Cagliari (for Women only)

Sono stata una settimana scarsa nel capoluogo della Sardegna per uno di quelli che io chiamo “addio al coso”, un addio al nubilato di una mia cara amica che è originaria della terra del porceddu e, a uno spogliarello di un pischello, ha preferito assistere alla disfatta della Juve contro l’Inter…

Ma veniamo al dunque. Come si può flirtare con Cagliari?

Enogastronomia. I piatti tipici che ho assaggiato io sono: i malloreddus (gnocchetti rigati allo zafferano con ragù di salsiccia, cipolla e pecorino sardo), cocciula e cozzas a sa schiscionera (vongole e cozze saltate e poi ripassate con vino, peperoncino e pan grattato – da mangiare molto calde con pane caereccio) e il famoso porceddu (maialino allo spiedo aromatizzato alla menta, timo e mirto). Una pausa gourmet può essere fatta all’hamburgeria Bombas, che propone la tradizione e l’innovazione in un panino. Il mio dolcetto preferito della gita sono state le pardulas (tortine ripiene di un impasto di ricotta e agrumi). I vini più famosi che si possono bere sono il Vermentino e il Cannonau; una birra artigianale può essere la Marduk (la mia preferita è stata la Sexy Pompia, una fruit lager agrumata ambrata).

Sightseeing. Cagliari è una città che va guardata. Pronti con lo scatto per Instagram in questi luoghi:

  • Porta Cristina
  • Torre San Pancrazio
  • Torre dell’Elefante (che è anche un punto panoramico meraviglioso)
  • Bastione di St. Remy (che è il posto più maestoso della città, ti ci senti come il Re Leone con Simba)
  • Bastione di Santa Croce by night (che i locali chiamano Santu Juanni, un tempo era il rione ebraico)
  • Castello di San Michele con il suo Parco
  • Cattedrale di S.M. Assunta e S. Cecilia
  • Santuario Nostra Signora di Bonaria

Natura. Cagliari va bene per chi, come me, ferma in spiaggia non ci sa stare (anche per adattamento naturale al fototipo uno). A circa 5 km c’è il Parco del Molentargius, famoso per le saline e per i fenicotteri. Si può raggiungere o in bicicletta o in bus (ogni 9 minuti passa il n.3. Il biglietto costa 1,30€). La spiaggia più famosa è il Poetto, raggiungibile in bus (ogni 30 minuti passa il n.PQ. . Il biglietto costa 1,30€). Dal Poetto si raggiunge il promontorio panoramico della Sella del Diavolo in due ore scarse di camminata.

Miss Raincoat

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Puglia a Novembre

Partiamo dal mio presupposto da addetta ai lavori secondo il quale l’Alta Stagione non esiste. Mi correggo, esiste per quanto riguarda i prezzi e la loro correlazione con la qualità – ma, personalmente, penso che si possa andare ovunque e sempre, basta averne voglia e le tasche abbastanza larghe. Del resto, a me è capitato di trascorrere 10 giorni in Grecia con diciotto gradi ad agosto e di morire di caldo a Praga in aprile…

Sui tetti, sui cancelli e sui terrazzi pugliesi si trova spesso un simbolo di augurio , ossia il pumo. Deriva dal culto della dea latina Pomona, la Signora dei Frutti, e rappresenta un bocciolo del fiore di acanto, il quale – siccome cresce spontaneo, prospetta una vita feconda a chi lo possiede.

L’Itinerario

Alberobello è celebre per l’architettura spontanea dei trulli. Il centro storico dei trulli è come se fosse un villaggio dentro il paese, a 428 metri d’altitudine. Ogni trullo ospita un negozio artigianale, un bar, un ristorante, un albergo… Ho trovato molto divertente la visita al trullo dei fischietti (non solo perché la signora Maria ha consigliato alla mia amica S. che, per suonare bene, bisogna infilarselo tutto in bocca) . Pare che bisogna fischiarci dentro due volte per farsi passare quella che a Napoli chiamano la cazzimma (ossia la malattia di noi fighissimi e unicornevoli incazzosi). Alberobello, insomma, è un posto molto iconico in Puglia e si capisce il motivo della protezione UNESCO, sebbene io abbia avuto la stessa sensazione di quando ho visitato Bruges. Mi è sembrato un meraviglioso museo a cielo aperto più che un borgo.

Ostuni è detta la Città Bianca per via della calce con la quale sono dipinte le abitazioni del nucleo. Difatti,anche con meteo nuvoloso non ti permette di visitarla senza lenti polarizzate. Ostuni è anche un dedalo di stradine e scalinate, che si arrampicano su tutto lo spazio che hanno a disposizione e domina il paesaggio degli uliveti fino al mare. Assolutamente d’obbligo, dalla piazza nella quale svetta la colonna con il Santo Oronzo, arrivare in salita alla sinuosa Concattedrale, attraversando tutti i vicoli (il mio preferito: Via Continelli Bixio,). L’aggettivo migliore per descrivere Ostuni è pittoresca.

