Io non abito al mare (…ho scritto una dichiarazione d’amore)

#sanvalentino

Ci piace questa citazione dalla canzone della Michielin, perché anche noi non abitiamo al mare (non solo, abitiamo in quella parte ombrosa della Valtellina in cui hanno trovato pace alcune famiglie di pinguini esuli dai Gulag). Noi che, però, il mare ce lo sentiamo dentro e, anche se ancora le temperature non lo permettono, appena sentiamo l’odore di acqua salata, togliamo le scarpe (o buttiamo la pasta). Noi che, comunque, per il Compleanno ci concediamo sempre un’antitetica meta congelata.  Siamo strana gente che è cresciuta con la certezza che un viaggio ci può ricucire la vita sentimentale. Sì ok. Ma se ci siamo scelti un pure lavoro che impone il movimento perenne, quali conseguenze dobbiamo mettere in conto?

Caro Mr. Raincoat,

Ti ricordi quando mi hai chiesto se, secondo me, staremo insieme per sempre? Io ti ho prontamente detto la verità, senza esitare, ti ho risposto che non lo so e, infondo, ti sarebbe dovuto bastare lo zelo di sincerità. Invece, ti sei inca**. Io ti ho lasciato sfogare da solo, come una pentola a pressione e, in seguito, sono tornata da te, come un fedele cagnolino, ma senza dire niente. Perché, passi che io sia cinica, però non bugiarda. Ai Matrimoni si recita a memoria “finché morte non ci separi“: si presuppone che tra il primo bacio e l’ultimo respiro del meno longevo tra i due si debba accettare tutto, ma proprio tutto, anche i responsi di analista, medico di qualsiasi reparto, commercialista o chicchessia. Dopo il funerale, comunque, sei autorizzato a schiodarti e trovare una persona per riniziare i giochi da capo. Push to start a new game. Ecco, io non voglio questo per te, metterti  davanti la pietosa figura di una me in pigiama o in passamontagna, insomma la mia versione dark. Io ti augurerei un bel lavoro – che ti soddisfi e che ti faccia guadagnare più del dovuto – una casa grande e luminosa, un figlio che ti somigli solo nei pregi, una moglie che ti supporti – una complice che, magari, ti prepari anche la cena – un cane, un gatto, un coniglio ariete e il laghetto con i pesciolini. Ti augurerei questo e anche di più, tutte quelle cose che la mente umana non riesce nemmeno ad immaginarsi. Eppure, a me, augurerei che tu ti accontentassi di me. Ma tu non puoi perché hai l’Universo davanti ed io, per non farlo esplodere, dovrei farmi da parte. Se non fossi egoista, dovrei rinunciare al tepore di una storia dentro la quale sto comoda. Alla fine, che cosa c’è dentro alla promessa del per sempre, quando, anche se t’illudi, sai già che, come essere umano, non puoi essere eterno? Le tue cose sparpagliate nelle stanze del mio appartamento, le mie confezioni quasi vuote di cosmetici a prova di tutto nel tuo, fotografie di tanti giorni vissuti di fretta per la paura che finissero troppo presto, gelati per cena, film noleggiati e mai visti fino ai titoli di coda, litigi e corse verso te appena decidi che ti è passata. L’ho detto, è un’illusione che ti fa credere che non vorresti altro, che non t’interessano più indulti, oggetti costosi, un viaggio al mese, un uomo al giorno o l’avere tutto nell’immediatezza con la quale lo desideri. In un momento di lucidità ti potresti rendere conto che, semplicemente, il fatto che ti manchi il fiato non è più così romantico come ti sembrava all’inizio. A ruota, ti viene in mente che sei stufo di dovere essere diverso da come sei per poter essere all’altezza, che hai accettato l’isteria delle scenate senza motivo né apparente né latente, la filosofia della mia  migliore amica e la mia emicrania a volte finta e a volte sospetta. Ti rendi conto che a te piace la montagna e a me il mare. Io… Io, quando dalla vita davvero avrai visto tutto ciò che desideri vedere e quando avrai capito chi sei, in modo da sapere con chi vuoi condividere il tuo cammino, sarò pronta ad interpretarti e ad assecondarti. Vorrei cadere in piedi, senza frantumarmi le ossa, perciò ho tolto le nostre fotografie dalle pareti. Con un po’ di fortuna, lasciando passare un po’ di tempo, non starò più sveglia a pensare che, al mio risveglio, non ci sarai al mio fianco. Il motivo è che, anche se riesco a stare bene senza vivere a caso, non è detto che io debba necessariamente farlo. Anche se ti amo dal primo momento che hai posato gli occhi su di me. E la migliore dichiarazione d’amore sarebbe che vuoi stare con me anche se spesso mi vengono questi pensieri contorti. Anche se mi piacciono troppo gli aperitivi.

