Chiesa di San Carlo a Selvetta

Ho letto – ma non ho prove certe – che nel 1650 ca. esisteva un oratorio privato ai piedi di Rodolo dedicato a San Paolo e appartenente alla famiglia Bertolini e ho pensato potesse essere il nucleo primitivo di questa chiesa. La chiesa che possiamo vedere oggi è del 1910. Il culto di San Carlo (protettore degli appestati, tra le cose) è diffuso sin dalla fine delle Guerre di Valtellina – San Carlo Borromeo fu l’unico a interessarsi veramente dell’aspra situazione della religione in Valle in epoca post-tridentina , sfociata in Sacro Macello. Sappiamo dalla storia di Colorina che, data la collocazione della matrice a Berbenno, i preti non spesso si scomodavano…

Non tutti lo sanno, ma l’interno di questa chiesa fin troppo eclettica da risultare anonima, è stato affrescato da Geremia Fumagalli (1923-1986), un pittore intellettuale e l’unico esponente valtellinese dell’Espressionismo. Era figlio del famoso Eliseo Fumagalli di Delebio e insegnò Storia dell’Arte al “Nervi” di Morbegno, il liceo che pure io ho frequentato 🙂

Il ciclo gli fu commissionato nel’ottobre 1961 da don Giovanni da Prada, parroco di Rodolo dal 1947 al 1964. Viene intitolato “San Carlo tra gli Appestati”.

La trovo un’opera di grande impatto visivo (colori accesi, figure di grandi dimensioni), drammatica, la quale vuole rappresentare il dolore in maniera corale e universale. Molto al passo con i tempi, il Fumagalli ci ridà un’interpretazione dell’Apocalisse in chiave della Guerra Nucleare.

Sulle pareti rappresenta gli operai e la forza pubblica, poiché la domus dei diventa la “chiesa del lavoro”. Sull’arco troviamo don Da Prada e Papa Giovanni XXIII (il quale nel Concilio Vaticano II aveva definito la scienza gaudium et spes della religione). L’abside ha sullo sfondo una valle arida e desolata. Il Fumagalli si ispira alla peste narrata da Manzoni e all’Inferno di Dante. Vediamo dei corpi scheletriti, ammassati, seduti o sdraiati. Due redivivi tendono le mani verso San Carlo in un gesto di fede disperata. San Carlo è un padre sofferente.

Miss Raincoat

Un calabrese a Morbegno: San Francesco di Paola

Tutti ormai sanno che mio papà è calabrese. San Francesco di Paola è il Santo al quale i calabresi sono più devoti e nessuno di loro non si è mai recato al Santuario in provincia di Cosenza (tra l’altro, una location mozzafiato!). Inoltre, mia nonna paterna possedeva una collezione di statuette di santi, bella sistemata in mostra su un comò, tra i quali spiccava una figura che a me sembrava quella di un mago vestito di nero…

La cappella che andremo a visitare virtualmente si trova nel lato destro della Chiesa di San Giovanni a Morbegno. Questa chiesa nasce nel 1680, quarant’anni dopo il Capitolato di Milano che, se non altro, aveva tolto ai Protestanti la possibilità di stare in Valle in maniera legale. Quindi, la sua costruzione imponente voleva essere una bandiera di vittoria, per dire a tutti che “noi Cattolici siamo meglio e abbiamo un concetto che voi non avete, la Redenzione, la possibilità dei peccatori di andare in Paradiso!“.

In termini di Salvezza, la Cappella di San Giuseppe è iconica. San Giuseppe interviene nelle cause di Buona Morte: un tempo, lo si invocava spesso per chi fosse molto malato, in preda ai dolori, per i condannati a morte o per i peccatori recidivi. Solitamente, questa cappella viene ricordata per la presenza del reliquiario in cera del Beato Andrea Griego da Peschiera, che sarà posto qui soltanto nel 1798, dopo la Confisca Reta che coinvolse anche i beni del Convento di Sant’Antonio.

