I Malacrida di Morbegno

Una dinastia di fatti e misfatti

Certi sceneggiatori si scervellano per tessere trama e ordito della stoffa drammatica delle famiglie protagoniste della loro storia. Ma non è questo il caso!!!

Noi ci troviamo dinnanzi alle pagine di un album che vede, agli antipodi dei rami dell’albero genealogico, una beata – la suora agostiniana Elena Malacrida e un padre confessore messo al rogo per alto tradimento dal re del Portogallo – il gesuita Gabriele Malacrida.

Soffermiamoci, però, sui Malacrida di Morbegno.

La loro stirpe ha origine nel Duecento tra Dongo e Musso, sul lago di Como. Grazie all’alleanza con i duchi di Milano, riescono ad estendere il loro dominio su tutto il Lario fino a giungere, a fine Quattrocento, anche a Poschiavo e in Valtellina, precisamente tra Caspano e Traona (in loc. Manezie) – sulla sponda retica della Costiera dei Cèk. Durante il Seicento, raggiungeranno l’apice del loro potere.

In località Manezie risiedeva Bartolomeo II Malacrida, nato nel 1624 e lì assassinato da ignoti con un colpo di archibugio nel 1654. La sua prima moglie, Isabella Vicedomini di Traona, ricchissima, muore nel 1643 a soli trentun’anni. Avevano avuto solo un figlio, Paolo (futuro prete di Campovico, frazione retica di Morbegno) e Ippolita, che avrà un marito di fede evangelica. L’assassinio di Bartolomeo III avveniva proprio in un periodo storico difficile, dopo la fine delle Guerre di Valtellina scaturite dal Sacro Macello e dalla convivenza tra fede cattolica e fede protestante imposta dalle Tre Leghe, tradotte spesso faide famigliari come in questo caso. La seconda moglie di Bartolomeo II, Doralice Greco di Mello, dà alla luce il piccolo Bartolomeo III sette mesi dopo l’assassinio. Il rampollo studia e diventa dottore in utroque iure, oggi diremmo avvocato e acquista l’edificio dell’odierno Palazzo Malacrida di Morbegno nel 1679. Era un uomo pingue e flemmatico. Sposa Elisabetta Gatti di Teglio e mette al mondo Bartolomeo IV (futuro sacerdote in Alta Valle) e Ascanio I, il suo erede. Bartolomeo III muore nel 1706 di spavento nel suo stesso letto dopo due attentati avvenuti in località Manezie, ancora una volta.

Ascanio I (1680-1757) , un ometto cicciottello e di indole severa e religiosa, faceva un lavoro che assomigliava all’odierna accezione di criminologo. Lui inizia i lavori di ristrutturazione del Palazzo Malacrida, ma deve sospendere i cantieri per via della sua famiglia numerosa. Anna Maria Peregalli, sua moglie, la quale porta in dote la bellezza di tratti, partorisce ben 24 figli dei quali pochi giungono all’età adulta. L’ erede è Giampietro (1714 – 1778) che sposerà Maddalena, della potente famiglia Parravicini Sabini di Ardenno. Anche lui prolifico, ma meno del padre, ebbe 14 figli. L’erede fu Ascanio II, marito di Eugenia Malaguccini, e ultimo dei Malacrida di Morbegno: ebbe solo due eredi femmine Ida e Maddalena.

Giampietro era un padre e marito premuroso, attento all’educazione dei figli perchè anche lui era un uomo di cultura, nonchè un bell’uomo curato ed elegante. Finisce i lavori del Palazzo regalando alla nostra memoria un palazzo d’arte aggiornata con la moda dei suoi tempi.

Gli altri figli vengono destinati alla carriera ecclesiastica. Francesca, la primogenita e pupilla di Giampietro, era cagionevole e quasi cieca dalla nascita anche se dolcissima – diventerà suor Maria Marianna Giuseppa presso il Monastero della Presentazione di Morbegno; Elisabetta, più giovane di lei di più di 10 anni, sarà educanda nello stesso Monastero ma destinata al matrimonio con un cugino Peregalli. L’ultimogenito, che causò la morte di mamma Anna Maria, fu don Antonio. Voleva intraprendere la carriera militare, ma suo padre, vedovo apprensivo, lo persuase. Giampietro, dopo che lui è diventato prete e teologo, fonda per lui un canonicato apposta per lui, in modo da fargli avere una rendita. Alto, muscoloso, abile nelle conversazioni: è chiaro perché quando c’era una messa solenne da celebrare a Morbegno chiamassero lui 🙂 Negli ultimi anni di vita, ottiene il giubilato per mantenere i diritti (in pratica, i soldi dei benefici) senza risiedere a Morbegno. Infatti, in quel di Milano, viveva più da cavaliere che da prete. Pochi anni prima di morire torna a Palazzo dove si fa accudire dal nipote Ascanio II, al quale lascia tutti i suoi beni. Il suo funerale, nel 1808, fu il più sontuoso del secolo.

A Morbegno, si legano anche le sorti di Floramondo Malacrida di Mantello. Sua moglie era la sorella dell’arciprete Carlo Rusca. Le figlie Maddalena, Elisabetta e Rosalia verranno ammesse al Monastero di clausura mobegnese intitolato alla Presentazione di Maria al Tempio.

❤ Miss Raincoat

Buon Natale!!!

Chiudendo un po’ per ferie (si fa per dire, io le avrò la prima settimana dell’anno prossimo), Vi auguro di trovare sotto l’albero – più o meno – quello che avete domandato nella letterina. O Babbo Natale in persona, con renne e folletti.

Se, magari, durante il veglione o il pranzo, Vi state annoiando o i vostri parenti vi stanno facendo domande imbarazzanti, ecco i links degli articoli unicornosi più apprezzati durante gli scorsi dodici mesi.

Baci e abbracci,

❤ Miss Raincoat

Budapest

Palazzo Folcher a Morbegno

“Un Bacio Rubato” di R. Hicks

“Hoppipolla” dei Sigur Ros

Consigli amorosi by Ovidio (come conquistare l’amato/a in latino)

Cosa Vedere a Morbegno

Avventure di una guida durante la Mostra del Bitto

Quello che ho imparato del mio lavoro è che tutto ciò che si deve imparare sul mio lavoro lo si impara sulla strada. Sembra un aforisma da rapper alla moda, ma in realtà si sta parlando di menare il gregge dei turisti.

Oggi parliamo di come visitare Morbegno durante un affollato dì di festa, baciato da un clima clemente. Certo, vedere quanto gli eventi di Morbegno in Cantina e Mostra del Bitto abbiano richiamato così tante persone che “Pifferaio di Hammelin, lucidami le scarpe”, beh è stato wow . Le parole belle le hanno già spese gli organizzatori sui social networks, ma rimarco che il successo sia da attribuire al fatto che a) si è lavorato a testa china ma sempre con un sorriso immenso e la mano tesa b)siamo una squadra fortissimi, anche se si litiga spesso – ma i grandi amori sono così, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Io che sono solo una guida turistica che potrei aggiungere? Niente, che è stato quasi acrobatico riuscire a destreggiarmi con il gruppo tra bancarelle, calici e altri turisti sfusi (metteteci anche il fatto che sono uno scricciolo alto due mele o poco più) però è stata un’esperienza incredibile e spero di aver lasciato un bel souvenir ai miei ragazzi  io i turisti li chiamo tutti così, perché chi viaggia è giovane dentro).