❤ Miss Raincoat

** si comunica alla gentile clientela che la suddetta dichiarazione è stata scritta solo per il gusto di giocare con le parole **

Queste cose vorrei dirtele all’orecchio / Mentre urlano e mi spingono a un concerto / Gridarle dentro a un bosco nel vento / Per vedere se mi stai ascoltando

“La Grande Odalisca” di Jean-Auguste-Dominique Ingres

Per parlare del mio dipinto preferito, vorrei raccontare una storia, ossia la storia di quando me lo sono trovato davanti in carne ed ossa (più che altro in tela e olio) la prima volta.

M. ha deciso di farmi lo stesso regalo che si fece Carolina, la sorella di Napoleone Bonaparte: mi ha portato davanti alla Grande Odalisca di Ingres. Qualche metro più avanti la Consacrazione di Napoleone I  – nelle pennellate solenni di Jacques-LouisDavid e nelle sue dimensioni piu maestose – provoca la Sindrome di Stendhal a una folla attenta di visitatori. Pero, lui ha voluto che mi fermassi davanti a questa tela di, occhio e croce, un metro di altezza e un metro e mezzo di larghezza.

“Che cosa vedi?” 

“Vedo uno stereotipo. Vedo una bella donna, quasi in sovrappeso, messa in mostra passiva per diletto di chi la guarda. Vedo un corpo troppo lungo, sproporzionato, con qualcosa che non so se e una vertebra in più o un dito pigiato dentro la ciccia, un gesto violento del pittore come per dire “Smettila di tirartela e dammi retta, ca**!“. Vedo dei piedi di una donna pigra, che non e mai stata nei campi o nei letti dei potenti, come invece le muse del Caravaggio – che adooooro. Vedo una donna che si sventaglia con le piume di un pavone, è il suo trofeo. Anche se a lei piace scuoiare vivi i lupi”

Vorrei dire questo, ma dico altro. Davanti a lui mi si fonde sempre il cervello e dico solo scemenze, perché mi fa perdere il controllo e riesce difficile concentrarmi. “È meravigliosa, la sua pelle risalta talmente dal fondo nero dell’enormità della sua stanza, che sembra illuminata dall’interno, una lampadina umana!”

“E tu cosa vedi?” gli domando. Lui si sistema con l’indice gli occhiali sul naso, lo fa sempre quando vuole fare il secchione. E a me questo fa impazzire.

“Vedo una donna consapevole di essere bellissima, senza artifici, per questo si torce senza grazia a guardare negli occhi lo spettatore. È nuda, ma non è in posa; è nuda perché è insolente. Un nudo naturale: lei sta a suo agio senza vestiti. Non piange rimorsi. Non ride giuliva. Aspetta e non fa della sua bellezza un vantaggio, perché non ha godimento né nell’essere preda né nell’essere predatrice. Vedo una donna, appunto”

Rido e lui la prende male, pensava di aver detto qualcosa d’intelligente. “E che aspetta? La luna piena?” domando io troppo ad alta voce nel pomeriggio intellettuale del Museo.

Mi prende per mano tra la gente, tanto nella meraviglia dell’arte che ci circonda nessuno se ne accorgerà. Solo io. Che oggi mi pento di aver riso in quel momento irripetibile.