La Cappella ha il patronato della famiglia Castelli di Sannazaro, alla quale apparteneva anche Giovanni Battista, l’arciprete. Era un uomo che aveva viaggiato molto, soprattutto in Austria, poi era diventato prete e a Milano aveva molte conoscenze politiche ed ecclesiastiche. Ritorna a Morbegno negli ultimi anni della sua vita con la prestigiosa carica di arciprete. Era anche un appassionato d’arte, conosceva bene i Ligari e aveva un’ampia collezione di quadri, dai quale ne toglie due per donarle al San Giovanni (“Transito di San Giuseppe”) e alla Chiesa di Campovico (“Immacolata”).

La tela di Andrea Lanzani rappresenta il “Transito di San Giuseppe”, la sua morte. A livello artistico la sua arte rappresenta un’altra transizione, quella dal Rinascimento (Manierismo) al Barocco. Con pochi elementi nella composizione, ci coinvolge nel dolore trattenuto, santo, del lutto della Sacra Famiglia. La sua tela si inserisce benissimo nell’ambito in cui lui era ben calato, quello dell’Accademia Ambrosiana, la fucina del marketing della Controriforma, la quale censurava il peccato ed esaltava la santità. Due artisti valtellinesi che imitarono molto il Lanzani furono Pietro Ligari (protagonista in questa chiesa, p.e. Battesimo di Cristo dietro l’altare o “La Pentecoste” nella cappella dello Spirito Santo nel lato opposto) e il Gianolo (affreschi di questa cappella).

Proprio in questo modo vorrei definire la tela ovale a sinistra, con San Francesco di Paola: esemplare, una personalità che bisognava prendere d’esempio.

San Francesco di Paola veniva appunto da Paola, in provincia di Cosenza (la toponomastica viene da pabula = terra da pascolo). La Calabria ritorna in questo lato nell’ultima cappella vicino alla porta, con il “Miracolo di San Domenico a Soriano”. Il fatto che la tela sia così scura, caravaggesca, mi fa pensare che possa includersi nel fenomeno degli Emigranti Napoletani. Tuttavia, il culto era diffuso in qualche famiglia nobile valtellinese, come gli Omodei di Tirano (il ramo di Ardenno, imparentato con i Parravicini, ha il patronato della Cappella di San Filippo Neri, sul lato sinistro). Infondo, il convento dei Minimi in Valcamonica era molto potente!

San Francesco decise di vivere in ascesi e in preghiera già in adolescenza. Si ritira in questo poggio sopra Paola e segue la regola dei francescani. Con il tempo, fonda attorno a sé l‘Ordine di Minimi. Sono dei Francescani con regole ancora più rigide: il digiuno continuo (a parte il digiuno totale in Quaresima, non mangiano mai carne) o il camminare scalzi, predicando come mendicanti in tutta Europa. San Francesco aveva un’aura di santità già in vita, siccome era un guaritore: secondo lui, il male fisico veniva da una cattiva morale, che andava corretta. Quasi come un influencer dei nostri giorni, chiunque gli dava retta. Andò a Napoli per affrontare il Re, secondo lui troppo esigente e avaro nei confronti del popolo (è co-patrono di Napoli, infatti). Anche il Re di Francia, gravemente malato, chiese il suo intervento. San Francesco non tornò più in Calabria e morì lì nella Loira (Castello di Plessis-les-Tours), dove riposano anche le sue reliquie. L’anno di morte fu il 1507 e già nel 1519 fu santificato. E’ il patrono dei pescatori e lasciò questo testamento morale: “non vi lascio nessuna cosa se non il dirvi di vivere qualsiasi cosa facciate nel nome della Carità”.

Sul lato destro, abbiamo una tela del Gianolo che ci mostra San Carlo Borromeo al Collegio Elvetico, la scuola che fondò per ben formare il clero alle prese con i primi anni della nascita della Riforma. San Carlo stimava molto il frate di Paola, poiché entrambi pensavano che il percorso di Redenzione verso la Salvezza prevedesse anche molta penitenza.

Dopo la sua morte, comunque, i Minimi continuano la loro mission e, nella nostra cultura ci lasciano due cose. Prima di tutto l’aggettivo “paulotto” per descrivere quelle persone bacchettone, attimorate di Dio e giudicone. Poi, la birra. Nel 1634 un gruppo di Minimi giunti all’abbazia di Neudeck Ob der Au, sopra Monaco, si inventa il pane liquido con il quale affrontare il digiuno della Quaresima: la birra Paulaner Salvatorer, la quale prende da loro il nome. E’ una bock, quindi una lager molto alcolica. In pochi anni cominciarono a far concorrenza pure ai birrifici locali… Il capo dei Minimi di Paola ha dichiarato che ogni giovedì accompagnano la pizza con la loro bevanda storica!

