I Malacrida di Morbegno

Una dinastia di fatti e misfatti

Certi sceneggiatori si scervellano per tessere trama e ordito della stoffa drammatica delle famiglie protagoniste della loro storia. Ma non è questo il caso!!!

Noi ci troviamo dinnanzi alle pagine di un album che vede, agli antipodi dei rami dell’albero genealogico, una beata – la suora agostiniana Elena Malacrida e un padre confessore messo al rogo per alto tradimento dal re del Portogallo – il gesuita Gabriele Malacrida.

Soffermiamoci, però, sui Malacrida di Morbegno.

La loro stirpe ha origine nel Duecento tra Dongo e Musso, sul lago di Como. Grazie all’alleanza con i duchi di Milano, riescono ad estendere il loro dominio su tutto il Lario fino a giungere, a fine Quattrocento, anche a Poschiavo e in Valtellina, precisamente tra Caspano e Traona (in loc. Manezie) – sulla sponda retica della Costiera dei Cèk. Durante il Seicento, raggiungeranno l’apice del loro potere.

In località Manezie risiedeva Bartolomeo II Malacrida, nato nel 1624 e lì assassinato da ignoti con un colpo di archibugio nel 1654. La sua prima moglie, Isabella Vicedomini di Traona, ricchissima, muore nel 1643 a soli trentun’anni. Avevano avuto solo un figlio, Paolo (futuro prete di Campovico, frazione retica di Morbegno) e Ippolita, che avrà un marito di fede evangelica. L’assassinio di Bartolomeo III avveniva proprio in un periodo storico difficile, dopo la fine delle Guerre di Valtellina scaturite dal Sacro Macello e dalla convivenza tra fede cattolica e fede protestante imposta dalle Tre Leghe, tradotte spesso faide famigliari come in questo caso. La seconda moglie di Bartolomeo II, Doralice Greco di Mello, dà alla luce il piccolo Bartolomeo III sette mesi dopo l’assassinio. Il rampollo studia e diventa dottore in utroque iure, oggi diremmo avvocato e acquista l’edificio dell’odierno Palazzo Malacrida di Morbegno nel 1679. Era un uomo pingue e flemmatico. Sposa Elisabetta Gatti di Teglio e mette al mondo Bartolomeo IV (futuro sacerdote in Alta Valle) e Ascanio I, il suo erede. Bartolomeo III muore nel 1706 di spavento nel suo stesso letto dopo due attentati avvenuti in località Manezie, ancora una volta.

Ascanio I (1680-1757) , un ometto cicciottello e di indole severa e religiosa, faceva un lavoro che assomigliava all’odierna accezione di criminologo. Lui inizia i lavori di ristrutturazione del Palazzo Malacrida, ma deve sospendere i cantieri per via della sua famiglia numerosa. Anna Maria Peregalli, sua moglie, la quale porta in dote la bellezza di tratti, partorisce ben 24 figli dei quali pochi giungono all’età adulta. L’ erede è Giampietro (1714 – 1778) che sposerà Maddalena, della potente famiglia Parravicini Sabini di Ardenno. Anche lui prolifico, ma meno del padre, ebbe 14 figli. L’erede fu Ascanio II, marito di Eugenia Malaguccini, e ultimo dei Malacrida di Morbegno: ebbe solo due eredi femmine Ida e Maddalena.

Giampietro era un padre e marito premuroso, attento all’educazione dei figli perchè anche lui era un uomo di cultura, nonchè un bell’uomo curato ed elegante. Finisce i lavori del Palazzo regalando alla nostra memoria un palazzo d’arte aggiornata con la moda dei suoi tempi.

Gli altri figli vengono destinati alla carriera ecclesiastica. Francesca, la primogenita e pupilla di Giampietro, era cagionevole e quasi cieca dalla nascita anche se dolcissima – diventerà suor Maria Marianna Giuseppa presso il Monastero della Presentazione di Morbegno; Elisabetta, più giovane di lei di più di 10 anni, sarà educanda nello stesso Monastero ma destinata al matrimonio con un cugino Peregalli. L’ultimogenito, che causò la morte di mamma Anna Maria, fu don Antonio. Voleva intraprendere la carriera militare, ma suo padre, vedovo apprensivo, lo persuase. Giampietro, dopo che lui è diventato prete e teologo, fonda per lui un canonicato apposta per lui, in modo da fargli avere una rendita. Alto, muscoloso, abile nelle conversazioni: è chiaro perché quando c’era una messa solenne da celebrare a Morbegno chiamassero lui 🙂 Negli ultimi anni di vita, ottiene il giubilato per mantenere i diritti (in pratica, i soldi dei benefici) senza risiedere a Morbegno. Infatti, in quel di Milano, viveva più da cavaliere che da prete. Pochi anni prima di morire torna a Palazzo dove si fa accudire dal nipote Ascanio II, al quale lascia tutti i suoi beni. Il suo funerale, nel 1808, fu il più sontuoso del secolo.

A Morbegno, si legano anche le sorti di Floramondo Malacrida di Mantello. Sua moglie era la sorella dell’arciprete Carlo Rusca. Le figlie Maddalena, Elisabetta e Rosalia verranno ammesse al Monastero di clausura mobegnese intitolato alla Presentazione di Maria al Tempio.

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“Il Ratto di Ganimede” di Giampietro Romegialli

Siamo dentro al Palazzo Malacrida, in particolare sul soffitto dello scalone d’onore che porta dall’atrio al piano nobile. Io questo dipinto lo conosco bene. E, soprattutto, conosco i lamenti della mia cervicale dopo l’aver dovuto favellare con il naso all’insù. Ma l’idea è che, per una guida che presenta Morbegno, non c’è nulla di meglio di addentrarsi nelle nuvole settecentesche dei dipinti di questo palazzo.

Gli Scienziati ci hanno fatto lo scherzone di chiamare Ganimede il principale satellite naturale di Giove. Ma perché? Beh, Giove/Zeus era il padrone della baracca su all’Olimpo, conosciuto per essere la bella copia di Christian Grey, nel senso che seduceva chi voleva e -se non avesse voluto- con un gesto veloce, appunto il ratto, se lo portava a casa, spesso trasformandosi in animali di qualsiasi genere (nel caso di Ganimede un’ aquila). Nel dipinto, sullo sfondo, vediamo anche Giunone/Era sempre più infastidita delle scappatelle del marito. Il protagonista della composizione è, comunque, Ganimede, il più bello di tutti i mortali. Anche se la logica lo vorrebbe vittima di un rapimento o di molestie, Ganimede diventa il simbolo della parte passiva dell’amore, quando ti prende e non puoi farci nulla. Oggi Zeus sarebbe incarcerato come stupratore seriale, probabilmente, altro che poesia…

Il dipinto viene eseguito nel 1762 dal pittore morbegnese Giampietro Romegialli. Siamo nel Settecento: l’arte Rococò si è tolta il peso del Barocco e dei temi religiosi e moralisti; non rappresenta nemmeno più gli dei maggiori come protagonisti. Sono entrambe arti spettacolari, ma la il Barocco lo fa in modo violento e il Rococò in modo aggraziato. Qui l’artista usa abilmente i colori: il vigore dei toni rallenta il volo. Il tema, inoltre, è in linea con il pensiero dei ricchi del tempo: l’immortalità, il noblesse oblige della corte francese.

Visita Virtuale Palazzo Malacrida

Il Romegialli dipinge qui mentre è giovane e questo è un po’ il suo esercizio di stile per fare il pavone. Il riff di Smoke on The Water a inizio concerto.

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