Buon Natale!!!

Chiudendo un po’ per ferie (si fa per dire, io le avrò la prima settimana dell’anno prossimo), Vi auguro di trovare sotto l’albero – più o meno – quello che avete domandato nella letterina. O Babbo Natale in persona, con renne e folletti.

Se, magari, durante il veglione o il pranzo, Vi state annoiando o i vostri parenti vi stanno facendo domande imbarazzanti, ecco i links degli articoli unicornosi più apprezzati durante gli scorsi dodici mesi.

Baci e abbracci,

❤ Miss Raincoat

Budapest

Palazzo Folcher a Morbegno

“Un Bacio Rubato” di R. Hicks

“Hoppipolla” dei Sigur Ros

Consigli amorosi by Ovidio (come conquistare l’amato/a in latino)

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“Ravello” di Peder Mork Monsted

Mønsted è uno dei più celebrati pittori danesi del Ventesimo secolo. In Italia lo ricordiamo volentieri perché è riuscito a trasmettere bene la sua passione per il Mar Mediterraneo, per il suo sole e per suoi i colori vivaci, difficilmente catturabili altrove.

Nato da un costruttore navale, prese lezioni di pittura fin da bambino. Il suo mestiere artistico lo portò a viaggiare: Copenaghen, Roma, Capri, Algeria, Grecia, Baviera, Svizzera e  Francia furono, a grandi linee, le sue case.

Questo artista può essere definito impressionista, poiché si concentrò sui paesaggi all’aperto e sullo studio delle cromie; tuttavia, il suo processo creativo si basa su una contemplazione, ben lungi dal rappresentare l’irripetibilità di un attimo fuggente.

Per riassumere la dialettica del pittore nordico possiamo utilizzare le parole poesia, luce e dettaglio. E’ il caso di dire che Mønsted riesce a farci viaggiare soltanto con un’immagine.

In questa composizione veniamo avvolti dal clima mediterraneo della Costiera Amalfitana (nello sfondo: a sinistra i Monti di Scala e a destra il Golfo di Salerno). Ravello  richiama da sempre l’attenzione di intellettuali, colpiti dal fascino dell’architettura delle ville qui ubicate.

Il genio sta nel essere riuscito a rendere l’idea dell’atmosfera del Sud Italia, tanto che  quasi si sentono le cicale cantare e l’odore della salsedine. Come accennavamo all’inizio del post, questa magia avviene grazie alla giustapposizione dei dettagli, che non sono altro che una sorta di metonimia della Costiera: l’albero di limoni sotto la terrazza, le ceramiche di Vietri, il secchio con le alici, la pergola per la vite… e, infine, una madre e una figlia che raccolgono un filo rosso in un gomitolo, come due streghe che si tramandano le ricette dei filtri d’amore.

Copenaghen è una delle mie città preferite, però il Sud Italia è difficile da spiegare a parole così come l’ha fatto Peder Mork Mønsted con la sua tavolozza tranquilla e sognante.

Hai presente quando la sabbia scotta, ma tu te ne freghi perché tanto sai che stai correndo verso il mare? Ecco bisognerebbe vivere così.

Altre opere di Monsted

**1926, The Bridgeman Library (Londra)

❤ Miss Raincoat

“Il Ponte dei Sospiri” di Edward Angelo Goodall

Edward Angelo Goodall è un paesaggista dei Primi del Novecento, membro di una famiglia di artisti. È uno dei pittori di Epoca Vittoriana tra i meno conosciuti, anche se ha avuto successo già in vita, probabilmente per via del fatto che i suoi famigliari erano già “nel ramo” (specialmente, il padre ed il fratello Fred).

I suoi paesaggi, però, raccontano la Storia dell’Inghilterra, come la conquista britannica della Guyana e la Guerra in Crimea. Potremmo maccheronicamente paragonarlo ai fotografi di National Geographics, in quanto, tramite i suoi racconti di viaggio illustrati, è un narratore di luoghi. 

