Due Cose Nuove

In questo periodo di novità e tragedie mi viene solo voglia di cose semplici, come un bicchiere pieno da svuotare in compagnia #fatelamorenonfatelaguerra

Una Birra

Il Birrificio è Brewdog nato in Scozia (e dal 2012 trasferito ad Ellon, nel New England) dalla mente di due amici ventenni stufi delle birre mainstream. Oggi questo birrificio è il più innovativo, irriverente, provocatore – e quindi più criticato – sulla scena europea. Per chi ne conosce la storia, la birra dei Pinguini Tattici Nucleari porta questa etichetta. Sapete già che io adoro le IPA (che non sono le birre dei fighetti. Oppure sì, ma poco m’importa) e aprendo una delle loro bottiglie ne ho trovato la mia Regina. Si chiama Hazy Jane. Si tratta di una Indian Pale Ale di 5.0 % vol., dal colore dorato chiaro tendente all’opaco. Molto succosa, sa di frutti esotici come mang, senza perdere l’amarognolo tipico delle IPA. Adoro anche il suo nome. “Hazy Jane” si può tradurre con “Giovanna la Pazza” (storica regina spagnola considerata matta perché anticonformista); “Hazy” è inoltre un termine attribuibile ad alcune IPA – significa che hanno un processo di dry hopping: ossia, dopo la bollitura, viene inserito ulteriore luppolo a freddo (questo conferisce un sapore più fresco alla birra).

Un Vino

Qualche settimana fa (oddio, non mi ricordo più quanto tempo fa, scusatemi per la demenza senile), cercavo un rosso da abbinare con il difficilissimo zafferano. Sì, lo so che con tale spezia (non so se si può definire così, dato che è un fiorellino) ci andrebbero bianchi aromatici, come il Gewürztraminer per antonomasia… Però, non avevo tempo di controbattere e – diciamocelo – volevo vincere la sfida!!! Ho pensato alla simile complessità dello speck e sono andata, così, a pescare in Alto Adige… Questo vino è lo Schiava di Santa Maddalena. Un rosso molto tendente al nero, con tannino moderato e gusto pieno di violetta, frutti di bosco + retrogusto di mandorla. Con lo zafferano non c’entra una pippa, forse, ma mi sono innamorata di un rosso che, tra le cose, soddisfa tutte le mie aspettative (io con i rossi sono poco inclusiva, lo ammetto).

*Bevi responsabile e fai tutte le cose che ti direbbe tua mamma!!!*

Miss Raincoat

Puglia a Novembre

Partiamo dal mio presupposto da addetta ai lavori secondo il quale l’Alta Stagione non esiste. Mi correggo, esiste per quanto riguarda i prezzi e la loro correlazione con la qualità – ma, personalmente, penso che si possa andare ovunque e sempre, basta averne voglia e le tasche abbastanza larghe. Del resto, a me è capitato di trascorrere 10 giorni in Grecia con diciotto gradi ad agosto e di morire di caldo a Praga in aprile…

Sui tetti, sui cancelli e sui terrazzi pugliesi si trova spesso un simbolo di augurio , ossia il pumo. Deriva dal culto della dea latina Pomona, la Signora dei Frutti, e rappresenta un bocciolo del fiore di acanto, il quale – siccome cresce spontaneo, prospetta una vita feconda a chi lo possiede.

L’Itinerario

Alberobello è celebre per l’architettura spontanea dei trulli. Il centro storico dei trulli è come se fosse un villaggio dentro il paese, a 428 metri d’altitudine. Ogni trullo ospita un negozio artigianale, un bar, un ristorante, un albergo… Ho trovato molto divertente la visita al trullo dei fischietti (non solo perché la signora Maria ha consigliato alla mia amica S. che, per suonare bene, bisogna infilarselo tutto in bocca) . Pare che bisogna fischiarci dentro due volte per farsi passare quella che a Napoli chiamano la cazzimma (ossia la malattia di noi fighissimi e unicornevoli incazzosi). Alberobello, insomma, è un posto molto iconico in Puglia e si capisce il motivo della protezione UNESCO, sebbene io abbia avuto la stessa sensazione di quando ho visitato Bruges. Mi è sembrato un meraviglioso museo a cielo aperto più che un borgo.