Cisternino, nell’altopiano carsico delle Murge, è stato nominato Comune Amico del Turismo Itinerante. La cucina tipicamente cistranese rispecchia le più classiche tradizioni della gastronomia barese e della Murgia dei trulli con qualche piccola incursione di quella dell’alto Salento. Caratteristiche di questa tradizione paesana sono soprattutto le ricette a base di carne e di verdure. Il turismo a Cisternino si è sviluppato nell’ultimo decennio grazie proprio all’unico bene di questo piccolo centro: la natura, il paesaggio, i trulli e l’architettura spontanea del centro storico. Per me è una meta enogastronomica imperdibile.

Monopoli ha un castello, il Castello di Carlo V, che la rende fiabesca. La fortificazione viene completata dal Bastione di Santa Maria e dalla Cannoniera, detta La Traditora, poiché progettata per attaccare all’improvviso chi avesse cercato di risalire le mura. Fu edificato per volere degli Spagnoli direttamente sul mare a protezione dell’odierno porto antico. Monopoli mi è piaciuta davvero tanto, mi ha scaldato il cuore, non solo per la temperatura mite. Quasi, avrei voluto finire in prigione e stare qui ferma due giri. Mi ha ricordato un po’ anche la Bretagna, in questa stagione. Ma, ahimè, i Francesi il Mediterraneo se lo sognano…

Ceglie Messapica è un paese dell’entroterra salentino, anzi, un borgo per definizione. I Messapi erano la tribù che nell’Antichità Classica abitava il Salento. Nella sua architettura urbana ci presenta, per esempio, la Torre dell’Orologio e il Castello Ducale, nonché le sue viuzze in salita e gli abitanti con il dialetto quasi aramaico.

Ceglie, visitata durante il pomeriggio, ci ha permesso di meditare un attimo sulla differenza di ore di luce/buio tra il Nord e il Sud Italia. Non so ben spiegare queste cose scientifiche, ma è dovuto all’inclinazione degli emisferi terrestri. Dunque, se oggi l’alba a Milano è stata alle 07:33, a Bari è stata alle 06:50; viceversa, se il tramonto a Milano è stato alle 16:47, a Bari è stato alle 16:28. Giusto per dire che non me lo sono inventato!

Brindisi ha le dimensioni e i movimenti di una cittadina. Gli abitanti ne dividono il centro storico nel Centru e nella Marina. Il centro, con vari negozi di catene internazionali, ha la Fontana delle Ancore in Piazza Cairoli. Il Lungo Mare Margherita di Savoia ci porta fino al Monumento al Marinaio.

Punta Penne è una frazione della città di Brindisi in zona Aeroporto del Salento. La torre che si vede in lontananza faceva parte della fortificazione del Regno di Napoli. Qui la sabbia è finissima e il mare è trasparente. E qui sono anche finite le vacanze!

Cronache dal Bancone

Puglia da mangiare
Puccia – è un formato di pane, tipico della tradizione pugliese. Passeggiando per le strade del Salento e per i vicoli del tarantino è possibile imbattersi in una versione tutta genuina dei fast food: la pucceria. Cosa c’è dentro? La Puglia intera, se vuoi.
Pasticciotto – un guscio di pasta frolla croccante e un ripieno di crema pasticcerae amarena.
Rustico Leccese – uno disco di pasta sfoglia ripieno di pomodoro, mozzarella e besciamella.
Bombette Pugliesi – involtini di carne di maiale, cinghiale o vitellino ripieni di pancetta, caciocavallo, sale e pepe e tanto altro, dalla la forma arrotondata da cui prendono il nome “bombette”, secondo tradizione cotte su brace.

Puglia da Bere
Negramaro rosé
Primitivo rosso
Birra artigianale “Birra Salento” – pils Nuda e Cruda; ipa Tipa

  • Monopoli – La Locanda dei Pescatori (tanti cuori per il cameriere Antonio)
  • Ostuni – SAX
  • Cisternino – Le Tre Lanterne

Miss Raincoat

Gaia “Nuvole di Zanzare” (colonna sonora del viaggio)

“E lo so già che non mi passa e mai mi passerà – e si unirà il nostro respiro e suonerà una nota sola”

