Gisèta di Via Margna 1×01

Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo.
Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!!

Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno.
Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.
Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog.

“C’era una volta Morbegno…”

La storia della Gisèta è ambientata nel Seicento, un secolo di pace forzata, rassegnazione e superstizione. Infatti, è in questo secolo che i Morbegnesi assistono al Processo contro i Bruchi che, sebbene stessero davvero infestando la cittadina, non avevano nessuna colpa per essere, addirittura, esiliati sui monti del paese limitrofo di Talamona. D’altronde, è anche lo stesso secolo che si apre funesto con una scossa di terremoto ben percepita a Morbegno.

Storicamente, l’epoca è ricordata per ciò che successe nel luglio 1620, il cosiddetto Sacro Macello, la strage perpetrata da un gruppo di Cattolici valtellinesi ai danni di circa 600 Riformati. Il luttuoso episodio è inseribile nel contesto della Guerra dei Trent’Anni (1618-1639), il conflitto tra quello che allora erano Francia e Spagna, per accaparrarsi l’egemonia del continente europeo. In verità, il casus belli fu la discriminanza di pensiero tra Cattolici e Protestanti, ma ben presto gli scontri divennero proprio politici e si tradussero in una catastrofe, per via delle soventi devastazioni sia di villaggi sia di campagne, saccheggi (dato che vari eserciti erano composti da soldati mercenari), carestie, uccisioni di massa ed epidemie micidiali.

Del resto, anche la Valtellina, in pochi anni, si vide dapprima stanza dell’esercito spagnolo e poi quello francese, ottenendo come tornaconto soltanto il batterio della peste, della quale ricordiamo spiacevolmente l’ondata del 1630, che dimezzò drasticamente la popolazione nel sondriese. A Morbegno, gli abitanti, per scampare all’infezione, vissero a lungo segregati nelle cantine delle abitazioni o si trasferirono nelle baite di montagna. Tuttavia, il sacrificio non valse a nulla, dacché nel 1639, all’indomani del Capitolato di Milano, la Valtellina fu riconsegnata in mano alle Tre Leghe Grigie, che la Corona spagnola si era riproposta di scacciare, in nome del Cattolicesimo.

Dopo la strage, i Grigioni si erano ritirati in Svizzera e la Valtellina, presso il Forte di Fuèntes , fu presidiata dall’esercito spagnolo, all’inizio con lo scopo di appoggiare i Cattolici e, presto, per portare la Valle sotto il dominio asburgico. Tra il 1624 e il 1631, intanto, l’esercito francese, ai comandi del Duca di Rohan, condusse una Campagna per scacciare gli avversari spagnoli e restituire la sovranità alle Tre Leghe Grigie. Nel 1635, di fatto, la Spagna venne sconfitta, ma non provò ad opporre resistenza in nome della religione, siccome non aveva affatto a cuore la questione valtellinese, bensì la sua strategica funzione di crocevia. Il Capitolato del 1639 fu una pace studiata a tavolino con la quale, senza rancore, la Spagna rese la Valtellina ai Grigioni; grazie al Papa, alleato della Spagna, si ottenne che, a Sud delle Alpi, fosse tollerato solo il Cattolicesimo, ossia che, salvo i funzionari, nessun Riformato potesse dimorare in Valtellina per più di tre mesi.

I potenti signori svizzeri, soprannominati Bündner Wirren (dal tedesco,”Torbidi Grigioni”) stavano già inginocchiando i Valtellinesi tramite tasse e pretesti religiosi, sin dal Cinquecento, al fine di ottenere un terreno florido per l’agricoltura e conosciuto da secoli per i terrazzamenti coltivati a vigneto: la guerra fu soltanto l’apoteosi di un periodo di estrema tensione. La Valtellina, con le Contee di Bormio e Chiavenna, interessava alla Spagna, per raggiungere i suoi territori d’oltralpe, senza passare dalla Repubblica di Venezia, alleata con la Francia. Ovviamente, la Spagna approfittò del nervosismo che già albergava in Valle. Da Coira, sopraggiunse l’imposizione di consegnare almeno una chiesa per paese ai predicatori evangelici, la quale dottrina non prevedeva la rappresentazione di Dio e i Santi, considerata idolatria (mentre, per i Cattolici, la rappresentazione del divino era parte dell’educazione religiosa) e, soprattutto, fu ristretta la facoltà di essere meta di visite pastorali (l’unico che ci riuscì fu il morbegnese vescovo Feliciano Ninguarda) e di avere più di un certo numero di conventi (i Grigioni volevano radere al suolo quello di Sant’Antonio a Morbegno). Queste decisioni, furono molto più che poco democratiche, se si pensa che l’identità valtellinese, pur concedendo che parte della popolazione fosse costituita da convertiti oppure “immigrati” grigionesi, restava in maggioranza cattolica. L’attrito si fece sempre più palpabile, quando, infine, fu torturato ed ucciso il beato Nicolò Rusca, che seppure davvero avesse fomentatol’odio verso i Riformati, era già anziano. L’idea dell’attentato del 1620 nasce all’indomani di questa  morte, voluto benchè molti Evangelici fossero valtellinesi così come coloro che li trucidarono. Il burattinaio della cruenta rivolta fu, chiaramente, il Duca di Ferìa, che da Milano rappresentava il governo spagnolo.

