Valtella in Love

Il Castello di Domofole

Siamo a Mello, su un poggio ben visibile dalla vallata sottostante dove si ergono ancora i resti di un castello di austere pietre grigie, il Castello di Domofole.

L’edificio è stato presumibilmente innalzato nel 1120 dalla famiglia Vicedomini, feudatari del Vescovo di Como in Bassa Valle (la loro “base” era Cosio Valtellino, gli altri castelli erano dei presidi). Fu distrutto e ricostruito durante gli scontri comaschi tra guelfi e ghibellini e definitivamente smantellato, così come tutti gli altri castelli della Valtellina, dai Grigioni.

Ciò che resta della fortificazione sono la sua possente e alta torre d’avvistamento, la cinta, un’idea di sotterranei e le chiese. La torre, sopraelevata dal terreno per motivi di sicurezza, è quadrangolare e suddivisa in più piani illuminati da finestre e provvisti di numerose feritoie. Le chiese sono entrambe dedicate a Santa Maddalena, una medievale e l’altra settecentesca. La più giovane non presenta nessuna particolarità, anzi, è molto rustica; i ruderi della più antica testimoniano una decorazione ad affresco nella calotta absidale.

Domofole” non ha ancora un’etimologia certa; forse, significa “domare le folle“, oppure è semplicemente un nome proprio o un appellativo.

Le principali leggende legate a Domofole ci raccontano di regine e principesse imprigionate dentro le sue spesse mura.

Nel 634, Gundeberga, figlia della regina Teodolinda ci fu rinchiusa dal marito perché infedele. Il marito Arioaldo era un duca che si era impadronito del trono uccidendo il predecessore che, tra l’altro, era il fratello di Gundeberga. Per motivi politico-religiosi, Gundeberga fu accusata di adulterio e rinchiusa in un castello (la storia, a dispetto della leggenda, parla di Lomello, in provincia di Pavia) e poi presto liberata. Arioaldo morì prima di Gundeberga, la quale ebbe un secondo matrimonio e, rimasta nuovamente vedova, si ritirò in monastero.

Nel 951, mentre Adelaide di Borgogna scappava attraverso le Alpi da un matrimonio imposto con Adalberto, figlio di Berengario, fu qui raggiunta e incarcerata dalla suocera Willa, che decise anche di concederle sempre meno cibo (altre fonti, invece, parlano di un castello a Lierna, in provincia di Lecco). Non lo voleva sposare perché si sospettava avesse avvelenato il suo primo marito, Lotario, che aveva sposato a sedici anni e con il quale era stata serena per tre. Fu salvata da don Martino di Bellagio che la diede in sposa a Ottone di Germania e diventò imperatrice. Adelaide era una donna colta e si impegnò tutta la vita in opere di carità. In realtà, don Martino la aiutò solo a fuggire e chiese aiuto e protezione a Ottone che, addirittura, se ne innamora e la sposa.

Miss Raincoat

Masino di Ardenno

Un borgo nel borgo

Condivido con voi la passeggiata pensata per un gruppo di turisti desiderosi di una passeggiata digestiva dopo la mangereccia sosta all’agriturismo Le Case dei Baff.

Il percorso di 1,2 km parte da Via dei Molini, passa per Via Duca d’Aosta e si conclude in Via Calchera Alta. Da Via Duca d’aosta si può raggiungere, con pochi passi la Centrale Idroelettrica del Masino. Quando fu costruita nel 1914 fu un grande evento. L’edificio è tipicamente di quel novecentesco”liberty” dal gusto anche eclettico, che troviamo spesso in Valle.

Masino è una frazione di Ardenno, distante 2 km dal centro cittadino. Il nome di Ardenno (<ardente>) deriva o dalla presenza dei puiatt (carbonaie) o dal culto radicato di San Lorenzo (martirizzato sulla graticola). La pieve di Ardenno esisteva già dal Trecento e dipendeva dai vescovi di Como. Ricordiamo la Pace di Ardenno, del 1487, che vede una provvisoria pacificazione di Milano con le Tre Leghe. Sappiamo che, comunque i Grigioni si stabilirono in Valle nel 1512 e che, nel 1620 le tensioni apparentemente solo dovute allo ius reformandi sfociarono nel Sacro Macello e nelle Guerre di Valtellina (gli Spagnoli si stanziarono proprio in Via Calchera). Il periodo di guerre, carestia e peste creò un massiccio fenomeno migratorio degli ardennesi verso Roma che, comuque, una volta fatta fortuna, arricchirono il paese di origine tramite preziose opere romane.

