasferito a Domaso, che a quei tempi faceva parte del Ducato di Milano in mano agli spagnoli, riusciva ancora ad esercitare pressione sul suo partito, tant’è che parecchi nobili che lo avevano sostenuto nel massacro dei protestanti valtellinesi, continuavano ad opporsi anche alla pace tra Tre Leghe e Spagna. La Guerra, purtroppo, andò avanti fino al 1639 e le Tre Leghe riuscirono nell’intento di ritornare a governare la Valtellina.Il padre di Amalia si oppose fermamente al matrimonio con Giovanni e non solo per questi giochi di scacchiera; soprattutto, perché Amalia era già stata promessa a qualcuno di più prestigioso, ossia al nipote del nuovo governatore spagnolo di Milano, il cardinale Albornoz. Tuttavia, il loro amore clandestino andò avanti infuocato, finché…

A questo punto, storia e leggenda si fondono. Sappiamo dell’esistenza storica della Battaglia di Mazzo del 3 luglio 1635. Il Rohan aveva ritirato le sue truppe a Tirano; a Mazzo, intanto, come beffa, il papà di Amalia aiuta a nascondere degli uomini dell’esercito spagnolo tra muri, giardini e campi. Durante il controattacco, Rohan, grazie all’astuzia di far crollare il ponte sul fiume Adda, riesce ad imprigionarli (tant’è che molti, per morire con più gloria, preferirono suicidarsi gettandosi in acqua): ne morirono a centinaia. Rohan si vede costretto ad assalire anche la rocca di Bellaguarda, dato che era stato sfidato. Amalia, che già aveva visto andarsene la madre in tenera età, muore di crepacuore poco dopo che il Rohan lascia il cadavere di suo padre riverso a terra nel sangue.

Rientrato a Tirano, Rohan dà la notizia della vittoria al suo esercito. Il capitano Giovanni Venosta, che non aveva partecipato attivamente alla battaglia di Mazzo, non può permettersi di festeggiare e chiede al comandante di potersi recare sul posto. Purtroppo, trova la sua amata Amalia già sepolta e decide, sui due piedi, che il suo cuore non sarà più di nessun’altra e, perciò, di ritirarsi in un convento.

I sentieri che portano al Castello di Bellaguarda sono solcati da un torrente di fama sinistra. Esso infatti, non si può vedere (o meglio, quando emerge porta solo sciagure), ma silenzioso e invisibile, ha scavato la roccia sottostante dando origine a numerose forre. Le piante fitte che mettono in ombra il poggio, inoltre, sembrano essere, tramite il vento, animate da lamenti simili a quelli di una donna che piange. Nella sua fuga disperata, Giovanni in sella al suo focoso destriero nero, perse la vita cadendo in un precipizio, rimanendo eterno nelle terre dell’uomo che gli negò la felicità.

Castello di Bellaguarda (Tovo)

Miss Raincoat

dal film “Tristano e Isotta”

“Oggi, al mercato, ho visto una coppia che si teneva per mano. Noi non potremo mai farlo. Mai per noi queste cose, mai un anello. Solo attimi rubati che fuggono troppo in fretta” Isotta

Gisèta di Via Margna 1×02

[Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo. Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!! Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno. Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog]

La Gisèta dei Pasquini”

La Gisèta nasce nel Seicento:un secolo non solo triste e tormentato, ma anche pieno di contraddizioni. Esso si apre funesto nel 1600 con una scossa di terremoto e la superstizione sfocia nel cosiddetto Processo dei Bruchi (infestavano Morbegno – esiliati sui monti di Talamona). Nel 1620 la Valtellina entra a far parte della Storia: la ritroviamo sui libri di scuola per il cosiddetto Sacro Macello. I governatori delle Tre Leghe Grigie avevano inasprito non solo le tasse, ma anche il divario tra Riformati e Cattolici, in modo da distaccare la Valle dall’area “italiana”, così, fomentati dal Duca di Feria (governatore spagnolo cattolico di Milano) nel corso di una notte i Cattolici valtellinesi trucidano centinaia di valtellinesi Riformati (tanti erano passati dall’altra sponda per motivi di lavoro o di matrimonio) in un qualcosa a metà tra la guerra civile e l’attentato terroristico. Il Sacro Macello si inserisce nella Guerra dei Trent’Anni, durante la quale la “Spagna” (+Cattolici) e la “Francia” (+Riformati) si litigano l’egemonia sull’Europa con la scusa della religione: sappiamo, infatti, che dopo essere stata sconfitta dalla Francia, la Spagna restituisce la Valle ai Grigioni: a niente era valsa la guerra, solo a portare peste (terribile nel 1630) e carestia.

