Vertigine VS Vertigine

Ho aperto e quasi chiuso il 2021 con una canzone dallo stesso titolo, Vertigine (quella di Levante e quella di Elodie)…

Le vertigini sono sensazioni proprie di chi nell’altra vita aveva le ali o, in questa, ha la labirintite.

Nella frenesia di questo anno crudele in cui ho dovuto spesso stringere i denti e raschiare il fondo non mi sono quasi mai ricordata di chiedermi una cosa semplice: “ma io come sto?”.

La mia insofferenza, così, è sfociata in cazzimma (che è un termine intraducibile – è una sorta di follia che ti spinge a dare fuoco al mondo con un cerino). Quindi, ho pensato che è ora di mettere un cerotto non vicino, ma proprio sopra la ferita – sembrerebbe logico, ma…

Certe volte per piacere alle persone gioco a fare la Jessica Rabbit, per l’ancestrale paura di rimanere sola immagino (o perché mi piace il coniglio in umido, non saprei). Saranno tipo cinque o sei anni che lo faccio. All’improvviso, ho sentito i primi sintomi dell’ulcera. Kurt Cobain, grazie al mal di stomaco, ha appunto composto varie canzoni come Come As You Are. All’improvviso, ho sentito l’esigenza di darmi per quella che sono. Esigenza nel senso che non respiravo più, non mi sento a mio agio in certi posti o con certe persone. Ho fatto finta per tanto di quel tempo che è diventato vizio di forma. Mi sono messa in riabilitazione, voglio smettere. Non è colpa di nessuno se non mia, nei miei confronti. Magari ho incolpato chi mi tratta di merda (che non è comunque un merito), ma la colpa è mia sostanzialmente. Dovrei frequentare solo chi mi accetta per come sono senza farmi sentire fuori luogo. Ma la mia carnefice sono io. Sono io ad auto-sabotarmi.

Ci sto provando, eh. Faccio prove da quest’estate. Ho conosciuto persone nuove che mi hanno apprezzato così per come sono, al naturale come il tonno, è stato magnifico. Poi ci sono anche quelle due o tre persone che conoscono le due facce, quella vera e quella finta, e giustamente me l’hanno fatto notare. E le ringrazio perché non me ne sarei accorta, andavo avanti tipo carroarmato – sono loro che mi hanno strappato il cerotto da dove non serviva. Non voglio avere due facce, voglio avere una faccia e un culo – ho pensato.

Mi sono allontanata un po’ per guardare le cose da lontano e anche per vedere chi fosse venuto a cercarmi senza dover fare io il primo passo. Ho avuto delle conferme e delle sorprese, negative o positive.

Ho cercato soprattutto di pensare a chi sono. Pensare se ci trascorrerei del tempo da sola con me. Devo dire che è la risposta è “sì, sono una buona compagnia”.

Ci rido su per non piangere, ma ne ho passate davvero tante in relazione alla mia età, di belle e di brutte. Mi sono comunque sempre rialzata e quasi sempre ho fatto anche tesoro delle mie esperienze. Dato che troppo spesso non mi ha assistito, ho smesso di credere nella fortuna e mi sono rimboccata le maniche. Ho già realizzato tanti sogni e ne ho ancora una lunga lista. Voglio sempre sapere cosa voglio e so anche che si può cambiare idea strada facendo. Mi piace guardare le persone negli occhi mentre ci dialogo; odio i monologhi, a parte al teatro. Amo quello che amo, mi appassiono e non cago di striscio ciò che detesto o che mi annoia. So andarmene quando non è più il mio posto, so anche tornare se mi si prende per mano. So dire grazie e chiedere scusa. Certe volte mi auto-castigo con le ginocchia sui sassolini. So voler bene con le mani tese. Se mi guardo allo specchio mi vedo bella, a parte i piedi. Sono complicata. Sono ipersensibile. Sono anche incazzosa.

Mi piace fare shopping, truccarmi, gli aperitivi in posti instagrammabili ma anche il gin tonic home made, fare tardi e ho innumerevoli vizi perché mi piacciono le cose belle della vita, altrimenti non farei nemmeno il lavoro che faccio, non ne avrei la sensibilità. Ma mi piace anche commuovermi davanti a un film con il finale aperto, leggere un libro, affezionarmi ai personaggi delle serie tv, le stazioni, gli aeroporti, Copenaghen, andare a correre, il mare, i musei, i centri storici, i concerti, le mie air pods, accarezzare i gatti e gli asini, giocare con i vostri figli (che, meno male, tante volte non vi somigliano – a volte somigliano all’idraulico, però!), emozionarmi davanti a un’opera d’arte, studiare quello che non so e che vorrei sapere, scrivere storie, parlare di me con il cuore in mano, ascoltare con le orecchie aperte, la mia cultura e la mia forma intellettuale, salire fino in cima anche se ho le vertigini, perché quello che importa è il panorama.