Ostuni è detta la Città Bianca per via della calce con la quale sono dipinte le abitazioni del nucleo. Difatti,anche con meteo nuvoloso non ti permette di visitarla senza lenti polarizzate. Ostuni è anche un dedalo di stradine e scalinate, che si arrampicano su tutto lo spazio che hanno a disposizione e domina il paesaggio degli uliveti fino al mare. Assolutamente d’obbligo, dalla piazza nella quale svetta la colonna con il Santo Oronzo, arrivare in salita alla sinuosa Concattedrale, attraversando tutti i vicoli (il mio preferito: Via Continelli Bixio,). L’aggettivo migliore per descrivere Ostuni è pittoresca.

Cisternino, nell’altopiano carsico delle Murge, è stato nominato Comune Amico del Turismo Itinerante. La cucina tipicamente cistranese rispecchia le più classiche tradizioni della gastronomia barese e della Murgia dei trulli con qualche piccola incursione di quella dell’alto Salento. Caratteristiche di questa tradizione paesana sono soprattutto le ricette a base di carne e di verdure. Il turismo a Cisternino si è sviluppato nell’ultimo decennio grazie proprio all’unico bene di questo piccolo centro: la natura, il paesaggio, i trulli e l’architettura spontanea del centro storico. Per me è una meta enogastronomica imperdibile.

Monopoli ha un castello, il Castello di Carlo V, che la rende fiabesca. La fortificazione viene completata dal Bastione di Santa Maria e dalla Cannoniera, detta La Traditora, poiché progettata per attaccare all’improvviso chi avesse cercato di risalire le mura. Fu edificato per volere degli Spagnoli direttamente sul mare a protezione dell’odierno porto antico. Monopoli mi è piaciuta davvero tanto, mi ha scaldato il cuore, non solo per la temperatura mite. Quasi, avrei voluto finire in prigione e stare qui ferma due giri. Mi ha ricordato un po’ anche la Bretagna, in questa stagione. Ma, ahimè, i Francesi il Mediterraneo se lo sognano…

Ceglie Messapica è un paese dell’entroterra salentino, anzi, un borgo per definizione. I Messapi erano la tribù che nell’Antichità Classica abitava il Salento. Nella sua architettura urbana ci presenta, per esempio, la Torre dell’Orologio e il Castello Ducale, nonché le sue viuzze in salita e gli abitanti con il dialetto quasi aramaico.

Ceglie, visitata durante il pomeriggio, ci ha permesso di meditare un attimo sulla differenza di ore di luce/buio tra il Nord e il Sud Italia. Non so ben spiegare queste cose scientifiche, ma è dovuto all’inclinazione degli emisferi terrestri. Dunque, se oggi l’alba a Milano è stata alle 07:33, a Bari è stata alle 06:50; viceversa, se il tramonto a Milano è stato alle 16:47, a Bari è stato alle 16:28. Giusto per dire che non me lo sono inventato!

Brindisi ha le dimensioni e i movimenti di una cittadina. Gli abitanti ne dividono il centro storico nel Centru e nella Marina. Il centro, con vari negozi di catene internazionali, ha la Fontana delle Ancore in Piazza Cairoli. Il Lungo Mare Margherita di Savoia ci porta fino al Monumento al Marinaio.

Punta Penne è una frazione della città di Brindisi in zona Aeroporto del Salento. La torre che si vede in lontananza faceva parte della fortificazione del Regno di Napoli. Qui la sabbia è finissima e il mare è trasparente. E qui sono anche finite le vacanze!

Cronache dal Bancone

Puglia da mangiare
Puccia – è un formato di pane, tipico della tradizione pugliese. Passeggiando per le strade del Salento e per i vicoli del tarantino è possibile imbattersi in una versione tutta genuina dei fast food: la pucceria. Cosa c’è dentro? La Puglia intera, se vuoi.
Pasticciotto – un guscio di pasta frolla croccante e un ripieno di crema pasticcerae amarena.
Rustico Leccese – uno disco di pasta sfoglia ripieno di pomodoro, mozzarella e besciamella.
Bombette Pugliesi – involtini di carne di maiale, cinghiale o vitellino ripieni di pancetta, caciocavallo, sale e pepe e tanto altro, dalla la forma arrotondata da cui prendono il nome “bombette”, secondo tradizione cotte su brace.