“Davvero non lo capisci? E la versione femminile del David di Michelangelo. Soltanto che il David, sebbene sia aitante e nervoso, è un uomo nudo. Lui e incapace di custodire l’enigma. Lui si mostra tutto, non accavalla le gambe”.

“Ah, allora è questo che cercate voi uomini in una donna? Ho capito tutto, grazie!” gli rispondo, senza voler affrontare discorsi troppo filosofici. Lui ride e abbassa la mano lì dove Ingres ha pigiato il dito sulla tela. Questa volta arrossisco.

Infondo, anche l’Odalisca era soltanto una schiava.

°In lovin’ memory°

❤ Miss Raincoat

Qui la Descrizione Seria

Buoni Propositi per il 2018

Ci siamo: è venuto il momento dell’anno in cui si deve tirare fuori la biancheria intima rossa!!! 

In realtà non ho proprio in mente un cambiamento radicale per questo anno nuovo: so già che i cambiamenti radicali ti piombano nella vita con una violenza tale che dàje ad andà in televisione a raccontarlo!!! Vorrei attenermi più ad una certa coerenza e crescere un po’, un passo alla volta, beneficiandone a lungo termine. Ma, cercherò di fare una lista…

  1. Pensare a me stessa, senza essere egocentrica o stro***. Semplicemente dire di NO, quando è il caso. Ah, e non usare sempre “min***” come intercalare, visto che mio nipote piccolo l’ha imparato da me!
  2. Fare un po’ la parte di quella che si fa desiderare, qualche volta, utilizzando l’avverbio FORSE, però senza arrivare sempre in ritardo. Non elemosinare mai attenzioni a nessuno. Non affezionarmi più al cavallo che al cavaliere.
  3. Fare attività sportiva con regolarità. Eccedere solo nei weekend. Dormire di più. Non alimentare quella psicopatica della mia Emicrania.
  4. Fare spazio nell’armadio dei vestiti e affini. Fare shopping solo se è necessario o terapeutico.
  5. Ripetermi spesso: Goditela. Se vuoi puoi. Non pensare a ieri.
  6. Realizzare almeno un sogno e cercare di non rendere questi propositi degli spropositi.
  7. Accettare, finalmente, che Mr.Raincoat abbia nome, cognome e il sorriso più sexy del Mondo. E di essere magicamente in grado di vedere gli unicorni.

Visto che sta per finire l’anno, oltre ad augurarvi buon veglione e a ricordavi che, in realtà, la biancheria intima rossa, oltre ad essere oooorrrendaaa, porta pure sfiga, vorrei ringraziare chiunque abbia letto (pure per mero caso) almeno una volta le avventure di Miss Raincoat.

(nella foto il brainstorming delle parole che ho più utilizzato su Facebook, realizzato qui)

❤ Miss Raincoat

Spiders in my Head

Dunque…

Settimana scorsa ho promesso che avrei aggiornato questo blog in relazione alle attività che affollano le mie giornate che – ahimé – ho scoperto essere solo di 24 ore (-6 che trascorro a dormire, sempre se non sbaglio a puntare la sveglia!!!)

Come stai?

Beh, è un periodo di cambiamenti e, in effetti, essendo una persona che si annoia con una facilità inquietante e che ama le sfide/è molto competitiva, mi sento elettrizzata. Non so se si può definire felicità ma, una volta che ho deposto (quasi) l’ascia di guerra verso qualsiasi chitarrista nel raggio di 40 chilometri, mi sono sentita leggerissima e rinnovata. Lasciarmi durante un uragano non è stato simpatico. Ma è anche vero che l’uragano l’avevo causato io. Quindi, l’amore può prendere varie forme, purché ti faccia stare bene. L’amore è a-morale.  Sì, ho pure riacciuffato dal cestino della spazzatura la mia vita sentimentale apparentemente caotica, senza la quale sto male, mannaggia.

Che combini?