Credo nell’indipendenza. Non vorrei mai avere bisogno di nessuno e non mi piace cercare le persone per necessità. Non starei mai legata a una persona come un San Sebastiano alla Colonna. Non sono una che si lega. Sono una che dà tutto ciò che ha da dare, ma se vuole toglie tutto all’improvviso. Sono una che continua a conservare una stanza tutta per sé. Non sono mai stata la fidanzata perfetta, ma le mamme dei miei morosi mi hanno sempre voluto bene lo stesso. Non sono né troia né suora e detesto i giudizi universali. Credo nella chimica, altrimenti nemmeno faccio la fatica di spogliarmi, anche metaforicamente. Mi piace chi mi piace e se mi piace glielo dico, senza fare giochi di prestigio o sperare che se ne accorga da solo. Non perdo tempo. I complimenti mi piacciono, come a tutti. Io cerco di essere simpatica con chiunque, sassi compresi, ma spesso vengo travisata e mi tocca fare l’antipatica. Non riesco a capire con chi posso farlo e con chi non ne ha l’apertura mentale. Non sono mai stata con il fidanzato o l’amico o il sogno ad occhi aperti di nessuna amica, non posso dire il contrario. Non racconto sempre ai miei amici cosa faccio nelle mie stanze private. Qualche volta non sono stata fedele. Non esco con chiunque me lo chieda. A dire il vero, è raro piacermi. Sono sia donna sia ragazzina, dipende dalla situazione. Ho un range di età sotto e sopra al quale non andrei ad attingere.

Ho un sacchetto pieno di istinto materno, ancora non ho deciso bene cosa farne ma è lì, lo conservo a temperatura ambiente. Mi sono chiesta per quale motivo desiderassi un figlio: lo volevo dentro la mia pancia. Ma non è una cosa possibile. Così come non posso fare la hostess perché non arrivo al metro e sessanta e non potrò mai più parlare con Max perché è morto. Come fa il Tom Tom, certe volte si deve semplicemente ricalcolare il percorso, è una cosa da adulti Mio papà mi ha detto, a un certo punto della mia vita, che non sapeva più cosa consigliarmi e che qualsiasi cosa avessi scelto andava bene – è la cosa che mi ha più commosso nella mia vita. Arriveremo tutti alla fine, un giorno, ognuno con le sue storie. Anche io ne avrò da raccontare e non è una bugia che mi racconto. Quando mi è stato detto ci sono rimasta male, adesso mi rendo conto della pochezza che c’è dietro a una frase del genere, soprattutto se detta da una donna. Non voglio vivere un’esperienza perché me lo impone la società o perché lo fanno tutte le mie amiche, voglio vivere una vita della mia misura – voglio vivere tutte quelle sensazioni femminili che arrivano da lì, dall’utero. Che ho ancora. Così come un cuore che batte. Poteva andare anche diversamente. Potevo essere morta e invece sono viva. Tanta gente nemmeno sa cos’è un endometrio, non vedo perché tutto questo rumore…
Il mio istinto materno non ha più a che fare con il volere un figlio a tutti i costi, ma in quelle piccole attenzioni che do, provate a farci caso. E si può essere famiglia anche senza figli, o si può essere egoisti anche con figli, del resto.
Io avrò il privilegio perpetuo di essere figlia di due genitori meravigliosi, supereroi, che non mi hanno insegnato cose sbagliate sull’Amore, che non si deve tenere per forza incollati dei pezzi che non combaciano più. Mi hanno cresciuta così con tutte le cose che ho nella testa e ne vanno fieri; perciò, lo sto facendo anche per non deludere loro, non vorrebbero che andassi in giro diversa da come sono.

L’unico argomento del quale non mi piace parlare sono i soldi, lo reputo un tema volgare e imbarazzante. Ad esempio: “quanto guadagni?”, “non pensi di essere pagata troppo, dato che il tuo lavoro dovrebbe essere un hobby per ricchi?”, “guadagni più tu o il tuo moroso?”, “non credi che tu stia buttando via soldi?”, “secondo te non è sbagliato che io prenda meno di te?”, “sposeresti qualcuno per soldi?”.
Mi dà anche molto fastidio che non mi si chieda “come stai?”, ma che si sia sempre all’erta all’orecchiabilità del gossip. Non sono Lady Gaga. Ti suona il telefono e trovano intelligente chiederti ripetutamente chi è. Non mi dà fastidio rispondere, ma proprio la domanda. Per me è una violenza, anzi, una tortura inquisitoria per farmi confessare quello che si vuole.

Perché questa svolta green? Perché questa illuminazione sulla via per Damasco?

Perché sono la prima a non averci mai creduto in me, spesso. Non sono triste, impaurita o incazzata. E proprio perché sono tranquilla che dico che non voglio più indossare maschere e che non sto lasciando indietro nessuno, non sto cacciando nessuno e non ce l’ho con nessuno. Sto solo scegliendo la mia strada.