Puglia da Bere
Negramaro rosé
Primitivo rosso
Birra artigianale “Birra Salento” – pils Nuda e Cruda; ipa Tipa

  • Monopoli – La Locanda dei Pescatori (tanti cuori per il cameriere Antonio)
  • Ostuni – SAX
  • Cisternino – Le Tre Lanterne

Miss Raincoat

Gaia “Nuvole di Zanzare” (colonna sonora del viaggio)

“E lo so già che non mi passa e mai mi passerà – e si unirà il nostro respiro e suonerà una nota sola”

Cronache dal Bancone

Oggi voglio parlarvi delle due birre che mi stanno piacendo di più in questo periodo…

Gold Hobgoblin

Si tratta di una golden ale o summer ale, quindi una birra ad alta fermentazione ma molto fresca e dissetante. Il birrificio inglese che la produce è Wychwood Brewery sito nell’Oxfordshire. Come anticipa il nome, il colore è dorato e la schiuma è moderata e non corposissima. I quattro tipi di luppolo impiegati la rendono medio-amara; il malto d’orzo e di frumento le donano aromi di scorza di limone, lime e frutto della passione. 4,2 % VOL.

Morena Celtica

Si tratta di una milk o sweet stout, quindi una birra scura (tostata) ma anche dolce (viene aggiunto il lattosio, uno zucchero che non fermenta). Il birrificio che la produce è sito in provincia di Potenza e questa birra è artigianale, cruda, non filtrata e rifermentata in bottiglia. Inoltre, è una doppio malto. Il suo colore è nero intenso, non ha una schiuma corposa ma è comunque persistente. Il suo sapore è avvolgente, sa di cioccolato fondente. Ha giusto un picco tostato di caffé. Il profumo è quello della vaniglia (che è negli ingredienti). In uscita, si sente qualcosa come caramello o ciliegia candita. 6,8% VOL.

Bevete con moderazione, ma soprattutto non bevete mai birra calda o mal spillata!

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Come sono passata dallo Spritz al Negroni

Primo di giugno. Ergo, si può tornare a varcare la porta dei bar e dei ristoranti. Ma non si può dire che quest’anno la giacca di pelle non sia servita a nulla.

Comunque, veniamo al dunque. Ebbene sì, dopo l’amore giovanile per il Mojito, la lunga storia con lo Spritz è arrivato quello giusto. Il Negroni.

Motivo? Bah, improvvisamente lo Spritz mi è sembrato un po’ stucchevole….

Un po’ di storia

L’aperitivo è un rito inventato in Italia, precisamente a Torino, dove, a fine Settecento, si stimolava l’appetito prima di cena con un drink e degli stuzzichini. Quindi, è una parola intraducibile in altre lingue. Si beveva il vermouth, poi commercializzato e battezzato da Martini. Oggi si beve un po’ di tutto in questa fase oraria, lager e ipa tra le birre, vini spumanti o secchi di vario colore, cocktail più o meno amari o aciduli. E non permettetevi nemmeno di dire “apericena” (che è l’equivalente enogastronomico dello “scopamico”, ma come diavolo parlate???) . Mia nonna ripeteva sempre “se non mangi muori”, quindi…

Lo Spritz nasce in quel clima un po’ da spogliatoio delle truppe austriache di stanza nel Lombardo-Veneto che, non abituate all’alta gradazione dei vini locali (tipo il Friulano già Tokaij), tendevano a fare una cosa che in tedesco si dice “spritzen”, ossia allungarlo con l’acqua frizzante. L’invenzione del cocktail, però, si colloca dopo il 1919, anno di nascita dell’Aperol a Padova. Lo Spritz, aperitivo arancione per eccellenza, ha pochi ingredienti: prosecco, selz, Aperol e mezza fetta di arancia. Il suo bicchiere d’origine era il tumbler basso (detto old fashioned), ma dal 2015 fa più fico usare lo stelo. Dato che Aperol viene commercializzato da Campari (che invece parla milanese), per chi lo preferisce rosso si fa uno strappo alla regola.

La differenza tra Aperol e Campari? In realtà, sono tutti e due la parte amara (bitter) del cocktail. La ricette di entrambi sono segretissime come quella della Coca Cola e della Bresaola. Quella dell’Aperol prevede l’infusione in alcool di arancia, rabarbaro e altre erbe e radici (11% VOL). Il Campari, invece, prevede sempre l’infusione in alcool di chinotto, cascarilla (una pianta tropicale pure antidiarrioca), erbe amaricanti varie + cocciniglia come colorante (25% VOL). Quindi, la scelta rimane sostanzialmente sulla cromia o sulla geografia, se non fosse che il Campari è un pelino più amaro e sicuramente più forte.

