Cagliari (for Women only)

Sono stata una settimana scarsa nel capoluogo della Sardegna per uno di quelli che io chiamo “addio al coso”, un addio al nubilato di una mia cara amica che è originaria della terra del porceddu e, a uno spogliarello di un pischello, ha preferito assistere alla disfatta della Juve contro l’Inter…

Ma veniamo al dunque. Come si può flirtare con Cagliari?

Enogastronomia. I piatti tipici che ho assaggiato io sono: i malloreddus (gnocchetti rigati allo zafferano con ragù di salsiccia, cipolla e pecorino sardo), cocciula e cozzas a sa schiscionera (vongole e cozze saltate e poi ripassate con vino, peperoncino e pan grattato – da mangiare molto calde con pane caereccio) e il famoso porceddu (maialino allo spiedo aromatizzato alla menta, timo e mirto). Una pausa gourmet può essere fatta all’hamburgeria Bombas, che propone la tradizione e l’innovazione in un panino. Il mio dolcetto preferito della gita sono state le pardulas (tortine ripiene di un impasto di ricotta e agrumi). I vini più famosi che si possono bere sono il Vermentino e il Cannonau; una birra artigianale può essere la Marduk (la mia preferita è stata la Sexy Pompia, una fruit lager agrumata ambrata).

Sightseeing. Cagliari è una città che va guardata. Pronti con lo scatto per Instagram in questi luoghi:

  • Porta Cristina
  • Torre San Pancrazio
  • Torre dell’Elefante (che è anche un punto panoramico meraviglioso)
  • Bastione di St. Remy (che è il posto più maestoso della città, ti ci senti come il Re Leone con Simba)
  • Bastione di Santa Croce by night (che i locali chiamano Santu Juanni, un tempo era il rione ebraico)
  • Castello di San Michele con il suo Parco
  • Cattedrale di S.M. Assunta e S. Cecilia
  • Santuario Nostra Signora di Bonaria

Natura. Cagliari va bene per chi, come me, ferma in spiaggia non ci sa stare (anche per adattamento naturale al fototipo uno). A circa 5 km c’è il Parco del Molentargius, famoso per le saline e per i fenicotteri. Si può raggiungere o in bicicletta o in bus (ogni 9 minuti passa il n.3. Il biglietto costa 1,30€). La spiaggia più famosa è il Poetto, raggiungibile in bus (ogni 30 minuti passa il n.PQ. . Il biglietto costa 1,30€). Dal Poetto si raggiunge il promontorio panoramico della Sella del Diavolo in due ore scarse di camminata.

Miss Raincoat

Due Cose Nuove

In questo periodo di novità e tragedie mi viene solo voglia di cose semplici, come un bicchiere pieno da svuotare in compagnia #fatelamorenonfatelaguerra

Una Birra

Il Birrificio è Brewdog nato in Scozia (e dal 2012 trasferito ad Ellon, nel New England) dalla mente di due amici ventenni stufi delle birre mainstream. Oggi questo birrificio è il più innovativo, irriverente, provocatore – e quindi più criticato – sulla scena europea. Per chi ne conosce la storia, la birra dei Pinguini Tattici Nucleari porta questa etichetta. Sapete già che io adoro le IPA (che non sono le birre dei fighetti. Oppure sì, ma poco m’importa) e aprendo una delle loro bottiglie ne ho trovato la mia Regina. Si chiama Hazy Jane. Si tratta di una Indian Pale Ale di 5.0 % vol., dal colore dorato chiaro tendente all’opaco. Molto succosa, sa di frutti esotici come mang, senza perdere l’amarognolo tipico delle IPA. Adoro anche il suo nome. “Hazy Jane” si può tradurre con “Giovanna la Pazza” (storica regina spagnola considerata matta perché anticonformista); “Hazy” è inoltre un termine attribuibile ad alcune IPA – significa che hanno un processo di dry hopping: ossia, dopo la bollitura, viene inserito ulteriore luppolo a freddo (questo conferisce un sapore più fresco alla birra).