Il cuore è il mio bagaglio a mano e questa è soltanto un’altra occasione per crescere.

P.

Oggi.

Stamattina ho avuto l’opportunità di fare molte cose che considero scontate. Sono andata in cima a Morbegno, giusto per farmi un selfie per metterlo su IG e bearmi delle mie occhiaie da insonnia. Non mi ero nemmeno accorta che indossavo una canottiera un po’ troppo scollacciata. Sono andata a lavorare, un lavoro che mi piace. Ho mostrato il mio certificato verde, ormai mi ci sto abituando. Ho riso con il mio capo di un no vax che sosteneva su Facebook che le donne con due dosi di vaccino inoculato avranno le mestruazioni cinque volte al mese. Mi sono preoccupata, giustamente, perché febbraio ha pochi giorni… Ecco, a questo ho pensato. C’è chi grida alla dittatura. C’è chi si paragona agli ebrei deportati, ma i sopravvissuti all’olocausto, con pacatezza, hanno fatto notare che il numeretto tatuato non serviva per andare al bar (dove sono andata, anche se sono nubile, con un mio amico e ho potuto scegliere se sedermi dentro o fuori). Io, per esempio, ho un tatuaggio in un posto più o meno disgraziato e lo posso mostrare quando e a chi voglio. Ho scelto di farmelo – io in uno studio professionale, ma altri se lo sono fatti dal proprio cuggggino che ha pure un elettrauto e, per arrotondare, fa pure il ginecologo. E poi, pensiamoci, viviamo in un posto dove ancora se ne può parlare. Di fatto, ci stiamo dividendo tra chi è favorevole e chi è contrario al vaccino. Al vaccino durante una pandemia. Per dire, dopo la peste manzoniana la popolazione si era ridotta di più della metà. Io farei di tutto pur di riprendermi il mio futuro e – sorpresa – non mi sento uno zombie schiavo del sistema. Ma noi viviamo in Occidente e diamo tutto per dovuto. La libertà. Ce ne gonfiamo la bocca, ma che ne sappiamo noi, noi che con la nostra bocca possiamo farci di tutto?

In tanti pensano che il problema delle donne afghane sia il burqa. In realtà, è un modo di pensare la donna “un mezzo attraverso il quale” a fare paura. Fa paura dover stare zitte e far finta di non esistere e, in molti casi, rimpiangere di essere venute al mondo. E non è un problema di religione, ma di usare la Fede come una bandiera in maniera ignorante. Tipo come chi si informa sui social, che prendono lontanamente spunto da studi scientifici, e pretende di aver ragione a priori, senza nemmeno sentirsi opinabile.

Ora, una ragazza afghana nata nel 2001 non ne sa nulla della censura talebana. Come dicevo, il burqa della nonna è ancora bello stirato nell’armadio. Questa ragazza non sa niente dagli obblighi inverosimili che gli uomini hanno imposto alle donne. Dovrà stare sempre in casa e potrà uscire solo se accompagnata dal suo tutore maschio (il padre o il marito, sposato in giovane età) dal quale dovrà avere accordato il permesso per fare qualunque cosa. Gli altri uomini non le potranno rivolgere la parola; lei invece, non potrà mai avere contatti con altri uomini, nemmeno visivi. Ovviamente, non può divorziare – lo può fare solo suo marito se lei non può avere figli. Sarà molto facile che verrà ingiustamente accusata e giustiziata per adulterio. Figuriamoci, poi, se potrà amare chi vuole… Oltre al burqa non potrà truccarsi, mettere lo smalto o indossare gioielli. Non potrà più lavorare o studiare o praticare sport. Non potrà avere documenti o la patente (a dire il vero, nemmeno la bicicletta). Addirittura, non potrà più ridere o indossare scarpe che fanno rumore. La pena per la trasgressione va dalla fustigazione alla lapidazione, chiaramente in pubblico come avveniva alla berlina. Come streghe. Ma la pena maggiore sarà vivere in una società talmente patriarcale che la sua vita si risolverà chiusa dentro le case dai vetri oscurati comandate dalla presenza asfissiante di uomini convinti della loro fallocrazia. Piuttosto, si lascerà morire o si suiciderà.

La situazione è drammatica, se non tragica. Non siamo tornati solo indietro di vent’anni, ma al Medioevo. Noi, intanto, sicuri di non poter perdere mai nessun diritto acquisito, continuiamo ad andare in piazza a manifestare per l’obbligo di green pass al chiuso. Tanto, Kabul è lontana…

* Kabul di notte

Miss Raincoat

Antonio Gramsci, politico

“La storia insegna ma non ha scolari”