Questo si riallaccia al vento di novità del quale ho parlato sopra. Quest’estate avevo sbandierato il mio ritorno definitivo in Valtellina, dove tutto è iniziato, dove il dott. F. e la prof. G., mi hanno insegnato come essere una guida (quasi) perfetta. Certamente, è stato un salto nel vuoto e mi sono nutrita di valeriana per mesi. Eppure, a due mesi dal nuovo inizio posso dire di sentirmi galvanizzata, soprattutto per due motivi a) qui in Valtellina/Sondrio il Turismo, inteso come Marketing Territoriale ma anche come Ricerca Artistica e Culturale, sta ancora cercando la sua identità e, quindi, mi sento ispirata – oltre al fatto che il mestiere di guida, in sé, ti porta a imparare qualcosa di diverso in ogni giorno e a crescere, anche solo come persona –  b) il rapporto con capi e colleghi con diverso sesso, età e disciplina di studi è meravigliosamente cordiale, sereno e stimolante.

In questo periodo mi sto occupando di visite guidate abbinate a eventi enogastronomici/sportivi (aspettando anche la vera neve e i turisti “bianchi”, che ormai non tarderà; sì, comunque ha già nevicato in alta quota), di due ricerche (una su una piccola chiesetta di Morbegno; l’altra sugli aspetti d’ingegneria acustica del Complesso di S. Antonio di Morbegno) e di un progetto di lezioni-madrelingua per insegnare agli stranieri la nostra (difficilissima, mi sto rendendo conto) Lingua Italiana (ricordandomi perché ho sempre regalato un bel due di picche a tutti quei Marcantoni che sbagliano le acca e i congiuntivi). In particolare, quest’ultimo lavoro mi sta dando molto, non saprei come descriverlo se non dicendo che “se puoi sognarlo puoi farlo” e che “chi ti ammazza i sogni, è il più efferato dei killers”. Ah, e che ovviamente, da guida, mi rendo conto che il Pianeta Terra non appartiene agli umani solo perché l’hanno scritto su un foglio.

Che mi racconti di bello?

Non ho segreti, ma non ho tempo di raccontarti i miei guai, meravigliosi guai con le ali. Come sempre, del resto. Va alla grande, dunque. Di bello? L’affetto. E’ quel sentimento che ti fa capire che non solo esisti, ma che sei anche importante solo per il fatto di essere venuta al mondo. Non è intenso come l’amore o smisurato come la passione, ma è l’unico aspetto che ci rende diversi dalle macchine e meno spietati degli dei. Senza l’ affetto tremeremmo solo di freddo e, invece, è l’unica cosa che riusciamo a lasciare in questo lato quando passiamo dall’altro.

Spiders in my head, spiders in my mind/ You may take my eyes, but baby I’m not blind/It all works out in time/ You know I’m gonna be alright/

❤ Miss Raincoat

Dreaming Norway.

Settimana scorsa Y. ha compiuto 30 anni. Evento che mi ha fatto sentire sia vecchia sia giovane. Giovane perché mi mancano ancora un po’ di inverni per arrivare a cambiare la cifra delle decine, per così dire; vecchia perché ci conosciamo da una buona pinta di tempo…

Y., in effetti, l’ho conosciuto in Lombardia nel 2009. Una di quelle storie d’amore bruciate/nascoste in partenza dato che una volta sono fidanzata io e una volta è fidanzato lui, etc… E, quando, finalmente, il nostro oroscopo è favorevole, me lo ritrovo con lo zaino in spalla in partenza per la Norvegia. Allora, i suoi biondi riccioli ribelli (sembra un’immagine idilliaca, però lui è veramente la versione umana di Erooooos, l’amico di Pollon) erano animati dall’attivismo di Green Peace. Oggi, quasi 10 anni dopo, Y. vive a Bergen insieme ad una bimba con i suoi stessi capelli; la madre ora sta in California a studiare i fondali marini insieme al suo nuovo compagno surfista (non si sa se lo è, ma dalle foto acciuffate sui social si potrebbe desumere…). Quanto alla nostra storia d’amore mai nata ci si ride su solo a pensarci, anche se il fatto di essere attualmente due guide turistiche con coordinate geografiche diverse ci sta comunque continuando a tenere fraternamente legati. 