Miss Raincoat

Giovanni Pascoli “Un Poeta di Lingua Morta”

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.

Valtella in Love

La Bona Lombarda

Bona Lombardi, è una donna davvero esistita, ma è la sua storia d’amore ad averla resa leggenda. Era una pastorella originaria di loc. Campione di Sacco (odierno comune di Cosio Valtellino) che sposò Pietro Brunoro (nobile della famiglia dei Sanvitale di Fontanellato in provincia di Parma), amico di Francesco Sforza e suo capitano di ventura. La storia la dipinge come una fedele compagna che combatteva al fianco del marito aiutandolo anche nelle decisioni strategiche.

Anche il papà di Bona, Gabrio, era un soldato mercenario ed aveva conosciuto sua madre, Pellegrina, una figlia di un mercante in Germania. I due fuggirono per amore a Sacco, dove lo zio paterno faceva il prete. Bona rimase orfana da bambina e fu appunto lo zio prete ad allevarla.

Quando Brunoro la vede per la prima volta, Bona ha quindici anni. Era il 1432 e Venezia e Milano si stavano contendendo la Valtellina (il 19 novembre di quell’anno, dopo la Battaglia di Delebio, i veneziani sono costretti ad arretrare). Brunoro, per conto del Ducato di Milano, si trasferisce a Morbegno per governare e presidiare la zona attorno alla Val Gerola.

Un giorno, mentre si dilettava con il suo hobby della caccia, si trovava in località San Carlo e, tra gli alberi, vede Bona che pascola il gregge insieme alle sue amiche. Da quel giorno tornò lì tutti i pomeriggi e, presto, la loro amicizia si trasformò in amore. Bona lasciò il paesello per seguire Brunoro nella difficile vita di battaglia.

Bona, spesso, si travestiva anche da uomo per non abbandonare mai il suo compagno (non erano sposati). Lo stipendio di suo marito, del resto, dipendeva dall’esisto delle battaglie e dal saccheggio delle città offese. Il soldato di ventura non prometteva fedeltà a nessuno, combatteva solo per il denaro e per il migliore offerente. Brunoro, di fatto, tradì il suo amico milanese Francesco Sforza per andare a combattere con i napoletani D’Aragona.

Francesco fu amareggiato da questo cambio di bandiera e si vendicò con un inganno: fece credere ad Alfonso d’Aragona che, in realtà, Brunoro faceva il doppio gioco e lo voleva uccidere. Brunoro finì in carcere in Spagna per dieci anni. Se Bona non avesse girato in lungo e in largo le corti di tutta Europa, Brunoro sarebbe marcito in catene.

Dopo la liberazione, Brunoro sposò Bona, in modo che diventasse sua moglie legittima (avevano anche già due figli e una figlia). Poi, ritornarono alla riscossa dalla parte di Venezia. Brunoro venne catturato e, allora, Bona scense in campo a guidare la fanteria al suo posto. Bona partecipò anche a un torneo organizzato dal Doge a Venezia, in cui i soldati dovevano espugnare un finto castello di legno e solo lei riuscì nell’impresa.

I due morirono in Grecia, sempre al servizio della Serenissima. Brunoro perì in battaglia sull’Isola di Eubea – Bona si spense due anni dopo, nel 1468 a Modone, nel Peloponneso.

Si vocifera che a San Carlo, appunto all’imbocco della Val Gerola, durante le sere d’estate si aggiri il Ciarìn de San Carlu, appunto una fiammella che non è altro che l’anima di Bona che viene a visitare i luoghi che hanno visto nascere il suo amore.

Miss Raincoat

Giovanni Guler von Weineck (storico grigione)

lo seguiva sempre a cavallo e a piedi, per monti e per valli, per mare e per terra, con ammirevole docilità e fedeltà, né mai l’abbandonò

un video di G. Ruffoni che ci porta da Morbegno alla località oggi chiamata Bona Lombarda