Masino, ai piedi della Val Masino, viene lambito dall’omonimo torrente Masino. Il torrente è lungo 22 km e confluisce nel fiume Adda. Il suo nome deriva o da un nome di persona etrusco o significa “borgo con mulini”. Masino è anticamente la parte più rurale di Ardenno, del quale conserva vari edifici in pietra o con ballatoi in legno.
In questa zona, il fondovalle di curva a doppia esse per aggirare la Colmen, il Culmine di Dazio, il monte arrotondato di 913 metri che condiziona il paesaggio.

L’agriturismo predetto prende il nome dal Ponte del Baffo, sulla strada che sale verso la Costiera dei Cech. Il Baffo era il proprietario di un’osteria strategicamente posta su questo ponte, su una via importantissima per l’accesso in Bassa Valle. Fino alla bonifica ottocentesca, transitare per la Piana della Selvetta, una palude popolata di lupi, non era molto agevole; anche se questo percorso a mezzacosta era meno breve, sicuramente era più gettonato 🙂

Tutto il territorio di Ardenno è ricco di cincett. Il lemma viene dal dialetto e significa “inginocchiarsi”: sono cappelle votive che, dal XV secolo, furono edificate lungo i cammini quotidiani per pietà popolare. In questo percorso se ne incontrano due di diversa epoca.

La Chiesa di San Pietro e Paolo sorge in mezzo al borgo di Masino, fatto di poche case e mulini – sempre in allerta per le inondazioni del torrente. Fu costruita nel ‘500, durante gli anni del dominio grigione. Però, se si guarda di lato, si vede il prolungamento dell’abside, frutto di un ampliamento novecentesco (infatti, la facciata è recente). Nel 1993 fu innalzato anche il campanile dotato di tre campane provenienti dalla chiesa seicentesca di Scheneno, altroborgo retico di Ardenno, dedicata a a S. Rocco e a S. Sebastiano.

La via Calchera prende il nome dagli antichi forni per creare la calce. Prendendo la via Calchera Alta ci immettiamo in una fascia di terrazzamenti vitivinicoli (rigorosamente a secco) e orti; Se saliamo fino a 500 metri giungiamo alla cappella campestre di San Giovanni in Valmala.

Concludiamo vantandoci del fatto che la poesia di Salvatore Quasimodo del 1934 “La dolce collina” è dedicata a Masino (all’Adda e alla Colmen) e a una misteriosa ragazza di qui. Il premio nobel si trovava a Sondrio in punizione, mentre lavorava al Genio Civile – ma era sempre in giro a quanto pare!!!

Forse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(così fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.

da “La dolce collina” di S. Quasimodo

❤ Miss Raincoat

Teodora di Bisanzio

In quei periodi storici imparati a memoria, quelli che ci sembrano magari meno avvincenti di altri, si va a collocare la vita di Teodora, imperatrice bizantina – la moglie di Giustiniano e protagonista dei celebri mosaici di San Vitale a Ravenna. Presagita da una colonna spezzata, la sua morte di cancro a 51 anni fu il primo caso documentato di questa malattia. Ma questo è solo il finale di una storia di vita avventurosa.

Teodora era la bellissima figlia di un guardiano delle belve presso l’Ippodromo di Costantinopoli.

Le fazioni di tifoseria dei carri avevano anche una corrispettiva appartenenza sociale. La famiglia di Teodora era dei verdi e appoggiava la borghesia commerciale; gli azzurri, invece, parteggiavano per i nobili latifondisti e, ovviamente, l’Imperatore (anche se, alla morte del padre, per convenienza e favori, si schiereranno con gli azzurri).

Dopo la morte del padre, appunto, la madre avvia lei e le sorelle all’attività di ballerina di teatro, ai tempi paragonabile all’attrice porno. Non era un mestiere ben retribuito, se non per il fatto che andava sommato alla prostituzione. Teodora non sapeva né ballare né danzare, perciò puntò tutto sulla sua simpatia mordace che, unita al fascino, fu il perno della sua carriera.

Ad Alessandria, però, qualcosa dentro lei cambia. Una crisi mistica la porta a convertirsi alla religione monofisita (Gesù è solo divino e la sua forma umana è solo apparenza), in contrasto con quella ortodossa e “di Stato”.

Tornata a Costantinopoli, viene notata da Giustiniano e ne diventa amante. Per Giustiniano non è un periodo facile: gli Azzurri si stanno macchiando di omicidi efferati e i suoi zii non approvano la relazione con Teodora, che lui vorrebbe addirittura sposare. Eppure, approfittando della morte della zia e della demenza senile dello zio riesce nel suo intento. Senza portare il lutto, una volta morto lo zio, si sposa e Teodora viene incoronata.

Il loro fu un matrimonio molto moderno. Tra di loro accettavano opinioni in contrasto (anche la fede religiosa diversa) e andavano molto d’accordo anche se avevano entrambi caratteri molto forti, insomma erano complementari. ed entrambi regnavano con lo stesso potere.