Josei Ukiyo

Josei Ukiyo sono io quando faccio finta di essere una scrittrice. ll mio pseudonimo è formato da due parole giapponesi che significano “giovane donna (josei)” e “mondo fluttuante (ukìyo)”. Scrivere, per me, non è mai stato solo un hobby. Lo è perché lo faccio aggggratisss, ma non lo è perché mi è necessario. Spesso, poi, mi affeziono dei personaggi che faccio nascere e crescere. Tengo anche un diario (segretissimo) dal 1998, grazie alla mia maestra di italiano (in fissa per Carducci). Ho un amante segreto che si chiama Kindle: il mio libro preferito è “Jane Eyre”; il mio autore preferito è Elias Canetti. Altre cose senza le quali non vivrei: musica, correre, i rossetti e gli aperitivi con gli amici.
Mi guadagno da vivere facendo la guida turistica in una provincia moooolto a nord della Lombardia. Mi piace molto viaggiare (le mie città preferite: Vienna, Copenaghen, Trieste e Parigi), anche se credo che il mio lavoro mi piaccia molto perché mi permette di raccontare i miei luoghi. Ovviamente, il mio mito lavorativo è Alberto Angela – anche se la mia vera icona sarà sempre Debbie Harry dei Blondie.

Ho deciso di raccogliere in questo post (che poi man mano aggiornerò) le mie favelle, che potrete leggere e scaricare tramite il link.

L’odore del Sole (2019) 75 pagine — le vicende si intrecciano attorno alla misteriosa sparizione della tela dell’Estasi di Santa Cecilia e alla fuga di una giovane donna da Varenna (LC) alla profumata e soleggiata Puglia. link: lodoredelsole

Come la Teodora di Manara (2020) 53 pagine — Un omicidio avvenuto nel Palazzo Malacrida di Morbegno (SO) non trova il colpevole come se fosse una partita a Cluedo. A ogni stanza il suo possibile assassino, celato dietro le illusioni ottiche dell’Arte del Settecento. Chi sarà il colpevole? [il racconto avrà anche un sequel]. link: comelaT

Jesus of Suburbia (2021) 17 pagine — L’incontro tra due sconosciuti alla stazione del treno di Sondrio potrebbe diventare salvifico nella risoluzione delle loro rispettive burrasche sentimentali. link: jesusofsub

[post in costante aggiornamento]

Josei Ukiyo

Donne Du Du Du

Ieri, a quanto parrebbe anche la Festa della Donna, mi sono imbattuta in un articolo molto gretto in cui una “collega” blogger quasi coetanea (millantata giornalista di viaggi e cultura) elencava agli uomini quali sono le dieci categorie di donne da evitare. Da notare che non si tratta di satira, non è Lercio, e la giornalista non intende fare ironia. L’odio per le donne per le altre donne è il grande passo indietro del femminismo nel 2k21. Andrà a finire che faranno pure passare per buono che il Covid è femmina e che è del segno dei Pesci…

  1. L’insistente – La donna perfetta sta sempre zitta e non fa domande. Ti chiedo scusa per certi discorsi infiniti in cui ho cercato (male) di spiegarti la mia diabetica filosofia, anche senza che me lo chiedessi. Ti chiedo scusa anche per le giornate troppo silenziose e monosillabiche. Ti chiedo scusa se sono come la Settimana Enigmistica. Ti chiedo scusa se verrei a cercarti da Milaanoo fino a Bangkok, passando per Londra…
  2. La gelosa psicopatica – La donna perfetta non ha mai il ciclo, a quanto pare. Ti chiedo scusa per non essere mai gelosa, di piacermi, di riconoscere che quando sbavi per una strafiga hai pure ragione, di stimare le altre donne che sicuramente stanno cercando di avere pazienza per un altro uomo e non si possono accollare pure te, di non avere sentimenti d’odio retroattivi, a parte il secondo giorno di ciclo in cui mi devi togliere qualsiasi oggetto contundente dalla mano. Ti chiedo scusa se certi giorni riuscirei ad incendiare il Mondo con un accendino ed altri tremo come una foglia e non mi alzerei dal letto.
  3. La politicamente impegnata – La donna perfetta non si interessa di attualità, perché è scema e le cose da uomo alfa non le capisce. Chiedo scusa se della Gazzetta Sportiva leggo solo l’Oroscopo di Antonio Capitani. Chiedo scusa se bevo la birra ma le partite di calcio non le capisco. Chiedo scusa se parlo di tutto quello su cui so conversare o sto zitta ad ascoltare se un argomento non lo conosco. Chiedo scusa se parlo tanto.
  4. La social addicted – La donna perfetta non mostra a tutti il proprio corpo. Chiedo scusa se mi piace giocare con gli autoscatti, se il mio tatuaggio mi piace tanto e l’ho messo su una storia, se mi piace guardarmi allo specchio, truccarmi, mettermi un bel vestito… Chiedo scusa se tutto sommato lo faccio per essere guardata da te al 50%, ma al 50% lo faccio solo per me, come una sorta di vibratore mentale.
  5. La profumiera – La donna perfetta non si concede al primo appuntamento perché è da poco di buono, ma si concede al secondo se no è una f** di legno, insomma conosce l’arte di fare la preziosa, di fartela annusare perché ce l’ha d’oro e solo lei. Chiedo scusa per com’è andata, ma qui censuro. E “Tenet”non l’ho capito, ma non credo che abbia a che fare con il mio misero cervello muliebre. Ti chiedo scusa per quella volta che dissi che possiamo condividere un letto senza fare niente di niente di niente. No, impossibile.
  6. L’intellettualoide – La donna perfetta non è nerd, perché la cultura è noiosa. Scusa se esisto, a questo punto.
  7. La spirituale – La donna perfetta non crede in niente, perché vede il suo uomo come un dio. Scusa se credo agli Unicorni e a Babbo Natale e se ti guardo negli occhi senza pensare che mi brucerò. Scusa se a volte cammino un po’ indietro per guardarti il lato B.
  8. La libertina – La donna perfetta non ha ex, amici maschi e non parla con nessuno, nemmeno all’idraulico. Scusa se credo nella parità dei sessi e nel rispetto reciproco. Scusa se mi pagano per parlare con la gente.
  9. La donna bancomat – La donna alfa ama regali costosi e che tu le paghi il conto. Se non lo fai sei un taccagno, però se lei fa la donna autonoma ti vuole svilire. Scusa se mi imbarazzo quando non posso pagare o quando apro un regalo. Scusa se mi piace guardarti quando scarti tu un regalo o semplicemente quando leggi una cosa che ho scritto. Scusa se mi piace giocare contro di te, per vedere chi vince (io, ovvio).
  10. La Promessa Sposa – La donna, in quanto donna, deve volere figli ma se lo dice esplicitamente si sta accollando. Scusa se non sono mamma e spesso mi viene fuori l’istinto materno. Scusa se mi sento ancora tanto figlia e cerco ancora i consigli di mia mamma.

