Andrea Lanzani a Morbegno

La committenza di don Giambattista Castelli di Sannazzaro

Per quanto riguarda l’Arte Religiosa, l’arciprete di Morbegno fu un mecenate equiparabile solo a Giampietro Malacrida e, non a caso, la Collegiata di Morbegno, da lui fortemente voluta, è considerata una pinacoteca del Settecento Valtellinese.

Proveniente da una delle più antiche e nobili famiglie morbegnesi (il Palazzo Castelli di Sannazzaro è sede del Municipio), prima di dedicarsi alla carriera ecclesiastica aveva conseguito una laurea in utroque iure (ossia in Legge) e viaggiato molto, specie in Austria. A Milano, era un canonico molto stimato, tant’è che aveva intrecciato numerose relazioni sociali sia nel mondo della cultura, sia nel mondo della politica. Rientra a Morbegno, la città natale, per rivestire la carica di arciprete e, appunto, sarà lui a dare impulso alla fabbrica del nuovo San Giovanni.

Vari dipinti che rivestono la chiesa provengono, infatti, dalla sua collezione privata; come per tanti nobili del suo tempo, amava comprarsi opere d’arte. Conosceva personalmente tutta la famiglia Ligari e il ciclo “maledetto” (dal furto del 1995) delle tele ovali “delle Sibille e dei Profeti” fu un suo capriccio che commissionò a Pietro. E fu lo stesso Castelli di Sannazzaro a chiedere allo stesso Pietro di accontentarsi di metà del compenso per la decorazione del presbiterio, in modo da lasciare una gloriosa opera di beneficenza sotto gli occhi di Dio. Ben diverso il temperamento del figlio Cesare, il quale lascerà la committenza al Palazzo Malacrida a metà perché non voleva essere pagato come un imbianchino.

Giambattista Castelli di Sannazzaro muore a Morbegno nel 1696. Il cantiere del San Giovanni, iniziato nel 1680, si protrarrà fino al 1780.

Andrea Lanzani (Milano, 1641 -1713)

Questa personalità artistica si fa portavoce della transizione dell’arte milanese dal Manierismo (sulla lezione di Leonardo) al Barocco. Ne deriva un’arte monumentale che, al contempo, provoca un’intensa partecipazione emotiva ed empatica.

Il Lanzani proveniva dall’Accademia Ambrosiana, fondata dal cardinale Federico Borromeo (cugino di San Carlo) per mettere la Cultura al servizio della Gloria di Dio. In parole povere, era la fucina dell’Arte della Controriforma che utilizzava l’immagine artistica come propaganda in antitesi alla Riforma: censurare il peccato e spettacolarizzare la santità per veicolare il messaggio che “se ti penti, sei ancora in tempo…”.

Don Castelli di Sannazzaro aveva in collezione vari pezzi dell’Accademia e, probabilmente, conosceva bene anche il Borromeo. Per la Cappella di San Giuseppe presso il San Giovanni, nonché la cappella di famiglia, sceglie e dona una tela del suo pittore preferito, Andrea Lanzani.

Nel 1674, il Lanzani si trasferirà da Milano a Roma dove entrerà in contatto con Carlo Maratta, un maestro che, a sua volta, aveva conciliato il Manierismo con il Barocco eludendo gli eccessi retorici: un’arte che va subito al dunque, severa e magniloquente. Il Lanzani porta questa innovazione a Milano. Si può dire che fu il modello per l’arte di due pittori valtellinesi del Primo Settecento, Pietro Ligari e Giacomo Parravicini detto il Gianolo.

“La Morte di San Giuseppe”

La tela che il Castelli di Sannazzaro regala alla cappella di famiglia, la Cappella di San Giuseppe, è firmata da Andrea Lanzani e datata 1679 sul manico del martello ai piedi del letto. In realtà, non la vide mai al suo posto perché la cappella sarà ultimata nel 1715. Lo stesso, lascerà un’altra opera del Lanzani alla Chiesa di Campovico, frazione retica di Morbegno (“Immacolata” del 1684).

