“Giuditta che decapita Oloferne” di Artemisia Gentileschi

Io l’Artemisia l’ho guardata in faccia solo qualche anno fa al Palazzo Blu di Pisa, nel ritratto che le fece l’amico pittore Simon Vouet durante la sua seconda vita. La sua prima vita, come un po’ tutti, l’avevo sommariamente ascoltata sui banchi di scuola. La sapevo vagamente inquadrare nel numero delle rare pittrici donne della prolifica stagione caravaggesca. Negli anni della mia più sadica spensieratezza apprendevo anche che, tra le cose, era anche stata stuprata. Qualche mese fa ho messo sulle mie stories di Instagram la sua “Giuditta” e, in qualche modo, mi è rimasta dentro oltre le ventiquattrore di scadenza. Perchè in quella tela c’è tutto tranne la furia, tranne l’eccesso, tranne la bestialità. In quella tela nuda e cruda c’è una donna che ha attraversato una tempesta, che ne ha assorbito la potenza, che è diventata lei stessa tempesta. In piedi, senza tremare.

Il ritratto di Artemisia eseguito da S. Vouet

Siamo nella prima metà del Seicento. Artemisia ha dodici anni quando sua mamma muore e deve cominciare a prendersi cura delle faccende domestiche e dei suoi tre fratellini. Suo padre, Orazio, non la lascia mai uscire di casa. Suo padre, Orazio, è anche un pittore che lei ammira incondizionatamente e che emula diligentemente nel mescolare i pigmenti, nello scegliere gli oli e nel fabbricare pennelli. Nello studio bazzicava anche un certo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, che Artemisia considerava una rockstar. Così, in pochi anni, Artemisia diventa una pittrice esperta e suo padre, molto orgoglioso, la premia mandandola a lezione da un collega che stimava: Agostino Tassi. Il Tassi era un artista virtuoso del quale Orazio si fidava anche se le malelingue lo descrivevano come uno scialacquatore, uno smargiasso, un donnaiolo. Addirittura, si diceva avesse comandato diversi omicidi…

Le lezioni avvenivano appunto a Casa Gentileschi. Quel giorno Orazio era fuori per alcune commissioni. Lei descrisse quanto avvenuto con parole tremende ma lucide: chiuse la porta della stanza a chiave, la bloccò in modo che non potesse chiudere le gambe e le serrò la bocca con un fazzoletto in modo che non potesse urlare. Lei avrebbe lottato anche con le unghie, ma lui si sarebbe preso quello che voleva. Lo accusarono di sverginamento; in realtà, entro le mura della casa paterna, si prese l’innocenza di una ragazzina. E non fu l’unico colpevole. Il furiere apostolico Cosimo Quorli, che tanto ricamò sulla vita sessuale di Artemisia, fu suo complice; Tuzia, la vicina di casa alla quale Orazio era solito affidare la figlia mentre era via, dichiarò sorprendentemente sempre il falso su questa vicenda.

Eppure, il Tassi era un uomo seducente ed ammaliante. Artemisia si fidò quando lui si finse innamorato e le promise di sposarla, in modo da estinguere il suo reato di violenza. Fu questo il motivo per il quale lei continuò ad avere rapporti sessuali con lui ed è allarmante che fu iniziata alla sessualità da un uomo di questo calibro. Meno di un anno dopo, comunque, Artemisia scopre che lui è già sposato, ha avuto una relazione extraconiugale con la cognata e ha incaricato un uomo di uccidere sua moglie. A questo punto, è Orazio a volere a tutti costi un processo che sarà un’ulteriore violenza pubblica per la figlia. Lo fa per non farle portare a vita la lettera scarlatta.

Artemisia affronta il processo con coraggio e dignità. Accetta l’umiliazione di lunghe visite ginecologiche. Tanto non è vergine, è una puttana. Ascolta le false testimonianze. Va con tutti, è una puttana. Si sottopone alle torture pur di difendere la verità. La legarono stretta con una corda alle dita e tirarono. Davanti a lei c’era Agostino che ancora si giurava innocente. Lei gli disse che quelle corde erano la fede nuziale che lui le donava. Anche l’opinione pubblica era tutta a favore del Tassi, anche quando lui venne condannato all’esilio (che per varie conoscenze in alto non scontò mai). Due giorni dopo la fine del processo, Artemisia si sposò con il pittore Pierantonio Stiattesi, un uomo e artista mediocre che mai l’amò con passione. Lui aveva bisogno di soldi, lei di una buona reputazione. La pittura fu il suo unico riscatto.

Giuditta che decapita Oloferne è un’opera del 1612 che nasce come reazione al processo. Non esprime violenza ma volontà di rivalsa e forza femminile. In pochi si sarebbero azzardati di rompere la tradizione iconografica di questo episodio biblico e rappresentare il momento della decapitazione, l’atrocità sanguigna, il realismo macabro; lo fecero solo lei e quel matto di Caravaggio.