La moglie di Belisario era la sua cara amica Antonina. La stessa donna che, facendo la spia per Teodora, sventò la congiura di Giovanni di Cappadocia contro Giustiniano. Teodora si sdebitò aiutando l’amica adultera. Antonina si era trovata un amante mentre il marito era in guerra in Persia, infatti. Belisario, per contro, la fece segregare in una torre. Teodora lo obbliga a perdonarla e fa anche riavvicinare Antonina all’amante. Inutile dire che Belisario e Teodora non si sopportavano!!! 🙂

Un esempio della loro unione è ciò che successe durante la sanguinosa Battaglia di Nika del 532, in cui Verdi e Azzurri si scontrarono per l’Impero. Giustiniano andò nel panico, voleva fuggire, ma lei prese le redini del comando per ridimensionare lo scontro (placato dal generale Belisario).

Tutto ciò che sappiamo su Teodora lo dobbiamo a Procopio – uno storico militare dell’epoca che in Storia Segreta pubblica tutte le verità che non aveva detto per la censura durante l’impero di Giustiniano (una sorta di puntata di Domenica Live). Non dobbiamo escludere che lo scrittore, mentre accusava Giustiniano di aver rovinato l’impero con tasse e sposando Teodora del Postribolo, ci abbia un po’ calcato la mano.

Teodora fu una donna unica e straordinaria. Grazie al legame con suo marito l’Impero Romano conobbe l’ultimo periodo di splendore. Teodora rimane eterna e sfavillante come le tessere di un mosaico.

❤ Miss Raincoat

Kindle Lover – 2018

Diciamocelo, che mondo sarebbe senza Netflix e Kindle?

Oggi, comunque, vorrei condividere alcuni titoli nella mia libreria digitale che mi sono particolarmente piaciuti. In particolare, vorrei annotare i migliori dieci [non sono riuscita a metterli in ordine, ne ho letti una cinquantina in tutto, escludendo ciò che ho letto per aggiornarmi lavorativamente 🙂 ]

Per chi se lo stesse chiedendo, il mio libro preferito in assoluto è “Jane Eyre” di Charlotte Brontë. Per la magia senza tempo di una storia d’amore alla Bella e la Bestia, ma senza stereotipi assoluti. Quel figo di Rochester sarà pure str* e dissoluto, ma la dichiarazione /non dichiarazione sulla scomodità di essere innamorati, quel filo attaccato al cuore che, se tirato troppo, potrebbe farlo morire dissanguato, cos’è? E la nostra Jane, così apparentemente fragile e pudica, non è la stessa, l’unica, che tiene testa a Edward senza moine da signorina, non è la stessa che gli inveisce contro dicendo che l’essere “selvatici” non esclude la capacità di provare sentimenti enormi? Non è la stessa che dice <ciaone> al pastore che le propone una vita retta che la condurrebbe in Paradiso? E il paesaggio d’ambientazione, nella brughiera inglese… [ok, la smetto!]

Passiamo alla nostra playlist kindleiana…

[Il genere che prediligo è il romanzo di ambientazione storica di tutti i tempi, sono una dei pochi alunni che hanno amato i Promessi Sposi fin dal Liceo, la Gertrude, il Fra Cristoforo, l’Innominato…. Da buona guida amo la storia ma cerco il gossip 🙂 ]

  1. Elena Ferrante “L’amica Geniale” – 400 pg – Anni Cinquanta, Napoli “Un antidoto agli intervalli d’attenzione”
  2. Candace Robb “La Nemica del Re” – 509 pg – Corte Edoardo III, Inghilterra “Ci sono donne che non si arrenderanno mai a un destino deciso dagli altri”
  3. Jill Santopolo “Il giorno che tutti aspettiamo” 400 pg – Post 11.09.2001, New York  “Due persone. Due scelte. Un destino
  4. Eva Wanjek “Lizzie” – 491 pg – Epoca Vittoriana, Londra “Imponente e drammatico senza essere melodrammatico”
  5. Sally Rooney “Parlarne tra Amici” – 304 pg – Dublino, Giorni Nostri “Il romanzo sull’amore e il tradimento nel nostro tempo”
  6. Anna Premoli “Non ho tempo per amarti” – 315 pg – una scrittrice persa nei suoi romanzi ottocenteschi e un cantante rock. Che si chiama Terrence (come quello di Candy) “Senza incertezze né sussulti lungo il binario della favole
  7. Diego Da Silva “Terapia di coppia per amanti” – 274 pg – Napoli, Giorni Nostri ma sulle note di Every Breath You Take “C’è un momento, diciamo intorno al primo anniversario di una relazione clandestina, in cui pieghi la testa di lato, stringi gli occhi come cercassi qualcosa di minuscolo che si muove nell’aria, e vedi in filigrana il casino in cui ti trovi. Questo è amore, ti dici senza mezzi termini, altro che chiacchiere” (cit. dal libro)
  8. Roberta Gately “Le ragazze di Kabul” – 352 pg – Guerra Civile Afghanistan, Kabul  “Commovente e autentico. Amore e speranza in una terra sconvolta dal dolore”
  9. Silvia Truzzi “Fai piano quando torni”– 272 pg – Anni Cinquanta//Oggi, Bologna e Napoli  “Un romanzo pieno di grazia che racconta, con tono ironico e sorprendentemente leggero, il dolore della perdita e la fatica della rinascita”
  10. Care Santos “La Cena dei Segreti” – 359 pg – Anni Cinquanta//Oggi, Barcellona “Una notte di colpe e segreti, trent’anni di ricordi, una cena per perdonare tutto”