Ed ecco che, passando per Milano e per il Campari, arriviamo al Negroni. Proprio a Milano, nel bar Gaspare Campari, era stato inventato l’Americano, un cocktail a base di Campari, vermouth rosso e seltz – appunto amato dai turisti statunitensi e da James Bond. Nel 1920, il conte Camillo Negroni, chiese al suo barista di fiducia di Firenze di sostituire il seltz con il gin, in memoria di un suo viaggio sesso-droga-rock’n’roll a Londra. Nasce così il mio nuovo cocktail preferito, un mix di gin, Campari e vermouth rosso con mezza fetta di arancia. Si beve rigorosamente on the rocks (con giù il ghiaccio), in un tumbler basso e senza cannuccia (poi qualcuno mi spiegherà a cosa servono due cannucce nei cocktails…). Esiste anche il Negroni Sbagliato, che sostituisce il gin con lo spumante brut.

La conclusione

Mi sono buttata sull’alcool? Ma no. C’è da dire che il vermouth e il gin sono due elementi affascinanti da capire.

Il gin si ottiene da una fermentazione di cereali o patate per distillazione, alla quale viene aggiunta in macerazione una miscela di erbe o radici o spezie, tra le quali il ginepro.

Il vermouth, vino aromatizzato nato a Torino, prende il nome dal lemma tedesco con il quale si indica l’artemisia (anche se il vermouth può essere anche aromatizzato con l’assenzio). Oltre a questo aroma, che deve essere presente per legge, si può avere il sentore di, per esempio, camomilla, garofano, sambuco, zafferano, anice, vaniglia, melograno, etc…

Per quanto riguarda il gin ne ho scovato uno molto vicino alla mia valle, che è il Gin Rivo prodotto con erbe e fiori dei prati sul Lago di Como da Magi Spirits a Cermenate (CO). Il suo sapore è molto balsamico, sfuma in un finale lungo di melissa, timo e frutti di sottobosco

Per quanto riguarda il vermouth, al di là del tradizionale Punt e Mes reso celebre da Giovanni Agnelli, punterei su un Bérto Rosso da Travail. La distilleria è la Quaglia di Asti, sulle colline dei grandi vini ottenuti dalle uve moscato. Il colore rosso carico non tradisce le aspettative: sa di agrumi, di spezie e il suo sapore è molto persistente.

@ Liberty – Sondrio

Miss Raincoat

(!) Bevi responsabile. Se guidi non bere. Mangia, prega, ama. Troppo fa male anche il pancotto. E tutte le cose che ti direbbe anche Mammà.

Ti leggo un Menù

Orterie @ Stazzona / Villa di Tirano

Avevo già sentito parlare di questo posticino, però non l’avevo mai visitato in quanto – ahimé – sono un’amante ignorante della grigliata mista. Orterie è un posto dove sperimentare qualcosa di diverso. Si definisce una trattoria in quanto i proprietari hanno voluto fondere la cultura culinaria giapponese alla conoscenza vitivinicola locale, creando un ristorante vegano d’eccellenza dove i piatti proposti non solo inneggiano i sapori valtellinesi, ma li vanno anche a cercare nell’orto appena fuori al locale. Rye, del resto, è il nome della cheffa che ha saputo tradurre il suo estro e la sua esperienza in un locale che non ha eguali in tutta la valle e non è, nella definizione tipica, una trattoria. Io ringrazio Franco Bavo dell’Istituto Saraceno – Romegialli per il pranzo in catering presso il chiostro sud del Sant’Antonio di Morbegno, siccome mi ha permesso di scoprire questo luogo da pagana: mi sono ricreduta, anche noi onnivori possiamo saziarci e viziarci con le verdure.

I menù di Orterie, appunto, sono stagionali. Io ho avuto modo di assaggiare la Primavera con una vellutata di piselli, una bento box (tradotta per noi lombardi è la schiscèta, il pranzo portato da casa nel tupperware) in stile “gozen” (in giapponese è il cibo del re e, in pratica, sono dei piccoli assaggi serviti su un vassoio – qui c’erano, per esempio, il riso con la salsa cocktail, degli spaghetti di fave, le rape, insalata di grano saraceno (tipico della Valtellina) uovo sodo, i tàroz (*) ) e uno strudel alle ciliegie. Al ristorante questo menù è detto “dònguri” (ghianda), simbolo di ospitalità.

(*) tàroz (plurale, si dice “i taròz”) = piatto tipico valtellinese, forse il più “leggero”. Un puré di patate con fagiolini (i cosiddetti cornetti) conditi con burro fuso e formaggio Casera.

