“Lo Stivaletto d’Oro” di Mariano Alonso Pèrez

Ebbene sì, mi piacciono le favole. Però raccontate bene, tipo come facevano i fratelli Grimm, che se le tiravano fuori nude e crude. Per esempio, in Cenerentola, l’atto di infilare la scarpetta (d’oro e non di cristallo, come il loto d’oro, il piccolo piedino sexy, della cultura cinese) è ovviamente la metafora della penetrazione. Insomma, se ti si infila bene la scarpetta è quella giusta, è una questione di chimica, quella cosa che crea invidia a chi cerca soltanto qualcuno con cui sistemarsi…

56*45 cm – olio su pannello di legno – 1891 – collezione privata

Il nostro pittore spagnolo dai molteplici nomi e cognomi nasce a Saragozza; studia a Madrid e a Roma, apprendendo la lezione del Realismo. Il periodo in cui si fa conoscere e riesce a vivere della sua arte coincide con il suo soggiorno a Parigi dal fratello musicista dal 1899 al 1914. Lo ricordiamo, infatti, per le sue scene settecentesche, gli amori sospirati, il dolce far niente, i colori pastello e le composizioni armoniche. Ritornerà in patria allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale e, nel suo ultimo periodo di carriera, si dedicherà ai temi sociali.

Lo Stivaletto D’Oro (in francese La Bottine d’Or) è il nome della bottega di scarpe, la quale ha anche un’insegna a forma di stivaletto d’oro. Siamo verosimilmente nel Quartiere Ebraico del Marais. Ricordiamo che in quegli anni in Francia (anche all’indomani dell’Affare Dreyfus) era accesa la propaganda antisemitica. Il calzolaio è fortemente connotato dallo stereotipo dell’ebreo con occhiali, basette e cappello, di fatto. Si pensava che gli ebrei fossero il male del mondo: avidi di denaro, egoisti, depravati e che potessero portare la società alla deriva…

Più che una bottega sembra una baracca degli orrori. Porta e finestra sono spalancate, ma conducono verso il buio. La scena è incorniciata da una vegetazione a rampicante, quindi infestante. L’edera, a proposito, è la pianta sacra a Dioniso, il dio dei riti orgiastici. Inoltre, la lanterna è simbolo di qualcosa che contiene l’ardore di una fiamma e il vaso di fiori è il simbolo di verginità perduta.

La cesta ai piedi, non lascia traccia di dubbio, è simbolo di matrimonio, inteso come unione tra uomo e donna. I fiori che ci troviamo sono rosa, gialli, bianchi e viola: per le giovani donne è arrivato il momento della metamorfosi, il passaggio doloroso tra la fanciullezza e l’età adulta. Dicono che la prima volta non si scorda mai

Nella composizione c’è una forte connotazione dualistica tra il lato maschio e il lato femmina. Le rose rampicanti rosa ci dicono che l’unione alla quale auspicano le ingenue ragazze cattoliche francesi è quella affettiva; mentre gli uomini ebrei, scafati dal mestiere di vivere, vanno dritti verso la passione (chiamiamola così senza volgarité).

L’atto di provare le scarpe è identificato come la perdita dell’innocenza, come un rito iniziatico nei quali i sacerdoti-carnefici sono i due possessori di pisello.

C’è anche un secondo dualismo tra la ragazza seduta e la ragazza in piedi.

La ragazza seduta è connotata dal nero, come per dire che è “chiusa”, quindi vergine. La sua gonna è blu quindi anche la sua morale è integra. Il proprietario della bottega, connotato dal rosso, quello del sesso e del potere, è inginocchiato davanti a lei come quando si fa una proposta. Le sta insegnando come funziona con le scarpe: si può scegliere se amare Dio (blu) se avere solo sesso e divertimento (giallo) o, come lui consiglia, abbandonarsi all’unico vero amore, quello che unisce passione e complicità, l’unica scarpa bella che non fa male.