Mid-Italy On The Road

Marche e Umbria in stile Road Runner

Il Road Runner, per capirci Willie che non si fa mai prendere dall’affamato Coyote, è un uccello dei deserti tra California e Messico. Nonostante sia in grado di volare, preferisce spostarsi a piedi, fino a raggiungere velocità di trenta chilometri orari (che è anche il modo in cui si procura da mangiare). Di notte e di pomeriggio dorme e recupera tutta l’energia che ha alla mattina durante dei “bagni di sole”. Per le questioni amorose, invece, si prende tutto il tempo che ci vuole, cioè da marzo a settembre. Il maschio corteggia la femmina regalandogli prede, soprattutto serpenti. Se l’omaggio non fosse sufficiente, lui le agita la coda davanti al muso cantando una canzone. Se la femmina decide per il fatidico sì, allora costruirà un nido con erbe, piume e rametti recuperati dal fidanzato. La coppia formata rimane insieme per tutta la vita.

Breve parentesi SuperQuark per un altrettanto breve post in cui vi racconto il mio veloce giro giro tondo di questi miei giorni da turista…

Pesaro – “Una donna intelligente” a detta di Calcutta. Sul Mar Adriatico, di cui ho visitato il porto per il running mattutino sul Molo di Levante. Il centro storico è molto rinascimentale, il mio monumento preferito è la fontana detta La Pupilla davanti a Palazzo Ducale in Piazza del Popolo, una delle quattro fontane storiche di Pesaro. Ho mangiato molto volentieri gli Spaghetti alla Fanese, ossia con sarde – tonno – pomodorini – prezzemolo.

Fano (distante circa 14 km – 20 min) – che un tempo era un sito sacro alla Dea Fortuna. Ci sono andata per vedere meglio il mare. Ho visto il tramonto a Marina dei Cesari, il porto turistico. Meraviglioso e pieno di pathos il Monumento ai Caduti in Mare, detto La Tempesta (in ricordo alla tragedia del giugno 1964) sul Molo del Faro Verde. Il tutto si raggiunge con una passeggiata su pontile fisso, la Passeggiata del Lisippo, con vista su scogli e trabucchi.

Fabriano (distante circa 100 km – 1 ora e 20 min) – la città dei fogli delle Scuole Medie (ahahah) e per questo protetta da UNESCO. Ho visitato gli archi illusoriamente infiniti del rinascimentale Loggiato di San Francesco, pensato per collegare la Chiesa di San Francesco alla Piazza del Comune durante l’epidemia di peste del 1450. Ovviamente, non si poteva che fare tappa al Museo della Carta e della Filigrana ospitato in un vecchio convento domenicano, del quale è iconico e instagrammabile il chiostro.

Civitella del Lago e Lago di Corbara (distante 115 km – 1 ora e 45 min) – dicono che all’Umbria manchi solo il mare, in effetti ha i laghi e io ne ho scelto uno artificiale con rive frastagliate fino alla gola del Forello, nella valle del Tevere. Come tutti sappiamo, è una zona vitivinicola e il paesaggio è caratterizzato da borghi arroccati e vigneti. Civitella è in cima a una di queste collinette e, chiaramente, l’ho scelta per la vista panoramica e anche perché mi faceva strano che un piccolo paesino conservasse molte antiche porte monumentali. L’artigianato locale è famoso per le uova dipinte, che adornano i negozietti del borgo.

Orvieto (distante 20 km – 20 min) – Orvieto meriterebbe una vacanza a sé stante. Nel mio sightseeing ho incluso il Pozzo di San Patrizio, la Fortezza Albornoz, la Torre del Moro con risalita, il Duomo con la Cappella di San Brizio (la celebre per i dannati di Luca Signorelli) e una ovvia e meritata degustazione del vino Orvieto Classico.

(scusate se sono stata molto riassuntiva e ho badato poco alla perifrastica, ma sto scrivendo tramite le note dello smartphone)

Buone vacanze a me 🙂

Miss Raincoat (in sella a un unicorno)

Lo Zucchero nel Mojito

Coira da casa mia dista circa 125 km. Ci si arriva o in auto o in treno. In treno la storia è un po’ lunga (5 ore a ben vedere) perché si deve raggiungere Tirano e poi trasbordarsi sulla Ferrovia Retica. In auto è una gita più celere: percorrendo la Strada Statale 36 “dello Spluga” si passa il confine e l’autostrada ci porta comodamente a destinazione in 2 ore e 30 minuti.

Lo si dice spesso che bisognerebbe godersi lo spazio temporale tra partenza e destinazione. Io oggi mi sto spostando per lavoro e sto ripassando un discorsone con le airpods che mi cantano le canzoni che mi piacciono. Liberare la testa serve per viaggiare leggeri, ma è difficile da farsi per una che ha il cuore per bagaglio a mano…

Ieri ha piovuto pressoché tutto il giorno, anche con il sole. Oggi, invece, il meteo è spettacolare. La temperatura è ben sopra i venti gradi e il cielo è di quell’azzurro che è possibile vedere solo da qui, incastonato tra le vecchie Alpi, ceruleo in gergo (oppure sono soltanto le mie lenti polarizzate a farmelo vedere così 🙂 ).

