“Il Porto di Trieste” di Egon Schiele

Egon Schiele è un pittore che ho amato moltissimo quando avevo vent’anni. Qui sotto vi metto un link di un articolo bello dettagliato che avevo scritto su di lui nei miei anni verdi (quelli di adesso, i trenta, li vedo più blu)…

* Clicca qui per leggere l’articolo *

Quello che si può dire di questo quadro è che è qualcosa di diverso, per come conoscevo io Egon Schiele, quello dei ritratti. Però, i paesaggi sono i ritratti dello spazio. Infatti, la fase del paesaggio per lui fu il preludio di quello delle ragazzacce riprese in posizioni scomode.

Anche in questo suo paesaggio ho ritrovato la sua capacità di trasmettere sensazioni, ci mette davanti dei riflessi ed esprime malinconia. Come riassumere Schiele: poetico, puntuale, struggente.

Schiele non era nato al mare, ma lo amava. Probabilmente, ce l’aveva dentro come concetto e si lasciava cullare da questo sentimento. Il sentimento del blu. Qualcosa di enormemente incommensurabile, di incerto ma eccezionale e inevitabile. Qualcosa di crudo e non filtrato come le linee di questo dipinto.

Decisamente, però, questo non è un mare azzurro o cristallino. Sono delle acque silenziose che rispecchiano i colori della città, la Trieste della quale Umberto Saba, più o meno negli stessi anni, avrebbe messo in versi la grazia scontrosa. Anche il cielo, di quel rosa salmone irreale tipico dei tramonti triestini, trova spazio nel riflesso che la superficie fluida restituisce a chi si ferma ad ammirare il porto. Ma chi si ferma qui a cosa sta pensando?

Quanto amo Trieste. Quanto mi assomiglia Trieste.

Miss Raincoat

Dimmi perché (ma perché) negli occhi miei non guardi mai?

Motivazioni stonate dei miei sproloqui lasciati a caso sul web

Oggi avrei voluto, appunto, rispondere alla domanda “Perché hai scelto di avere un blog?”. E la sentenza, molto semplice, sarebbe stata… Scrivo dall’età di otto anni, non mi è mai  piaciuto stare zitta (infatti ho imparato prima a parlare che a camminare) e, per deformazione professionale, amo condividere (anzi, come direbbe Sant’Alberto Angela, divulgare). Forse, mi piace un po’ meno quello che è diventata l’ossessione social, nel senso che mi piace più la socializzazione, il sano incontrarsi con la gente, in mezzo alla quale trovi chi ti sta simpatico e chi ti sta antipatico. Insomma, non mi piacciono i leoni da tastiera, non solo quelli che si mettono i filtri alle foto per sembrare alle Hawaii mentre stanno scontando la pena a Rebibbia (che ci fanno divertire, dai!), ma soprattutto quelli che sputano giudizi universali (sì, appunto, con l’indice come l’Adamo di Michy Buonarroti). Non mi piace condividere tutto, mi piace conservare anche un po’ di intimità

Ho un blog del quale, onestamente, controllo poco anche le statistiche, per mancanza di tempo o per pigrizia. Perché l’ho voluto un po’ come passatempo, quelle cose che fai masticando rumorosamente le noccioline. Non mi interessa vendere l’acqua minerale con il mio nome a prezzi da bestemmia, io avevo votato anche per un certo referendum a questo proposito… Sorrido quando so che un mio post ha avuto almeno una visualizzazione (pure che sia quella di un parente stretto), ma quando un turista mi dice qualcosa di carino a fine visita,  è una gioia che mi riempie il cuore

Per una guida è importantissimo comunicare.

E, se ci penso bene, è un compito importantissimo. Molti pensano che sia solo una questione di nozioni imparate a memoria e che la retorica, alla fine, sia una gran bella farcitura, come la ghiaccia reale sulla cassata siciliana. Eppure, l‘eloquenza non è solo arte effimera; è, invece,  la capacita di adattare quello che dici all’argomento e alle persone a cui lo dici, provocando l’effetto che desideri. Il buon comunicatore è un artificiere, secondo me.

Qualcuno che maneggia la polvere da sparo, che ne conosce i suoi effetti deleteri, ha una responsabilità immensa mentre propone i suoi meravigliosi spettacoli pirotecnici. Perché con la stessa, dando fuoco alle polveri, come si suol dire, si può aprire la danza macabra dell’ostilità, una musica che diventa cacofonia. Perciò, è pur vero che è il ricevente che dovrebbe dare  il giusto peso al messaggio (sempre se ha gli strumenti per farlo, ovviamente), ma se anche il referente cercasse di filtrare il suo contenuto, così come con i selfie, di sicuro non salverebbe il mondo, però sarebbe sicuro di non avere fatto nulla per marcirne anche solo una piccola puntina. È un po’come fare la raccolta differenziata, ma con le parole.

Non sono d’accordo con gli intellettuali da palcoscenico, i quali dicono che c’è crisi di parole, anzi, è che si usano senza consultare lo Zingarelli, quello che al liceo si poteva anche usare come arma da difesa, ma magari ci si pensava  prima di tirarlo addosso o al professore che – giustamente –ci additava come prolissi o alla compagna di classe che ci stava un po’ antipatica intanto che ondeggiava dentro una nuvola di profumo alla vaniglia . Alla fine, il vocabolario lo si usava molto per asciugare le lacrime, specie durante la temuta versione in classe.

