“Giuditta ed Oloferne” di Caravaggio

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è uno dei più famosi pittori del Seicento, nonché il mio artista preferito. Non solo perché si è guadagnato la nomea del bello e maledetto, ma – soprattutto – per il modo in cui i suoi colori squarciano le sue tele con violenza raccontando, però, un’interiorità sensibile e profonda. 

In questa scena d’ispirazione biblica, ci viene presentata Giuditta mentre uccide il condottiero assiro Oloferne, per salvare il suo popolo, quello ebraico, dalla dominazione straniera.

La drammaticità dell’episodio è sottolineata dal tipico stile caravaggesco: fondo scuro, luce radente che rivela le smorfie d’espressione e una linea-guida diagonale e molto dinamica. I colori che emergono sono il rosso (drappo e sangue) e il bianco della camiciola (se da un lato simboleggia la purezza, dall’altro fu aggiunta per via della censura: sotto vi era un realistico seno sudato).

Anche se la giovane sta decapitando l’uomo con una scimitarra, il messaggio non è quello della lotta tra i sessi o l’approfittarsi della debolezza della femmina (come nello stesso soggetto per Artemisia Gentileschi, che tramite l’arte denunciò il suo stupro). La serva che regge la cesta dove verrà conservato il trofeo è volutamente vecchia e brutta per sottolineare la bellezza della ragazza che, pur sempre, è inorridita e turbata dalla violenza alla quale è costretta.

Quello della Giuditta del Caravaggio è il sacrificio enorme che deve fare un eroe. Giuditta utilizza la sua sensualità di donna per attrarre il nemico e neutralizzarlo, così come il David aveva utilizzato la sua intelligenza per sconfiggere la forza bruta di Golia. Eppure, entrambi furono degli assassini.

Ho sempre creduto che la libertà sia un grande paradosso. Dove inizia? Dove finisce? E perché per averla bisogna sempre rinunciare a qualcosa? Perché per rendere la res pubblica si deve sgozzare il re?

❤ Miss Raincoat

**1559, Palazzo Barberini (Roma)

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