C’è da dire che alcuni si arricchirono durante la guerra. Le truppe andavano rifocillate (a spese dei Comuni) e i mercanti potevano fare la cresta. Al fine della nostra narrazione è bene sapere che tra Fusine e Colorina la truppa francese, oltre a “insegnare le buone maniere alle fanciulle” (Manzoni) consumava, a spese del decano di Fusine che si riforniva a Berbenno (per 700 soldati e 30 cavalli) – in una giornata: 1 vacca per la truppa, 1 castrato di pecora per gli ufficiali, 1 litro di vino a persona, 150 grammi di sale, se possibile anche pane, formaggio, burro e castagne.

Quando, nel 1639, tornarono i Grigioni in Valle, Morbegno fu più lungimirante rispetto agli altri Valtellinesi e cominciò una pacifica e rassegnata convivenza con gli svizzeri. Infatti, la ripresa della seconda metà del Seicento di Morbegno è notabile. Coloro che si erano arricchiti durante la guerra comprano terreni a prezzi stracciati, coloro che erano rimasti cattolici (e non si erano convertiti anche solo per convenienza) ornano chiese e costruiscono cappelle, i nobili si sporcano le mani con i mestieri dei borghesi come mercanti e notai (insomma, quei lavori che lucravano su chi non sapeva leggere o fare i conti). Insomma, la Morbegno della metà del Seicento, quando nasce la Gisèta, è una Morbegno nuova e vivace, seppure memore di un periodo orribile.

La mia ricerca è partita dall’iscrizione sia esterna sia in controfacciata che ci dà due informazioni: quando – 1665 e chi – Pasquini. La Confraternita dei Luigini, sita dall’Ottocento in questa chiesina, si è tramandata che i Pasquini erano una famiglia ricca che non ebbe eredi (li ebbe, ma non consoni) e che lasciò la chiesa a un prete che celebrò quì la sua prima messa (è la messa di consacrazione). Inoltre, senza fondamenta, per decenni si è creduto che i Pasquini fossero della famiglia Pasqualini di Aicurzio, imparentata con i Malacrida di Caspano.

I Pasquin sono, invece, un ramo della famiglia Mezzera. Questa famiglia borghese è originaria di Bellano/Dervio, dove si era arricchita con il commercio di pane e con il possedimento di forni (prestiné) e che si sposta, a inizio Seicento, anche a Morbegno e a Chiavenna. Il primo ad arrivare a Morbegno fu Carlo Mezzera detto di Bellano, che si sposa con una nobile degli Schenardi di Morbegno. Tramite l’incrocio di documenti notarili (in quegli anni i registri sono frammentari, sono secoli difficili) ho desunto la sua prole maschile sana (le femmine non sono quasi mai citate).

Carlo Mezzera era un giudice, lo ritroviamo spesso protagonista nelle carte dei processi di faide di famiglie spaccate in due per motivi di religione.

  • Il primogenito, nonché possessore della bottega di pane aMorbegno, è Nicolò Mezzera, morto di peste e senza eredi consoni nel 1639 (lo troviamo negli ex voto della Madonna delle Grazie a Sacco; la famiglia di sua madre era molto legata a questa Madonna molto venerata durante il periodo della Peste Manzoniana);
  • La bottega passa a Giovanni Pietro Mezzera detto il Pasquino. Lui sposa una nobile degli Acquistapace di Morbegno (la madre e la suocera erano due sorelle Schenardi) che muore di parto nel 1632, partorendo Giovanna, unica erede e malata di epilessia;
  • Don Giovanni Antonio Mezzera organista e sacerdote alla Collegiata di Sondrio;
  • Giacomo Mezzera detto il Pasquino di Dusone (Berbenno) fornitore delle truppe di Fusine e sposato con una Bassi, della famosa famiglia di notai;
  • L’ultimogenito Battista Mezzera (ha più o meno l’età di Giovanna) diventa notaio, sposa una Vicedomini dei notai di Traona e lì vi risiederà.

 

Quindi, i Mezzera erano borghesi che si erano allacciati con la nobiltà locale. Inoltre, i mestieri sia di notaio sia di prestiné garantivano di essere ricchi quanto i nobili. L’appellativo Pasquin deriva dall’agnello pasquale (lo troviamo anche nel sottarco del presbiterio, non si sa se è per questo!), simbolo della Corporazione dei Fornai e Panettieri. Sul portale della chiesa, comunque, lo stemma che spicca è quello Acquistapace della moglie nobile e più ricca (con i gigli, la spada e, ovviamente, la corona). La particolarità della facciata, eppure, rimane nelle statue sulla sommità (non sono ne angeli ne simmetriche): sono Giovanna bambina orfana e Giovanna adulta vestita da monaca (porta le spighe – il “denaro” dei Mezzera Pasquin).