Nel 1856 Goodall si vota esclusivamente all’acquerello, che diventerà il suo marchio di fabbrica. Il suo primo viaggio di lavoro fu in Egitto per dipingere l’antica Menfi; lì, come un fotografo contemporaneo che fa di tutto per accaparrarsi lo scatto migliore, rischia di annegare per recuperare lo schizzo di una sua “istantanea” che era finito nel Nilo. E, grazie al suo coraggio, il giorno dopo ricevette numerose proposte di matrimonio!!! Nello stesso periodo, la Regina Vittoria lo ingaggiò per dipingere gli scorci che si potevano godere dalle finestre di Buckingham Palace. Altri viaggi-pittorici riguardarono la Francia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo ed il Marocco. Grazie a Goodall abbiamo delle cartoline dipinte molto suggestive dall’Europa della Belle Époque.

Goodall ritornò ben 15 volte a Venezia, la sua città preferita da dipingere (in barba a me che aspetto quello giusto per andarci per missioni non lavorative!!!). Il suo stile, che unisce la minuzia descrittiva alla tipica consistenza “diluita” degli acquerelli, per me è perfetto per descrivere una città galleggiante e romantica come la Serenissima.

Questo è il simbolo più famoso e rappresentativo di Venezia, città che non ha eguali al Mondo (No, Bruges – che è magica – non ha niente a che vedere, parola di guida!!!). Il ponte serviva per collegare Palazzo Ducale alle Prigioni (tra le più umide dei tempi) ed era un passaggio ovviamente obbligato per i rei che dovevano essere giudicati. Il nome, in effetti, deriva dai sospiri che i carcerati regalavano all’ultima vista (e che vista!) del mondo al di fuori delle carceri. Goodall riprende il Ponte dei Sospiri dal Ponte della Canonica, mettendo in sfondo anche il Ponte della Paglia e Piazza San Marco. Oggi questo dipinto fa parte di una collezione privata ed è databile ca. 1900.

A Venezia ci siamo già stati davvero in questo post.

Auguri a B. , il mio Kiwi Baffuto che mi ha reso una fata-madrina!

❤ Miss Raincoat

 

“Sequence of Events” di Simone Morana (Cyla)

Avere un blog non è producente se non mostri le tette e non sai abbinarci la poesia giusta. Ma, al di là della “producenza”, sto trovando molto più appagante scovare altri disadattati del web, che vomitano in rete i mostri nascosti nei loro cervelli. C’è chi la chiama Arte, ma Pavese sosteneva che scrivere unisce la gioia di parlare da soli e parlare alla folla: io estenderei il concetto a tutti i tipi di creatività da esposizione, dalle Belle Arti alla Musica, dal Diario al Taglio e Cucito, etc… Insomma, a uno spogliarsi più rivolto alle interiora e alle interiorità, per ritornare al discorso in apice.

Ecco, nel frugare tra i blog degli altri ho scoperto Simone Morana, in arte Cyla, un digital artist cremonese (che ha appena fatto gli anni, tra le cose!!! Auguri!!!) che mi ha fatto letteralmente sbavare.

Simone Morana nasce come musicista nel 1996. Cito il terzo posto alle selezioni per Sanremo Giovani nel 2001, l’album “Shadows of Me” nel 2008 ed il singolo “Rays of Sunshine” nel 2011. Definirei il suo un funk sofisticato, un po’ da auto decappottata e look da diva. Il suo debutto nella digital art avviene, invece, nel 2012.

Cyla ha un background intellettuale molto appetente: abbiamo il surrealismo di Salvador Dalì, l’indagine freudiana dell’io più profondo e temibile e dei personaggi che sembrano i giocolieri di Picasso. I protagonisti delle polaroid ghiacciate di questo artista sono anime perdute, però non dannate. È vero, stanno sprofondando negli Inferi, ma come se il Paradiso non fosse l’unica alternativa. Cyla rappresenta l’urlo di disperazione come se fosse una melodia celestiale, perché chi vive davvero non ha la manicure perfetta, no?