Ecco, vorrei condividere  l’itinerario che ho deciso di seguire io per l’evento al quale sono stata chiamata alle armi, che per me rappresenta il percorso fondamentale per conoscere il Centro Storico di Morbegno.

  1. Piazza Sant’Antonio – anticamente questa piazza era chiamata “quadrivio” e costituiva una sorta di porta-est del trecentesco borgo di Morbegno (ricordiamo che, come insediamento stanziale per i contadini che discendevano dalle scoscese pendici orobiche, Morbegno nasce nella periferica zona di San Martino, in una zona però infetta dalla malaria, da qui l’origine toponomastica da “morbo”). In questa Piazza, si svolgeva, fin dal Quattrocento, il mercato settimanale e il calendario delle fiere; inoltre, lo spiazzo era nato anche come un parco alberato ed inerbito dove la popolazione più ricca poteva passeggiare e darsi appuntamento. La Piazza prende il nome dall’ex Convento domenicano smantellato da Napoleone (la chiesa venne, invece, sconsacrata nel 1977).
  2. Protiro della Chiesa di S.Antonio – in stile rinascimentale, una monumentale struttura in pietra sovrasta il portale con il tema ciclico di vita e morte, dove anche le colonne ed i profili non sono stati risparmiati dalla decorazione allusiva. L’opera vanta anche la firma del pittore Gaudenzio Ferrari, con la sua affollatissima Natività dal cielo terso come i cieli alpini.
  3. Chiostro della Chiesa di S. Antonio – la decorazione cinquecentesca delle pareti e del cortile individuato da colonne ed archi a tutto sesto ci inseriscono nel clima dell’Inquisizione e del “memente mori” tramite le storie di San Domenico e simboli domenicani. Molto interessante la meridiana con l’iscrizione biblica “sicut umbra vita fugit”.
  4. Via Garibardi (Primo Tratto) – con il naso all’insù, si possono ammirare i terrazzini in ferro battuto, tipici della produzione artigianale della Bassa Valtellina. La particolarità è che sono tutti diversi e diversamente intricati.
  5. Berlenda (Via Romegialli – Piazza San Pietro – Via San Pietro) – è la contrada più antica del borgo: ospitava infatti l’Ospedale Vecchio, il Monte di Pietà, nonché le case di importanti famiglie dell’alta borghesia di Morbegno, come i Castelli di Sannazzaro, dei quali il Palazzo oggi ospita il Municipio. Questo edificio presenta quasi un non-sense: addossato troviamo il campanile della Chiesa di San Pietro, che fu la prima parrocchiale di Morbegno, prima della cessione ai Riformati. Finiamo la nostra tappa ammirando la facciata barocca della stessa, realizzata dalla Confraternita del SS. Sacramento (specie il nero marmo di Varenna e i simboli di San Pietro e Paolo sul portale ligneo), che qui ha sede.
  6. Piazza Tre Fontane – nella piazza più elegante di Morbegno, però, le Tre Fontane non ci sono più (benché esiste una fontana meno antica). Anche qui, l’eleganza è data dai terrazzini e dalle pareti affrescate nel Settecento.
  7. Verso Scimicà (Via San Marco) – prendiamo il primo tratto in salita della Via Priula, che attraverso il Passo San Marco, permetteva di raggiungere i territori della Serenissima. Ci fermiamo un attimo davanti alla particolare Cappella degli Angeli Custodi, che arreca l’iscrizione “in pugna ultima mortis” (solo una buona guida può svelare l’arcano segreto 🙂 )
  8. Palazzo Malacrida – (entrata da prenotare; rivolgersi al Comune di Morbegno oppure a Le Nevi di Un Tempo // Biblioteca Civica) In questo caso, ho sperimentato una visita “al contrario”, dall’alto verso il basso, di questo palazzo in stile settecentesco veneziano: uno sguardo dall’alto dai Giardini Terrazzati, una sbirciatina dall’alcova, per poi ammirare la collaborazione geniale di Cesare Ligari/Giuseppe Coduri nelle illusioni ottiche del Salone d’Onore, senza dimenticare l’apporto del morbegnese Giampietro Romegialli tra le nuvole del “Ratto di Ganimede” sul soffitto dello Scalone . La breve visita termina nell’Atrio, dove gli stemmi del parentado riecheggiano i gossip di questa ricca, sfortunata, ma originale famiglia che ha impreziosito Morbegno di un’arte aggiornata con i tempi.
  9. Via Malacrida – scendiamo da Scimicà percorrendo la discesa verso la Corte dei Miracoli, un’antica abitazione della famiglia Parravicini con archi in cotto e, appunto, corte interna. Scimicà, del resto, era la contrada dei nobili morbegnesi.
  10. Via Pretorio/ Piazza III Novembre – Buttiamo un occhio al Ponte Vecchio sul Bitto con il San Giovanni Nepomuceno, proseguiamo il cammino costeggiando il Palazzo Pretorio e sorridendo alla tela del Gavazzeni, con una Madonna che porta il grazioso viso di sua moglie Rosa, sulla parete dell’ ottocentesco negozio Ciapponi.
  11. Via Ninguarda – rincontriamo Piazza Tre Fontane e ci immergiamo nell’antica contrada Pozzo Modrone, che ospitava i negozi e le locande. Ci perdiamo un po’ con lo sguardo tra portali, archi e altri terrazzini, soffermandoci un po’ sui problemi di cuore di San Giuliano l’Ospitaliere e sulla presunta satira politica di un mascherone a forma leonina.
  12. Piazza San Giovanni – come per sopresa, ci troviamo davanti ad una facciata monumentale, che sembrava così piccola da palazzo Malacrida, la quale ci narra la Storia della Salvezza in una maniera del tutto settecentesca. Al lato della piazza troviamo  la vecchia sede del Monastero di clausura femminile della Presentazione.
  13. Chiesa Parrocchiale di San Giovanni – finiamo la nostra visita entrando nella chiesa per ammirare il tripudio del barocco firmato Pietro Ligari, dalle cappelle fino alle scene del Battesimo in abside. La chiesa conserva le reliquie di Santa Costanza, del Beato Andrea da Peschiera (in cera) e la Sacra Spina donata dal vescovo morbegnese Feliciano Ninguarda. Una delle particolarità di questa chiesa è il colore delle pareti: viene chiamato colore dell’aria ed è un color polvere capace di far sembrare diverso l’ambiente in ogni diversa condizione luministica.

Ovviamente, non posso dimenticarmi di ringraziare un po’ tutte le persone che si sono fatte in mille pezzi per fare funzionare tutte le quisquilie delle manifestazioni concatenate. In modo particolare, la dott.ssa Bianchi che ha scelto me come un pokemon vincente (e chiedo scusa alle Nevi di Un Tempo se sono stata io quella che ha corso con il testimone in mano, spero di non averci fatto fare una brutta figura!), il Consorzio Turistico, specialmente F. che mi ha prestato le chiavi del Chiostro e l’Amministrazione di Morbegno che mi ha letteralmente aperto le porte di Palazzo Malacrida (anche se non si poteva, o forse no). Per ultimi, ma non in ordine di importanza, ringrazio i turisti, dacché senza di loro si dovrebbe parlare da soli!