Coira è la città più antica della Svizzera. Dall’autostrada sembra grigia, triste e anonima – specie d’inverno quando i comignoli fumano sopra i tetti ghiacciati. Però, è proprio vero che guardare le cose dall’alto ti pone a una distanza cieca. Perché se ti dai il tempo di perderti nel suo centro storico – in tedesco si dice Innenstadt (il cuore della città) – la conosceresti nei suoi veri colori, quell’eleganza sia pittoresca sia elegante tipica di questi borghi di montagna strappati alla vita selvaggia dei boschi. In Piazza San Martino, fuori dalla chiesa, c’è una fontana dedicata al Santo che però viene chiamata Fontana dello Zodiaco, siccome la sua vasca è decorata con i simboli zodiacali. Mi è venuta in mente perché sto ascoltando “Oroscopo” di Calcutta…

Se vuoi più informazioni su Coira click qui.

Poi stavo anche pensando che il mio cocktail preferito è senza dubbio il Mojito. Mi piace molto la sua semplicità e per questo sono anche molto pignola sulla sua esecuzione. Per esempio, posso capire che lo sciroppo di zucchero sia meno rozzo dello zucchero di canna – ma, mi dispiace non trovarmelo granuloso nel bicchiere.

Insomma, il Mojito nasce come una bevanda very rude. Il drink nazionale di Cuba per il quale sono diventati famosissimi i Cantineros de L’Habana fu inventato dal corsaro inglese Sir Francis Drake per dissetare i suoi marinai.

Mojito significa “piccolo incantesimo”. La ricetta nasce all’arrembaggio con le poche risorse che si avevano nella stiva. L’acqua molto frizzante che voi studiati chiamate seltz è un’alternativa potabile all’acqua stantia che avrebbe dovuto bere la ciurma. Il rum bianco era il quello più economico, usato prettamente o per disinfettarsi o per ubriacarsi. Per non far sentire il sapore rancido dell’acqua e per dare un po’ di coraggio agli uomini di mare (e scongiurare il colera), quindi, si aggiunsero altri due ingredienti facilmente reperibili: il lime (l’agrume caraibico) e la hierba buena (che italiano si chiama menta spicata).

Ne consegue che il Mojito non è per fare i finti fighi in discoteca. Vale lo stesso discorso più volte specificato su questo blog: la barba (o il mojito) fa figo solo se sei già bello 😛

Miss Raincoat

“Non mi ricordi nessuna guagliona” cit. Calcutta in “Oroscopo”

Imbersago

Una Gita Fuori Porta

Dalla finestra davanti alla mia scrivania si vede l’Adamello con le cime innevate, sembrano così vicine ma si trovano già in un’altra provincia rispetto a me… Come l’estate, no? Fino l’altro ieri ci stavamo ancora lamentando del caldo e delle cimici cinesi e adesso risparmiamo le parole allacciando il piumino fin sotto al mento. A questo proposito mi è tornata in mente quella torrida mattina della scorsa alta stagione estiva, quando ho varcato i confini della Valtellina per le volte della Brianza lecchese. 

Imbersago è un paese non tanto grande in provincia di Lecco, sulle colline delle prealpi e bagnato dal fiume Adda (fa, appunto, parte del Parco Adda Nord)

Santuario della Madonna del Bosco

Il primo nucleo del luogo sacro (situato a 1 km dal centro comunale, strada in salita – dotato di numerosi parcheggi gratuiti) nasce nel 1632 e viene detto scurolo, ossia è una piccola cappella entro la quale, attraverso delle statuine, sono narrati i miracoli alla base del culto di questo tempietto.

Erano anni difficili, di guerra, di carestia e di peste, quando nei boschi sopra il borgo di Imbersago cominciarono a verificarsi dei fatti strani, alcuni paesani li chiamarono miracoli. Precisamente alla Sorgente del Lupo, nel 1616, in prossimità di tre grandi castagni, a tre pastorelli apparve la figura di una grande signora, incorniciata da una luce e da una musica celestiale; questo luogo, perciò, diventò presto famoso come Madonna del Riccio, poiché, per quanto fosse il 9 maggio, alla fine della visione uno dei bambini, Pietro, trovò un riccio pieno di castagne mature. Qualche anno dopo, in questa zona infestata dalla ferocia dei branchi, un lupo affamato riesce ad agguantare il neonato figlio di una famiglia di contadini. Solo le preghiere della madre alla Madonna del Riccio riuscirono a salvare il piccolo.