In particolare, mi è piaciuta moltissimo “Sequence of Events (Serie di Eventi)” (** cfr. immagine di copertina), Presa dall’ edizione limitata Ethereal .

Le donne di Cyla cadono (infatti, l’etereo riguarda l’aria ed il cielo) da città oniriche ma possibili, come protagoniste delle Città Invisibili di Calvino, descritte da Marco Polo  al Gran Khan (55 città metafisiche con nomi di donna). Io questo libro l’avevo letto al Liceo, imposto dalla prof.di Latino/Italiano, anche se mi è rimasto dentro, come un viaggio. E quest’opera mi ha riportato in superficie i sentimenti che aveva sciolto Italo Calvino.

L’idea che i sentimenti sono labili e le parole non rendono mai loro giustizia, anzi, li cancellano, perché sono troppo razionali, meri riflessi di altre cose, perché ciò che diciamo è quello che vogliamo razionalmente, ma ciò che immaginiamo lo costruiamo ambo con desideri e paure. Ecco, definirei quest’opera la rappresentazione di un sogno al rovescio.

Per conoscere di più Simone Morana ed acquistare le sue opere:

sito ufficiale

blog

E se avesse ragione Eric Clapton? Magari siamo più esibizionisti noi che teniamo il cuore scoperto senza protezione solare, che chi prende la tintarella in topless?

Andavi a scuola, ed eri pieno di brufoli e senza amici. Ti mettevi in un gruppo ed ecco che avevi migliaia di ragazze” – E. Clapton

❤ Miss Raincoat

About a guide…

Quando sono nata io, stava per finire febbraio, il mese degli innamorati, dei matti e dei virus influenzali.

Quando sono nata io, splendeva il sole, ma c’era anche il vento. E non so se stesse tirando un’aria nuova o fossero solo i coriandoli carnascialeschi sollevati da terra, già stantii dietro ai fioretti della Quaresima (per chiudere i cerchio, sarei anche stata battezzata il giorno di Pasqua). Sta di fatto che, con circa un mese d’anticipo, alle prime ore di un altro giorno, da qualche parte nei Cieli, è stata accesa una candela per me. Mi hanno chiamato P. Mi piacerebbe raccontare una bella storia sulle motivazioni della scelta, però non esiste. Mia sorella maggiore scelse per me e pure per mia mamma (che, invece, aveva optato per Gabriella o Mauro, se si fosse presentato un maschietto) e, così, venni al mondo come P., un nome nobile di otto lettere che, poi, per la solita spocchia lombarda di andare di fretta, si sarebbe ben presto ristretto tra un “la” e una “Y” di tendenza. I Pooh trionfavano a Sanremo insieme ai loro “Uomini Soli”, seguiti a ruota dal Trottolino Amoroso DuduDadada con la voce argentata di Amedeo Minghi e da “Gli amori”di Toto Cutugno.

Sono troppo sensibile. Me lo ripetono tutti da quando andavo alla scuola materna. La maestra diceva che avevo le lacrime in tasca. Ma il prof. di Francese del Liceo, mi disse, invece, che, se avessi imparato a gestire le mie emozioni “troppo umane”, sarebbe diventata una ricchezza. E non si sbagliava. Qualche volta, in realtà, stroppo. E’ come riempire un bicchiere fino all’orlo e, così, svuotarlo. La dedizione diventa sacrificio, la gioia diventa euforia, l’infatuazione diventa passione, il malessere diventa disperazione e così via: sono vulnerabile e, mancando di veri meccanismi di autodifesa, sono emotivamente instabile. Nel mio torrente di sentimenti, un po’ come un’ Anna Karenina dei nostri tempi, sembro vivere in un mondo apparentemente confuso e tormentato. Ho dei repentini sbalzi d’umore, ma non sono lunatica. C’è da dire che, quando mi sveglio, ho il vaffa** facile, ma a cena sono veramente simpatica, specie con un buon vino da sorseggiare nel bicchiere.