E, alla fine, tarallucci (anzi, sciatt) e vino! (finché non chiama irrimediabilmente fuori) — 

Se non sapete cosa sono gli sciatt, guardate qui.

p.s. Se qualche mio Capo o simile ha letto questo post, sappia che, per il prossimo anno, vorrei una bandierina da agitare tra la folla come le guide dei film!!! (oppure un palloncino a forma di unicorno ubriaco) :*

❤ Miss Raincoat

I Miei Rimedi

Ho recentemente avuto un’illuminazione: la buona guida si riconosce da dove ti porta a fare la foto di gruppo.

C’è un posto a Morbegno – che è solamente un parcheggio a più piani, del resto – da dove si vedono tre dei campanili che alla domenica mattina, simpaticamente, ti ricordano che hai fatto davvero tardi la notte prima. Lì è il posto dove porto i turisti più affezionati, dopo aver fatto un’ovvia tappa di turismo enogastronomico dal mio oste preferito.

Poi ci sono quelli che, invece, vogliono la foto più classica, allora si va al Palazzo Malacrida, meglio se nei giardini terrazzati che dominano il borgo. Per quelli che vogliono sudare un po’ c’è il Tempietto. Per i gruppi affollati abbiamo anche un intero chiostro. Per quelli che vogliono i miracoli, allora consiglierei la Madonnetta. Cercando di non venire stirati dalle automobili, si può anche scomodare San Giovanni Nepomuceno, oppure andare per verdura nei Giardini della Biblioteca. E così via. È una mera ricerca di target. E io devo cercare di accontentare tutti i turisti, anche quelli più esigenti che vogliono farsi la passeggiata ma non vorrebbero nemmeno camminare troppo. E ricordare che fare una foto sotto la Chiesa di San Giovanni è impossibile: è troppo alta, non entra intera nell’obiettivo (a meno che non la si riprenda da Colico, già in un’altra provincia)

La morale della favola? Tu puoi avere fatto i discorsi intellettualmente e comunicativamente più colti però… se, alla fine, non hai scattato al tuo gruppo la foto con il filtro bellezza, non solo ti sei dimenticato qualcosa di basilare, come un pappagallo l’idraulico, ma sei anche una persona insensibile. Insomma, hai rovinato una vacanza.

E proprio a me vengono a fare certe proposte indecenti? Io che non posto mai la foto di nessuno da nessuna parte. Io che no, non ti taggo nemmeno se stiamo insieme da un secolo. Tant’è che un po’ di tempo fa avevo messo una foto di profilo su Whatsapp tranciando la persona che aveva fatto il selfie con me, scatenando una specie di enalotto/indovinachi tra i conoscenti. Alcuni avevano sbagliato anche il sesso della persona, per dire. E non perché mi piaccia viaggiare da sola, io sono sempre in compagnia di turisti anche quando non sto lavorando. E scatto foto come i giapponesi durante gli Anni Novanta, anche solo quando vado a correre a pochi metri da casa. Oh, le foto di gruppo mi fanno impressione. Mi ricordano un film di mafia dove il protagonista metteva le croci su tutti i compagni ritratti in una foto di classe, una volta che li aveva seccati.

Niente, questa esternazione mi viene dal profondo del cuore perché, così come l’anno scorso mi vedo costretta a chiudere la serranda di questo blog per qualche tempo, così da smaltire l’alta stagione e concedermi qualche giorno di ferie. Posterò qua e là le idee che mi verranno dalle gitarelle che mi concederò durante questa bella (si spera) stagione, comunque.  Ci rivediamo a Settembre!!!

“E contro tutte le idiozie ti consiglio i miei rimedi”

Ovviamente, la citazione è sempre alla collega rossa, la Noemi.

❤ Miss Raincoat 

Morbegno La Sera è Viva 2018

Haute Saison. In francese, forse, suona più dolce. In italiano si dice “Oh, ma per me quando arrivano le vacanze?”.

Beh, l’avevo messo in conto,comunque, che avrei dovuto badare ai turisti in orario di vacanza e badare a me stessa, mentre i comuni mortali lavorano o sono a scuola o si lamentano di qualcosa sui social. Non mi ero resa conto che avrei perso l’opportunità di poter andare ai concerti migliori della stagione estiva. Punterò sulle piccole serenate notturne, ho deciso! In questo periodo, quindi, si lavora e non si dorme mai. E si cerca di non perdere voce, pazienza e memoria. E a Morbegno, capitale della Bassa Valtellina, un caposaldo di questo periodo è Morbegno La Sera è Viva.

Quest’anno la manifestazione  compie 25 anni. Ergo, è nata prima che io imparassi a leggere e scrivere. Prima che quella str** della maestra P. d dicesse a mia mamma – con me lì presente – che ero troppo goffa e timida per riuscire mai a sembrare intelligente o simpatica o spigliata. . E invece eccomi qui a lavorare tra i migliori, a destreggiarmi tra una serie di oltre 40 appuntamenti che porteranno i turisti a passeggiare dalle Porte della Valtellina, paeselli di mezza costa compresi,  fino alle ridenti sponde del Lago di Como. Ovviamente, dovrei anche ricordare la maestra M. che, invece, ha creduto in me e nella mia innata abilità di raccontare storie avvincenti. E che mi ha insegnato a farlo nel modo corretto, che mi ha insegnato a osservare la meraviglia che mi circonda, ad ascoltare le persone, a gongolare e ad accettare le critiche intelligenti. Che mi ha insegnato a perdermi nei libri e nelle canzoni e a ritrovarci me stessa. La maestra M. mi ha insegnato a orientarmi. La maestra P. … va beh, non voglio dirlo!!!

Io quest’anno, dopo aver proposto monumenti minori o angoli di strade, ho deciso di puntare i riflettori su due dei pezzi forti: l’ex chiesa conventuale di Sant’Antonio e il Palazzo Malacrida di Morbegno. Li ho scelti per vari motivi: a) sono un monumento “sacro” e un monumento “profano” b) rappresentano i due apogei artistici di Morbegno: il Cinquecento e il Settecento c) sia i Domenicani sia i Malacrida rappresentano le personalità più controverse della Bassa Valle.

Qui sotto vi annoto i due appuntamenti:

  • mercoledì 4 luglio h. 20,30  – Palazzo Malacrida
  • mercoledì 11 luglio h. 20,30 – Chiesa di Sant’Antonio

A chi mi dice per primo “beata te che sei sempre in giro” regalerò la mia maglietta preferita. (Ho sentito dire che gli haul tra i blogger sono popolari, no? – Ma io non sono né blogger né popolare. Qui si domano solo unicorni! E si regalano magliette usate. Ahahah).

[per scaricare programma completo e info aggiuntive qui]

❤ Miss Raincoat

Morbegno Story Festival – 29/30 giugno 2018

Sono veramente molto felice e onorata di aver potuto avere anche io una parte in questo progetto del Lokalino di Morbegno, perché ho sempre pensato che le guide e i guidi fossero un po’ dei cantori di storie, forse perché sono cresciuta con Dodò dell’Albero Azzurro e Topo Gigio e, più che altro, con la stima dei “pupari” che si nascondevano dietro ai pupazzi(sì, poi mi piaceva anche Sailor Moon ma questa è un’altra storia…).