La chiesa vera e propria, invece, fu costruita durante la metà del Seicento sul progetto di Carlo Buzzi, che già era famoso e, quindi, richiedeva un compenso abbastanza notevole. Nel 1677 si arrivò a vedere le forme che anche oggi possiamo ammirare: una pianta ottagonale completamente arricchita da stucchi preziosi. Lo svettante campanile con la statua di Maria in bronzo sulla sommità, invece, è del 1888.

L’elemento di spicco del complesso è la scalinata che sale al santuario, alla quale sono stati concessi 300 giorni d’indulgenza, per ogni gradino percorso recitando il Rosario. In cima alla scalinata, nel 1962, è stata posta l’enorme statua bronzea di Papa Roncalli (Giovanni XXIII) – la quale misura 4 metri e pesa 30 quintali. Il pontefice era solito venire qui in pellegrinaggio, in quanto il suo paese natale, Sotto il Monte (BG), dista da Imbersago meno di 15 km. 

Traghetto di Leonardo – Ecomuseo Adda

Scendendo verso il centro comunale fino al fiume Adda (850 metri dal Municipio – dotato di parcheggi; traghettare costa poco meno di 1 € * 5 auto e 100 persone) , raggiungiamo il porticciolo con questa antica e originale imbarcazione attribuita a Leonardo da Vinci, in quanto studiò a lungo questo progetto durante il suo periodo milanese – questo è l’unico esemplare al mondo funzionante e collega Imbersago (LC) a Villa d’Adda (BG).  Anche il già citato papa Roncalli era solito utilizzare questo traghetto, tant’è che è ricordato su una lapide. Chi non volesse effettuare la traversata, comunque, può continuare la passeggiata sulla sponda lecchese, dialogando (ahahah) con la fauna locale: cigni, germani reali, folaghe e anche libellule aesna questi sono quelli che ho riconosciuto io!!!

Ora tenterò di spiegare il funzionamento dell’ingegneria leonardesca. Vi premetto che ho osservato il traghetto per 30 minuti con la brochure in mano per capirlo!!! Allora… Il traghetto è attaccato a un cavo d’acciaio che va da una sponda all’altra. Siccome il mezzo trae forza dalla corrente dell’acqua, non ha bisogno di un motore. Un solo manovratore agisce su un timone che serve per orientare l’imbarcazione e utilizza un bastone di ferro per dare la spinta iniziale al cavo che unisce le sponde. Quando il traghetto raggiunge la posizione obliqua, è solo la corrente che permette il suo movimento. Ditemi che avete capito! *A scanso di equivoci, vi metto anche il video*

Che strana giornata è stata quella!!! Il giorno dopo mi sarebbe scoppiato in mano l’universo (in senso positivo,eh) e io nemmeno lo sapevo… Per questo è diventata memorabile 🙂

❤ Miss Raincoat

Padova (for lovers)

Esistono tre città nel Veneto in cui ci si va con l’emoticon con i cuoricini al posto degli occhi…

Venezia. Costosissima, per vari motivi che in questo post non ci stanno (anche se noi ci siamo andati low cost qui). Meravigliosa. A Venezia ci si va con l’anello (anche quello delle palline…ma le vendono ancora o sono rimasta negli Anni ’90?) e senza sciatica, che poi ci si deve inginocchiare. Perciò, Venezia è un po’ impegnativa.

Verona.Ma sì, quella di Romeo e Giulietta. Quella che – alcuni vociferano -Shakespeare non ha nemmeno mai visto. Anche lei una città del nord Italia che va vista almeno una volta (a me è rimasto impresso il rossiccio delle sue mura scaligere che spiccava durante una giornata bigia di gennaio). Inoltre,è una città che temo, perché la mia prof. Di Latino del Liceo – quella con la Montblanc assassina – veniva da qui.  Eppure, “se ti porta a Verona invece che a Venezia è un fedifrago” cit. Mio Attuale Capo.

Padova. La città veneta per le rockstars. Padova è per chi ha la fidanzata guida-turistica che ama gli aperitivi (ho detto aperitivo, non apericena. Io dopo lo spritz voglio andare a cena o a pranzo; parimenti voglio fare la colazione a un orario decente con le cosette dolci – scusate la digressione). Lungo le rive del Bacchiglione, è la città dei portici medievali e delquasi-esotismo delle cupole emisferiche.