Un Vino

Qualche settimana fa (oddio, non mi ricordo più quanto tempo fa, scusatemi per la demenza senile), cercavo un rosso da abbinare con il difficilissimo zafferano. Sì, lo so che con tale spezia (non so se si può definire così, dato che è un fiorellino) ci andrebbero bianchi aromatici, come il Gewürztraminer per antonomasia… Però, non avevo tempo di controbattere e – diciamocelo – volevo vincere la sfida!!! Ho pensato alla simile complessità dello speck e sono andata, così, a pescare in Alto Adige… Questo vino è lo Schiava di Santa Maddalena. Un rosso molto tendente al nero, con tannino moderato e gusto pieno di violetta, frutti di bosco + retrogusto di mandorla. Con lo zafferano non c’entra una pippa, forse, ma mi sono innamorata di un rosso che, tra le cose, soddisfa tutte le mie aspettative (io con i rossi sono poco inclusiva, lo ammetto).

*Bevi responsabile e fai tutte le cose che ti direbbe tua mamma!!!*

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Le donne non bevono la birra, non sanno cos’è un fuorigioco, amano cucinare e altre leggende che NON troverete su questo blog.

Allora, reduce da un weekend mordi e fuggi più veloce che puoi manco fossi un ladro, voglio parlarvi di due birrifici Made in Sud. Come trovare il Mediterraneo in una birra? (Calcutta lo trovava dentro una radio)

Trimmutura di Palermo

Il nome, tradotto per i polentoni, significa Tre Motori. Era il nomignolo molto elegante per chiamare una nota prostituta palermitana che, appunto, aveva tre motori. Non mi va di spiegare il doppio senso, ma l’avete capito. I nomi di queste birre, comunque, ricalcano quelli della benzina.

Miscela – 4,6 % golden ale (orzo + fiore fico d’india), di cui esiste anche la Senza Piombo, la versione gluten free;

Diesel – 4,8 % stout (fichi secchi);

Super – 6,0 % red strong ale (semi di finocchio selvatico);

Hybrid – 4,8 % gose (capperi di pantelleria).

‘A Magara di Nocera Terinese (Catanzaro)

La magàra, in dialetto catanzarese, è la strega (anche se mia nonna chiamava così sua cognata, ahahah). Alcuni nomi sono presi dal dialetto e cercherò di tradurverli al meglio con l’aiuto del mio genitore maschio calabro.

Trupija (temporale estivo) – 6 % saison (scorze d’arancia) – Saison Saison (versione senza arancia)

Jumara (torrente) – 6,5 % pale ale – Jumara Luppolo Fresco (prodotta una volta all’anno con luppolo a chilometri zero);

Magarìa (stregoneria) – 6,0 % robust porter – di cui esiste anche la versione barricata sei mesi in botti per vino marsala;

Trilla (imbastitura sartoriale)- 5,5 % hefeweizen/weiss;

Solleone (periodo tra luglio e agosto) – 5,2 % cream ale;

Riulì (perdere il controllo dell’imbarcazione) – 6,0 % american amber;

Strina (strenna natalizia) – 9,5 % tripel – di cui esiste anche la versione barricata sei mesi in botti per vino marsala;

Mericana (americana) – 6,7 % IPA;

Mièrula (merlo) – 8,5 % Russian Imperial Stout;

Merendella (è una pesca tipica calabrese) – 5,4 % Ale (+merendelle);

Farrina (di farro) – 8,0 % ale (farro calabrese);

Frambueza (con lamponi) – 6,5 % ale (+ lamponi);

Zarzamora (mora selvatica) – 8,0% IPA (+ more di rovo) – di cui esiste anche la versione barricata sei mesi in botti per vino marsala;

Monellina – 4,2 % mild (sa di Brasilena, un tipico soft drink calabrese, è acqua gassata + caffé zuccherato)