Per quanto riguarda la carta dei vini, la Casa consiglia: Champagne, Ribolla, Metodo Ancestrale, Riesling o un classico Rosso di Valtellina. Trovo molto interessante, se dovessi dire la mia, il Metodo Ancestrale (loro servono uno Zero Infinito P&S). Per farla breve, è una via di mezzo tra un metodo charmat (fermentazione in autoclave) e un metodo classico (fermentazione in bottiglia); insomma, si pigiano leggermente le uve in modo da fare uscire i lieviti e poi si fa fermentare il vino in acciaio inox. Nel caso di questa specifica bottiglia, il risultato è un prodotto frizzante ma non troppo, con un sapore molto rotondo e fruttato, io sento le mele Golden del suo Trentino di origine. In Borgogna lo chiamavano “guinguet” nel Cinquecento, un vino che faceva fare follie.

Miss Raincoat

Follie di Primavera grazie a Orterie 😛

Ti leggo un Menù

TANANAI

Talamona, Via Stelvio (sulla SS. 38)

La prima puntata del nostro nuovo appuntamento la giriamo nel locale più alla moda in questo primo periodo di aperture post lock down. Qui, fino a qualche anno fa, c’era un ristorante messicano. Oggi, siamo ospiti della versione statica di Mastersciatt, nato nel 2013 per portare il cibo tipico valtellinese on the road (con un “ignorante” furgone). Un Tananai, per chi non lo sapesse, in Valtellina è un personaggio sempliciotto e un po’ ingenuo, un po’ come il Serafino che interpretava Renato Pozzetto. In effetti, il logo del ristorante-pizzeria è un trattore (che ritroviamo, d’epoca, al centro della sala – dove nel Messicano c’erano i coccodrilli finti, ricordo male?).

Ho voluto consultare per Voi il menù sul sito (www.mastersciatt.it) perché mi hanno parlato benissimo del loro servizio delivery. L’ho letto in 1,17 min. Le prime tre cose che mi ricordo dalla prima lettura: un hamburger goloso e saporito che si chiama Pierburger, le pinse in particolare la Cu a Cipudda (date le origini calabre del mio ormai famoso babbo) e la Tananai, bella leggera, con le costine.

Il design del menu cartaceo, comunque, è a fondo nero con titoli gialli e corpo del testo in bianco (ingredienti più in piccolo).

Riassumendo, la carta propone la tradizione valtellinese degli sciatt e dei pizzoccheri, la tradizione “alla moda” della pinsa romana (che non è pizza, che non è focaccia, che è un lievitato digeribilissimo) e l’avanguardia, o meglio, l’originalità nel proporre un panino con l’hamburger (un’originalità che sprizza allegria dai nomi simpatici come Porcopane, panino artigianale con sfilacci di costine, Casera, maionese di limone e patate al forno – o la Pinsa Satana, per chi avesse la lingua d’acciaio).

Le Pinse sono elencate dalle più classiche alle più eccentriche. Quella più costosa è la già citata Tananai con le costine (8,50 €). La mia preferita è la Mortazza (mozzarella, zola, granella di pistacchio), che costa 8,00 €.

Il Pierbuger che tanto mi era rimasto in mente per me è il pezzo forte. Si tratta di un hamburger di manzo con verza rossa stufata, cipolla caramellata, Casera, pomodoro, lattuga, salsa bbq + patate al forno. Costa 10,00 € ed è la pietanza più costosa della carta.

Un altro modo di ordinare è con l’app Mastersciatt (che da la possibilità di avere una fidelity card; raggiunti 100€ di spesa si può scegliere un omaggio, ossia un prodotto gratis tra alcune proposte). Da questa possiamo anche scrutare la carta del beverage. Per quanto riguardano i vini abbiamo Sassella Alisio, Rosso di Valtellina e Inferno Efesto delle Cantine Nera; per quanto riguardano le birre la 72 APA, la 33 Pils e la Tananai Golden Ale del Birrificio Revertis. Quindi, l’attenzione è rivolta alle etichette locali e artigianali. (vini alla bottiglia – 15€ ; birre – 4€)

Tra i cocktails, al costo di 6 €, trovano spazio quelli più conosciuti come lo spritz, il mojito e il mule con varie rivisitazioni. Per restare sul pezzo si può sorseggiare un Valtellina Spritz con succo di mela valtellinese, lime, prosecco e vodka (a parte se esci con la mia amica S. che è allergica alle mele).

Bon appétit!

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Birra Cruda e Birra Non Filtrata

“Cruda” sta a definire un tipo di birra non pastorizzata e priva di conservanti, perciò scade prima ma è più genuina, tipo la verdura appena colta nell’orto di zia Assuntina.

La pastorizzazione è un trattamento termico, durante il quale la preparazione che porta al prodotto finale viene portata a una temperatura di 60°C. Serve per sterilizzare e per rendere profumi e sapori uniformi, ovviamente toglie alla birra gli elementi nutritivi e rende necessaria l’aggiunta di anidride carbonica.