Cosa non perdersi (o cosa sapere per fare i finti intellettuali, sicut Alberto Angela docet)

  • la Basilica di Sant’Antonio (che è gratis) e il Monumento Equestre al Gattamelata di Donatello, proprio nella piazza antistante.
  • Il più antico Orto Botanico al mondo – ingresso 10 €
  • Prato della Valle con al cento l’Isola Memmia
  • Basilica di Santa Giustina con la tomba di San Luca (romanico-bizantina)
  • MUSME , Museo della Medicina – ingresso 10 €
  • Piazza delle Erbe, Palazzo della Ragione, Palazzo del Capitano (con orologio astronomico), Portico della Corda e Duomo
  • Cappella degli Scrovegni con l’opera di Giotto e quel blu oltremare che si capisce perché tutti lo volessero nonostante il costo – – ingresso 13 € (quasi obbligatoria la prenotazione, anche online); il biglietto comprende anche i Musei Civici Eremitani e Palazzo Zuckermann, tutto lì vicino.

Che dite? Andate in gioielleria o a prenotare l’entrata alla Cappella degli Scrovegni?

❤ Miss Raincoat

Milano – Museo della Scienza e della Tecnica

A Milano c’eravamo già stati con Mr.Raincoat.

Ci siamo stati a fare un giro in centro (per vedere l’Albero di Natale by Swarowski e altri strani gadgets – vedi gioco da veri machi ) o un giro romantico ma sicuro (grazie alla Control)

Quest’anno vorrei riproporvela in una veste più culturale. L’avrò già detto un miliardo di volte che il mio museo meneghino preferito è quello di Brera, anche se, nella misura di dover portare qualcuno a  visitare un museo della mia regione, sceglierei sicuramente il Museo della Scienza e Della Tecnica di Milano.

Noi ci siamo andati in treno arrivando in Stazione Centrale alle 9.45. Da lì abbiamo raggiunto la fermata Duomo con la metro (M3 – linea gialla). Si può anche subito raggiungere il Museo (dotato di parcheggio a pagamento) ma volevamo farci un selfie con guglie e piccioni violenti.

Da Piazza Duomo a Sant’Ambrogio ci sono 1,5 km (circa 20 minuti a piedi) e ci si può fermare a Piazza Affari per un altro selfie con gesto annesso. Dato si è nei paraggi, consiglio di visitare la Basilica di Sant’Ambrogio (quando ci entri senti di essere in un luogo antico,tranquillo, in un’altra dimensione…provare per credere!!!). Il Museo è a 5 minuti (400 mt.), perciò la nostra pausa pranzo è stata inserita dopo il romanico della basilica (la toilette e l’area snack la trovate nel Museo, comunque – io ho mangiato una cosetta che mi aveva ingolosito nel tragitto approfittando dell’area “relax” nel museo, zona contrassegnata con M0).

Quindi, dopo essermi incipriata il naso ho visitato il Museo. Il costo del biglietto è 10 €; per chi ha meno di 26 anni o più di 65 anni 7,50 € + rientra nei musei del bonus cultura.

La struttura è un edificio monumentale a due piani. Gli highlights sono il forno stassano per laproduzione di acciaio, la dinamo di Edison, il continuus properzi per laminare il piombo e tutta la sezione sull’Alfa Romeo al secondo piano.

All’esterno dell’edificio monumentale troviamo altri padiglioni dedicati ai treni, con varie locomotive e all’ingegneria aeronavale (quest’ultimacon due piani separati per navi e velivoli). Nelle Cavallerizze ci sono spesso mostre temporanee.

Uscendo dal Museo, c’è subito la fermata della metro Olona che ci riporta in Stazione Centrale (M2 – linea verde)

** in questo post abbiamo anche parlato del biglietto Io Viaggio in Lombardia.

Dato che abbiamo parlato di selfies, vogliamo ricordare al gentile pubblico turistico di non abusare del bastone!!! Più baci meno selfies!!!

❤ Miss Raincoat

Gita al Castello di Miramare

Siamo in un quartiere di Trieste, quello più a picco sul Golfo, dove Massimiliano d’Asburgo costruì una dimora da condividere con la moglie Carlotta del Belgio, a metà Ottocento. Il nome “Miramare” significa guardare il mare ed è memore dei castelli spagnoli che piacevano molto a Massimiliano. Lo stile al quale si ispira è quello del Castello di Babelsberg a Potsdam in Germania.

Il parco marino di 22 ettari ospita piante di vari generi, alcune delle quali collezionate dallo stesso Massimiliano, appassionato di botanica, durante i suoi viaggi come ammiraglio della Marina Militare Austriaca.