Ma davvero devo impersonificare il gentil sesso di cipria vestito e chiederti scusa? Come se tu non lo sapessi già che non rutto, non bestemmio, mi faccio la ceretta sotto le ascelle senza pensarlo un atto patriarcale e twerkerei volentieri con Willie Peyote, non mi curo di essere simpatica (ma poi simpatica a chi che a me stanno tutti sulle scatole a priori?) e sono come il caffé senza zucchero (che amo)…

Ho capito tanto sull’essere donna durante una notte in cui mi sono vestita di rumore bianco dopo essermi spogliata di fretta, senza grazia. In cui sono stata come quella certa notte del Ligabue, un po’ porca e un po’ mamma. Ho capito che voglio essere vizio e non convenzione sociale.

Chi sceglieresti come complice se volessi fare una rapina? – Te, P. Te anche se ci arresterebbero all’entrata della banca per come sei fatta.

Tu. Solo tu. Perché mi hai insegnato che crescere e cambiare non sono la stessa cosa. Perché mi hai insegnato ad essere una donna davanti a un uomo.

L. Battisti

Dieci ragazze per me, però io muoio per te.

❤ Miss Raincoat

#thisisnotalovesong

That’s (almost) my Birthday!

Una delle donne che mi hanno più ispirato è l’Oriana. Questo brano sotto l’ha scritto quando lei, a trentasei anni, era all’apice della sua carriera – da sfrontata e irriverente giornalista e inviata. Una donna che demoliva le frasi fatte e le generalizzazioni prima del 1968. La caratteristica che mi ha sempre colpita di lei è l’intolleranza. “Come è brava quella, le va bene tutto”, si dice parlando a vanvera. Questo estratto da Se il Sole Muore, per esempio, esorta gli astronauti trentenni della NASA, pronti per il viaggio verso la Luna, a guardare la vita con coraggio e senza accondiscendenza, perché ogni età ha la felicità che le è propria e bisogna goderne appieno.

«Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così».

[Da Se il sole muore, Rizzoli 1965. Edizione Bur 1989, pagg. 388-389]

❤ Miss Raincoat

A New Year just begun.

Manzoni ci avrebbe scritto un libro, io non trovo quasi le parole. Nemmeno la mia ferocissima fantasia avrebbe mai immaginato un anno più estremo del 2020. E io sono pure ipersensibile, tant’è che la mia maestra dell’asilo sosteneva che avessi le lacrime in tasca…

I sentimenti che ho provato quest’anno sono stati sia belli sia brutti, ma tutti a volumi esagerati, talvolta ribelli. A dicembre, infatti, ho avuto bisogno di fermarmi un attimo perché mi rimbombava tutto caoticamente nella testa. Eppure, sono ancora qui in piedi (sembro seduta perché la mia statura non aiuta).