Le Birre Crude sono generalmente “non filtrate”, che è sinonimo di “integrali”. La birra cruda non filtrata è ovviamente più torbida (poi, dipende anche dalla tipologia, per esempio le lager-weiss sono più torbide per antonomasia).

La (micro)filtrazione prevede la rimozione di particelle solide, le quali causerebbero il deperimento, tramite una membrana microporosa (con una sensibilità di molto meno di un millimetro). La filtrazione, a volte, sostituisce la pastorizzazione. Quindi, si possono trovare in commercio alcune birre crude ma filtrate.

Cosa abbiamo provato…

Abbiamo scelto una birra italiana di un brand molto commerciale, la Peroni Cruda.

Questo è un esempio di birra cruda (non pastorizzata) ma microfiltrata a basse temperature. Il tipo di birra è lager, perciò è una bionda naturale poco torbida, luppolosa (quindi amarognola) e beverina (4,7% VOL.). Non amo eccessivamente le lager perché non hanno una grande aromaticità sulle mie papille, ma come aperitivo sul divano ci sta davvero. Anche se la cremosità che viene promessa dalla pubblicità io non l’ho avvertita.

Insomma, è una birra da partita. Buona Coppa Italia 🙂

Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Eh, lo so. Questo periodo di smartdivanesimo con le giornate subito buie potrebbe aver gravato anche sulla bilancia. Ma non per me. Sapete benissimo che i fornelli non sono proprio i miei migliori amici e trovo davvero tanto tanto sexy gli uomini che cucinano (per me) e che l’unico mio diletto culinario sono i dolci. Perché mi piace il rito della pesatura degli ingredienti.

Coooomunque. Ho sperimentato un pochetto l’utilizzo dell‘olio nella pasticceria. Per prima cosa vorrei dire che l’oli per me migliori da utilizzare sono quello di semi o di arachidi, siccome quello d’oliva risulta veramente troppo sapido e copre il sapore dolce.

MUFFINS ALLO YOGURT (dosi per circa 15 pezzi)
  • 2 uova a temperatura ambiente
  • 150 g di zucchero
  • 60 ml di olio di semi

Montare il tutto con un frullatore per 10 minuti.

  • Farina : 250 g “OO” e 50 g di riso (li rende più soffici e leggeri) + 1 pizzico di sale
  • 1 bustina (16 g) di lievito per dolci
  • 1 bustina di vanillina oppure la scorza di 1 limone
  • 2 vasetti di (250 g) yogurt — io ho usato: Latteria di Chiuro ai frutti di bosco
  • altre aggiunte — p.e. gocce di cioccolato

Mescolare il tutto con un cucchiaio finché non diventa un amalgama colloso. Non lavorare troppo altrimenti i muffins diventeranno troppo spugnosi (in Lombardia si dice gnucchi).

Oliare gli stampini di silicone con olio e riempire per metà con un mestolo. Cuocere nel forno preriscaldato per 22 minuti a 200 gradi (prova: stuzzicadenti che rimanga pulito).

CROSTATA MORBIDA AL LIMONE (dosi per stampo diametro 24 cm)

Per la base: io consiglio di prepararla, poi metterla subito nello stampo a cerniera non oliato e poi lasciarla riposare 30 minuti in frigorifero o fuori dalla finestra. Questo perché la frolla all’olio è un po’ poco stabile (per capirci, non sta benissimo insieme, ma il risultato è veramente quello di una frolla molto morbida, a prova di dentista). Io ho tirato un cerchio di diametro 24 cm (ossia come lo stampo) e di altezza 1 cm; per il bordo ho realizzato delle palline che ho schiacciato sullo stampo con le dita. A prova di imbranato, ve lo giuro!

  • 1 uovo a temperatura ambiente
  • 150 g di zucchero
  • 300 g farina 00
  • mezzo limone (succo)
  • 1 bustina (16 g) di lievito per dolci
  • 1 bustina di vanillina

Per la crema: è una crema non dolcissima. Io l’ho montata con la frusta a mano finché sono scomparsi tutti i grumi.

  • 500 g di ricotta
  • 2 uova a temperatura ambiente
  • 70 g di zucchero a velo
  • 2 limoni (scorza)

Cottura: forno preriscaldato a 180 gradi per 50/55 minuti (prova: bordo che diventi dorato)

Cosa possiamo abbinare?

Per gli astemi direi una bella centrifuga: melograno + mela + carota + mandarino (ricca di vitamina C e del gruppo B).