Ciò nonostante, la Giuditta di Caravaggio del 1602 è diversa. La sua è una vedova che uccide il carnefice di suo marito, affaticata, impaurita; e lo fa non tanto per sé ma per mettere in salvo la sua gente. Si racconta che il pittore si ispirò a Beatrice Cenci che in quegli anni si era macchiata di parricidio: aveva drogato, ucciso e occultato il corpo di un padre che aveva violato il suo per molte volte. Questo episodio aveva incuriosito morbosamente tutta Roma, tant’è che quando Beatrice fu condannata a morte molti accorsero sotto il patibolo, vari morirono asfissiati durante quel giorno afoso di settembre. In quella folla, oltre a Caravaggio, c’erano anche Artemisia con il suo papà.

Invece, la Giuditta di Artemisia esprime bene lo sforzo fisico, il tumulto, il combattimento. Non ci sono né santi né eroi in questa scena, solo sentimenti e forza muliebre. Giuditta non è un’anima beata qui, è colei che per salvare il suo popolo usa le sue doti di donna per stordire il nemico e tagliargli la testa con la sua stessa spada. Inoltre, l’ancella è un chiaro riferimento a Tuzia, alla mancata solidarietà femminile da parte della sua unica amica che, non solo omette di soccorrerla, ma pure la denigra. Oloferne, invece è conscio, con gli occhi sbarrati, ma è ormai impotente.

Chi non ti ha voluto intera non può averti neanche a pezzi.

Miss Raincoat

°* Letture consigliate dall’Unicorno *°

Tiziana Agnati Artemisia Gentileschi

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(per ragazzi) Donatella Bindi Mondaini Artemisia Gentileschi: il cuore sulla tela

(fumetti) Nathalie Ferlut/Tamia Badouin Artemisia

“Ila e le Ninfe” di John William Waterhouse

All’inizio del 2018, questa enorme tela del 1896 ha destato scandalo, anche se non siamo più in Età Vittoriana. Perché? La MAG (acronimo di Manchester Art Gallery) ha deciso di lasciare uno spazio vuoto al suo posto, per unirsi alla campagna femminista #metoo. Lo staff del Museo voleva soltanto creare un clima di dibattito sul presunto sotto-tema di questa opera, ossia l’ostentazione del corpo femminile come oggetto sessuale. L’idea ha fatto indignare parecchi visitatori che, tramite post sui social e post-it fisici, hanno fatto durare l’iniziativa non più di una settimana. Per molte donne, addirittura, è stata vista come una degenerazione del concetto di femminismo.

Che cosa dovrei pensare guardando quest’opera? Che amo l’Arte? Che amo la pornografia? Che sono complice di uno stupro?

Il mito di Ila e le Ninfe affascinò, per la sua tragicità, vari artisti ottocenteschi di cultura romantica.

Le Naiadi, le ninfe delle acque correnti, si innamorano istantaneamente di Ila, scudiero ed amante di Eracle e quando lo videro chinarsi per bere, lo trascinarono nelle profondità della loro fonte. Di lui si perse ogni traccia: Ila è un ragazzo irretito da un gruppo di ragazze.

La composizione è densa di particolari, soprattutto nelle ninfe attorniate, non a caso, da ninfee. Esse sono sette (il numero di Nettuno, Dio dei Mari). L’acqua è limpida, ma l’alabastro della loro pelle nuda crea un’atmosfera buia e sinistra (e l’inquadratura non fa vedere nemmeno il cielo). Ovviamente i capelli rossi sono simbolo di peccato e seduzione. Nei visi quasi tutti uguali deduciamo che il pittore ha copiato non più di due modelle. Non ci viene fatta vedere chiaramente l’espressione di Ila, però le ninfe sono tutte concentrate, quasi invasate, su di lui.

Waterhouse imitò lo stile dei Preraffaelliti un decennio dopo lo scioglimento del gruppo. I suoi soggetti, comunque, si dividono in quelli di ispirazione classica (come questo) e in quelli di ispirazione arturiana (soprattutto shakespeariani).

Quello che penso io è che la censura non può creare un dibattito. E poi, scusate, ma in questo caso non è Ila – l’uomo mediterraneo vagamente belloccio – ad essere la vittima? Io penso che la violenza possa essere unisex e che debba sempre essere severamente condannata. Detto questo, credo che il povero Waterhouse – come tutti i suoi colleghi Preraffaelliti – amasse e temesse le donne e che, appunto, le venerasse in una maniera quasi reverenziale. 

In realtà questa è un’opera che parla del grande potere delle donne. Di poter aver potere con la sensualità, ossia conservando la nostra femminilità (è questo che ci contraddistingue dagli uomini!!!). Non si tratta di identificare le donne come oggetti sessuali – o con la solita metonimia “bella f***” – bensì di metterle al centro del mondo, lì dove è stato portato Ila e lì dove tutto ha inizio (e fine).

❤ Miss Raincoat

Bella come una mattina d’acqua cristallina/ Come una finestra che mi illumina il cuscino/ Calda come il pane/ Ombra sotto un pino/ Mentre t’allontani stai con me forever – Jovanotti