La casa di Gio. Pietro era in Via Margna, al limitare del Pozzo Modrone, dove c’erano le botteghe artigiane, tra le quali la sua di famiglia. Il padre Carlo risiedeva nella zona di San Pietro; gli Schenardi in Via San Marco e gli Acquistapace in Via Cotta. Il legame famigliare tra Schenardi e Acquistapace lo ritroviamo nella pala d’altare degli Angeli Custodi in Via San Marco, culto radicato nella famiglia Acquistapace discendente da Gerola (nell’angolo in baso a sinistra c’è lo stesso stemma che troviamo sul portale). Inoltre, la moglie di Gio. Pietro lascia in dote le due statuine che rappresentano S. Michele Arcangelo e Angelo Custode (mensoline ai lati), che un tempo erano festeggiati ambo i due il 29 settembre; lascia anche la miracolosa statuina della Madonna messa a in teca d’altare. Gli Acquistapace erano importanti membri della Confraternita di S. Maria delle Grazie di Sacco, la cui statua trafugata nel 1927 fu importante nell’ex voto durante la peste del 1630. La statuina quattrocentesca della Gisèta è creduta gemella (ossia ricavata dallo stesso tronco) di quella di Sacco e presenta forti analogie anche con quella omonima di Gerola Alta.

Concludiamo la sezione storica antica con la protagonista della Gisèta: Giovanna Mezzera fu Gio. Pietro Mezzera detto il Pasquino. Nel 1664 apre a Morbegno il Monastero della Presentazione, Giovanna ha già 32 anni e suo padre scrive il suo testamento. Non si era risposato perché non voleva perdere l’eredità e lo status sociale della moglie. Con il testamento, lascia i suoi terreni a Morbegno, la bottega e la casa a Giovanna nominando come tutore il fratello, il notaio Battista; l’eredità della moglie (terreni a Regoledo – in loc. S.Maria e sotto Sacco – e corredo nuziale tra cui le statuine già citate) diventa un beneficio legato all’altare di una chiesa che fa costruire per ricordare la moglie e la sciagurata figlia: questo beneficio fu assegnato alla famiglia della moglie, gli Schenardi. Giovanna viene costretta nel Monastero perché nessuno la voleva con sé: oltre ad avere l’epilessia (ai tempi curata con vischio, fegato di avvoltoio, sangue e ossa umani) aveva anche la mano destra paralizzata. Di fatto, Giovanna era una mentecatta con una malattia da peccatrice (anche se la sua famiglia faceva parte della Confraternita del Santissimo Sacramento di Morbegno), perciò non poteva diventare una suora e alla sua famiglia andava benissimo che lei rimanesse in Convento nascosta a pregare, in cambio delle cure delle suore. Il rappresentante giuridico del Monastero, inoltre, era il notaio Francesco Schenardi (suo padre era fratello delle nonne di Giovanna), l’avido notaio che si ripulisce tasche e coscienza ristrutturando l’Angelo Custode. In più, la cospicua donazione che Battista fa al Monastero chiude il capitolo: Giovanna muore chiusa in convento nel 1698. Oltre a pagare la retta di ammissione come tutte le suore,infatti,  lo zio notaio dona dei terreni per avere uno sconto sulla retta (10 terreni a Morbegno appartenuti a Gio. Pietro). Ovviamente, questi soldi vengono pagati con l’eredità di papà Gio. Pietro in mano a Giovanna, ma gestita dallo zio.

Possiamo, quindi, definire la Gisèta, più che una cappella privata, il finto mausoleo voluto da un papà borghese in punto di morte.

[continua…]

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Gisèta di Via Margna 1×01

Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo.
Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!!

Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno.
Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.
Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog.

“C’era una volta Morbegno…”

La storia della Gisèta è ambientata nel Seicento, un secolo di pace forzata, rassegnazione e superstizione. Infatti, è in questo secolo che i Morbegnesi assistono al Processo contro i Bruchi che, sebbene stessero davvero infestando la cittadina, non avevano nessuna colpa per essere, addirittura, esiliati sui monti del paese limitrofo di Talamona. D’altronde, è anche lo stesso secolo che si apre funesto con una scossa di terremoto ben percepita a Morbegno.