In 30 anni, ho creato tante cose e tante ancora ne voglio realizzare. Quest’anno mi è stato utile per rivalutare il mio metodo di osservazione del genere umano. Le persone che mi sono nocive sono quelle che sguazzano nel loro dolore senza provare a liberarsene: siamo come dei bicchieri, se ci versi dentro positività, la negatività fuoriesce e rimane solo il retrogusto amaro – per ricordarti che ce l’hai fatta (fidatevi, l’unico momento terribile della mia vita l’ho affrontato così e ho imparato che se il dolore ti rende egoista, allora non ti ha insegnato nulla); mi sono nocive le persone che mi coccolano troppo, perché così sono più facilmente gestibile e loro possono fregiarsi di essere i benefattori del caso umano – i veri amici sono quelli che ti prendono a calci fino a quando reagisci, sono quelle persone che ci sono sia se è un bel momento sia se è un brutto momento, senza provare invidia o pena (e ovviamente con l’apribottiglie alla mano).

In questo senso, quest’anno ho avuto delle conferme: esistono delle persone che non mi abbandonano mai, anche quando mi chiudo a riccio e pungo; poi, al lavoro e in privato, ho conosciuto persone nuove che vorrei rimanessero. Per me è un dono, anche se sono estroversa sono molto selettiva (lo faccio per proteggere la mia sensibilità eritemica).

Cosa mi aspetto dal 2021? Bah, non grandi cose. Mi danno gioia infinita le cose semplici. Vorrei lavorare non a intermittenza, vorrei passare del tempo sereno con le persone che ho citato sopra e che le stesse stiano bene, vorrei scatenarmi a un concerto almeno, vorrei una vacanza di 10 giorni senza che al mio capo venga un infarto, vorrei aperitivi e cene come se piovesse. E un unicorno.Per me, davvero, vorrei fare focus su me stessa. Voglio equilibrio, voglio amarmi, voglio sentirmi bella dentro e fuori e dirmelo io. Voglio essere a mio agio sia da sola sia nell’eventualità di essere in coppia.

Ho scoperto di avere un cuore miracolosamente ancora intero, capace di dare ancora tanto tanto amore. Amare è la cosa più nobile che si possa fare e non è mai sbagliata o inutile. Voglio amare me e gli altri. Voglio amare in tutte le accezioni. A mano tesa, senza aspettarmi niente in cambio e senza avere paura di soffrire. Il cuore è tosto, non si rompe – se mai si rompono le palle, ma grazie al cielo Natale è finito. E se ti rompo le palle vuol dire che ci tengo (eccetto lo stalking, che è reato). Sono carica quanto un coniglietto Duracell. Non importa cosa succederà domani, lo affronterò al momento. Mi sento ricettiva. Non ho rimorsi e non voglio avere rimpianti. Del resto, la tristezza fa venire l’ulcera e l’unico che ci ha fatto i big money è stato Kurt Cobain (che poi ha fatto una fine barbina). Scusate la solita atavica mancanza di sintesi.

Nella pratica, avendo paura degli aghi, quest’anno mi farò un tatuaggio. Perché voglio tutto. Perché non voglio avere paura. Perché voglio essere vera come la neve che se ne frega e scende copiosa senza fare rumore, non ne ha bisogno.

❤ Miss Raincoat

mia colonna sonora del momento 🙂

Claustrofobia

Se non mi ricordo male, Stephen King la descriveva come la strizza che ti prende mentre stai in un sottomarino che si sta inabissando.

Non sono una psicologa. Faccio finta di fare la Guida Turistica alla bell’e meglio però, empiricamente, so descrivere cosa si prova ad avere paura dei luoghi chiusi. Non posso dirvi se è vero che la claustrofobia nasca nell’utero materno (io l’ho abbandonato un mese prima, del resto), dal troppo amore in infanzia che porta a scartare relazioni interpersonali troppo impegnative, vissute come opprimenti. Devo dirvela tutta, io al Liceo Freud l’ho detestato e ho preferito di gran lunga Baruch Spinoza.

Mi capita negli ascensori (guadagnandoci in salute preferendo le scale), nei sotterranei, nei posti troppo bui e nei posti con poche finestre. Non sempre e in maniera poco arbitraria. Sicuramente, quando sono o molto stanca o molto stressata (ma si può dire molto stressata, già lo stress deriva dallo stroppare, no?).

Dicono che la paura è irrazionale, che è solo nella tua testa, che la devi dominare. Eppure i sintomi sono veri e tangibili: fiato corto, nausea, giramento di testa…Insomma, ti manca il fiato come se qualcuno ti avesse murata viva in due millimetri cubi. E la clausura mi rimanda sempre a quelle storie orribili delle monache nel Seicento (questa è pura deformazione professionale)….

Respira. Respira. Respira.

Mi ripeto questo quando mi capita, per fortuna non molto spesso. I miei metodi per fare andare via i mostri sono questi. Prima di tutto dire “sto male, ho un attacco di panico” (io sono fortunata, forse, ad avere persone sensibili attorno). Elemosinare coccole, perché è scientificamente provato che un abbraccio di venti secondi è sufficiente per produrre ossitocina e calmarmi. E, infine, senza vergogna, dire che siccome mi manca l’aria ho bisogno di spazio e di muovermi in autonomia, possibilmente all’aria aperta. Chiaramente, mi aiuta molto mettermi a fare qualcosa che mi impegna la mente. Tempo di risoluzione: un’oretta.