Nel 1636, dopo i tumulti del Sacro Macello e la vittoria a Morbegno, tra i territori di Fusìne e Colorina, si poteva vedere accampata la truppa francese (gli alleati dei Grigioni) di Monsieur de Melun, dell’esercito del duca di Rohan, nella dimensione di circa 700 soldati e 30 cavalli. I decani di Fusìne e di Colorina, a loro malgrado, si dovettero impegnare a fornire vitto e alloggio al drappello, benchè fossero Cattolici. Inutile dire che, oltretutto, i paesi dovettero anche subire arroganze, soprusi, il contagio della peste da dei militari che, più che altro, come scrisse il Manzoni insegnarono le buone maniere alle fanciulle. È documentato che il reggimento in solo una giornata consumava una vacca per la truppa, un castrato di pecora per gli ufficiali, un boccale di vino a persona (un litro circa), mezza libbra di sale (150 grammi) e, se fosse stato possibile, anche pane, formaggio, burro e castagne. — Cit. Da una ricevuta, datata 6 dicembre 1636, la quale prova che il decano di Fusìne deve a Giacomo Pasquino, di Dusone a Berbenno, una somma di denaro per la spesa di vitto)

Comunque, durante la seconda metà del Seicento (specie dopo il 1639), Morbegno si riprende straordinariamente. Mentre la maggior parte dei paesi della Valtellina erano ancora in astio con i dominatori grigioni, i più lungimiranti Morbegnesi, cercarono di accettare la triste realtà stringendo alleanze economiche, in modo da beneficiare della beffa. Grazie, appunto, al fiorente commercio di una cittadina già aperta verso la Serenissima, mediante la Via Priula costruita a fine Quattrocento, poterono essere costruiti chiese e palazzi. Addirittura, il mestiere dei mercanti era diventato talmente vantaggioso da far sì che molti nobili decisero di sporcarsi le mani di un denaro guadagnato alla maniera dei borghesi (allo stesso modo, il mestiere del notaio e del giudice p.e.). Le famiglie che diedero impulso alla “riconquista” di Morbegno furono i Vicedomini, i Malacrida e i Parravicini, dei quali alcuni rami, soprattutto per convenienza, si erano uniti alla causa della Riforma insieme ai Grigioni; però, coloro che rimasero coerenti nella professione di fede, abbellirono chiese e cappelle con onerosi lasciti e benefici, spesso anche sotto forma di preziose opere d’arte. Eppure, è proprio a cavallo tra Seicento e Settecento che i Grigioni acquistano varie proprietà nella Valtellina, da poco ritornata sotto il loro controllo. Erano dei terreni che, dopo i saccheggi, non erano più ricchi di coltivazioni e fu una conseguenza ovvia che tutti coloro che durante la guerra si erano arricchiti investirono il loro denaro, comprandoli a prezzo stracciato. Come contravvenivano agli accordi del Capitolato di Milano? Spesso, affittavano a livello i possedimenti a coltivatori locali, concedendoli in godimento a determinate condizioni di vantaggio; altre volte, costruendo anche sontuosi palazzi residenziali, contestavano la legge contraendo matrimoni con donne con cittadinanza valtellinese. È stimato che un quinto di campi, vigne e alpeggi, a quel tempo, fossero di proprietà grigionese.