Sono empatica, mi piace ascoltare le persone, ma preferisco ripagare con il calore umano, piuttosto che dare consigli. Credo che l’esperienza umana sia del tutto casuale e personale, perciò non penso di avere la pragmaticità necessaria per dispensare regole d’oro. Mi piace stare in mezzo alle persone. Amo il genere umano. Sono sincera, a volte troppo, fedele e non mi piace che i problemi rimangano irrisolti. Anzi, non mi piace sbagliare. Anche se credo sia del tutto impossibile imparare senza commettere degli errori, quasi sempre, anche alla minima sbavatura, lo prendo come un fallimento e non ci dormo la notte pensando a come riparare. In effetti, amo la notte e le notti insonni mi portano sempre buoni consigli. Dormo poco, in modo da poter bere il primo caffè della giornata da sola. A volte questo mio bisogno di avere “una stanza tutta per me” viene scambiato per snobismo. La definirei piuttosto una ricerca di zen. Tendo ad affezionarmi troppo alle persone e, specie quando lavoro, mancherei di professionalità se non ci fosse un certo distacco. Credo che nel mio lavoro la disciplina sia tutto. Io amo stare con la gente, ma devo proteggerla e per farlo devo stare concentrata. Il giullare è un altro mestiere (anche la escort, del resto, anche se “accompagnatrice” ne è un sinonimo), non il mio. Ogni volta che saluto i miei gruppi, parte la lacrimuccia ed è impagabile ricevere messaggini a mesi di distanza e sapere che hai lasciato un ricordo, un souvenir, nell’animo di una persona che, altrimenti, sarebbe stata un estraneo.

Da grande non volevo nè fare la guida nè fare l’accompagnatrice. Da grande, volevo essere turista, non parte del pacchetto turistico.

Da grande volevo diventare una restauratrice. Amo l’arte e la creatività, ma l’emicrania e il fatto di non poter stare a contatto con agenti chimici mi ha portato verso un’altra direzione. Pensavo che curare le opere d’arte fosse il modo migliore per stare con le mani dentro ciò che mi piaceva, ma mi sbagliavo. Alcuni dicono che noi che lavoriamo a stretto contatto con i turisti abbiamo un forte amore per i viaggi e le avventure. Un po’ è vero: amo sentirmi persa, sbagliata, nuova, diversa, di passaggio. Amo le stazioni affollate e le reception all’orario del check out. Ma la verità è che una vita di trolley da fare e disfare, urlare per farsi sentire, vestirsi sgargianti o indossare strani indumenti per farti trovare nella folla, alla fine di una lunga giornata di corsa, in cui magari non hai nemmeno potuto mangiare come nella pubblicità della Fiesta, voler dire una cosa in una lingua che non è la tua e trovarsi a chiedere scusa per aver detto proprio un’altra cosa, pagare l’IMU, ma dormire quasi sempre in albergo, escursioni termiche, assecondare, almeno apparentemente, persone che a differenza tua sono sempre troppo rilassate o piene di domande come l’ultima de Il Milionario o che ti chiedono di procurargli il Vello d’Oro, Giasone, Medea e anche gli Argonauti se possibile e, non dimentichiamocelo, fare squadra con gli autisti che sono sempre troppo di qualcosa (e solo nei film ambientati in Grecia le guide si appaiano a loro, nutrendo un amore profondo e disperato!).Essere mamma, psicologa, matrimonialista, detective, ragioniera, dittatore, farmacista ,ingegnere informatico, enciclopedia e dizionario. Essere leader di un gruppo che non è il tuo branco, un lupo che cura un gregge. Quello che faccio per vivere è un odi et amo tipico di ogni passione. Un amante che ti era stato presentato come un gentleman, ma invece è un rozzo camionista. Eppure, un amante che non ha mai tradito le aspettative. Questo lavoro mi insegna tutto ciò come non so, come un enorme libro sul Mondo. Ma, soprattutto, questo lavoro mi salva da me stessa.