La sua amica, invece, la ragazza in piedi, ha già scelto il colore giallo. Troppa passione in testa e nel cuore (vedi l’abbigliamento), ti portano a scegliere in base all’istinto senza pensare alle conseguenze. Infatti, la sua moralità l’ha sollevata (vedi il grembiule) per darsi alla pazza gioia e fiorire insieme al garzone, con il quale scambia sguardi d’intesa (ed è abbinata con i colori), mentre lui maneggia un martello e una dima, simboli della prima volta. Quello, è l’amore dei giovani che non hanno esperienza come il vecchio padre del ragazzo, che comunque ha già infiocchettato la ragazza (vedi la camicetta, diversa da quella sciolta dell’amica).

Da tre cose mette in guardia il nostro Mariano rosicone: da quelli che ti si vogliono solo scopare, dagli ebrei e dagli ebrei che ti si vogliono solo scopare (cioé tutti). In pratica, le stesse cose che gli Interisti dicono degli Juventini! 🙂

Cenerentola è la prova che un paio di scarpe nuove ti possa cambiare la vita.

(ieri sera mi si è rotto il cinturino dei miei sandali preferiti, c***!)

❤ Miss Raincoat

“La Dama e l’Unicorno”

Come chiudere il mese di Ottobre, se non con un’opera che parla del nostro animale preferito?

Iniziamo con qualche precisazione tecnica. Stiamo toccando con i guanti un ciclo di arazzi datato circa 1484. Oggi lo possiamo ammirare al Musée de Cluny//Museo Nazionale del Medioevo a Parigi, anche se – originariamente – fu commissionato da Jean Le Viste, un importante figura della corte francese, per il suo palazzo nelle Fiandre (appare nell’arazzo con lo stemma con le mezze lune)

L’arazzo è una delle tecniche più particolari del Medioevo europeo che, per dirla a soldoni, è un tappeto artistico, prova della genialità degli artigiani tappezzieri e dei disegnatori. In questo caso, i fili intrecciati sono di lana e seta. Il motivo nello sfondo si chiama millefiori e consiste in un groviglio simbolico di fiori, piante e animali uno (qui la simbologia dovrebbe essere quella del talamo nuziale; ho riconosciuto la lepre, l’oca, la capra = fertilità, fecondità, prosperità).

Avrete, quindi, capito che la simbologia nell’arte medievale è utilizzata come le emoticons su Whatsapp. E, allo stesso modo, non è sempre di facile interpretazione. Però, voglio comunque provare a raccontarvi quest’opera.

I personaggi che ricorrono in tutti e sei i pannelli del ciclo sono una Dama, un Leone, un Unicorno e una Scimmietta, che, rispettivamente dovrebbero rappresentare l’Amore (inteso come forza femminile che tutto genera), la Prudenza, la Purezza e la Sfrenatezza. In più, appare anche un’Ancella che, secondo me, è la Vita con le sue possibilità molteplici e antagoniste che ci offre.

Cinque di questi arazzi rappresentano i Cinque Sensi, quindi, ciò di cui si può giovare durante la vita terrena. 