Stiamo parlando di birre di stile ale, ossia ad alta fermentazione. Le summer o golden ale sono molto beverine, l’alternativa ale alle lager; così come le cream ale sono le birre ale “da tutti i giorni” e le mild ale sono molto maltate e leggere. Seguono le pale ale (più chiare perché il malto è essiccato a carbone) con la variante IPA (più fruttate e alcoliche). Le american amber sono più scure delle pale ma meno forti delle strong. Le più forti sono le tripel che hanno anche un gusto più speziato. Le saison sono uno stile birraio molto controverso e sperimentale; in questo caso, il nome lo si deve all’aromatizzazione del malto d’orzo con l’arancia. Le hefeweizen o weiss sono birre ale di frumento, delle bionde torbide; le gose sono weiss con sale. Infine, tra le ale scure per via della tostatura del malto ci sono le stout (più secche), le porter (più cioccolatose) e le russian imperial stout (frutta secca e molto alcoliche).

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Oggi voglio parlarvi delle due birre che mi stanno piacendo di più in questo periodo…

Gold Hobgoblin

Si tratta di una golden ale o summer ale, quindi una birra ad alta fermentazione ma molto fresca e dissetante. Il birrificio inglese che la produce è Wychwood Brewery sito nell’Oxfordshire. Come anticipa il nome, il colore è dorato e la schiuma è moderata e non corposissima. I quattro tipi di luppolo impiegati la rendono medio-amara; il malto d’orzo e di frumento le donano aromi di scorza di limone, lime e frutto della passione. 4,2 % VOL.

Morena Celtica

Si tratta di una milk o sweet stout, quindi una birra scura (tostata) ma anche dolce (viene aggiunto il lattosio, uno zucchero che non fermenta). Il birrificio che la produce è sito in provincia di Potenza e questa birra è artigianale, cruda, non filtrata e rifermentata in bottiglia. Inoltre, è una doppio malto. Il suo colore è nero intenso, non ha una schiuma corposa ma è comunque persistente. Il suo sapore è avvolgente, sa di cioccolato fondente. Ha giusto un picco tostato di caffé. Il profumo è quello della vaniglia (che è negli ingredienti). In uscita, si sente qualcosa come caramello o ciliegia candita. 6,8% VOL.

Bevete con moderazione, ma soprattutto non bevete mai birra calda o mal spillata!

Miss Raincoat

Ti leggo una Ricetta

Taroz della Valtellina

La mia nuova ossessione culinaria? Il mio nuovo comfort food? I Taroz.

I Taròz (ma si può dire anche il Taròz) sono un piatto tipico della tradizione valtellinese. Sul web si può trovare la qualunque. Tipo: che sono un piatto unico. Macché, sono un antipasto e, a veder bene, il piatto più leggero della cucina del contadino vallivo (beh, dopo la bresaola).

Taroz è una parola dialettale che significa Mescolare. Gli ingredienti sono: patate e fagiolini cornetti lessati e schiacchiati grossolanamente con un cucchiaio al quale, sul fuoco, si mescolano burro fuso con cipolla e formaggio Valtellina Casera. I più golosi ci aggiungono la pancetta. Io ho il vezzo di passarli al forno per formare la crosticina. Comunque, il risultato, è una purea grossolana cremosa e filante che costa ben 490 kcal alla porzione. Eh, vabbeh!

Che ci beviamo su?

Un vino locale DOP – Nove di Franzina

Un rosso di Valtellina dei tipici terrazzamenti di Buglio in Monte. Un vino strutturato, pulito e tanninico. Note di fico in entrata, che sfumano in prugna e ciliegia. 12% VOL

Una birra locale artigianale – ValtellIPA di Birrificio Valtellinese di Berbenno

Una IPA color giallo oro. Secca, fruttata, generosamente luppolata (amara). 5,7% VOL

Miss Raincoat

Ti leggo un Menù

Introduzione

Oggi voglio inaugurare un nuovo capitolo del blog degli Unicorni Perturbati, in cui parlerò dei posti dove si può mangiare a Casa Mia, la provincia più a nord della Lombardia. Essendo anche un’avida lettrice, vi voglio mostrare come mi approccio a uno dei miei generi letterari preferiti, il menù – o, detto volgarmente all’italiana, la carta. Infatti, si dice “mangiare alla carta”.