MY MIND IS THE SCENE OF THE CRIME – dal film Inception

❤ Miss Raincoat

“Bere una Coca con Te” di Frank O’hara

Frank O’hara, curatore del MOMA di New York e membro di spicco della New York School (arte contemporanea), può essere definito un artista urbano. Ci descrive Manhattan nel modo più ironico e genuino possibile. Le sue poesie sono dialoghi e non celebrazioni, per questo riescono a sconfinare dalla pagina. Il suo linguaggio è semplice, studiato, meditatamente sgrammaticato, anche se le sue immagini provengono dalla sua “canoscenza”. Ignaro del suo talento, componeva addirittura i suoi versi in stanze piene di gente e dimenticava le sue opere nel cassetto della scrivania.

Questa poesia mi piace perché riesco a farla mia. Parla di viaggi, di arte e di amore senza fronzoli smielati.

leggila qui

Cosa ho capito io…

La Coca Cola, simbolo del Consumismo, la famosa bevanda analcolica ma frizzante, diventa protagonista della comparazione con la donna amata, una sorta di Beatrice moderna. Ossia il poeta preferisce il bere qualcosa di semplice, non Champagne, con lei piuttosto che viaggiare per mari, come Ulisse. Le località citate, oltre a essere delle località balneari europee, sono anche situate nei Paesi Baschi spagnoli e francesi, quindi indicano anche la sudata indipendenza dello stare da soli. Eppure, se non torni da nessuno, vagare per il Mondo può anche farti dare di stomaco. Un’analogia che ritorna più volte è il San Sebastiano, con la città iberica e l’arancione (l’iconografia del Santo lo vuole martirizzato su un arancio): chi non ha mai visto la persona che ama luccicare come se fosse sacra?

L’ambientazione del componimento è un pomeriggio passato ad una mostra di statue al MOMA. I sorrisi complici e il fatto che il curatore consideri l’Arte troppo statica rispetto all’amore per la donna, però, riportano alla mente ciò che è successo nell’appartamento di fronte al Museo nelle prime ore del mattino. Qualcosa che viene descritto con la metafora dell’albero che respira dagli occhiali.

Meravigliosi i giochi di parole tra “love for” e “lave for“, che si leggono ugualmente, ma la seconda sta a significare una completa immersione. È sublime, poi, l’ironia tra l’amore di Frank per la donna e l’amore della donna per lo yogurt (acidella?!); l’ho trovata anche una reminescenza catulliana.

Nel crescendo dello smarrimento di non trovare più l’appagamento nell’Arte che tutti i “secchioni” provano, viene citato il dipinto preferito del poeta, “Il Cavaliere Polacco” di Rembrandt. Questo quadro, comunque, non è esposto nel “suo” MOMA, ma alla Frick Collection (quando non è “in giro” per esposizioni temporanee). Tuttavia, Frank è contento che la donna non l’abbia mai visto, una sorta di virilità dinnanzi alla “verginità” intellettuale.

Anche il Futurismo, che indaga il movimento, è troppo fermo rispetto ai gesti della donna (più avanti nel testo, si snobba Marino Marini e le sue varie versioni di “Cavalli e Cavalieri”, sostenendo che, forse, era il cavaliere a non saper padroneggiare il cavallo). Addirittura, il poeta non riesce più a sbavare nemmeno per i maestri Leonardo e Michelangelo.

Meravigliosa la domanda retorica sugli Impressionisti. Il poeta si chiede a cosa sia servita tutta la diatriba se all’aperto, dove questo gruppo di pittori dipingeva, non avevano nessuno insieme o al “Levar del Sole” (è il quadro di Monet con il quale inizia la Corrente Impressionista), dacché lui al levar del sole era con la sua donna nella sua camera da letto.

Incredibilmente per un amante dell’Arte, la poesia conclude asserendo che gli artisti si sono fatti tutti quei ragionamenti assurdi, perché non si erano mai concessi d’innamorarsi. Innamorarsi impegna il cervello e ti fa diventare anche piacevolmente ignorante. Frank è messo a disagio da questa deficienza, eppure lo sta dicendo alla donna, appunto perché è pazzo di lei, in una moderna versione dell’amor cortese.

❤ Miss Raincoat