Nella parte superiore si trova il Castelletto, una residenza più piccola che ospitò i regnanti durante la costruzione, ma che divenne una sorta di manicomio murato per la sventurata Carlotta. Infatti, pare che il Castello sia legato ad una maledizione: chi ne prende possesso non può goderne la bellezza dacché morirà lontano da casa (Massimiliano morì assassinato in Messico e Carlotta impazzì). Vengono ancora più i brividi se si pensa che la coppia entrò nel Castello a Natale 1860.

Io ho raggiunto il sito con i mezzi pubblici da Trieste. Se si alloggia nella città è il modo più comodo così non bisogna spostare la macchina da un parcheggio a pagamento (unica pecca di Trieste, ma risolvibile parcheggiando al Molo IV per 10€ al giorno) ad un altro ulteriormente a pagamento. Il biglietto del pullman, infatti costa 1,25 € e vale un’ora; il parcheggio del sito costa 2,00 € all’ora – considerando che la permanenza dura più di un’ora. Il bus si prende dalla Stazione Centrale oppure da Piazza Oberdan e passa circa ogni 20 minuti; si scende al capolinea, cioè al porticciolo di Grignano. Da lì si prende una scaletta e si arriva alla parte superiore del parco. Una volta finito il percorso al Castello si può uscire sul lungo mare e, in 15 minuti, raggiungere la fermata bivio; oppure, ritornare indietro al porticciolo.

Percorso di visita: Serre – Castelletto – Casa Svizzera (bar) – Lago dei Cigni – Giardino all’Italiana – Molo con Sfinge – Castello – Belvedere – Scuderie

Alcune informazioni: parcheggio a pagamento, bar, wc, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19 – parco: gratis , castello: 12,00€

http://www.castello-miramare.it

❤ Miss Raincoat

 

«O Miramare, a le tue bianche torri
attedïate per lo ciel piovorno
fósche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.»

Giosuè Carducci

Come (non) stare a dieta a Trieste

Una guida in vacanza

Come promesso la settimana scorsa, un intero post per parlare di una branca del turismo che mi interessa assai, quello enogastronomico. A me è parso che a Trieste il mangiar (e bere, se no va di traverso!) bene faccia parte della cultura, un po’ come in tutta la nostra Italia… però, ecco, da questo luogo non è consentito andarsene senza averne assaggiato un pezzo!!! In barba a chi dice che noi del nord siamo parchi con le porzioni 🙂

Il primo concetto da interiorizzare a Trieste è quello del buffet. Si tratta di un locale tra il bar e la trattoria dove, ad ogni ora del giorno, puoi fare aperitivo. Ma, attenzione, non è l’aperitivo chic e un po’ bauscia che intendiamo di solito. Al buffet triestino si trova un menù “alla  caldaia”, che spazia dal salato al dolce. Insomma, uno spuntino rinforzato/ merenda irredenta.

Due buffet consigliati: Bar  Borsa se siete di fretta o Le Botti se avete molta fame. Il primo è vicino a Piazza della Borsa, mentre il secondo e a due passi da Piazza Hortis.

  • Buffet salato: il panino con la cotoletta (che qui viene chiamata lubianska), prosciutto caldo con senape e kren (è qualcosa che assomiglia molto al Prosciutto di Praga; è tagliato molto spesso; il kren è una specie di rafano, chiamato anche barbaforte, leggermente piccante, sicuramente molto particolare), gulasch, gnocchi alle prugne (tipo knödel), patate in tecia (ossia bollite e poi saltate con la cipolla; la tecia è la crosticina che si forma). Ovviamente, dato che siamo al mare, diamo un’occhiata anche tra le preparazioni di pesce (dalle insalate ai fritti, passando per la pasta)
  • Buffet dolce: i dolci tipici sono la pinza (una brioche non molto dolce e quindi abbinabile sia a marmellata sia a salumi) e la putizza (sfoglia arrotolata che racchiude un impasto di frutta secca, uvetta, cioccolato, rum e marmellata di albicocche) . Non dimentichiamo che qui sono ottimi anche Tiramisù (di origine forse friulana) e gli austriaci Strüdel e Sachertorte.

Per quanto riguarda i vini, io ne ho assaggiati “solo” tre: il Friulano già Tocai (bianco), lo Chardonnay dei Colli Orientali (bianco frizzante) e il Merlot (rosso).

Per digerire un bel caffé?! Anche qui c’è da sgranare un concetto. Prima di tutto, a Trieste l’espresso si chiama <nero> e l’espresso macchiato <capo>. Inoltre, a Trieste, è il re delle bevande, in quanto l’import del chicco americano ha avuto larga importanza nel suo sviluppo economico e  in quanto i Caffé Letterari ne sono stati simbolo dell’élite culturale. Perciò, a Trieste il caffè è un momento, non una semplice tazzina con dentro qualcosa.