Per prima cosa dobbiamo imparare a riconoscere una carta buona da una carta straccia, da lanciare dietro ai poveri camerieri che non c’entrano nulla. Il menù è la prima pietanza o bevanda che assaggiamo mentalmente di un locale. Ossia, ci risponde a tre domande: 1) cosa sono venut* qui a fare? 2) cosa mi fa venire appetito? 3) voglio consumare dell’altro?

Un buon menù può essere letto in tre minuti (come cantava Giuliano dei Negramaro), quindi ha circa trenta elementi da proporci. Se l’oste ha fatto bene i suoi conti, i prezzi sono messi in ordine decrescente. Guai (legali) per chi non inserisce la pagina degli allergeni, crudi e surgelati.

Un bel menù non trascura l’estetica. La copertina non dovrebbe essere anonima e dovrebbe riportare il nome del locale o il logo (io una volta sono stata in un posto in cui sulla copertina c’era scritto Menù in cirillico, qui in Italia). Il materiale si presenta vario, a seconda del target e del concept: pelle, plastica, cartoncino e anche legno. Le pagine sono solitamente in carta opaca patinata (i menù plastificati sono utilizzati perché sono facilmente sanificabili, non perché piacciano alla vista – ma ahimé sono tempi duri!). I caratteri sono leggibili e mai più di due, così come i colori. Il testo viene impaginato al centro con ampi margini e interlinee su fogli A4 o su 10×30 per i bar. Il menù, quindi, è leggibile e pulito. Sono accettabili i menù scritti a mano, ma in bella calligrafia.

I “titoli” delle pagine (p.e. Primi Piatti) seguono tre filoni filosofici: l’articolo determinativo (I Primi Piatti), l’aggettivo possessivo (I nostri Primi Piatti) o i puntini di sospensione (Per primo piatto…).

Sotto al nome della pietanza va messa una breve descrizione (breve, perché alle domande risponde il personale e il cliente ha fame/sete/gli scappa/fretta/deve flirtare) con la lista precisa degli ingredienti, cotture e tecniche. Si può scrivere se è un piatto della tradizione, da dove arrivano gli ingredienti, parole dialettali con traduzione. Sono molto gradite le parole, sempre se oneste, come biologico, fatto in casa, fresco, di giornata, chilometri zero. Attenzione agli errori di ortografia e grammatica. Le maiuscole si possono usare per rendere il menù più accattivante, ma senza abusi. Il menù deve essere ben conosciuto dal personale, magari anche assaggiato se possibile.

Le sezioni del Menù Ristorante seguono quest’ordine: Specialità della Casa, Antipasti, Primi, Secondi, Dessert, Proposte Bambini, Menù del Giorno (a parte)

Le sezioni del Menù Pizzeria seguono quest’ordine: Rosse, Bianche, Speciali (gourmet, fritte, integrali…), Dessert

Le sezioni del Menù Bar seguono quest’ordine: Cocktails (con ingredienti; facoltativa divisione in apertivo, longdrink, analcolico, afterdinner…), Vini, Birre, Superalcolici, Tavola Calda, Pasticceria, Gelateria, Bibite, Caffetteria

La carta delle bevande alcoliche è spesso a parte. Segue quest’ordine: vino, birra, distillati, liquori e grappe. Nella descrizione si trovano nome, cantina o provenienza geografica, anno e gradi. Una buona carta ha 70% di prodotti locali, 20% di proposte extrageografiche principali e 10% tra proposte particolari o di “gradi moderati”.