Storicamente, l’epoca è ricordata per ciò che successe nel luglio 1620, il cosiddetto Sacro Macello, la strage perpetrata da un gruppo di Cattolici valtellinesi ai danni di circa 600 Riformati. Il luttuoso episodio è inseribile nel contesto della Guerra dei Trent’Anni (1618-1639), il conflitto tra quello che allora erano Francia e Spagna, per accaparrarsi l’egemonia del continente europeo. In verità, il casus belli fu la discriminanza di pensiero tra Cattolici e Protestanti, ma ben presto gli scontri divennero proprio politici e si tradussero in una catastrofe, per via delle soventi devastazioni sia di villaggi sia di campagne, saccheggi (dato che vari eserciti erano composti da soldati mercenari), carestie, uccisioni di massa ed epidemie micidiali.

Del resto, anche la Valtellina, in pochi anni, si vide dapprima stanza dell’esercito spagnolo e poi quello francese, ottenendo come tornaconto soltanto il batterio della peste, della quale ricordiamo spiacevolmente l’ondata del 1630, che dimezzò drasticamente la popolazione nel sondriese. A Morbegno, gli abitanti, per scampare all’infezione, vissero a lungo segregati nelle cantine delle abitazioni o si trasferirono nelle baite di montagna. Tuttavia, il sacrificio non valse a nulla, dacché nel 1639, all’indomani del Capitolato di Milano, la Valtellina fu riconsegnata in mano alle Tre Leghe Grigie, che la Corona spagnola si era riproposta di scacciare, in nome del Cattolicesimo.

Dopo la strage, i Grigioni si erano ritirati in Svizzera e la Valtellina, presso il Forte di Fuèntes , fu presidiata dall’esercito spagnolo, all’inizio con lo scopo di appoggiare i Cattolici e, presto, per portare la Valle sotto il dominio asburgico. Tra il 1624 e il 1631, intanto, l’esercito francese, ai comandi del Duca di Rohan, condusse una Campagna per scacciare gli avversari spagnoli e restituire la sovranità alle Tre Leghe Grigie. Nel 1635, di fatto, la Spagna venne sconfitta, ma non provò ad opporre resistenza in nome della religione, siccome non aveva affatto a cuore la questione valtellinese, bensì la sua strategica funzione di crocevia. Il Capitolato del 1639 fu una pace studiata a tavolino con la quale, senza rancore, la Spagna rese la Valtellina ai Grigioni; grazie al Papa, alleato della Spagna, si ottenne che, a Sud delle Alpi, fosse tollerato solo il Cattolicesimo, ossia che, salvo i funzionari, nessun Riformato potesse dimorare in Valtellina per più di tre mesi.

I potenti signori svizzeri, soprannominati Bündner Wirren (dal tedesco,”Torbidi Grigioni”) stavano già inginocchiando i Valtellinesi tramite tasse e pretesti religiosi, sin dal Cinquecento, al fine di ottenere un terreno florido per l’agricoltura e conosciuto da secoli per i terrazzamenti coltivati a vigneto: la guerra fu soltanto l’apoteosi di un periodo di estrema tensione. La Valtellina, con le Contee di Bormio e Chiavenna, interessava alla Spagna, per raggiungere i suoi territori d’oltralpe, senza passare dalla Repubblica di Venezia, alleata con la Francia. Ovviamente, la Spagna approfittò del nervosismo che già albergava in Valle. Da Coira, sopraggiunse l’imposizione di consegnare almeno una chiesa per paese ai predicatori evangelici, la quale dottrina non prevedeva la rappresentazione di Dio e i Santi, considerata idolatria (mentre, per i Cattolici, la rappresentazione del divino era parte dell’educazione religiosa) e, soprattutto, fu ristretta la facoltà di essere meta di visite pastorali (l’unico che ci riuscì fu il morbegnese vescovo Feliciano Ninguarda) e di avere più di un certo numero di conventi (i Grigioni volevano radere al suolo quello di Sant’Antonio a Morbegno). Queste decisioni, furono molto più che poco democratiche, se si pensa che l’identità valtellinese, pur concedendo che parte della popolazione fosse costituita da convertiti oppure “immigrati” grigionesi, restava in maggioranza cattolica. L’attrito si fece sempre più palpabile, quando, infine, fu torturato ed ucciso il beato Nicolò Rusca, che seppure davvero avesse fomentatol’odio verso i Riformati, era già anziano. L’idea dell’attentato del 1620 nasce all’indomani di questa  morte, voluto benchè molti Evangelici fossero valtellinesi così come coloro che li trucidarono. Il burattinaio della cruenta rivolta fu, chiaramente, il Duca di Ferìa, che da Milano rappresentava il governo spagnolo.