Ai fini di questo blog, ora vi riporterò quello che Y. Mi ha insegnato sulla Norvegia, terra che lui ama-odia e che definisce “la Sardegna senza Mediterraneo” (ah, dimenticavo di dire che Y. È pure una guida subacquea e che, quando l’ho conosciuto io, era reduce da un tirocinio alla Maddalena). E con questo, probabilmente, Y. Intende dire che la Norvegia, è la più selvaggia tra le nazioni scandinave. Ai posteri l’ardua sentenza.

  • Punto Zero: Partire al Momento Giusto – i mesi da evitare sono ottobre e novembre perché nevica/ghiaccia al nord e piove al sud e alcune strade sono chiuse al traffico;  la stagione turistica vera e propria scade a fine agosto, sempre se il meteo lo permette. Periodi ottimali *** a) Fiordi giugno-luglio b) Sole di Mezzanotte maggio-giugno-luglio c) Aurora Boreale dicembre-gennaio-febbraio (che, del resto si può vedere anche in altri Paesi “nordici” e che, “funziona come te, Patty, si manifesta quando e se lo vuole e, ovviamente, nei posti più reconditi con ottime condizioni di cielo terso” cit.)
  • Punto Primo: Partire con lo Stretto Necessario ma senza Dimenticarselo – abbigliamento/equipaggiamento invernale sempre e comunque, occhiali da sole polarizzati, crema solare in base al fototipo senza fare i braccini corti e il Marius (il maglione tipico di lana con disegni geometrici “natalizi”) che fa sempre fico.
  • Punto Secondo: la Crociera sui Fiordi non è solo Moda, ma è anche la maniera più smart di approcciarsi alla Norvegia – Con la Kel 12 (il tour operator per il quale lavora Y.)  un giro andata e ritorno partendo da Bergen costa 1500 € ca. per 15 giorni. In alternativa, si può pensare a un fai-da-te prenotando gli alberghi tramite una OLTA (tipo Booking.com) e le tratte di mare su hurtigruten.com; per volare da Milano a Bergen bisogna fare lo scalo ad Amsterdam (ca. 200 € a/r, controlla qui)

Le tappe imperdibili sono : Bergen – Kirkenes – il Trollfjord – le Isole Lofoten – Capo Nord + le Isole Svalbard che hanno un costo considerevole

  • Punto Terzo: Svanvik è Per i Veri Uomini, [non quelli che piacciono a te, Patty] – nel freeeedddissimo entroterra, a 40 km da Kirkenes, c’è Svanvik. Tramite Birkhusky si può prenotare un viaggio-avventura non solo per andare a caccia dell’Aurora Boreale, ma anche concedendosi di concepire un bebé [sic.] in casette tra i boschi in stile airbnb, andare in slitta con gli husky e altre esperienze tipiche di vita vissuta. Per i meno impavidi, il Trono di Spade sulla PayTv dell’ albergo comodi a Bergen.
  • Punto Ultimo: Non ci si innamora in Norvegia Gli uomini italiani sono sempre i migliori e i vichinghi sono, comunque, più rari dei troll.

***Grazie mon petit chou!!!***

❤ Miss Raincoat ft. il Vichingo Giargianese

La mia Mostra del Bitto

Come vi avevo promesso,  parlerò della 110ª Mostra del Bitto anche sotto una mia luce più retrospettiva e introspettiva…

Ovviamente, per chi volesse sapere di cosa si tratta la kermesse di Morbegno per antonomasia può consultare il sito ufficiale qui 

Innanzitutto, vorrei ovviamente ringraziare il mio capo A. per aver scelto me tra tanti altri, il dott. M. (e tutto il FAI) per l’occasione, i colleghi che mi hanno sopportata e supportata (nun semo mica i scenturioni de Roma!), tutti i cocchieri che hanno organizzato con precisione il carrozzone dell’evento e, chiaramente, la folla di turisti senza la quale non si potrebbe nemmeno lavorare. Ah, dimenticavo anche H. N. Morse, che ha sintetizzato per primo il paracetamolo.

