Il “San Gottardo” di Alfaedo

Salendo da Selvetta verso Rodolo , si può deviare prima a sinistra verso la frazione Alfaedo, nel Comune di Forcola. Subito a destra, troviamo un piccolo complesso religioso che comprende due chiese (“madre” e “figlia”) e un ossario.

La leggenda lega questo luogo (la cui toponomastica significa “verso il faggeto” ed  è anche una terrazza panoramica a 803 metri sopra la Media Valle) alla peste manzoniana, tant’è che mia mamma da piccola aveva un po’ paura di trovarvisi da sola.

Alfaedo è borgo che, in passato, ha  avuto una certa importanza rispetto al fondovalle (tant’è che nell’Ottocento risiedevano 140 persone), probabilmente per il ruolo di roccaforte e per i prolifici castagneti. Sappiamo che a Rodolo si erano insediati i Malaguccini di Morbegno e alla Torraccia i Vicedomini di Cosio, infatti.

La chiesa più grande fu eretta nel Settecento (negli anni della “promozione” parrocchiale del 1770), benché quella più artisticamente rilevante sia la più piccola, forse risalente al Cinquecento.

Questo piccolo edificio presenta un portico antistante (simile alla Madonnina di Colorina) decorato con affreschi cinquecenteschi, i quali raffigurano una Crocifissione e una Madonna della Misericordia. ** quest’ultimo lega l’ambiente alla Confraternita del Santissimo Sacramento e ai Frati Domenicani di Morbegno/Regoledo di Cosio.

Negli ultimi anni si è ipotizzato che l’artista del ciclo cinquecentesco sia Luigi Valloni di Albosaggia (attivo dal 1557 al 1590 e allievo di Cipriano Valorsa, considerato il Raffaello di Valtellina). Valloni rappresenta benissimo il background artistico del Cinquecento Valtellinese: un’ arretratezza di fondo dovuta all’isolamento geografico e politico, la moda della copia da stampe nordiche e la semplice devozione popolare mista alla religiosità seria delle Confraternite.

Davanti alle due chiese c’è anche un ossario su cui sono affrescati due teschi che indossano un cappello cardinalizio ed una tiara papale: la morte accomuna qualsiasi ceto sociale.

 ❤ Miss Raincoat

Qui un bel video che ci mostra tutti i colori di Alfaedo.

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Cronache da Amantea e dintorni

*Giorno 6*

In quaranta minuti (55 km) ci è stato possibile raggiungere uno dei gioielli della costa tirrenica calabrese, Pizzo Calabro. La giornata è passata in un battibaleno tra i racconti di mio papà su Gioacchino Murat (che mi è parso un figo, moro e con gli occhi azzurri), frammentati dalle descrizioni delle armi ottocentesche gentilmente fornite da mio fratello, e tra le scoperte culinarie che ho fatto con mia mamma “Da Poldo” (piccola paninoteca, forte anche negli antipasti, enorme in ingredienti e cortesia) e  l’artigianalità nostrana del celebre Tartufo di Pizzo. 

Punto fermo della nostra visita è stato il Castello Murat di Pizzo.

Il sito è aperto tutti i giorni fino alle 19.Durante il mese di luglio e agosto è possibile visitarlo anche in orario serale, fino a mezzanotte nei weekend. Il prezzo d’entrata è 3€ (riduzione per gruppi 15 pax, anziani 65+, ragazzi 6-12; gratis disabili e bambini fino ai 6 anni). È possibile scattare fotografie, ma ovviamente senza flash. Più Info

Il castello, nato come Torre Mastia, risale al XIII secolo, voluto da Ferdinando I d’Aragona (nel 1480 aveva possedimenti da Reggio Calabria, a Crotone fino a qui, nel Golfo di sant’Eufemia) come postazione di avvistamento della pirateria saracena. Non fu mai una residenza, bensì una fortezza/carcere. Il prigioniero più famoso del Castello di Pizzo fu Gioacchino Murat, il cognato di Napoleone che proprio qui venne fucilato. All’interno del monumento è possibile visitare una ricostruzione degli ambienti durante gli ultimi giorni di Murat (compresa l’ultima lettera olografa alla moglie) ed una collezione di monete. Dalla Terrazza è possibile ammirare il Golfo di Sant’Eufemia e la Piazza Repubblica (con il busto di Umberto I).

Gioacchino Murat, figlio di un locandiere, nasce in Francia nel 1767 (a La Bastide -Fortunière, oggi piccola frazione sui Pirenei a 2 ore da Tolosa) e, una volta arruolatosi nel Reggimento Cacciatori, fa ben presto carriera diventando Ufficiale. Al fianco di Napoleone, fu un grande comandante  che, nel 1800, sposò addirittura Carolina, sorella di Napoleone. Nel 1808, come Re di Napoli, si distinse, seppur regnando per poco, per le riforme amministrative, giudiziarie e sociali. Nel 1815, con la caduta di Napoleone, cercò di “salvarsi le penne” dichiarando guerra all’Austria e chiamando a sé tutta l’Italia, sottoscrivendo il primo documento che parla di Italia Libera ed Indipendente (Proclama di Rimini) e rifugiandosi in Corsica. Tentò la sua personale “reconquista” nell’ottobre del 1815 sbarcando a Pizzo; in seguito ad un rocambolesco inseguimento venne imprigionato e fucilato nel Castello in data 13 ottobre (è sepolto nella Cattedrale di San Giorgio, sempre a Pizzo). Prima di morire , disse “Mirate al cuore, salvate il viso!“.

Poi, non abbiamo dimenticato la Chiesa Matrice/Duomo di San Giorgio (in pomposo stile barocco del 1632), al centro del paese, maestosa sia dentro che fuori, con la tomba di Gioacchino Murat e varie statue di pregio. Vicino al suddetto Poldo, dove abbiamo trovato ristoro, non abbiamo nemmeno trascurato la Chiesa della Madonna del Carmine (del 1579, è la più antica di Pizzo), piena fino all’orlo di statue e affreschi che, però, hanno tutti il loro spazio ordinato.

Da Poldo

Dopo aver sbaffato un Tartufo nella parte più bassa del paese, chiamata Marina di Pizzo (non prima di aver sbagliato strada anche con il Navigatore, approdando alla Stazione e sorbendoci un casello chiuso, come se ci mancasse pure in vacanza!), abbiamo fatto anche una toccata e fuga anche alla Chiesetta di Piedigrotta, scavata nel tufo come ex voto da un gruppo di naufraghi napoletani, durante il Seicento. Più Info

 

Tartufo di Pizzo

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❤ Miss Raincoat