Nel 1636, dopo i tumulti del Sacro Macello e la vittoria a Morbegno, tra i territori di Fusìne e Colorina, si poteva vedere accampata la truppa francese (gli alleati dei Grigioni) di Monsieur de Melun, dell’esercito del duca di Rohan, nella dimensione di circa 700 soldati e 30 cavalli. I decani di Fusìne e di Colorina, a loro malgrado, si dovettero impegnare a fornire vitto e alloggio al drappello, benchè fossero Cattolici. Inutile dire che, oltretutto, i paesi dovettero anche subire arroganze, soprusi, il contagio della peste da dei militari che, più che altro, come scrisse il Manzoni insegnarono le buone maniere alle fanciulle. È documentato che il reggimento in solo una giornata consumava una vacca per la truppa, un castrato di pecora per gli ufficiali, un boccale di vino a persona (un litro circa), mezza libbra di sale (150 grammi) e, se fosse stato possibile, anche pane, formaggio, burro e castagne. — Cit. Da una ricevuta, datata 6 dicembre 1636, la quale prova che il decano di Fusìne deve a Giacomo Pasquino, di Dusone a Berbenno, una somma di denaro per la spesa di vitto)

Comunque, durante la seconda metà del Seicento (specie dopo il 1639), Morbegno si riprende straordinariamente. Mentre la maggior parte dei paesi della Valtellina erano ancora in astio con i dominatori grigioni, i più lungimiranti Morbegnesi, cercarono di accettare la triste realtà stringendo alleanze economiche, in modo da beneficiare della beffa. Grazie, appunto, al fiorente commercio di una cittadina già aperta verso la Serenissima, mediante la Via Priula costruita a fine Quattrocento, poterono essere costruiti chiese e palazzi. Addirittura, il mestiere dei mercanti era diventato talmente vantaggioso da far sì che molti nobili decisero di sporcarsi le mani di un denaro guadagnato alla maniera dei borghesi (allo stesso modo, il mestiere del notaio e del giudice p.e.). Le famiglie che diedero impulso alla “riconquista” di Morbegno furono i Vicedomini, i Malacrida e i Parravicini, dei quali alcuni rami, soprattutto per convenienza, si erano uniti alla causa della Riforma insieme ai Grigioni; però, coloro che rimasero coerenti nella professione di fede, abbellirono chiese e cappelle con onerosi lasciti e benefici, spesso anche sotto forma di preziose opere d’arte. Eppure, è proprio a cavallo tra Seicento e Settecento che i Grigioni acquistano varie proprietà nella Valtellina, da poco ritornata sotto il loro controllo. Erano dei terreni che, dopo i saccheggi, non erano più ricchi di coltivazioni e fu una conseguenza ovvia che tutti coloro che durante la guerra si erano arricchiti investirono il loro denaro, comprandoli a prezzo stracciato. Come contravvenivano agli accordi del Capitolato di Milano? Spesso, affittavano a livello i possedimenti a coltivatori locali, concedendoli in godimento a determinate condizioni di vantaggio; altre volte, costruendo anche sontuosi palazzi residenziali, contestavano la legge contraendo matrimoni con donne con cittadinanza valtellinese. È stimato che un quinto di campi, vigne e alpeggi, a quel tempo, fossero di proprietà grigionese.

Don Giovanni Tuana  ci racconta molto dettagliatamente la Valtellina di metà Seicento nel suo “De Rebus Vallistellinae”. In particolare, descrive una Morbegno popolata di circa 300 famiglie, tra le quali molte nobili o forestiere. Qui si teneva un mercato settimanale e si potevano trovare botteghe di ogni arte e sorte. La Chiesa di Sant’Antonio risultava essere molto frequentata, sia per messe o preghiere molto frequenti, ma anche per la musica. Nella piazza antistante, oltre al mercato, si tenevano mostre e giostre, perciò era un luogo dove si potevano fare piacevoli passeggiate. Verso il fiume Adda, Morbegno aveva una zona campestre fertile e con allevamenti bovini. Nella frazione di Campovico, esposta al sole, abbondavano vigne e vi era un torchio, in loc. Cerido, dove si produceva un vino assai prezioso; la frazione Arzo, invece, ricca di castagneti, era anche il luogo dove si facevano pascolare mucche e capre, che, ovviamente, in estate si trasferivano in Val Gerola, indiscusso regno di quel formaggio eccellentissimo che poteva gareggiare con il Parmigiano citato dal Tuana.

[continua…]

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