Il Taj Mahal

Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo” – R. Tagore

A me, al massimo hanno dedicato una canzone, comprese alcune di Marco Masini. E, bando ad anelli promettenti o perle fedifraghe, nulla può battere il Taj Mahal in quanto pegno d’amore.

Quando la preferita tra le sue mogli morì dando alla luce il quattordicesimo pargolo, l’imperatore Shah Jahan volle trasformare il suo dolore in opera d’arte. Il nome della donna, Mumtaz Mahal, significa Luce del Palazzo; forse, Taj era un vezzeggiativo, anche se si può tradurre anche con Corona. Suona singolare che il marito non le doni un’alcova principesca per il matrimonio ma una tomba maestosa, una degna sepoltura per la sua vita eterna. In questo modo, una struttura così materialmente e visivamente pesante diventa retoricamente leggera, come se per tornare a vivere serenamente Shah l’avesse dovuta lasciare andare, appunto perché l’amava molto. 

Per trasportare i vari tipi di materiali preziosi provenienti da tutta l’Asia con i quali venne costruito il mausoleo (marmo bianco, diaspro, giada, cristallo, turchesi, lapislazzuli, zaffiri, corniola e arenaria rossa, soprattutto) vennero impiegati migliaia di buoi ed elefanti. Le impalcature, invece che con il tradizionale bambù, vennero innalzate con mattoni; quando l’opera fu terminata, si stimò che la smantellatura sarebbe durata almeno cinque anni, allora l’imperatore decise di regalare i mattoni al popolo che demolì il muro in una sola notte.

L’opera dimostra una ricerca ossessiva della geometria, visibile anche nel gioco di colori che rende diversa la facciata in diversi momenti del giorno (bianca, rosa oppure oro). L’imperatore, che desiderava un’architettura senza eguali (e lo è tuttora!), torturò gli artisti perché non ne rivelassero il segreto costruttivo. L’ironia della sorte, però, è che proprio la tomba dello Shah Jahan ha rovinato la simmetria dell’edificio.

32 milioni di rupie per ritornare a respirare: fu questo il “costo” del lutto di Shah per la sua Mumtaz.

❤ Miss Raincoat

Sito Taj Mahal

 

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Corfù

Se è pur vero che la dichiarazione d’amore migliore è <ti porto al mare> è anche vero che ogni buona Guida che si rispetti ragiona un po’ come lo zelante Furio, ossia, non fantasticano romanticherie ma le pianificano in ipotetica. Io mi ci vedo bene a Corfù, con un prendisole comprato alle bancarelle, un cappello di paglia e l’immancabile protezione solare SPF 50+…

Le pubblicità ingannevoli dell’isola mi hanno sempre fatto credere che Corfù sia solo mare. Comunque, il mare che piace a me, quello con spiagge libere, tranquillità e l’acqua limpida a tal punto che lo snorkeling è d’ordinanza. Purtroppo, io sono una di quelle turiste che non riescono a stare tutto il giorno sedute sull’asdraio e non cerco i locali alla moda, per me la vacanza è scoperta (e rispolvero della passione per la Reflex).

Così, ho scoperto Corfù Città, o meglio, Kérkyra in greco. Qui è situato l’aeroporto dell’isola, il Kapodistrias (da Milano in estate ca. 200€ a/r, con spesso almeno uno scalo ad Atene calcola il tuo volo!). L’aeroporto dista dal centro 3 km, cioè a 10 min di autobus (n.5 o n.6). Consiglierei di evitare i taxi e preferire il trasporto pubblico locale; se si sceglie di andare alla ricerca della spiaggia perfetta o di visitare altri paesi sicuramente è preferibile un noleggio anche direttamente in aeroporto. L’arrivo in aereo è veramente suggestivo, dacché all’atterraggio si sorvolano un monastero bianchissimo e un’isoletta a forma di topo.

Consiglio di visitare questo sito che offre informazioni pratiche, enogastronomiche, tariffari del trasporto locale, delucidazioni sulle spiagge… Info Corfù

Visitiamo Corfù Città

  • Alle porte del centro storico, troviamo Piazza Spilia. Qui notiamo che la cittadina è delimitata da due fortezze. Se saliamo alla Fortezza Vecchia possiamo godere di un panorama dall’alto privilegiato.
  • Percorrendo le vie lastricate, tra elementi architettonici mediterranei, bizantini e veneziani, è d’obbligo lo shopping “di cianfrusaglie” nei numerosissimi negozietti. Possiamo anche scorgere dei centri benessere dove è ancora in voga l’utilizzo di sanguisughe per riattivare la circolazione. L’edificio più importante è la Chiesa dell’Agios Spyridon (con l’inconfondibile cupola rossa del campanile).
  • Arrivati alla Spianada, possiamo concederci una sosta sulle panchine all’ombra degli alberi, facendo un po’ attenzione alle api, che costituiscono un cruccio per l’intera isola. In questa zona, non mancano i bar ed i ristoranti. Mediamente, si riesce a mangiare con 15-20€ a testa (menù che propongono feta, tzatziki, pesce fritto p.e.). 
  • Dalla Spianada parte un autobus per Kanoni, un borgo a 4 km che ospita il Monastero della Madonna Vlacherna, collegata, tramite piccole imbarcazioni, all’Isola Pontikonissi . Siamo vicinissimi all’aeroporto, infatti sono questi i monumenti che avevamo scorto all’arrivo. I biglietti di questi trasferimenti costano ca. 2 €.
  • Una Gita: da Platia Saròko parte un bus per Gastouri (a 10 km) dove è sito il Palazzo Achilleion (entrata 7€; coda abbastanza lunga), la residenza dove si rifugiava la Principessa Sissi. Dai Giardini, zeppi di statue classicheggianti, si gode di una vista mozzafiato sulla baia.

❤ Miss Raincoat

**Nella foto: Benitses, dove è sita una delle spiagge migliori dell’isola e che unisce, nel suo paesaggio, mare e montagna.