Dai Vangeli Apocrifi, apprendiamo che San Giuseppe muore a 111 anni, sereno e circondato dall’amore. Era stato quell’uomo che, dal basso della sua umanità, aveva accettato il disegno divino e, perciò, gli fu concessa la grazia di una morte lieve.

Il Lanzani dipinge un Gesù che regge tra le sue mani la testa del padre putativo (“che si è comportato come tale”) e guarda verso l’alto, verso il Padre e glielo affida capovolgendo il ruolo genitoriale; gli Angelo che vanno incontro all’anima di San Giuseppe; Maria (la moglie) e Maria (la sorella) al capezzale. Il punto di fuga alto ci permette di cogliere bene tutta la scena, particolari compresi. Sparsi per terra ci sono i vari attrezzi dell’attività di falegname di Giuseppe.

L’opera esprime tensione e intensità nei volti che, con il loro dolore trattenuto, coinvolgono nel lutto lo spettatore. La composizione, comunque, sulla lezione del Maratta, non perde grazia poiché pulita e geometrica. Di fatto, anche con i colori luminosi già quasi proiettati nel Settecento, la scena è leggera e intima. La falcata di luce diagonale, molto meno violenta dello stile caravaggesco, illumina l’episodio di sacralità.

Anche a livello artistico c’è un transito: questa tela è antesignana di una Rivoluzione Artistica. La gioventù artistica lombarda era stufa della formalità di un’arte castigata e bigia; voleva il colore, la luce e l’aria. I motivi ricorrenti del Settecento italiano saranno, appunto, il colore vibrante, il volo e la prospettiva squarciata verso cieli infiniti.

Quelle di Morbegno, per il Lanzani, sono esempi della sua artistica giovanile. Pochi anni dopo si trasferirà a Vienna, da dove la sua carriera decollerà a livello europeo.

*il reliquiario in cera contiene le ossa
del Beato Andrea Grego da Peschiera

Miss Raincoat

Vittoria Ligari

Vittoria Ligari era una donna. Ma dai? Aspetta, sarò più specifica.
Vittoria era una donna settecentesca che decise che anche se le piacevano tanto i vestiti e dipingere, non le andava né di sposarsi né di prendere i voti. Era intelligente, bellissima, con un carattere indomito. Sicuramente, aveva ereditato il piglio dalla nonna paterna Mottalini, la quale era originaria di Rodolo – da dove discende anche la mia famiglia materna
😛

Vittoria Ligari nasce a Milano il 14 febbraio 1713, primogenita dell’indimenticato Pietro Ligari.
Era una fangosa giornata di pioggia quando venne al modo ma suo padre, conosciutissimo e apprezzatissimo in tutta la Lombardia e non solo nella Valtellina “svizzera”, le riservò un battesimo sontuoso quasi quanto quello della Principessa Indiana (dipinto da Pietro per la Cappella del Palazzo Sertoli Salis, oggi sede della Banca Credito Valtellinese a Sondrio).
Fu appunto suo padre ad insegnarle a dipingere e a volere che studiasse sia le nozioni scolastiche sia musica (a differenza del fratello Cesare, violinista, lei era abile nel canto e con il clavicembalo). Inutile dire che per Pietro lei era la figlia perfetta: ne andava talmente orgoglioso che nel Palazzo Salis di Coira la dipinge come impersonificazione della Musica.

Visita Virtuale Palazzo Salis di Coira (*cfr. il plafone della Sala Cinese con Vittoria che suona il liuto)

Con il fratellino Cesare non c’è mai stata alcuna rivalità. Anzi, Vittoria era l’unica capace di tenerlo a bada e lo ammoniva spesso. “Dipingi solo per dannato interesse!” gli ripeteva. Per lei, invece, l’Arte era tutto quello che la faceva stare in vita. Fu una collaboratrice instancabile nella bottega, sia per Pietro sia per Cesare. Non si allontanò mai dalla sua famiglia e seguì il fratello anche nella malasorte a Como, sfiorando di poco la bancarotta. Dopo la morte di Cesare e del piccolo nipote Cesarino, ritornò a Sondrio e si occupò degli orfani e della vedova Lucrezia. Sopravvisse al fratello per altri tredici anni, anche se dall’età di trent’anni assumeva laudano (un antidolorifico a base di oppio e alcool) perché dei dolori lancinanti l’assillavano in continuazione. Morì a Sondrio il 9 dicembre 1783.