In effetti, il Festival dello Storytelling del 29/30 giugno è solo l’apice di una ricerca di storie di cittadini e di  luoghi compiuta da una gang di ragazzi tra i 15 e i 21 a  Morbegno. Io, durante quelle giornate, sarò la guida di “4 Passi a Morbegno”, che è un percorso di quattro tour a piedi, i quali evidenzieranno i gossip e i particolari meno conosciuti dei monumenti di Morbegno.

Quindi, dato che è un periodo lavorativo davvero denso e ambarabàcicìecocò, non voglio dilungarmi… scegliete (nell’immagine sopra) il tour o i tours che vi interessano e compilate l’iscrizione (link qui sotto)!!!

Link iscrizione

Ci vediamo!!!

❤ Miss Raincoat

Gisèta di Via Margna 1×04

[Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo. Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!! Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno. Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog]

David Beghé ed il Ciclo di Affreschi

Come abbiamo appreso dalla storia del Beneficio Mezzera, il reddito della Gisèta fu in mano alla famiglia dell’ing. Luigi Buzzetti. Possiamo, così, ipotizzare che lo stesso possa essere il progettista dell’ampliamento della chiesa commissionato dalla Confraternita e del restauro della facciata (1898 -1905).

Dalle mappe antiche di Morbegno possiamo capire come doveva essere Casa Pasquini. Era un’abitazione con una cappella annessa, la quale aveva la facciata sulla strada; fino al 1954 ne rimase integro un portalino a destra. Via Margna, una via che faceva da margine al Pozzo Modrone (contrada dei borghesi artigiani), era immersa nel verde di giardini, vigneti e gelsi . Come tipo costruttivo doveva essere una “villa di delizia” simile a Palazzo Parravicini-Sabini ad Ardenno. Esso è un palazzo seicentesco con pianta ad U  con cortile verso sud in gran parte coltivato a vite, pavimenti in cotto, cantina, tetto in piode, muro perimetrale in sasso. Dalla carta del 1931 capiamo quanto è stata ampliata; la Casa Pasquini, invece, ha un corpo a L: nella parte retrostante aveva un ampio giardino; la Gisèta fu posta nella parte finale del lato corto.

Quello che ci rimane di questo assetto, però, è solo la facciata. Il portalino ligneo con gli stemmi è quello originario del 1665; la decorazione è stata rimaneggiata nel corso dell’ampliamento, ma rimasta fedele alla realizzazione barocca. La piccola chiesa seicentesca ricorda le fatture di una chiesa della zona, San Provino a Dazio. Probabilmente, l’architetto originario fu uno di quelle maestranze della Valmaggia (Ticino) prolifici a Morbegno durante il Seicento; nel caso di San Provino parliamo della famiglia degli Adamo di Carona. La facciata, deteriorata dal tempo, fu ricompattata tramite il cemento decorativo durante l’ampliamento (infatti è opaca, non ha la lucentezza del marmo), una pietra artificiale molto utilizzata nel Novecento nel Nord Italia.

Inoltre, del Seicento, ci rimangono anche le statuine (a eccezione di San Luigi e San Gottardo nelle cappelle, aggiunte dalla Confraternita) e, soprattutto, la teleria barocca (nelle due colonne laterali): Santa Lucia e Santa Apollonia, le due martiri che intercedono per i problemi con gli occhi e con i denti. Dal grande Tesoro della Chiesa di Sacco abbiamo appreso che gli emigranti (a Napoli) inviavano spesso tele preziose per le chiese dei paesi d’origine. Della famiglia dei Mezzera-Acquistapace, un certo Eustachio Acquistapace fece grande fortuna a Napoli commerciando vino. Inoltre, grazie al Testamento Vaninetti, sappiamo che gli arredi sacri appartenenti al Beneficio Mezzera sono equipartiti tra la Gisèta e la Chiesa di Regoledo: le nostre due tele hanno una grande attinenza con le tele di Ippolito Borghese lì esposte (del 1606 – “Madonna del Suffragio” e “Misteri del Rosario”).

La Confraternita utilizza per l’ultima volta i proventi del beneficio per ampliare e decorare la Gisèta. Il pittore commissionato fu David Beghé, proveniente dall’ambito dell’Accademia di Brera (coadiuvato dal suo decoratore di fiducia, Costantino Andreani) La commissione della Confraternita gli ordina di utilizzare schemi adatti alla catechesi: Ave Maria (Annunciazione- Visitazione – Assunzione) e S. Rosario (Abside-Navata-Cupole) + di evitare argomenti troppo truci per i bambini(croce vuota, Getzemani ma anche Resurrezione). A tutto ciò, il Beghé aggiunge la sua capacità di dipingere le emozioni (qui varie accezioni della sorpresa), la sua curiosità per la corrente preraffaellita e il suo studio sulle cromie (in carriera: complementari – cupole; in maturità: forti chiaroscuri – navata); la sua tavolozza è molto mediterranea rispetto p.e. al pittore locale Gavazzeni.

Come molti pittori del suo tempo amava dipingere paesaggi alpini (come il suo amico Umberto dell’Orto che da Milano si trasferisce in Valle): ce ne dà prova nel “Sepolcro” in navata (che è un soggetto che dipinge solo in questa chiesa); in abside ci fornisce, invece, uno scorcio del Castello di Calice (appunto per la “Sacra Famiglia”).

  • Il ciclo morbegnese appare quasi incongruo per due motivi: a) il Beghé era abituato a dimensioni più grandi b) il Beghé dipinge nella Gisèta in due anni differenti 1906 e 1912.
  • Il Beghé giunge in Valtellina per due motivi a) conoscenza con il pittore Eliseo Fumagalli di Delebio b) il vescovo Ferrari era il suo mecenate – stava facendo decorare tutte le chiese della diocesi che gli sembravano spoglie.

David Beghé nasce a Calice al Cornoviglio, La Spezia, nel 1854 e muore a Milano nel 1933. La sua famiglia d’origine è benestante e molto religiosa; quando si trasferisce a Milano da scapolo vive dallo zio don Gioacchino. I suoi tre amori furono: la pittura religiosa, la moglie Valentina Torsegno (conosciuta a Chiavari, Genova, durante una commissione) e la musica. Rimase legato a Calice anche se si trasferì a Milano per frequentare l’Accademia di Brera del grande Hayez. Pochi anni dopo il diploma sposa Valentina, si stabilisce a Sestri Levante ma non vuole guadagnare tramite i ritratti, perciò torna a Milano, comincia a inserirsi nel business delle committenze ecclesiastiche della diocesi di Como e poi Milano (tramite vescovo Ferrari) insieme al suo decoratore di fiducia Costantino Andreani di Cunardo (Varese). Il suo epitaffio sintetizza bene la sua biografia “Fervente cristiano, anima d’artista, seppe trasfondere nella vita e nelle opere quella luce divina che illumina il suo spirito”.