Don Giovanni Tuana  ci racconta molto dettagliatamente la Valtellina di metà Seicento nel suo “De Rebus Vallistellinae”. In particolare, descrive una Morbegno popolata di circa 300 famiglie, tra le quali molte nobili o forestiere. Qui si teneva un mercato settimanale e si potevano trovare botteghe di ogni arte e sorte. La Chiesa di Sant’Antonio risultava essere molto frequentata, sia per messe o preghiere molto frequenti, ma anche per la musica. Nella piazza antistante, oltre al mercato, si tenevano mostre e giostre, perciò era un luogo dove si potevano fare piacevoli passeggiate. Verso il fiume Adda, Morbegno aveva una zona campestre fertile e con allevamenti bovini. Nella frazione di Campovico, esposta al sole, abbondavano vigne e vi era un torchio, in loc. Cerido, dove si produceva un vino assai prezioso; la frazione Arzo, invece, ricca di castagneti, era anche il luogo dove si facevano pascolare mucche e capre, che, ovviamente, in estate si trasferivano in Val Gerola, indiscusso regno di quel formaggio eccellentissimo che poteva gareggiare con il Parmigiano citato dal Tuana.

[continua…]

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Il Ponte Vecchio di Morbegno

#festadelladonna **Ragazze, ho finalmente trovato un uomo di pietra e tutto ad un pezzo!!!**

Ci eravamo lasciati con il Draghetto che ha ricevuto tanti ossequi [chi se lo fosse perso se lo ritrova qui]. Ecco, a un passo da questo simpatico battente parlante troviamo il Ponte Vecchio che, con tanta immaginazione e unicorni, ci fa sentire un po’ sulla Moldava. 

Il Ponte Vecchio, che attraversa il torrente Bitto,  fu ricostruito nel 1883 per permettere il passaggio della Strada Regia (Colico – Sondrio), anche se esisteva già in tempi passati. La statua in stile barocco che adorna e impera sul ponte rappresenta San Giovanni Nepomuceno (che non si deve scambiare né con il Battista né con l’Evangelista). Questo santo, veneratissimo in Boemia, è spesso invocato contro le inondazioni: storicamente il Bitto ha allagato la cittadina più e più volte, infatti.  Sul basamento troviamo la data 1756 (il Nepomuceno diventò Santo nel 1729!!!) e lo stemma di Morbegno (la spada e le chiavi, simboli di Pietro e Paolo, ossia i patroni). L’artista che la scolpì fu Giovanni Battista Adami di Carona, appartenente alla prolifica stagione degli scalpellini ticinesi. Il San Giovanni Nepomuceno è stato un po’ turista: alla nascita fu posto nei Giardini Melzi (sempre affacciati sul torrente), poi posto sul ponte guardando le Alpi Orobie e, infine, rivolto verso il borgo.

San Giovanni Nepomuceno ha una storia da vera rockstar. Il Re Venceslao di Praga lo gettò nella Moldava dal Ponte Carlo nel 1393 (precisamente il 16 maggio, giorno della sua ricorrenza), perché, da presbitero, tenne per sé la confessione della regina Giovanna, che faceva le corna al marito. Il corpo del Santo venne trovato sulle rive del fiume circondato da una strana luce che, bando alle elezioni, aveva la forma di cinque stelle. 

Il modello artistico di tutte le statue rappresentanti questo Santo, tra cui la nostra, è la Statua di Jan Brokof del 1683 posta sul Ponte Carlo. La maniera in cui il soggetto abbraccia la croce, inoltre, è valsa all’opera morbegnese il nomignolo di San Giovanni Chitarrista o San Rock, in merito alla sua collocazione nella contrada San Rocco (che io porto nel cuore avendoci passato vari anni con una persona speciale).

Il Ponte Carlo e il Ponte Vecchio hanno anche delle analogie storiche non volute. Il celebre e romantico ponte di Praga ha sostituito un ponte più antico ceduto per un’inondazione. Delle trenta statue di questo ponte, quella ad aver conservato l’aspetto più originario è proprio quella di San Giovanni Nepomuceno (ed è anche quella che, toccata con la mano sinistra, porta fortuna per 10 anni). Ma non mi dilungherò in particolari intimi su Jan Nepomuceno, dato che la leggenda vuole che di notte la statua prenda vita nella capitale ceca!!!

Nel 1719 fu trovata la lingua del martire ancora intatta nella sua lapide presso la Chiesa di San Vito a Praga, perciò diventò la figura sacra per eccellenza in Boemia. Il suo culto si diffonde nel resto della Vecchia Europa grazie ai Gesuiti che, durante la Controriforma, a dispetto di alcuni filo-luterani, erano completamente a sostegno della confessione, del segreto e della sincera penitenza. Praga, così come la Valtellina, fu teatro della Guerra dei Trent’Anni (Defenestrazione //  Sacro Macello). Così, il San Giovanni di Morbegno, oltre a sorvegliare il fiume, va ad essere un dito medio rivolto verso i Governatori Grigioni di fede evangelica.