Generalmente, le sezioni del Vino sono divise in Bollicine, Rossi, Bianchi, Rosé, Da Dessert/Passiti. Le sezioni della Birra sono divise in a) Bianche, Bionde, Ambrate o Scure o b) per Stile (Ale, Lager, Weiss, Trappista, Ipa e Stout)

Spero di avervi ben iniziato alla lettura 🙂

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Birra Cruda e Birra Non Filtrata

“Cruda” sta a definire un tipo di birra non pastorizzata e priva di conservanti, perciò scade prima ma è più genuina, tipo la verdura appena colta nell’orto di zia Assuntina.

La pastorizzazione è un trattamento termico, durante il quale la preparazione che porta al prodotto finale viene portata a una temperatura di 60°C. Serve per sterilizzare e per rendere profumi e sapori uniformi, ovviamente toglie alla birra gli elementi nutritivi e rende necessaria l’aggiunta di anidride carbonica.

Le Birre Crude sono generalmente “non filtrate”, che è sinonimo di “integrali”. La birra cruda non filtrata è ovviamente più torbida (poi, dipende anche dalla tipologia, per esempio le lager-weiss sono più torbide per antonomasia).

La (micro)filtrazione prevede la rimozione di particelle solide, le quali causerebbero il deperimento, tramite una membrana microporosa (con una sensibilità di molto meno di un millimetro). La filtrazione, a volte, sostituisce la pastorizzazione. Quindi, si possono trovare in commercio alcune birre crude ma filtrate.

Cosa abbiamo provato…

Abbiamo scelto una birra italiana di un brand molto commerciale, la Peroni Cruda.

Questo è un esempio di birra cruda (non pastorizzata) ma microfiltrata a basse temperature. Il tipo di birra è lager, perciò è una bionda naturale poco torbida, luppolosa (quindi amarognola) e beverina (4,7% VOL.). Non amo eccessivamente le lager perché non hanno una grande aromaticità sulle mie papille, ma come aperitivo sul divano ci sta davvero. Anche se la cremosità che viene promessa dalla pubblicità io non l’ho avvertita.

Insomma, è una birra da partita. Buona Coppa Italia 🙂

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Eh, lo so. Questo periodo di smartdivanesimo con le giornate subito buie potrebbe aver gravato anche sulla bilancia. Ma non per me. Sapete benissimo che i fornelli non sono proprio i miei migliori amici e trovo davvero tanto tanto sexy gli uomini che cucinano (per me) e che l’unico mio diletto culinario sono i dolci. Perché mi piace il rito della pesatura degli ingredienti.

Coooomunque. Ho sperimentato un pochetto l’utilizzo dell‘olio nella pasticceria. Per prima cosa vorrei dire che l’oli per me migliori da utilizzare sono quello di semi o di arachidi, siccome quello d’oliva risulta veramente troppo sapido e copre il sapore dolce.

MUFFINS ALLO YOGURT (dosi per circa 15 pezzi)
  • 2 uova a temperatura ambiente
  • 150 g di zucchero
  • 60 ml di olio di semi

Montare il tutto con un frullatore per 10 minuti.

  • Farina : 250 g “OO” e 50 g di riso (li rende più soffici e leggeri) + 1 pizzico di sale
  • 1 bustina (16 g) di lievito per dolci
  • 1 bustina di vanillina oppure la scorza di 1 limone
  • 2 vasetti di (250 g) yogurt — io ho usato: Latteria di Chiuro ai frutti di bosco
  • altre aggiunte — p.e. gocce di cioccolato

Mescolare il tutto con un cucchiaio finché non diventa un amalgama colloso. Non lavorare troppo altrimenti i muffins diventeranno troppo spugnosi (in Lombardia si dice gnucchi).

Oliare gli stampini di silicone con olio e riempire per metà con un mestolo. Cuocere nel forno preriscaldato per 22 minuti a 200 gradi (prova: stuzzicadenti che rimanga pulito).