Risultato? L’ultimo weekend prima del lockdown Lombardia Haute Couture Red Edition stavo scodinzolando tra la neve illuminata di rosa dall’alba a quasi 2300 metri cercando fiato come un segugio, mentre il resto della ciurma dormiva con la stufa accesa sotto il piumone nella baita. Lo spettacolo era fiabesco e io mi sono sentita anche come la mia amatissima Jane Eyre, quando scappa nella brughiera inglese follemente innamorata di Mr Rochester. Dulcis in fundo, mi sono ripresa è ho regalato il gesto d’affetto che più mi piace: preparare la colazione 😀

Spinoza, appunto, diceva di non piangere e di non aver paura. Di pensare come vuoi senza farti condizionare da nessuno. Di non avere paura di quello che non conosci e non considerarlo come un fantasma. Di non avere paura della malasorte e mai affidarsi alla superstizione. La stessa cosa può essere buona, cattiva o indifferente. Quindi, se la spezzetti, una cosa complicata può diventare semplice. In pratica, ci dice che la scena del crimine è nella nostra testa e che è la paura che genera, alimenta e mantiene il credere che il sovrannaturale si preoccupi di noi. Infondo, se ci fosse qualcuno alla regia, non pensi che sarebbe già troppo occupato per pensare di mettere i bastoni tra le ruote a un singolo e anonimo individuo?

Il mio Professore di Filosofia si starà contorcendo in spasmi dopo questa spiegazione farlocca. Io comunque, ho capito questo, ma magari ero distratta dalla scadenza della ChristmasCard di Vodafone in quel periodo 😛

❤ Miss Raincoat

Questo è il luogo di cui vi ho parlato sopra. Ossia, Rifugio Cristina appena sotto al Pizzo Scalino in Valmalenco, Media Valtellina sponda Alpi Retiche

Cluedo

Un delitto a Tudor Mansion

Dentro le stanze lussuose di Tudor Mansion, era la notte della festa del suo trentesimo compleanno quando il Dottor Black venne assassinato nella casa ereditata da suo zio, sir Hugh, da qualcuno dei suoi invitati…
Ad aiutarlo con i preparativi, era stata la vedova Mrs. Eleanor Peacock, una signora eccentrica e maestra della vita sociale, che da ragazza di campagna era diventata regina dei salotti. Tutti i suoi mariti erano deceduti improvvisamente, tra i quali il suo quasi quarto, Sir Hugh, morto appena dopo l’annuncio del loro imminente matrimonio. Nessuno conosceva la sua vera età, ma era la madre di Miss Kassandra Scarlet e molto amica della madre defunta del Dottor Black.
Miss Kassandra Scarlet era bella, seducente, spietata e manipolativa. Era stata sposata con un famoso produttore cinematografico che, durante il set di un film molto famoso, aveva scoperto il suo tradimento con il Dottor Black. Non solo avevano divorziato, ma questo errore aveva fatto anche crollare a picco le sue possibilità come attrice. I rapporti tra lei e Black, però, ultimamente erano tesi siccome lui sospettava che la madre di lei avesse ucciso suo zio. Invece, lei covava un segreto risentimento verso l’ ex amante che, probabilmente, aveva venduto ai paparazzi la loro relazione clandestina, la quale aveva fatto finire bruscamente la sua carriera.
Inoltre, il Dottor Black aveva una figlia adottata in Cina, la Dottoressa Orchid, una biologa che stava frequentando in Svizzera un dottorato di ricerca in tossicologia delle piante. Suo padre la considerava un genio e non sapeva ancora che era tornata a casa perché l’Università l’aveva espulsa per cattiva condotta.
Però, Cassandra non sospettava nemmeno lontanamente che il vero ricattatore era il Colonnello Mustard, militare in pensione e da tutti considerato un eroe. Peccato che, per anni, avesse venduto biografie e scandali ai paparazzi, tra i quali il diverbio tra il Professor Victor Plum e Sir Hugh, docente stimatissimo di Storia Antica in un’università prestigiosa. Hugh finanziava degli scavi in Egitto ai quali l’eccentrico intellettuale si stava dedicando con passione. La stampa, al momento della morte di Hugh, aveva fatto emergere che anche un collega del Professore, dopo una divergenza di interpretazioni, era tragicamente scomparso. Aveva accettato l’invito di Black perché pensava potesse riprendere gli studi tra le piramidi.
L’unico amico del quale ancora Black si fidava era il Reverendo Jacob Green. Era stato quasi arrestato e prosciolto per contrabbando, frode e riciclaggio ma era pur sempre un prete, che aveva incontrato durante un pellegrinaggio con lo zio e con il quale aveva condiviso qualche scorribanda da playboy.