  • Il gusto – La Dama mangia un dolce che le viene offerto dall’Ancella; ai suoi piedi anche la Scimmietta mangia lo stesso dolce. Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = La Vita ci offre il piacere, anche quello più lussurioso, ma si può scegliere di consumarlo con moderazione (come quel fico del Jean Le Viste), oppure di fare come la Scimmietta, che mangia per terra. Inoltre, non ci sfugge che la Dama sta guardando un parrocchetto, simbolo della gravidanza come frutto del matrimonio.
  • L’udito – La Dama suona un organo e l’Ancella aziona l’aria (attraverso il mantice).  Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = Nella Vita potremmo sentire quel vento particolare, qualcosa che c’è ma non si vede. Quindi, la persona nobile d’animo (come, ad esempio, il nostro Jean detto Gianni) è capace di sentire e suonare questa musica che pervade il mondo, il suono del divino. Ebbene sì, la donna perfetta è una donna pia e devota.
  • La vista – Seduto in grembo alla Dama, l’Unicorno si guarda in uno specchio = La leggenda narra che solo le vergini potessero ammaestrare gli unicorni e, metaforicamente, vuol dire che la purezza può essere maneggiata solo dalle persone pure. Quindi, lo specchio è simbolo della “vanitas“, ossia della bellezza esteriore che svanisce con la vecchiaia; però, la bellezza interiore è sempreverde.
  • L’olfatto – L’Ancella porge dei fiori alla Dama, la quale ne intreccia una ghirlanda. La Scimmietta ruba un fiore e ne rimane inebriata dal profumo.  Il Leone e l’Unicorno reggono lo stemma del committente = La Vita dona alla Donna la sensualità e lei la utilizza per corteggiare l’uomo, in una maniera delicata e pudica. Alcuni uomini rubano il fiore della verginità delle donne solo per gioco, ma Gianni non è così, lui è diverso.
  • Il tatto – Con la mano sinistra, la Dama accarezza l’Unicorno e, con la destra, regge lo stemma del committente = la donna perfetta per Gianni è una donna ovviamente vergine che con il cuore sa essere pura e con la mente sa essere nobile.

Uno di questi arazzi è più grande e diverso dagli altri, sicuramente più criptico, e rappresenta il Senso Perfetto.

  • Il desiderio – Su una tenda retta dall’Unicorno e dal Leone si legge “A MON SEUL DESIR“. La Dama consegna una collana (che negli altri arazzi indossava) all’Ancella che la riporrà in un astuccio = Nella Vita il desiderio è inevitabile. A un certo punto, le armi della seduzione verranno riposte, non per castità, ma per donarle a un unica persona. Nello stesso arazzo, infatti, troviamo un cane su un cuscino, la fedeltà posta al di sopra di tutto. Il desiderio, insomma, non è peccato se vissuto con il cuore aperto e puro. Il desiderio vero e proprio può essere sperimentato per un unica persona, quindi? Oppure l’unico desiderio dovrebbe essere quello di donarsi totalmente ad un’unica persona? Ecco, è questo l’enigma del sesto arazzo.

Concludo il discorso ricordandovi che Tracy Chevalier, la stessa scrittrice de “La Ragazza con L’Orecchino di Perla” ha fantasticato anche su quest’opera d’arte, regalandoci vizi e virtù di Nicolas Des Innocentes, immaginario disegnatore di arazzi e donnaiolo da strapazzo. Io ho amato ciascuno dei suoi romanzi ❤

❤ Miss Raincoat

p.s. Non ho ASSOLUTAMENTE abbandonato l’idea di avere un blog (anche se è poco di moda), ma -come avrete anche capito da voi- Ottobre è un mese pieno di sagre, fiere, eventi enogastonomici e pure il Trofeo Vanoni (che è una corsa a staffetta in montagna con base a Morbegno) che mi hanno impegnata 24/7. Perciò, ne approfitterò del “Ponte dei Santi” per ricaricarmi (dato che finalmente il Capo ha detto <giorni liberi>) e poi cercherò di favellare un po’ più spesso. So stay tuned 🙂

 

 

“La Morte di Paolo e Francesca” di Alexandre Cabanel

Ci sentiamo tutti forti quando siamo amati. Ah, no. Quello è il Magnesio

Cabanel è un pittore che, mentre tutti si sentivano very cool nel dipingere come gli Impressionisti, continuava a proporre un’ arte fatta di pose divine, vaporose e al contempo pietrificate. Insomma, uno che preferiva una bella foto fatta bene in studio, piuttosto che un selfie fintamente preso all’improvviso. De gustibus. 