Alcune note:

  • Il paesaggio codificato come Prealpino e localizzato in Brianza potrebbe essere Piazzolate (????);
  • Aderisce al Movimento Accademico –  sceglie i soggetti sacri per astenersi dalle esposizioni;
  • All’Accademia di Carrara che aveva frequentato da ragazzo entra in contatto con la Scuola Barabiniana: monumentalità romantica + dolcezza rinascimentale (apice nella Madonna dell’Ulivo, che lui studia con ossessione).

Il Beghé è prolifico in tutte e due le diocesi che hanno visto il Ferrari come vescovo, ossia nei territori di Milano, Monza, Como e Lecco. Per analizzare l’esperienza a Morbegno, però, ho indagato di più l’operato lecchese, geograficamente più vicino. Quasi tutte queste chiese sono state dipinte nel periodo di carriera del Beghé, negli stessi anni del primo step alla Gisèta (1906): abbiamo SS. Rocco e Sebastiano a Olginate del 1901 e S. Antonio a Ello del 1909, tra le più importanti e valenti. Il restauro della chiesa di Ello ha fatto emergere appunto tutte le mie considerazioni sulle cromie, inoltre la certezza che il Beghé aveva già dei cartoni con le bozze dei soggetti che utilizzava per varie chiese (quello che troviamo alla Gisèta, a parte “Il Sepolcro”, lo si era già visto altrove). Il secondo step a Morbegno (1912) avviene dopo la fase lecchese.

La Chiesa dei SS. Gervaso e Protaso a Castello di Lecco, invece, è del 1927 ed è dipinta nell’ultima fase della sua carriera e della sua vita, un periodo in cui il suo tema preferito era la Penitenza. Qui non collabora con l’Andreani perché muore nel 1928, ma con Edoardo Fumagalli (un pittore lecchese legato alla Madonna e riluttante al Fascismo, noto anche come paesaggista).

La corrispondenza del Beghé con la Parrocchia di Castello, indietro con i pagamenti, ci fa apprendere, tra le righe, alcuni aspetti del suo operato:

  • ringraziamenti “sinceri saluti alla signora Manzoni” alla perpetua (che ci aprono scenari-gossip);
  • lavorava 4 ore al giorno per 7 mesi al massimo sullo stesso progetto;
  • utilizzava oro finissimo (che si ossida, ma la Gisèta è al buio!) e colori minerali speciali = legati con silicati di potassio e non di calcio (non si sgretolano, perché la pellicola che si crea è abbastanza resistente a umidità e muffa);
  • Ritornò a Morbegno per completare il Ciclo di Affreschi nella navata, probabilmente, perché in prov. di Lecco aveva sempre avuto dei problemi con i pagamenti pattuiti. Voleva essere onesto o stava simpatico a qualche donzella morbegnese?! Non ce ne abbiano i suoi parenti, ma, in effetti, era davvero un uomo affascinante!

[fine (per ora)]

❤ Miss Raincoat

 

Gisèta di Via Margna 1×03

[Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo. Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!! Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno. Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog]

La Confraternita dei Luigini

La Confraternita dei Luigini di Morbegno si insedia nella Gisèta nel 1818. Essa raggruppava tutti i bambini con età fino a tredici anni (i quali portavano, nelle varie funzioni e processioni, una tipica mantellina azzurra); una volta diventati “grandi” i Luigini potevano scegliere se unirsi alla Confraternita dei Disciplini dell’Assunta di Morbegno. L’unico adulto del team era il Priore (chiamato ‘l barba = lo zio, in dialetto morbegnese). La Confraternita dei Luigini si ispirava alla vita di San Luigi Gonzaga, Patrono della Gioventù, e rinnova il significato degli Angeli Custodi cari ai Mezzera-Acquistapace (i Pasquini), quindi  la Gisèta non fu scelta a caso.

La Confraternita dei Luigini riconsacra la Gisèta il 29 luglio 1875 (era già dedicata a S. Maria delle Grazie dal 1665, vuole solo mettere nero su bianco che quella è la sua sede), la amplia nell’area anteriore (presbiterio e cappelle laterali) e la ridecora, dotando Morbegno dell’unico affresco che rappresenta un San Giuseppe giovane (nella calotta absidale).

Il Regolamento della Confraternita può essere riassunto in questi punti:

  • Abitudini: non leggere o farsi leggere giornali o libri “perniciosi” [sic.], non attardarsi oltre l’Ave Maria [sic.], non darsi alle cattive compagnie [sic.], apprestarsi ai sacramenti e alle preghiere, specie durante le feste di Maria e di San Luigi.
  • Tassa d’Iscrizione: 1 Lira all’anno che comprendeva anche l’iscrizione alla Pia Infanzia (un’associazione caritatevole che si occupava di mandare soldi ai bambini “pagani” e poveri, specialmente in Cina)
  • Cariche: non esistono cariche. Il vero capo della Confratenita è l’Arciprete di Morbegno; il Priore è solo una sorta di moderatore.

Una tradizione morbegnese alla quale è legata anche la Gisèta è il Giro delle Sette Chiese durante il Giovedì Santo (un rito codificato da San Filippo Neri nel 1540 a Roma). A Morbegno – in questo giorno senza funzioni annunciate dalle campane – si visitavano 9 compianti allestiti nelle chiese e lì si recitava il Rosario (Cappella dello Spedale nel Cimitero, Gisèta, Sant’Antida nel Ricovero degli Anni Trenta, San Rocco, Angelo Custode, San Pietro, Sant’Antonio, S. Giuseppe presso Palazzo Melzi, S. Giovanni). Il rito fu compiuto ininterrottamente dal 1713 al 1955 circa; il momento saliente era il Catafalco della Chiesa di San Giovanni.

Come tutte le chiese in cui hanno sede delle Confraternite, la Gisèta ha un Altare Privilegiato (si prega per i defunti in alcune date e si cancella la loro pena temporanea in Purgatorio). Il privilegio fu concesso nel 1908 da Papa Pio X che fissò le date: 8 dicembre (Immacolata), seconda domenica di luglio (S.M. delle Grazie) e terza domenica novembre (Madonna della Salute, la quale trae origine dalla Peste Manzoniana, per la quale perì zio Nicolò Mezzera).

La Confraternita dei Luigini è l’ultima a vedere la consistenza del Beneficio Mezzera. Il beneficio passa di mano in mano fino ad arrivare in mano a don Giovanni Vaninetti di Regoledo, il quale non amministrò mai il culto a Morbegno (bensì, a Laglio, Ponchiera e Tresivio). Però nel suo Testamento del 1938 cita il Beneficio e lo fa, in qualche modo, cessare di esistere.

Dopo la morte di Gio. Pietro Mezzera detto il Pasquino il beneficio passa in mano alla famiglia Schenardi (della moglie defunta). Gli Schenardi donano il beneficio a don Vincenzo Schenardi che consacra la cappella (era stato parroco a Gerola fino al 1664, poi risiede a Morbegno nell’ultimo anno di vita). Quando il prete muore, gli Schenardi consegnano il beneficio in mano a un altro prete del parentado, don Giuseppe Delfino che ha il beneficio fino al 1674. Perdiamo traccia del beneficio fino al 1792. Fino a questo anno il beneficio era in mano al notaio Matteo Acquistapace (padre della moglie) che nel suo testamento lascia il beneficio al prete al quale aveva affidato il beneficio, don Antonio Malacrida, l’eccentrico zio di Ascanio II, suo erede universale. Il nipote non ebbe eredi maschi, così lasciò il beneficio a Ida Malacrida, moglie del notaio Martino Mariani. Perdiamo ancora traccia, ma capiamo bene perché nel 1898 il beneficio è della famiglia Buzzetti, imparentata con i Mariani. Il Vaninetti, da parte di madre, difatti, ha uno zio che si chiama Giovanni Buzzetti fu Giacomo.