CROSTATA MORBIDA AL LIMONE (dosi per stampo diametro 24 cm)

Per la base: io consiglio di prepararla, poi metterla subito nello stampo a cerniera non oliato e poi lasciarla riposare 30 minuti in frigorifero o fuori dalla finestra. Questo perché la frolla all’olio è un po’ poco stabile (per capirci, non sta benissimo insieme, ma il risultato è veramente quello di una frolla molto morbida, a prova di dentista). Io ho tirato un cerchio di diametro 24 cm (ossia come lo stampo) e di altezza 1 cm; per il bordo ho realizzato delle palline che ho schiacciato sullo stampo con le dita. A prova di imbranato, ve lo giuro!

  • 1 uovo a temperatura ambiente
  • 150 g di zucchero
  • 300 g farina 00
  • mezzo limone (succo)
  • 1 bustina (16 g) di lievito per dolci
  • 1 bustina di vanillina

Per la crema: è una crema non dolcissima. Io l’ho montata con la frusta a mano finché sono scomparsi tutti i grumi.

  • 500 g di ricotta
  • 2 uova a temperatura ambiente
  • 70 g di zucchero a velo
  • 2 limoni (scorza)

Cottura: forno preriscaldato a 180 gradi per 50/55 minuti (prova: bordo che diventi dorato)

Cosa possiamo abbinare?

Per gli astemi direi una bella centrifuga: melograno + mela + carota + mandarino (ricca di vitamina C e del gruppo B).

L’abbinamento classico è sicuramente lo spumante, però sapete anche che mi piace bere la birra con il dolce (eh, de gustibus).

All’MD ho scovato una birra del microbirrificio Doppiobaffo (Chignolo Po PV), Un Bel Po’ di Weiss: è una weiss non filtrata realizzata con orzo e frumento. Il suo gusto è leggermente acidulo con sentori di chiodi di garofano e banana, sicuramente molto estivo. Ha 4,8 % VOL. L’abbinamento consigliato è la carne di maiale o formaggi stagionati. Ma a non è piaciuta così, con il dolce…

La Birra Un Bel Po’ Bionda è sempre dello stesso Birrificio. Scusate, la Weiss non voleva essere fotografata – timidona 😛

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Certamente, questo blog non è nato né per fare polemica né per piangere sul bicchiere versato. Il bicchiere va riempito, se mai. Perciò, così per consiglio o per parlare di quello che faccio io nell’attivo, voglio dire che secondo me, in questo periodo covidoso e dipiciemmoso, per supportare i nostri ristoratori, osti e chiunque ci abbia ingozzato il pancino e svuotato il cervello, si debba pensare al cosiddetto servizio delivery (ossia scegli, chiami e te lo portano a casa – il bancone diventa il divano, in caso i tuoi problemi li racconti ai tuoi conviventi reali o immaginari, pelosi o meno). Credo che non serva ad arricchire nessuno, ma serve per coccolare chi ci ha sempre accolto sorridente nel suo locale portato avanti con il sudore e i sacrifici. Credo sia anche una forma di beneficenza – di fare del bene (ché non lo è solo buttare le monetine di rame nei sacchettini della chiesa). Fine della sbobba, veniamo al sodo… (stavo scrivendo sodio, ma pare faccia male agli ipertesi).

Something About IPA

IPA è l’acronimo dello stile birraio INDIA PALE ALE, quindi delle birre ad alta fermentazione (tra i 15°C e i 25°C). Nasce in Inghilterra per essere trasportata nelle colonie indiane; è il suo tasso più alto di luppolo che la preservava durante i lunghi viaggi. Oggi viene definita una birra “per fare marketing” perché si presta a varie esperimenti per accogliere vari consensi di qui e di là. Ad esempio, le White IPA sperimentano l’aroma amaro e secco andando a porsi in uno stile vicino alle Blanche del Belgio.

Solitamente, il colore di questa birra va dal giallo all’ambrato e la schiuma, sebbene compatta, ha una ridotta effervescenza. Quello che a me piace è l’aroma, fruttato e con un retrogusto amaro come il cacao.