L’abbinamento classico è sicuramente lo spumante, però sapete anche che mi piace bere la birra con il dolce (eh, de gustibus).

All’MD ho scovato una birra del microbirrificio Doppiobaffo (Chignolo Po PV), Un Bel Po’ di Weiss: è una weiss non filtrata realizzata con orzo e frumento. Il suo gusto è leggermente acidulo con sentori di chiodi di garofano e banana, sicuramente molto estivo. Ha 4,8 % VOL. L’abbinamento consigliato è la carne di maiale o formaggi stagionati. Ma a non è piaciuta così, con il dolce…

La Birra Un Bel Po’ Bionda è sempre dello stesso Birrificio. Scusate, la Weiss non voleva essere fotografata – timidona 😛

Miss Raincoat

Come (non) fare le Recensioni

Oggi mi sento in vena di scrivere un bel post didascalico. Ho sostenuto con mani e piedi l’idea che (covid o non covid), in questo momento storico iper-connesso, per sostenere un’azienda, un’impresa o una realtà artigiana sia buona cosa postare, ‘ché se non posti non ci sei stato e non esiste. Quindi, fotografate quello che mangiate, bevete, indossate, vomitate…e poi aggiungete l’hashtag. Per fare gli splendidi, ci sono anche le recensioni tramite le quali ci possiamo sentire subito Alessandro Borghese. Soltanto che, celati dietro a una tastiera, spesso possiamo combinare grandi pasticci. Prima di tutto discreditare un’azienda tramite un’opinione personale. Oppure, semplicemente, scrivere un messaggio che poi viene mal interpretato perché l’abbiamo scritto poco bene. E con questo non sto dicendo che una recensione debba essere positiva a priori: la recensione ben fatta può non solo aiutare l’azienda con una pubblicità sincera, ma anche a migliorarsi.

In questo post voglio spiegarvi brevemente quali sono i principali orrori nei quali mi sono imbattuta in siti come Tripadvisor & Friends e ovviamente come non cadere in tranello. Lo farò tramite questo esempio: Sono andato in un ristorante senza pretese di fascia media, con cucina molto semplice per un primo frugale, orario di punta del sabato sera. Cibo mediamente buono, prezzi nella norma ma attesa di una quarantina di minuti (troppa clientela con poco personale, comunque professionale). C’è stato un problema con il pagamento con la carta e il conto è stato pagato sia in contanti sia telematicamente. Il rimborso è stato un calvario per problemi di dialoghi con le banche. (*ho usato il maschile perché in Italiano prevale)

Recensioni barbine:

Titolo: Veramente deludente – */5

Il Pignolo : Ho dovuto aspettare ore prima che le nostre ordinazioni arrivassero al tavolo.Al momento di pagare, la carta non funzionava, allora ho pagato in contanti. La mattina dopo ho avuto la spiacevole sorpresa di ritrovarmi il conto addebitato. C’è voluto un mese prima di ottenere il rimborso. L’azienda dovrebbe lavorare molto sul servizio ai clienti!
Il Timido : Incompetenti, servizio inesistente. Ho avuto solo problemi. Qualità scarsa.
Gossip Boy : Non raccomando questo ristorante. Il ristorante XY è meglio. Pinco Palla, il gestore, non è capace di riscuotere il conto tramite la carta di credito. Mi ha rubato soldi, io l’ho pure chiamato varie volte e non ha saputo aiutarmi, tant’è che la mia Banca ha dovuto trattare un mese con la sua. Si è scusato, è vero, ma non spenderei più dei soldi per andare a mangiare lì.
L’Ultrà : Un cesso di posto. Mia nonna cucina meglio. Per fare i gnocchi non credevo che ci sarebbe voluto un’ora. E nel 2k20 non ci credo che ci sono ancora posti che fanno casini con le carte di credito. Ho dovuto pagare due volte, ladri come la [nome di squadra a caso]!

Recensioni smart:

Titolo: Cucina semplice – ***/5

L’Osservatore: I piatti serviti da questo ristorante sono molto buoni, sebbene molto semplici. Il tempo di attesa è relativamente lungo, ma questo può essere dovuto all’affluenza di clientela in quel preciso momento. I camerieri, comunque, sono stati molto disponibili. L’unica pecca è che ho dovuto chiedere un rimborso per un errore di incasso con la carta e l’assistenza nelle operazioni è stata un po’ confusionaria, per via dell’istituto bancario dell’azienda.
Il Sintetico: La cucina è semplice ma ben fatta. Negli orari di punta il personale si trova un po’ in difficoltà, senza peccare però nella professionalità. Migliorerei la gestione del pagamento con la carta, con il quale ho avuto dei problemi.
L’insoddisfatto: Non raccomando questo ristorante perché, a parità di cucina, ci sono posti in cui il servizio è migliore. Mi sono trovato a dover risolvere un problema con il pagamento. Il gestore è stato molto gentile, ma il problema era di comunicazione tra le nostre banche. Credo che i soldi spesi e l’attesa estenuante del rimborso mi trattengano di recarmici nuovamente o consigliarlo a un amico.
Lo Schietto: Premetto che sono stato in questo ristorante durante un sabato sera in cui c’era la Champions e, siccome lì trasmettono le partite, il locale all’orario tardo in cui sono arrivato era molto pieno. Purché i camerieri non si siano fatti prendere dal panico, sembravano un po’ in sofferenza. Ho ordinato degli gnocchi, molto semplici come tutta la carta proposta dalla cucina. Erano buoni, ma secondo me non così casalinghi come viene promesso dalla stessa. Questo forse è un mio problema, ma sono molto ottimista nel pensare che nel 2020 tutti i locali siano pronti a gestire gli eventuali problemi con le carte di credito. Ho dovuto pagare il conto due volte e, purtroppo, l’istituto bancario al quale si affida il gentilissimo gestore non ha un call center prontamente risolutivo.

Critica Costruttiva = Utile


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❤ Miss Raincoat

Cronache dal Bancone

Certamente, questo blog non è nato né per fare polemica né per piangere sul bicchiere versato. Il bicchiere va riempito, se mai. Perciò, così per consiglio o per parlare di quello che faccio io nell’attivo, voglio dire che secondo me, in questo periodo covidoso e dipiciemmoso, per supportare i nostri ristoratori, osti e chiunque ci abbia ingozzato il pancino e svuotato il cervello, si debba pensare al cosiddetto servizio delivery (ossia scegli, chiami e te lo portano a casa – il bancone diventa il divano, in caso i tuoi problemi li racconti ai tuoi conviventi reali o immaginari, pelosi o meno). Credo che non serva ad arricchire nessuno, ma serve per coccolare chi ci ha sempre accolto sorridente nel suo locale portato avanti con il sudore e i sacrifici. Credo sia anche una forma di beneficenza – di fare del bene (ché non lo è solo buttare le monetine di rame nei sacchettini della chiesa). Fine della sbobba, veniamo al sodo… (stavo scrivendo sodio, ma pare faccia male agli ipertesi).

Something About IPA

IPA è l’acronimo dello stile birraio INDIA PALE ALE, quindi delle birre ad alta fermentazione (tra i 15°C e i 25°C). Nasce in Inghilterra per essere trasportata nelle colonie indiane; è il suo tasso più alto di luppolo che la preservava durante i lunghi viaggi. Oggi viene definita una birra “per fare marketing” perché si presta a varie esperimenti per accogliere vari consensi di qui e di là. Ad esempio, le White IPA sperimentano l’aroma amaro e secco andando a porsi in uno stile vicino alle Blanche del Belgio.

Solitamente, il colore di questa birra va dal giallo all’ambrato e la schiuma, sebbene compatta, ha una ridotta effervescenza. Quello che a me piace è l’aroma, fruttato e con un retrogusto amaro come il cacao.

Le IPA sono piuttosto alcoliche (da 5% a 7% VOL.), anche se le Session IPA non superano i 4,5% in Europa e i 5% negli States. Appunto, le American IPA sono anche più amare rispetto alle British perché il malto non è caramellato e il rapporto tra questo e il luppolo è più equilibrato. Le Imperial IPA, infine, arrivano a 9% e nascono come l’alternativa bitter alle Porter, sempre in Inghilterra.

Personalmente, io un’IPA l’abbinerei con il piccante, con i crostacei o con il pesce o con l’affumicato. Con l’immancabile binomio pizza-birra suggerirei una Marinara (pomodoro, aglio, origano, olio). Per quanto riguarda i dolci mi verrebbe in mente il caramello salato.

ALL DAY IPA 4,5%

session american IPA

Founders Brewing Company (Michigan USA)

colore biondo ambrato con schiuma leggera; abbastanza caramellata, sa di pesca e di pompelmo

2° premio Session Ales 2010 (Great American Beer Festival)

GRULLA 4,6%

white IPA

Birra Gaia (Carate Brianza MB)

*da notare che “grulla” significa sciocca, tontolona

colore giallo paglierino; note agrumate e profumo di frutta esotica

1° premio Birra dell’Anno 2020 (Unione Birrai)

❤ Miss Raincoat