Dal Testamento Vaninetti del 1938 evinciamo varie informazioni:

  • Dona la Gisèta alla Parrocchia di Morbegno svincolandola dal Beneficio ma esprimendo che la Confraternita non debba perdere i diritti acquisiti;
  • Gli arredi sacri del Beneficio vengono equipartiti tra Gisèta e S. Ambrogio a Regoledo;
  • Del Beneficio faceva parte anche la Chiesetta di Santa Elisabetta o della Visitazione di Piazzolate (località sopra Regoledo di Cosio). Sappiamo che qui gli Schenardi avevano vari possedimenti e che la chiesa ha origine tardo quattrocentesca; non sappiamo quando viene annessa al Beneficio.

[continua…]

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Gisèta di Via Margna 1×02

[Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo. Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!! Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno. Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog]

La Gisèta dei Pasquini”

La Gisèta nasce nel Seicento:un secolo non solo triste e tormentato, ma anche pieno di contraddizioni. Esso si apre funesto nel 1600 con una scossa di terremoto e la superstizione sfocia nel cosiddetto Processo dei Bruchi (infestavano Morbegno – esiliati sui monti di Talamona). Nel 1620 la Valtellina entra a far parte della Storia: la ritroviamo sui libri di scuola per il cosiddetto Sacro Macello. I governatori delle Tre Leghe Grigie avevano inasprito non solo le tasse, ma anche il divario tra Riformati e Cattolici, in modo da distaccare la Valle dall’area “italiana”, così, fomentati dal Duca di Feria (governatore spagnolo cattolico di Milano) nel corso di una notte i Cattolici valtellinesi trucidano centinaia di valtellinesi Riformati (tanti erano passati dall’altra sponda per motivi di lavoro o di matrimonio) in un qualcosa a metà tra la guerra civile e l’attentato terroristico. Il Sacro Macello si inserisce nella Guerra dei Trent’Anni, durante la quale la “Spagna” (+Cattolici) e la “Francia” (+Riformati) si litigano l’egemonia sull’Europa con la scusa della religione: sappiamo, infatti, che dopo essere stata sconfitta dalla Francia, la Spagna restituisce la Valle ai Grigioni: a niente era valsa la guerra, solo a portare peste (terribile nel 1630) e carestia.

C’è da dire che alcuni si arricchirono durante la guerra. Le truppe andavano rifocillate (a spese dei Comuni) e i mercanti potevano fare la cresta. Al fine della nostra narrazione è bene sapere che tra Fusine e Colorina la truppa francese, oltre a “insegnare le buone maniere alle fanciulle” (Manzoni) consumava, a spese del decano di Fusine che si riforniva a Berbenno (per 700 soldati e 30 cavalli) – in una giornata: 1 vacca per la truppa, 1 castrato di pecora per gli ufficiali, 1 litro di vino a persona, 150 grammi di sale, se possibile anche pane, formaggio, burro e castagne.

Quando, nel 1639, tornarono i Grigioni in Valle, Morbegno fu più lungimirante rispetto agli altri Valtellinesi e cominciò una pacifica e rassegnata convivenza con gli svizzeri. Infatti, la ripresa della seconda metà del Seicento di Morbegno è notabile. Coloro che si erano arricchiti durante la guerra comprano terreni a prezzi stracciati, coloro che erano rimasti cattolici (e non si erano convertiti anche solo per convenienza) ornano chiese e costruiscono cappelle, i nobili si sporcano le mani con i mestieri dei borghesi come mercanti e notai (insomma, quei lavori che lucravano su chi non sapeva leggere o fare i conti). Insomma, la Morbegno della metà del Seicento, quando nasce la Gisèta, è una Morbegno nuova e vivace, seppure memore di un periodo orribile.

La mia ricerca è partita dall’iscrizione sia esterna sia in controfacciata che ci dà due informazioni: quando – 1665 e chi – Pasquini. La Confraternita dei Luigini, sita dall’Ottocento in questa chiesina, si è tramandata che i Pasquini erano una famiglia ricca che non ebbe eredi (li ebbe, ma non consoni) e che lasciò la chiesa a un prete che celebrò quì la sua prima messa (è la messa di consacrazione). Inoltre, senza fondamenta, per decenni si è creduto che i Pasquini fossero della famiglia Pasqualini di Aicurzio, imparentata con i Malacrida di Caspano.

I Pasquin sono, invece, un ramo della famiglia Mezzera. Questa famiglia borghese è originaria di Bellano/Dervio, dove si era arricchita con il commercio di pane e con il possedimento di forni (prestiné) e che si sposta, a inizio Seicento, anche a Morbegno e a Chiavenna. Il primo ad arrivare a Morbegno fu Carlo Mezzera detto di Bellano, che si sposa con una nobile degli Schenardi di Morbegno. Tramite l’incrocio di documenti notarili (in quegli anni i registri sono frammentari, sono secoli difficili) ho desunto la sua prole maschile sana (le femmine non sono quasi mai citate).

Carlo Mezzera era un giudice, lo ritroviamo spesso protagonista nelle carte dei processi di faide di famiglie spaccate in due per motivi di religione.

  • Il primogenito, nonché possessore della bottega di pane aMorbegno, è Nicolò Mezzera, morto di peste e senza eredi consoni nel 1639 (lo troviamo negli ex voto della Madonna delle Grazie a Sacco; la famiglia di sua madre era molto legata a questa Madonna molto venerata durante il periodo della Peste Manzoniana);
  • La bottega passa a Giovanni Pietro Mezzera detto il Pasquino. Lui sposa una nobile degli Acquistapace di Morbegno (la madre e la suocera erano due sorelle Schenardi) che muore di parto nel 1632, partorendo Giovanna, unica erede e malata di epilessia;
  • Don Giovanni Antonio Mezzera organista e sacerdote alla Collegiata di Sondrio;
  • Giacomo Mezzera detto il Pasquino di Dusone (Berbenno) fornitore delle truppe di Fusine e sposato con una Bassi, della famosa famiglia di notai;
  • L’ultimogenito Battista Mezzera (ha più o meno l’età di Giovanna) diventa notaio, sposa una Vicedomini dei notai di Traona e lì vi risiederà.

 

Quindi, i Mezzera erano borghesi che si erano allacciati con la nobiltà locale. Inoltre, i mestieri sia di notaio sia di prestiné garantivano di essere ricchi quanto i nobili. L’appellativo Pasquin deriva dall’agnello pasquale (lo troviamo anche nel sottarco del presbiterio, non si sa se è per questo!), simbolo della Corporazione dei Fornai e Panettieri. Sul portale della chiesa, comunque, lo stemma che spicca è quello Acquistapace della moglie nobile e più ricca (con i gigli, la spada e, ovviamente, la corona). La particolarità della facciata, eppure, rimane nelle statue sulla sommità (non sono ne angeli ne simmetriche): sono Giovanna bambina orfana e Giovanna adulta vestita da monaca (porta le spighe – il “denaro” dei Mezzera Pasquin).