Tra i Caffé da visitare c’è il Tommaseo, vicino a Piazza Unità d’Italia. Fu fondato da Tommaso Marcato nel 1830, colui che portò il gelato a Trieste. Oltre per la raffinatezza dell’interno, è da visitare perché le sue mura hanno sentito parlare di irredentismo ed è stato il locale preferito per Svevo, Saba e Joyce, per esempio.

Ah, vi ricordo che ho postato qui#1 e qui#2 le idee di passeggiate a Trieste per smaltire quello che avete mangiato/bevuto!!!

❤ Miss Raincoat 

Trieste da (assolutamente) Vedere [#2]

Una guida in vacanza

Come molti di voi già sanno, adoro i posti con l’acqua, dal mare alla pozzanghera. Perciò, riesce a sbalordirmi sia l’alba sul Mar Mediterraneo sia un canale della Lega Anseatica, per esempio.

Quest’anno è toccato a Trieste, che mi è piaciuta un sacco per il suo essere una città dai mille contrasti: un golfo sull’Adriatico abbracciato dall’altipiano carsico. E poi, la scenografica Piazza Unità d’Italia, in Europa la più grande in europa con affaccio sul mare, la quale, malgrado il mare, ha un’impronta decisamente viennese. Inoltre, l’antica Tegeste, memore dell’Impero Romano, fu asburgica fino al 1918, quando fu annessa all’Italia la prima volta (la seconda nel 1954).

Ultimiamo con il secondoo episodio (e ultimo) di ciò che si deve assolutamente vedere durante la passeggiata alla scoperta del capoluogo friulano (comunque MAI chiamare un triestino <friulano>, potrebbe finire male!)

  • PIAZZA OBERDAN

Immancabile la visita al Museo del Risorgimento con attiguo Sacrario Oberdan (da giovedi a domenica, 10-17 , entrata libera). L’edificio, inaugurato nel 1934, porta la firma del triestino Umberto Nordio e sorge sull’area della Caserma Austriaca dove, accusato di tradimento e cospirazione nei confronti dell’imperatore Francesco Giuseppe, Guglielmo Oberdan venne giustiziato il 20 dicembre 1882 (all’età di 24 anni). Adiacente al Museo, troviamo il Sacrario con il Monumento di Oberdan di Attilio Selva e la cella originaria dove l’eroe attese il supplizio. Nel Museo, invece, troviamo documenti e cimeli delle vicende triestine dal Risorgimento fino alla Grande Guerra (garibaldini giuliani, volontari giuliani e dalmati e, ovviamente, molti effetti personali dello stesso Oberdan). Il Salone Centrale, inoltre, esibisce le lunette pittoriche di Carlo Sbisà: dei busti femminili rappresentano le città redente a Trieste (Aquileia, Gorizia. Fiume, Zara, Pola e Parenzo + Spalato con il velo perché irredenta). Mi è piaciuto il ricordo al 7 agosto 1915, alle 16,30: Gabriele D’Annunzio vola su Trieste lanciando bandiere italiane e bombe e gli austriaci cercano di ucciderlo (l’impresa a Fiume sarà nel 1919).

  • PIAZZA VITTORIO VENETO

L’ho scoperta per caso dirigendomi in Piazza Oberdan, ma la Fontana dei Tritoni mi è sembrata indescrivibile. Nella stessa piazza troviamo il Museo Postale e Telegrafico Mitteleuropeo.

  • TEATRO ROMANO

Ai piedi del Colle San Giusto e al limitare della Città Vecchia, troviamo il teatro del II sec. d.C. voluto dal procuratore di Traiano. All’epoca della costruzione era fuori dalle mura ed in riva al mare e poteva ospitare fino a 6.000 spettatori. Come da tradizione classica, sfrutta la pendenza naturale della collinetta. Proseguendo con il cammino, tramite una scalinata raggiungiamo le chiese di Santa Maria Maggiore e San Silvestro.

  • COLLE DI SAN GIUSTO

Il centro storico vero e proprio di Trieste sarebbe qui, dove si arrampicava anche il mio amato Umberto Saba. Ai piedi del colle troviamo l’Arco di Riccardo, del I sec. a.C. Al Colle si accede tramite la monumentale Scala dei Giganti. Una volta saliti troviamo il Castello, la Cattedrale ed il Parco delle Rimembranze.

  • CAVANA

Il nome indica una parte della Città Vecchia. La zona pedonale è molto caratteristica e piena di negozietti e botteghine. Camminando arriviamo fino a Piazza Attilio Hortis dove ci aspetta la statua di Italo Svevo, nonché una vasta scelta di buffet triestini (argomento a cui dedicheremo un altro post).

“Trieste ha una scontrosa grazia” – Umberto Saba

❤ Miss Raincoat