Morbegno, sabato 14 ottobre 2017

La mattinata l’ho trascorsa con la collega (pure di chioma) E. ed il mio capo A. per una sorta di “aggiornamento sul campo” nei  vari Presidi FAI:

  • Palazzo Folcher – Approfittando del fatto che l’edificio è soprastante all’antico Caffé Letterario di Morbegno, mi sono scottata dapprima la punta della lingua con un caffé nero bollente (“amaro, come la vita” cit. Capo A.) e poi mi sono meravigliata del racconto appassionato dell’arch. Cerri, il quale sta seguendo qui i lavori di restauro. In realtà ho intenzione di scriverne un post a sé stante nelle prossime settimane (e non vedo l’ora di poterci portare anche i turisti, una volta che il restauro sarà terminato): il luogo è stupendo nella sua corte raccolta e quasi segreta, nei suoi soffitti decorati e tutti diversi come i servizi di piatti chic’n’cheap e negli scorci verdi e azzurri che si possono spiare dalle finestre ancora da ripulire. Piazza 3 Novembre

  • Casa Mariani – Anche questa dimora ha una corte interna che mi ricorda la descrizione del giardino dei misteri di Mary. I Mariani sono ricordati come notai e giureconsulti, che rogavano nella tipica Stüa (locale “alpino” totalmente rivestito in legno e riscaldato tramite una stufa) del 1592. La particolarità di questa visita è che  stata condotta dagli eredi Mariani in persona, che, tra le cose, sono persone di una simpatia e dolcezza ineccepibile. Via Romegialli

L’ora di pranzo, da buona guida, l’ho passata in piedi, ma invece della Fiesta ho mangiato un panino (era un paninazzo, lo ammetto) Bitto+Bresaola preparatomi con amore dal mio barista di fiducia, il sign. B. Approfittando dell’orario poco di punta, mi sono concessa anch’io un giro in Mostra/Fuori Mostra. Massima stima per le donne che si sono prestate all’abbigliamento folk valtellinese: so per esperienza che gli sciapei (zoccoli di legno) sono più scomodi di un tacco 13 senza plateau. Mi è piaciuta molto, oltre alla tradizionale sfilata enogastronomica, l’esposizione degli sci antichi, comunque.

Durante il pomeriggio ho effettivamente lavorato presso il Presidio Fai del Complesso di Sant’Antonio (del quale troverete un mio riassunto qui). Lì si è chiarito anche che a) la cantina “nel Chiostro” si trova attraversando la porta del chiostro (siete fantastici quando bevete vino valtellinese, giuro!) b) sì, se entrate trovate anche il bagno, che non è ovviamente il pozzo al centro del chiostro c) le spille del FAI sono fashion, munitevene!

A parte gli scherzi, l’interesse dimostrato per i turisti che ho guidato è stato stratosfericamente appagante; ah, alla fine di un giro ho pure ricevuto una stretta di zampa inaspettata da un cane fighissimo e acculturato.

Dopo il dovere, il piacere.

Con una puntualità che non la contraddistingue, mia sorella è giunta al Presidio preceduta da due asinelli (che facevano parte delle attrazioni, non sono suoi) e questo è stato il momento catartico, che mi ha fatto capire di essere sopravvissuta alla giornata.

L’ultima cosa intelligente che ho fatto sabato è stata portare mia sorella a vedere il presidio FAI a Casa Mariani, dove abbiamo conosciuto una comitiva di tipi proprio nel mood dell’evento. Del tipo, gente che passa dal parlare della valenza ingegneristica della termodinamica ecologica (e stica’) del tipo architettonico della stüa [sic.]all’esclamare la necessità di un bicchiere di Valtellina e stuzzichini. Come Carducci, più o meno, in questa poesia.

Poi, come da previsto, tarallucci e vino anche per me.