Le IPA sono piuttosto alcoliche (da 5% a 7% VOL.), anche se le Session IPA non superano i 4,5% in Europa e i 5% negli States. Appunto, le American IPA sono anche più amare rispetto alle British perché il malto non è caramellato e il rapporto tra questo e il luppolo è più equilibrato. Le Imperial IPA, infine, arrivano a 9% e nascono come l’alternativa bitter alle Porter, sempre in Inghilterra.

Personalmente, io un’IPA l’abbinerei con il piccante, con i crostacei o con il pesce o con l’affumicato. Con l’immancabile binomio pizza-birra suggerirei una Marinara (pomodoro, aglio, origano, olio). Per quanto riguarda i dolci mi verrebbe in mente il caramello salato.

ALL DAY IPA 4,5%

session american IPA

Founders Brewing Company (Michigan USA)

colore biondo ambrato con schiuma leggera; abbastanza caramellata, sa di pesca e di pompelmo

2° premio Session Ales 2010 (Great American Beer Festival)

GRULLA 4,6%

white IPA

Birra Gaia (Carate Brianza MB)

*da notare che “grulla” significa sciocca, tontolona

colore giallo paglierino; note agrumate e profumo di frutta esotica

1° premio Birra dell’Anno 2020 (Unione Birrai)

❤ Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Questa settimana inauguriamo un nuovo filone di post…

Da molto tempo, il mio amico di bisbocce Herr BIC ed io pensavamo di raccogliere le nostre impressioni enogastronomiche raccolte in anni e anni di pianti sulla bilancia o running del giorno dopo.

Abbiamo imparato tante cose sulla cucina, sul vino e anche sulla meno acclamata birra – un po’ leggendole e un po’ sul campo. Ci è venuto in mente di raccontarvele in una maniera un po’ bislacca, senza tanti paroloni o giri di parole – così che le possiate capire tutti e capire cosa state mettendo nel vostro pancino. Non siamo sommeliers o degustatori, solo gente alla quale piace avere le posate e il bicchiere a portata di mano.Poi, ci improvvisiamo un po’ gli Alessandro Borghese dei poracci per darci una certa aria… 😛

Io , spesso, mi ricordo i luoghi per come ho mangiato e bevuto. Questo perché, anche da guida, so che l’enogastronomia non solo è arte, ma è anche un buon modo – un linguaggio quasi universale – con il quale raccontare i luoghi, un popolo nasce dalla trasformazione creativa di ingredienti conosciuti profondamente. Mi piace fare convivio, vivere insieme la gioia della tavola con le persone che amiamo. Non amo molto cucinare, purtroppo – ma se lo faccio mi piace farlo bene, secondo regole e comandamenti.Se vado a mangiare fuori leggo bene il menu – tant’è che poi lo riesco a ripetere a memoria agli altri mangiatori di patate (qui ho citato Van Gogh). Io, personalmente, guardo i dolci prima di tutto. In questo periodo, comunque, ordino spesso primi, nella fattispecie i ravioli ripieni.

Il bancone, invece, è una prerogativa di BIC. Io se bevo e mangio da sola mi intristisco. Se sono casa da sola scongelo i surgelati o metto un petto di pollo nella piastra, per dire 🙂 BIC ci va anche da solo e non perché sia un asociale (dacché poi una volta lì ci delizia con le fotografie su Whatsapp). Ci va quando un posto è nuovo e vuole ben ponderarlo. Ci va per parlare con gli sconosciuti. Oppure, se è il suo bar di fiducia, ci va per parlare con il suo oste preferito che sa già cosa mettergli davanti o cosa fargli assaggiare. Pare che il bancone sia il centro della vita di un locale e non il tavolo dove le ragazze con il grilletto facile stanno giulivamente facendo il bagno nel Malibù Cola (cito questo perché è il cocktail che amo meno). Al bancone vedi tutto ciò che ordinano gli altri, ascolti aneddoti, guardi il barista come prepara il tuo drink. Pare che il bancone sia per i veri intenditori!!!

Il prossimo mese partiremo con questa libagione virtuale….

Miss Raincoat ft. Herr BIC