La casa di Gio. Pietro era in Via Margna, al limitare del Pozzo Modrone, dove c’erano le botteghe artigiane, tra le quali la sua di famiglia. Il padre Carlo risiedeva nella zona di San Pietro; gli Schenardi in Via San Marco e gli Acquistapace in Via Cotta. Il legame famigliare tra Schenardi e Acquistapace lo ritroviamo nella pala d’altare degli Angeli Custodi in Via San Marco, culto radicato nella famiglia Acquistapace discendente da Gerola (nell’angolo in baso a sinistra c’è lo stesso stemma che troviamo sul portale). Inoltre, la moglie di Gio. Pietro lascia in dote le due statuine che rappresentano S. Michele Arcangelo e Angelo Custode (mensoline ai lati), che un tempo erano festeggiati ambo i due il 29 settembre; lascia anche la miracolosa statuina della Madonna messa a in teca d’altare. Gli Acquistapace erano importanti membri della Confraternita di S. Maria delle Grazie di Sacco, la cui statua trafugata nel 1927 fu importante nell’ex voto durante la peste del 1630. La statuina quattrocentesca della Gisèta è creduta gemella (ossia ricavata dallo stesso tronco) di quella di Sacco e presenta forti analogie anche con quella omonima di Gerola Alta.

Concludiamo la sezione storica antica con la protagonista della Gisèta: Giovanna Mezzera fu Gio. Pietro Mezzera detto il Pasquino. Nel 1664 apre a Morbegno il Monastero della Presentazione, Giovanna ha già 32 anni e suo padre scrive il suo testamento. Non si era risposato perché non voleva perdere l’eredità e lo status sociale della moglie. Con il testamento, lascia i suoi terreni a Morbegno, la bottega e la casa a Giovanna nominando come tutore il fratello, il notaio Battista; l’eredità della moglie (terreni a Regoledo – in loc. S.Maria e sotto Sacco – e corredo nuziale tra cui le statuine già citate) diventa un beneficio legato all’altare di una chiesa che fa costruire per ricordare la moglie e la sciagurata figlia: questo beneficio fu assegnato alla famiglia della moglie, gli Schenardi. Giovanna viene costretta nel Monastero perché nessuno la voleva con sé: oltre ad avere l’epilessia (ai tempi curata con vischio, fegato di avvoltoio, sangue e ossa umani) aveva anche la mano destra paralizzata. Di fatto, Giovanna era una mentecatta con una malattia da peccatrice (anche se la sua famiglia faceva parte della Confraternita del Santissimo Sacramento di Morbegno), perciò non poteva diventare una suora e alla sua famiglia andava benissimo che lei rimanesse in Convento nascosta a pregare, in cambio delle cure delle suore. Il rappresentante giuridico del Monastero, inoltre, era il notaio Francesco Schenardi (suo padre era fratello delle nonne di Giovanna), l’avido notaio che si ripulisce tasche e coscienza ristrutturando l’Angelo Custode. In più, la cospicua donazione che Battista fa al Monastero chiude il capitolo: Giovanna muore chiusa in convento nel 1698. Oltre a pagare la retta di ammissione come tutte le suore,infatti,  lo zio notaio dona dei terreni per avere uno sconto sulla retta (10 terreni a Morbegno appartenuti a Gio. Pietro). Ovviamente, questi soldi vengono pagati con l’eredità di papà Gio. Pietro in mano a Giovanna, ma gestita dallo zio.

Possiamo, quindi, definire la Gisèta, più che una cappella privata, il finto mausoleo voluto da un papà borghese in punto di morte.

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Gisèta di Via Margna 1×01

Come molti di voi già sanno, ho dato al mondo la Ricerca sulla Gisèta di Via Margna. Davvero, non pensavo che così tante persone, non solo morbegnesi, fossero tanto affezionate a un posticino così poco conosciuto e così tanto piccolo.
Grazie mille ancora per tutti i complimenti post-presentazione, non solo sulla ricerca stessa (che in effetti ha dissepolto una storiella mooolto interessante e intrigante), ma anche sul mio modo di pormi come guida. Non sapete quanto possa fare piacere sapere di aver preso la strada giusta, specie per chi fa un mestiere come il mio!!!

Per quanto riguarda la ricerca vera e propria la potete già consultare presso la Biblioteca di Morbegno.
Quelli che vorranno leggere o conservare (o utilizzare per i tavoli traballanti), il libro-guida dovranno aspettare qualche mese (ma sicuramente prima della fine dell’anno, mi hanno fatto sapere…). Da quanto ne so, sarà un volume della serie “Conosci Morbegno”.
Nel frattempo, per i curiosi, ne pubblicherò un brevissssssimo riassunto di quattro episodi qui sul mio blog.

“C’era una volta Morbegno…”

La storia della Gisèta è ambientata nel Seicento, un secolo di pace forzata, rassegnazione e superstizione. Infatti, è in questo secolo che i Morbegnesi assistono al Processo contro i Bruchi che, sebbene stessero davvero infestando la cittadina, non avevano nessuna colpa per essere, addirittura, esiliati sui monti del paese limitrofo di Talamona. D’altronde, è anche lo stesso secolo che si apre funesto con una scossa di terremoto ben percepita a Morbegno.

Storicamente, l’epoca è ricordata per ciò che successe nel luglio 1620, il cosiddetto Sacro Macello, la strage perpetrata da un gruppo di Cattolici valtellinesi ai danni di circa 600 Riformati. Il luttuoso episodio è inseribile nel contesto della Guerra dei Trent’Anni (1618-1639), il conflitto tra quello che allora erano Francia e Spagna, per accaparrarsi l’egemonia del continente europeo. In verità, il casus belli fu la discriminanza di pensiero tra Cattolici e Protestanti, ma ben presto gli scontri divennero proprio politici e si tradussero in una catastrofe, per via delle soventi devastazioni sia di villaggi sia di campagne, saccheggi (dato che vari eserciti erano composti da soldati mercenari), carestie, uccisioni di massa ed epidemie micidiali.

Del resto, anche la Valtellina, in pochi anni, si vide dapprima stanza dell’esercito spagnolo e poi quello francese, ottenendo come tornaconto soltanto il batterio della peste, della quale ricordiamo spiacevolmente l’ondata del 1630, che dimezzò drasticamente la popolazione nel sondriese. A Morbegno, gli abitanti, per scampare all’infezione, vissero a lungo segregati nelle cantine delle abitazioni o si trasferirono nelle baite di montagna. Tuttavia, il sacrificio non valse a nulla, dacché nel 1639, all’indomani del Capitolato di Milano, la Valtellina fu riconsegnata in mano alle Tre Leghe Grigie, che la Corona spagnola si era riproposta di scacciare, in nome del Cattolicesimo.