[Le citazioni le ho scopiazzate dai critici, ovviamente quelli che ci hanno azzeccato :P]

Volevo anche celebrare la fine (forse solo per ora) della serie di Alice Allevi di Alessia Gazzola, di cui “Arabesque” – letto a gennaio – e “Il Ladro Gentiluomo”- letto in questi giorni. Ecco, CC è quanto più ci si possa avvicinare al mariolo che ha ispirato la leggendaria (ma esistente) figura losca di Mr. Raincoat 😀

❤ Miss Raincoat

Il Calcio Storico Fiorentino

Cose a random che ho scoperto durante questa torrida estate

Estate 2018: ce la ricorderemo più per l’Italia che ai Mondiali non ha giocato, oppure per il 4% del tempo in campo che Neymar ha trascorso a piangere falli per terra?! 

Ma lo sapete che ho scoperto? Che l’antenato del calcio è nato a Firenze (in realtà, a seguirlo sembrerebbe una partita di rugby) Nasceva come figlio del gioco latino dell’harpastum (rubato a quei machi dei greci ovviamente), che significava “portare via con forza” (una palletta tipo quella di pallamano). Ci si allenavano i gladiatori e i soldati (frequenti i derby romani – barbari).

Nel Medioevo in tutta Europa si giocava con la palla in modo più o meno violento, ma questo Calcio Storico non viene menzionato mai da Dante, perciò o il Sommo era l’uomo perfetto che non pensa al calcio (eh, Bea, magari avresti dovuto tralasciare il naso), o si è diffuso più tardi, circa nel Quattrocento. Il torneo  veniva disputato nelle piazze durante il Carnevale, spesso con la presenza di re o imperatori nelle tribune. Si smise di giocarci nel Settecento. Nel 1930, ossia in Epoca Fascista, per il quarto centenario dell’Assedio di Firenze,  il Calcio fiorentino è andato riaffermandosi fino a divenire con gli anni la manifestazione rievocativa più importante di Firenze, celebrata a giugno in occasione  di Santa Croce (Squadre e Piazze: Verdi di San giovanni, Rossi di Santa Maria Novella, Azzurri di Santa Croce, Bianchi di Santo Spirito).

Insomma, questo sì che è uno sport da veri uomini!!! (A parte quando il tutto sfocia in violenza trucida)

    • Originariamente il pallone non era pieno d’aria, ma di stracci e i giocatori – anche oggi – lottano corpo a corpo per il suo possesso per 50 minuti
    • Il campo è di rena ed è un rettangolo diviso in due quadrati per terra (cioè senza rete)
  •  Un tempo, i calcianti erano nobili dai 18 ai 45 anni vestiti in livrea (anche oggi il si veste l’abito tradizionale e prima delle partite ci sono varie parate in costume). 27 calcianti per squadra: 4 portieri (datori indietro ) 3 datori innanzi (terzini) 5 sconciatori (mediani) 15 corridori (attaccanti) + 1 arbitro, 6 guardalinee e 1 giudice fuori campo. Il maestro di campo interviene per ordine, regole e zuffe.
  • La partita ha inizio con il lancio del pallone da parte del pallaio sulla linea centrale e la seguente “sparata” delle colubrine  (cannoni a mano)  che salutano l’apertura delle “ostilità”. Da questo momento in poi i calcianti delle due squadre cercheranno (con qualunque mezzo) di portare il pallone fino al fondo del campo avversario e depositarlo nella rete segnando così la “caccia” (goal). È importante tirare con molta precisione poiché qualora la palla finisse, in seguito ad un tiro sbagliato o ad una deviazione dei difensori, al di sopra della rete, verrebbe assegnata la segnatura di mezza caccia in favore dell’avversario. Ad ogni segnatura di caccia le squadre si devono cambiare di campo.
  • Premio? Una vitella di razza chianina.

❤ Miss Raincoat