Quindi, ora taccio. Non come esortava D’Annunzio nella verde pineta grondante di pioggia e d’amore. Piuttosto, come i Depeche Mode, enjoy the silence.

❤ Miss Raincoat

Si dice che in un paese lontano il freddo è così intenso che le parole si congelano non appena vengono pronunciate, e dopo qualche tempo si sgelano e diventano udibili, come se le parole pronunciate in inverno rimanessero inascoltate fino all’estate. Anonimo

Cronache da Amantea e dintorni

*Giorno 5*

A metà dell’opera, abbiamo optato per la tappa fondamentale del Calabrese ad hoc: il Santuario di San Francesco di Paola (a 28 km da Amantea, circa 30 minuti in auto). Onestamente, me lo ricordavo un po’ diverso. Più di dieci anni fa l’avevo trovato troppo “santo” e troppo pieno di gente e di cianfrusaglie ex voto. Direi che si è proprio ripulito!!! Sarà perché di gente, dato il nostro evitare l’alta stagione, non ce n’era molta, ma l’ho trovato piacevole dal punto di vista storico-artistico e meraviglioso come paesaggio sia lì tra gli alberi e i rigagnoli sia guardando giù verso il mare. Ovviamente, mio padre, improvvisandosi guida, ci ha fatto fare il percorso di visita al contrario e, invece di in discesa, si è rivelato in salita, ricordandomi molto la mia estate scorsa a Pisa. Beh, per lo meno, abbiamo fatto anche penitenza. Comunque, un bel voto per questo luogo di pace e di silenzio, così come era stato pensato dal Santo che ornava, in tante graziose versioni (la mia preferita era quella nella boule con acqua e brillantini), il comò della nonna!

Il Santuario di San Francesco di Paola non è solo un luogo sacro. Sorge tra le colline ed il mare ed è un luogo storico e naturalistico. Il nucleo originario, scelto dall’umile frate, risale al 1435; devastato dai turchi nel 1555 venne subito ricostruito. Rappresenta un’affascinante miscela di architettura rinascimentale e barocca. La facciata della basilica è rinascimentale in basso e barocca in alto, per esempio.

Più info (gratis, aperto tutti i giorni dalle 8 alle 18, con parcheggio)

La Basilica quattrocentesca fu voluta dallo stesso Santo, ha linee austere e semplici e molto goticheggianti, specie nel portale. Infondo alla navata laterale vi è la cappella più importante, detta la Cappella del Santo impreziosita a fine Cinquecento con marmi neri e verdi locali. L’altare, ricoperto da lamine in oro e argento, conserva l’urna con le ossa del santo, profanate dagli Ugonotti e rimaste sempre intatte. Nella cappella troviamo anche altre reliquie: la pentola che cuoceva senza fuoco, il dente molare che rimase in pegno alla sorella prima del viaggio in Francia, il rosario, gli zoccoli, un calzettone e altri capi di vestiario. Attorno alla Basilica si snodano le tappe della Zona dei Miracoli. Troviamo la Fornace dei mattoni (luogo di vari miracoli), la Grotta della Penitenza, l’Antico Romitorio, la Fonte della Cucchiarella (fatta sgorgare con un bastone, berla è miracoloso), il Ponte del Diavolo (medievale, da qui si sputa via il peccato),e  le Pietre del Miracolo ancora in bilico sfidando la gravità, fermate dal Santo prima che diventassero mortali. Nel 2000 è stata eretta la Chiesa Nuova a forma di grande nave, per ricordare il patronato del Santo. La chiesa è sobria, elegante e moderna; è adornata da vetrate e mosaici suggestive firmate da vari artisti europei.

La nascita di San Francesco di Paola (Paola, 1416 – Tours, 1507) è attribuita ad un’intercessione di San Francesco d’Assisi, al quale i genitori erano particolarmente devoti. In adolescenza, Francesco di reca in un Convento nel cosentino per adempire un voto che l’aveva fatto guarire da una malattia all’occhio che lo aveva colpito da neonato. In seguito, compie un pellegrinaggio Roma – Loreto – Assisi. Rientrato a Paola decide di ritirarsi ad una vita eremitica in una piccola grotta in questo territorio solcato dal fiume Isca, dove oggi sorge il Santuario. Qui accoglierà anche tutti quei giovani che vorranno dedicarsi alla preghiera, al digiuno, al lavoro e alla contemplazione; la Congregazione sarà approvata dalla Sede Pontificia sotto la Regola dei Frati Minimi (facente parte dell’Ordine dei Mendicanti). Nel 1483 lascerà la Calabria poiché papa Sisto IV gli ordina di assistere il re francese Luigi XI che guarì da una terribile malattia e convertì al Cristianesimo; il frate rimase in Francia per 24 come Ambasciatore di Pace e Carità, dove morì (la sua tomba si trova a Plessis lès Tours; la casa natale nel centro storico di Paola è stata trasformata in chiesetta). San Francesco di Paola è patrono della “gente di mare” dal 1943 e della Regione Calabria dal 1962.

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❤ Miss Raincoat