Dopo la strage, i Grigioni si erano ritirati in Svizzera e la Valtellina, presso il Forte di Fuèntes , fu presidiata dall’esercito spagnolo, all’inizio con lo scopo di appoggiare i Cattolici e, presto, per portare la Valle sotto il dominio asburgico. Tra il 1624 e il 1631, intanto, l’esercito francese, ai comandi del Duca di Rohan, condusse una Campagna per scacciare gli avversari spagnoli e restituire la sovranità alle Tre Leghe Grigie. Nel 1635, di fatto, la Spagna venne sconfitta, ma non provò ad opporre resistenza in nome della religione, siccome non aveva affatto a cuore la questione valtellinese, bensì la sua strategica funzione di crocevia. Il Capitolato del 1639 fu una pace studiata a tavolino con la quale, senza rancore, la Spagna rese la Valtellina ai Grigioni; grazie al Papa, alleato della Spagna, si ottenne che, a Sud delle Alpi, fosse tollerato solo il Cattolicesimo, ossia che, salvo i funzionari, nessun Riformato potesse dimorare in Valtellina per più di tre mesi.

I potenti signori svizzeri, soprannominati Bündner Wirren (dal tedesco,”Torbidi Grigioni”) stavano già inginocchiando i Valtellinesi tramite tasse e pretesti religiosi, sin dal Cinquecento, al fine di ottenere un terreno florido per l’agricoltura e conosciuto da secoli per i terrazzamenti coltivati a vigneto: la guerra fu soltanto l’apoteosi di un periodo di estrema tensione. La Valtellina, con le Contee di Bormio e Chiavenna, interessava alla Spagna, per raggiungere i suoi territori d’oltralpe, senza passare dalla Repubblica di Venezia, alleata con la Francia. Ovviamente, la Spagna approfittò del nervosismo che già albergava in Valle. Da Coira, sopraggiunse l’imposizione di consegnare almeno una chiesa per paese ai predicatori evangelici, la quale dottrina non prevedeva la rappresentazione di Dio e i Santi, considerata idolatria (mentre, per i Cattolici, la rappresentazione del divino era parte dell’educazione religiosa) e, soprattutto, fu ristretta la facoltà di essere meta di visite pastorali (l’unico che ci riuscì fu il morbegnese vescovo Feliciano Ninguarda) e di avere più di un certo numero di conventi (i Grigioni volevano radere al suolo quello di Sant’Antonio a Morbegno). Queste decisioni, furono molto più che poco democratiche, se si pensa che l’identità valtellinese, pur concedendo che parte della popolazione fosse costituita da convertiti oppure “immigrati” grigionesi, restava in maggioranza cattolica. L’attrito si fece sempre più palpabile, quando, infine, fu torturato ed ucciso il beato Nicolò Rusca, che seppure davvero avesse fomentatol’odio verso i Riformati, era già anziano. L’idea dell’attentato del 1620 nasce all’indomani di questa  morte, voluto benchè molti Evangelici fossero valtellinesi così come coloro che li trucidarono. Il burattinaio della cruenta rivolta fu, chiaramente, il Duca di Ferìa, che da Milano rappresentava il governo spagnolo.

Nel 1636, dopo i tumulti del Sacro Macello e la vittoria a Morbegno, tra i territori di Fusìne e Colorina, si poteva vedere accampata la truppa francese (gli alleati dei Grigioni) di Monsieur de Melun, dell’esercito del duca di Rohan, nella dimensione di circa 700 soldati e 30 cavalli. I decani di Fusìne e di Colorina, a loro malgrado, si dovettero impegnare a fornire vitto e alloggio al drappello, benchè fossero Cattolici. Inutile dire che, oltretutto, i paesi dovettero anche subire arroganze, soprusi, il contagio della peste da dei militari che, più che altro, come scrisse il Manzoni insegnarono le buone maniere alle fanciulle. È documentato che il reggimento in solo una giornata consumava una vacca per la truppa, un castrato di pecora per gli ufficiali, un boccale di vino a persona (un litro circa), mezza libbra di sale (150 grammi) e, se fosse stato possibile, anche pane, formaggio, burro e castagne. — Cit. Da una ricevuta, datata 6 dicembre 1636, la quale prova che il decano di Fusìne deve a Giacomo Pasquino, di Dusone a Berbenno, una somma di denaro per la spesa di vitto)

Comunque, durante la seconda metà del Seicento (specie dopo il 1639), Morbegno si riprende straordinariamente. Mentre la maggior parte dei paesi della Valtellina erano ancora in astio con i dominatori grigioni, i più lungimiranti Morbegnesi, cercarono di accettare la triste realtà stringendo alleanze economiche, in modo da beneficiare della beffa. Grazie, appunto, al fiorente commercio di una cittadina già aperta verso la Serenissima, mediante la Via Priula costruita a fine Quattrocento, poterono essere costruiti chiese e palazzi. Addirittura, il mestiere dei mercanti era diventato talmente vantaggioso da far sì che molti nobili decisero di sporcarsi le mani di un denaro guadagnato alla maniera dei borghesi (allo stesso modo, il mestiere del notaio e del giudice p.e.). Le famiglie che diedero impulso alla “riconquista” di Morbegno furono i Vicedomini, i Malacrida e i Parravicini, dei quali alcuni rami, soprattutto per convenienza, si erano uniti alla causa della Riforma insieme ai Grigioni; però, coloro che rimasero coerenti nella professione di fede, abbellirono chiese e cappelle con onerosi lasciti e benefici, spesso anche sotto forma di preziose opere d’arte. Eppure, è proprio a cavallo tra Seicento e Settecento che i Grigioni acquistano varie proprietà nella Valtellina, da poco ritornata sotto il loro controllo. Erano dei terreni che, dopo i saccheggi, non erano più ricchi di coltivazioni e fu una conseguenza ovvia che tutti coloro che durante la guerra si erano arricchiti investirono il loro denaro, comprandoli a prezzo stracciato. Come contravvenivano agli accordi del Capitolato di Milano? Spesso, affittavano a livello i possedimenti a coltivatori locali, concedendoli in godimento a determinate condizioni di vantaggio; altre volte, costruendo anche sontuosi palazzi residenziali, contestavano la legge contraendo matrimoni con donne con cittadinanza valtellinese. È stimato che un quinto di campi, vigne e alpeggi, a quel tempo, fossero di proprietà grigionese.

Don Giovanni Tuana  ci racconta molto dettagliatamente la Valtellina di metà Seicento nel suo “De Rebus Vallistellinae”. In particolare, descrive una Morbegno popolata di circa 300 famiglie, tra le quali molte nobili o forestiere. Qui si teneva un mercato settimanale e si potevano trovare botteghe di ogni arte e sorte. La Chiesa di Sant’Antonio risultava essere molto frequentata, sia per messe o preghiere molto frequenti, ma anche per la musica. Nella piazza antistante, oltre al mercato, si tenevano mostre e giostre, perciò era un luogo dove si potevano fare piacevoli passeggiate. Verso il fiume Adda, Morbegno aveva una zona campestre fertile e con allevamenti bovini. Nella frazione di Campovico, esposta al sole, abbondavano vigne e vi era un torchio, in loc. Cerido, dove si produceva un vino assai prezioso; la frazione Arzo, invece, ricca di castagneti, era anche il luogo dove si facevano pascolare mucche e capre, che, ovviamente, in estate si trasferivano in Val Gerola, indiscusso regno di quel formaggio eccellentissimo che poteva gareggiare con il Parmigiano citato dal Tuana.

[continua…]

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