Con tanto di apparizioni mistiche (ma neanche troppo), aperitivi rinforzanti plurimi e un Battisti di circostanza in questo periodo allucinogeno [Ringraziamo i musicisti e l'”oste” M. per le illuminazioni, comunque. Thx for made us believe in pink unicorns!]. E mi fermo con la narrazione perché della cena, siccome non si dovrebbe MAI brindare alla stanchezza cosmica, ricordo poco.

Mi sono voltata, improvvisamente, verso mia sorella e l’ho vista felice: per me, la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta nel non averle puntato il dito contro e di aver tifato per lei, purché stesse bene. E mi sono voltata verso di me e ho capito che è finito quel meccanismo malato di giornate senza parole, di non sentirmi abbastanza, di essere troppo severa con me stessa. Basta mettere il tuo rossetto più bello e più durevole e concederti di essere te stessa, senza voler essere all’altezza di qualcuno. Scusa, ma all’altezza di chi, poi?

Questa sarà ricordata come la giornata in cui ha ricominciato a funzionare una lampadina che credevo fulminata. Dopo 3 anni di non voler più essere me. Dopo 5 mesi di cattiva alimentazione e 1 mese di digiuno. Non c’è un motivo preciso o un nome di persona. Semplicemente, una specie di estate di S. Martino in anticipo, voluta da me. Volevo l’uragano, ma l’uragano sono io. <fine dello spot motivazionale>

«la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino» J. H. Comroe

❤ Miss Raincoat 

*Sul mio Instagram potete trovare altre foto

“Theatrum Orbis Terrarum (?)” di Ignoto

Durante una delle mie ennesime notti insonni ho trovato questa immagine che mi è sembrata davvero <wow> (dovrei smettere di utilizzare questo suono onomatopeico a mo’ di parola!!!). Però – questo mi rode – stavolta non sono riuscita a scovare né titolo né autore.

Ho voluto darle io un nome (dacché è un diritto fondamentale) e ho pensato al fatto che i due innamorati dei quali vediamo solo la stretta di mani non sono sdraiati su una cartina qualsiasi. E’ un foglio del Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio (1570), la prima raccolta di mappe che si può chiamare atlante; qui vediamo la fanart di una ristampa del 1573 (colorata a mano e con l’aggiunta di lamine di rame, pensate!). Il motto al di sopra della cartina è una citazione delle Tusculanae Disputationes di CiceroneQuid ei potest videri magnum in rebus humanis, cui aeternitas omnis, totiusque mundi nota sit magnitudo (Che cosa tra le cose di questo mondo potrà sembrare importante all’uomo che conosce l’eterno e l’immensità dell’universo?).

Il messaggio che è stato appiccicato sul web a questo fotomontaggio/digital art è quello dell’amore a distanza che può sopravvivere a tutt’e’cos’. Onestamente, sono sempre stata dell’idea che, impugnando il manico di un trolley, non puoi permetterti dichiarazioni d’amore. L’idea che essere sotto lo stesso cielo sia  già abbastanza per colmare le distanze fa un po’ acqua da tutte le parti, se si pensa alla comodità di trovarsi sotto lo stesso plaid, proprio adesso che comincia a fare freddino…

Io l’ho interpretato un po’ a modo mio.  Ho pensato a quel gioco che si fa da piccoli con il mappamondo, che si gira e si posa il dito sulla destinazione in cui si andrà. Il significato dell’amore è, forse, trovare una persona con la quale fare i bagagli ora – destinazione ovunque. 

Quello che ho visto da sola vorrei vederlo con te. Girarmi e vederti sorridere per le cose che ho sorriso io. Ti avrei dato questo. Non l’hai voluto. Hai detto che non era abbastanza per te. Hai detto che ti lasciavo partire senza di me perché sapevo di non poterti meritare, invece ti stavo solo lasciando libero di essere felice. Ancora adesso, spero che tu sarai felice. E io lo sarò?

P.S. Mi piacerebbe, comunque, conoscere il titolo e l’autore di questa composizione che ho trovato intellettualmente coinvolta!!! Se lo sapete, alzate la mano!!!

❤ Miss Raincoat