Però, c’è un bijoux che lui regala all’Arte Accademica, inespressiva ed impomatata: la sensualità. I suoi corpi femminili non sono freddi come il marmo, ma morbidi come la crema (sono perennemente a dieta, scusate la similitudine mangereccia). E il suo successo è stato nel concedersi quest’audacia senza superare i limiti o voler essere scandaloso. Come quegli uomini che certe cose non le raccontano, le fanno e basta.

Ovviamente, l’artista rimane molto fedele ai dettami dell’Arte Accademica in voga nella Parigi del Secondo Impero: composizione studiatissima, tratti precisi, texture levigata e dettagli curati (guardate le stoffe, il pavimento…) . Insomma, questa corrente venne scimmiottata come Art Pompier perché stucchevole come un Malibù Cola. Eppure, non un oggetto sulla tela è sprovvisto di una propria iconografia: il libro è quello galeotto e la spada è quella dell’assassino ancora nascosto dietro ad una tenda spessa. C’è dell’ Impressionismo anche qui, ma l’attimo sfuggente è appesantito dal pathos di un gesto mosso da un sentimento enorme. Forse, è per questo che l’opera non riscosse tanto successo al Salon del 1870, perché, per quanto sia teatrale, porta sul palcoscenico emozioni disdicevoli.

Amor, che a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte…“, così ce li fa ricordare Dante nel mettere in versi l’impossibilità di esonerarsi dall’amore quando ci prende come l’influenza di febbraio.

Paolo, detto appunto il Bello, era il bellissimo ed elegantissimo cognato di Francesca, già sposata con Gianciotto (anziano, zoppo e rozzo). Mentre i due leggevano le avventure di Lancillotto e Ginevra (che era il Cinquanta Sfumature dei loro tempi) si scambiarono il primo tremante bacio. E finirono uccisi dal marito cornuto che li colse in flagrante. Paolo Malatesta si era sposato con una certa Beatrice, per sancire un’alleanza tra guelfi e ghibellini, benché fosse profondamente invaghito di Francesca Polenta. Lui, infatti, l’aveva dovuta sposare per procura per conto di suo fratello Gianciotto. 
Rimini, 1285 circa: marito quarantenne uccide nel sonno (con un solo colpo di spada) la moglie ventenne e il fratello trentasettenne, trovati abbracciati nel letto.
La Vita in Diretta avrebbe fatto man bassa di share con questo fatto di cronaca nera, veramente accaduto ma censurato dalla Storia 😀

Pare che Beethoven, che tra le cose aveva un buon orecchio ma era sordo, quando compose Per Elisa stesse pensando a Teresa. Non è l’Amore ad essere strano, sono le persone ad esserlo

**Musée d’Orsay (Parigi), 1870

[-1 mese al mio Compleanno!!!]

❤ Miss Raincoat

“Una Cesta di Nastri” di Guillaume-Charles Brun

Settimana impegnatissima, durante la quale i coniglietti rosa della Duracell mi stanno facendo proprio le scarpe…

Vorrei tanto condividere strabilianti giochi di prestigio sui miei viaggi reali e mentali (cosa che mi impegnerò a far succedere nelle prossime settimane, prometto!), ma mi ritrovo tra le mani un’accozzaglia di impegni inderogabili. Perciò, mi è venuto in mente questo quadro da utilizzare come poster della mia situazione attuale davanti allo specchio.  Ma il nastro è pure simbolo di buon augurio e il venditore di nastri, quando appare in sogno, prelude a una gita al mare. Sperém!!!