Cesare, d’altro canto, la descriveva così: “non si è adattata ai soliti impieghi femminili”. Era un mondo ancora troppo virile. Di lei ci rimane un’unica opera firmata e varie attribuzioni (delle quali una è rimasta sepolta nella frana che cancellò per sempre Sant’Antonio Morignone nel rovinoso 1987). Secondo me, a lei importava ben poco di scrivere il suo nome – sapeva che, a un certo punto, in secoli migliori, sarebbe venuta fuori la verità. Vittoria dipingeva, intanto gli altri due, in pernicioso sottofondo, Pietro e Cesare, litigavano per i soliti motivi per i quali bisticciano genitori e figli…

Vittoria aveva uno stile soave, si può dire che aveva un delicato tocco femminile che suo fratello le invidiava (cfr. gli studi per le mani per l‘Addolorata e per i putti, eseguiti per opere che poi firmavano i maschi di famiglia). Le sue composizioni, semplici ma dettagliate, vengono tinte, però, con toni molto decisi.
Il suo ruolo in bottega era quello di restauratrice o di rifinitrice. Chi se non una donna poteva aggiungere i dettagli in un’opera? Quindi si può dire che in ogni opera ligariana ci sia anche lei.
Qualche volta poteva realizzare dei quadretti devozionali che la Bottega regalava in omaggio ai clienti, soprattutto delle Madonne del Buon Consiglio (i Ligari erano devotissimi a questo culto).
Qualche volta poteva realizzare le tele seriche, che servivano per celare spettacolarmente le opere titolari nelle chiese durante i giorni feriali.

Nelle sue attribuzioni, le mie preferite sono le due tele del dittico di Mosè – soprattutto per la conoscenza intellettuale delle fonti bibliche. Queste tele oggi appartengono alla Banca Popolare di Sondrio, ma originariamente furono commissionate dalla famiglia Odescalchi di Como. Le opere, molto moraleggianti e quindi ligie allo stile di papà, inscenano il rifiuto della regalità, espressa con un Mosé bambino che calpesta la corona e rifiuta il latte materno. Tuttavia, più che essere impregnate di drammaticità sono più delle calme sacre conversazioni: c’è molto calore rosso, molta armonia e molta ricercatezza.

L’unica opera che porta la firma di Vittoria Ligari è frutto di uno degli alterchi di Cesare. Pietro era morto già da quattro anni e la fama della bottega stava precipitando. Cesare non aveva ancora conosciuto nemmeno Giampietro Malacrida… Il cugino Pier Angelo Mottalini, parroco di Lanzada, aveva commissionato a Cesare una pala per l’Oratorio di Ganda. Dopo una tortuosa trattativa per il prezzo, Vittoria decise di dipingere e autografare l’Addolorata tra Francesco di Paola, Santa Maddalena e San Vincenzo Ferreri.
In una struttura poco complicata e piramidale, nella quale predominano il blu e il rosso, ci commuovinamo in un coivolgente abbraccio, un dolore collettivo, attorno alla sofferenza composta di Maria che invoca il Cielo mentre viene trafitta dalle iconografiche sette spade. Le tre croci sul Golgota sono messe sullo sfondo e l’unico segno di dolore scomposto è la posizione della Maddalena ai piedi di Maria, che porta lo spettatore ad identificarsi con l’approccio umano al compianto.

Vittoria Ligari era una donna.

Miss Raincoat

** Alcune letture consigliate dall’Unicorno **

Laura Meli Bassi “I Ligari: una famiglia di artisti valtellinesi del Settecento”

Angela Dell’Oca “La chiesa della Beata Vergine Maria dei sette dolori di Ganda e i suoi tesori”

Emanuela Nava “Tra la Terra e il Cielo: Pietro, Cesare, Vittoria Ligari – una famiglia di artisti” (questa è una lettura per bambini, ma le illustrazioni sono bellissime 🙂 )