Miss Raincoat

*Cluedo gioco da scatola molto british, basato sul giallo deduttivo – infatti è stato pensato ed ideato in uno studio legale.

Lo Zucchero nel Mojito

Coira da casa mia dista circa 125 km. Ci si arriva o in auto o in treno. In treno la storia è un po’ lunga (5 ore a ben vedere) perché si deve raggiungere Tirano e poi trasbordarsi sulla Ferrovia Retica. In auto è una gita più celere: percorrendo la Strada Statale 36 “dello Spluga” si passa il confine e l’autostrada ci porta comodamente a destinazione in 2 ore e 30 minuti.

Lo si dice spesso che bisognerebbe godersi lo spazio temporale tra partenza e destinazione. Io oggi mi sto spostando per lavoro e sto ripassando un discorsone con le airpods che mi cantano le canzoni che mi piacciono. Liberare la testa serve per viaggiare leggeri, ma è difficile da farsi per una che ha il cuore per bagaglio a mano…

Ieri ha piovuto pressoché tutto il giorno, anche con il sole. Oggi, invece, il meteo è spettacolare. La temperatura è ben sopra i venti gradi e il cielo è di quell’azzurro che è possibile vedere solo da qui, incastonato tra le vecchie Alpi, ceruleo in gergo (oppure sono soltanto le mie lenti polarizzate a farmelo vedere così 🙂 ).

Coira è la città più antica della Svizzera. Dall’autostrada sembra grigia, triste e anonima – specie d’inverno quando i comignoli fumano sopra i tetti ghiacciati. Però, è proprio vero che guardare le cose dall’alto ti pone a una distanza cieca. Perché se ti dai il tempo di perderti nel suo centro storico – in tedesco si dice Innenstadt (il cuore della città) – la conosceresti nei suoi veri colori, quell’eleganza sia pittoresca sia elegante tipica di questi borghi di montagna strappati alla vita selvaggia dei boschi. In Piazza San Martino, fuori dalla chiesa, c’è una fontana dedicata al Santo che però viene chiamata Fontana dello Zodiaco, siccome la sua vasca è decorata con i simboli zodiacali. Mi è venuta in mente perché sto ascoltando “Oroscopo” di Calcutta…

Se vuoi più informazioni su Coira click qui.

Poi stavo anche pensando che il mio cocktail preferito è senza dubbio il Mojito. Mi piace molto la sua semplicità e per questo sono anche molto pignola sulla sua esecuzione. Per esempio, posso capire che lo sciroppo di zucchero sia meno rozzo dello zucchero di canna – ma, mi dispiace non trovarmelo granuloso nel bicchiere.

Insomma, il Mojito nasce come una bevanda very rude. Il drink nazionale di Cuba per il quale sono diventati famosissimi i Cantineros de L’Habana fu inventato dal corsaro inglese Sir Francis Drake per dissetare i suoi marinai.

Mojito significa “piccolo incantesimo”. La ricetta nasce all’arrembaggio con le poche risorse che si avevano nella stiva. L’acqua molto frizzante che voi studiati chiamate seltz è un’alternativa potabile all’acqua stantia che avrebbe dovuto bere la ciurma. Il rum bianco era il quello più economico, usato prettamente o per disinfettarsi o per ubriacarsi. Per non far sentire il sapore rancido dell’acqua e per dare un po’ di coraggio agli uomini di mare (e scongiurare il colera), quindi, si aggiunsero altri due ingredienti facilmente reperibili: il lime (l’agrume caraibico) e la hierba buena (che italiano si chiama menta spicata).

Ne consegue che il Mojito non è per fare i finti fighi in discoteca. Vale lo stesso discorso più volte specificato su questo blog: la barba (o il mojito) fa figo solo se sei già bello 😛

Miss Raincoat

“Non mi ricordi nessuna guagliona” cit. Calcutta in “Oroscopo”

nuove Nuove

Gennaio, tempo di cose nuove. O, più che altro, nuovi propositi.

Ho cambiato l’armadio dei vestiti e ho aperto un canale youtube per cambiare un po’ le vesti di questo blog e renderlo più vivo . Le categorie rimarranno uguali, ma le brevi descrizioni/annunci rimanderanno a una sorta di video-blog (Ah, avrei anche l’intenzione di mantenere la categoria viaggi mentali solo qui sul blog, per i miei “sproloqui segreti”).

Ho voglia di sperimentare nuove forme di comunicazione, più che altro ho sempre avuto in mente – da guida – che i video potessero essere più immediati. In questo periodo sto un po’ cercando di imparare e sperimentare (ovviamente a tempo perso, il mio lavoro è là fuori con la gente e senza tastiera) e, perciò, spero di produrre qualcosa di decente da farvi vedere presto.

Quindi, ricapitolando, ora potete spiluccare anche sul mio Instagram e sull’unicornevole canale Youtube.

Ce la faranno i nostri eroi a farla franca? O sarà Franca a farsi i nostri eroi?

❤ Miss Raincoat