Cominciamo con il dirci che Brun era un alunno di Alexandre Cabanel, del quale le mie opere preferite sono “La Nascita di Venere” e “La Morte di Paolo  e Francesca“, convenzionalmente inserito nella cerchia di artisti francesi ottocenteschi portavoce dell’Art Pompier. L’Art Pompier, artificiosamente accademica, accoglieva un gran successo negli ambienti della “gente che contava”, motivo per il quale Brun poteva vivere di Arte.  Però, l’artista fonde la perfezione plastica dei ritratti di porcellana (oggi li definiremmo photoshoppati) con i temi dei realisti francesi: non ci sono sconosciuti i minatori di Courbet, i contadini di Millet o proletari in treno di Daumier. Sì, forse Brun incarna il concetto del ComunistaColRolex, ma la sua tecnica magistrale incontra il mio gusto come un six-pack ben scolpito!!! Da notare è che, comunque, anche se i suoi ritratti rappresentano poveracci con visi d’angelo, sono depurati dalla civetteria di moda per questa corrente artistica.

Art Pompier è il nomignolo con il quale i critici d’arte derisero la produzione artistica francese di metà Ottocento, molto (o fin troppo) accademica da risultare artificiosa, troppo bella per essere vera. Era molto gradita nei salotti dell’alta nobiltà, ma slegata dall’indagine del vero e della società fervente in quegli anni. Insomma, come il make up delle donne coreane… Il vezzeggiativo si rifà all’elmo degli eroi greco-romani, simile al copricapo dei pompieri, anche per sintetizzare con una parola questa corrente artistica: pomposa e volgare nel rincorrere un ideale di bellezza irreale, appartenente al passato remoto.

Nella seconda metà dell’Ottocento, nel suo periodo d’oro, il pittore realizza, in prevalenza, ritratti del dark side of Paris: i suoi modelli sono i poverelli costretti a vivere di stenti nelle retrovie, come artisti di strada, cenciaioli o ambulanti (Inoltre, Brun, come  suoi contemporanei, è affascinato dall’Oriente, ma non ne porta alla luce le odalische, bensì le veggenti o le madri…).

Questo che stiamo osservando, è un eccezionale esempio di ciò che Brun ha saputo trasmetterci. Vediamo una ragazzina appena sbocciata che si riposa un attimo dalle sue fatiche appoggiata agli stipiti di un monumento (che rappresenta la distanza che l’arte ha preso dall’artigianato, dal Medioevo all’Ottocento; è una denuncia anche al fatto che tra ricchi e poveri c’è un divario abissale). La donnina fissa lo spettatore ma non sorride perché, anche se è così giovane, è rassegnata e il cesto, che spesso troviamo nell’iconografia dell’Annunciazione, qui diventa il simbolo di una verginità donata alla crudeltà della vita. Il successo di questo dipinto si deve al fatto che l’artista ha provato una pura empatia con il suo soggetto, espressa anche dalla magistrale scelta della tavolozza di tinte secondarie e delicate come il lavanda e i toni arancioni, fatta eccezione per i colori saturi dei nastri nella cesta – simbolo della vita/non vita, l’unica luce – anche troppo fluorescente – della banlieue

Per la cronaca, la cenciaiola porta con sé uno strumento storicamente rilevante, l’uncinetto (bastone adunco), che le serviva per prelevare i nastri e i cesti dall’immondizia.  I pezzi di stoffa (lino, canapa, cotone) venivano venduti alle cartiere per pochi soldi. Lo stesso Baudelaire celebrò in una sua poesia i cenciaioli: erano loro i veri produttori eroici della carta sulla quale lui poteva scrivere.

Il Vino dei Cenciaioli di Baudelaire appartiene a una serie di cinque poesie de I Fiori del Male, in cui il poeta descrive i sobborghi di Parigi, cupi e fangosi, che brulicano di gente che non si cura della presenza dei più poveri, piegati dal tormento della vita e vomitati dall’ingorda metropoli, che divora l’anima. In queste poesie vengono equiparati i matti ai poeti, che portano gloria alla gente ebbra d’amore. Inoltre, la conclusione è che il vino e le droghe sono l’unico rimedio al mal di vivere.

 運命の赤い糸 Unmei no akai ito

Il filo rosso del destino è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella.
A prestissimo, con nuove Nuove e meno occhiaie!

Miss Raincoat