Ecco svelato il motivo per il quale, su Instagram, le mie foto di questo scorcio valtellinese sono etichettate #notinprague. Quanto amo i ponti e le persone che sanno trattenere i segreti!!!

*****[Specifico anche che è stato un prezioso regalo di compleanno :D]*****

❤ Miss Raincoat

Il San Giovanni in Valmala ad Ardenno

Valmala è una contrada di Ardenno  poco sopra via Calchera; i suoi primi abitanti discendevano da Gaggio, un’altra frazione di questo Comune retico. Gli avi ardennesi, popolavano questa zona più “scura” e scoscesa poiché il piano era prevalentemente paludoso fino alla bonifica ottocentesca.

Don Giacinto Turazza, nel suo scritto sulle chiese ardennesi , colloca cronologicamente questa cappella ca. nel 1630. In quegli stessi anni  in via Calchera, era stanziato il l’Esercito Spagnolo , opposto a quello Francese, che si trovava tra Fusine e Colorina (ovviamente, a spese dei Comuni ospitanti).

Le Guerre di Valtellina (Sacro Macello, 1620 – Capitolato di Milano, 1639) furono un conflitto nato per il dominio delle terre di Valtellina, Bormio e Chiavenna da parte dei Grigioni, poi sfociato nel più ampio conflitto della Guerra dei Trent’Anni (Francia & Protestanti VS Spagna & Cattolici).

Il committente della cappella privata fu Antonio Tartaglia, un borghese proprietario terriero del quale non sappiamo nient’altro. Consideriamo probabile che questa chiesa fosse un ex voto post- peste Manzoniana (1630), la quale aveva fatto man bassa anche qui ad Ardenno. Sappiamo bene anche che dal Cinquecento – a causa del clima di ristrettezza economica causato dal dominio grigione e corollarimolti ardennesi emigrarono nelle capitali economiche italiane, come Roma e Napoli.  A volte, facevano costruire nella Ardenno natia delle cappelle/santelle/chiese a proprie spese (palese il caso della S.M. Assunta di Biolo).

Lo stile della chiesetta è molto semplice, con uno spartano campanile a vela, ma anche con le piccole ricercatezze nel portale e nel timpano spezzato.

La dedicazione a San Giovanni lo vede come protettore dalle calamità naturali. Il 24 Giugno ad Ardenno, da sempre, viene celebrata una messa nella cappelletta seguita da uno spuntino con gli amici e famiglia. La celebrazione della Nascita di San Giovanni è antichissima: S. Agostino la fa risalire al I sec. La ricorrenza, non a caso, cade in concomitanza con il Solstizio d’Estate ed è la Festa della Fertilità, essendo il sole allo zenit e la luna in cancro. La notte del 23 Giugno, la più corta dell’anno, è pure la notte in cui le streghe si divertono a infestare le mele con i giuanin, il nome dialettale dei bruchi.

Il Santo è rappresentato sia in un affresco esterno, sull’ala verso nord, e in una tela conservata all’interno (visibile tramite una grata). All’esterno viene raffigurato in modo popolare, con la sua iconografia più riconoscibile: veste rossa del martirio, bastone dell’Agnus Dei (ciò che predicava nel deserto), trasandatezza tipica del suo voto di nazireato (ascetismo). abbiamo anche una cornice a forma di conchiglia, simbolo del Battesimo di Cristo. La tela della cappella è abbastanza pregiata, ma è di autore ignoto.La rappresentazione del Battesimo si rifà al Vangelo di Marco (anche per via del suo implicit evangelico sulla vox clamantis in deserto come il ruggito di un leone) con il Cielo che si apre per la discesa dello Spirito Santo. Altri elementi immancabili del soggetto pittorico sono il fiume Giordano, la città immaginaria sfumata nello sfondo (Nazareth) e gli Angeli. Anche qui troviamo una conchiglia – che non sempre è presente nel corredo iconografico – che fu dapprima il simbolo pagano dell’unione fertile tra uomo e donna, quindi la nascita; nel mondo Cristiano, tramite la purificazione battesimale con l’acqua, la venuta al mondo come Credente.

Il pittore potrebbe rifarsi alla Scuola di Sigismondo de Magistris, pittore della seconda metà del Cinquecento e ligio alle regole del Quattrocento milanese, attivo in Valtellina – nei dintorni possiamo apprezzare le sue Storie del Battista presso Bioggio di Mello nel 1522.

…[Eternal sunshine of my spotless mind]…

❤ Miss Raincoat