Davos

Aspettando l’anticiclone che riporterà il buon umore a questo maggio un po’ piangiolone, mi è nata la curiosità di sapere che potrei fare io, umile guida turistica, a Davos, ridente località alpina nel Canton Grigioni, conosciuta ai più per l’annuale Forum Mondiale dell’Economia. E, per piacere, pronunciatelo Davòs e non Dàvos, come certi giornalisti…

  • Davos è lo scenario de “La Montagna Incantata” del nobel Thomas Mann, ispirato del soggiorno che ci fece la moglie nel 1912. Il paesino montano, infatti, è uscito dall’anonimato nell’Ottocento, grazie alla costruzione di sanatori e stabilimenti termali.
  • Oggi la località è turisticamente appetibile per gli amanti della neve. Nel 1934, un giovane istruttore (perché in svizzera non hanno tempo nemmeno per le scappatelle) rese famosa Davos per il primo skilift. A parte questo, ci troviamo nel paese più alto delle Alpi, a 1560 metri d’altitudine. Il suo comprensorio di piste, ben attrezzate anche per le uscite notturne, vanta il percorso più lungo d’Europa (a Parsen –  12km con 2000 metri di dislivello). Chi desiderasse un’alternativa romantica sappia che a Davos sono state ideate le omonime slitte davos (che, per capirci, sono simili a quelle di Heidi). Nella Davos Vaillant Arena, stadio di hockey dell’HC-Davos, possiamo assistere alla Coppa Spengler nel mese di dicembre.
  • Da guida valtellinese non posso non citare l’alternativa mozzafiato al Trenino Rosso del Bernina. Sto parlando del Glacier Express (St. Moritz – Zermatt), che passa anche per Davos. Inoltre, la ferrovia storica Davos- Landquart, viene servita da un treno a vapore in alcuni periodi dell’anno. Tutte le info su queste linee qui
  • Per chi fosse, invece, più come la signorina Rottermeier troverà piacevole passeggiare per le vie del paese. Davos si divide in parte antica (Dorf) e parte nuova (Platz). Davos Dorf fu abitata fin dall’Età del Bronzo e, nel Medioevo, ospitò una numerosa comunità di Walser esuli. Qui troviamo la Chiesa di San Teodulo (con stanza affrescata risalente al 1350) e l’Heimatsmuseum (il Museo di Storia Locale allestito in una tipica casa engadinese del Seicento). A Davos Platz c’è la Chiesa di San Giovanni con un campanile altissimo quattrocentesco e il Museo degli Sport Invernali, nella vecchia sede delle Poste, il quale conserva abiti e attrezzature d’epoca.
  • Per gli intenditori, il migliore museo  è il Museo Kirchner. Il pittore espressionista tedesco trascorse a Davos l’ultima fase della sua vita tormentata. Il museo mette in mostra i suoi lavori più intimi e anche le opere degli altri colleghi del Gruppo Die Brücke.
  • Dove alloggiare a Davos? C’è l’imbarazzo della scelta tra hotel più spartani e ultra-lusso, ma la mia scelta ricadrebbe sul particolare complesso di igloo, l’Iglu Dorf“Godetevi indisturbati i vostri momenti felici sui letti rivestiti con le pellicce di agnello”, recita la promo del sito. Si tratta di un villaggio di igloo ricostruiti ogni  anno, che si compone di igloo-albergo e di un igloo-ristobar. Nel Ristorante si possono consumare fondute, taglieri, vin brulé, the caldo e un ottimo prosecco. La soluzione alberghiera di base, oltre al pernottamento in sacchi a pelo omologati fino a -40°C + lenzuola, include l’utilizzo di una sauna comune, vari trekking, aperitivo, colazione e cena a base di fondue. L’estrosa sistemazione è mediamente costosa: la tariffa intera parte da 129 €. Più informazioni qui.

Bella e tutto, neh. Ma io preferisco il mare…

❤ Miss Raincoat (con imbottitura d’agnello)

Il mio angolo preferito di Morbegno

Una guida non può non avere il suo posto del cuore in ogni luogo che racconta. A Morbegno, questo è il mio – io, convenzionalmente, lo chiamo il Draghetto di Morbegno.

Qui siamo in Via Carlo Cotta, tra la porta di San Rocco e il Ponte Vecchio, ma questo battente non salterebbe mai all’occhio se non si sapesse della sua esistenza.

Tuttavia, i palazzi del Sei/Sette-cento valtellinese sembrerebbero fin troppo seri senza la grazia dei ricami in ferro battuto dei terrazzini e dei portali – uno diverso dall’altro e tutti simbolici – che rendono caratteristiche le vie e le viuzze del centro storico di Morbegno.

Il ferro battuto è una grande scoperta tecnica dell’homo faber, ossia quella del poter modellare il metallo duro tramite un processo di riscaldamento, per secoli considerato una pratica magica. Afrodite, per quanto preferisse i muscoli di Ares, si era sposata Efesto, dio del fuoco e delle fucine.

Per quanto riguarda il suo utilizzo artistico, cioè non finalizzato alla manifattura di strumenti e armi, si può ipotizzare che sia stato diffuso dal Medioevo dai Conventi. Da queste scuole, si formarono i cosiddetti fabbri itineranti (si muovevano di città in città offrendo la manodopera al migliore offerente).  Un pezzo d’arte d’antan molto pregiato, del resto, fu la chiave di ferro battuto per aprire chiese e luoghi sacri. 

Il ferro veniva estratto dalle miniere e poi fuso nelle forge. Un paese valtellinese molto famoso per l’estrazione del ferro (nella Val Madre) e per le fucine (sul Torrente Madrasco), già attive nel Trecento, è Fusine, sulla sponda orobica, che deriva pure la sua toponomastica da questa preziosa attività.

Per quanto riguarda la scelta dell’immagine del drago, possiamo percorrere due strade interpretative: 1– simbolo del male e del peccato, che va esorcizzato 2– portafortuna posto a guardia di un tesoro o di una casa. Dipinto su un palazzo di questa stessa via, troviamo un altro drago, quello che San Giorgio sconfigge in nome della Santità. Inoltre, il drago è anche presente nel repertorio di numerosi stemmi nobiliari, per esempio quello dei Visconti.

Nel repertorio delle leggende valtellinesi c’è anche quella del basilisco, temibile piccolo drago volante che può uccidere con un solo sguardo. Il lembo di terra tra il Culmine di Dazio (sponda alpina retica, sopra Ardenno) e il Crap di Mezzodì (sponda alpina orobica, sopra Forcola) era chiamato, almeno fino all’Ottocento, Stretta di San Gregorio: nella località omonima, infatti, la strozzatura ad esse del fiume Adda costringeva chiunque si recasse verso la Media Valtellina a continuare il suo viaggio in traghetto, per raggiungere l’altra sponda della Valle e risalirla. Ecco, pare che – in aggiunta alla tortuosità della via – ogni tanto, i simpatici basilischi percorressero in volo le due cime che fungevano da “colonne d’Ercole“.

** Ringrazio il mio amato Draghetto per avermi casualmente fornito l’ulteriore riprova che … noi guide siamo anche piuttosto cagionevoli alla serendipità. Alla fine, la verità la troviamo sempre! (Quanto è bella la canzone di Noemi con il video unicornoso, piuttosto???) **

❤ Miss Raincoat

 

Il Sentiero Valtellina [Prima Puntata]

Percorribile in bicicletta (o consumando direttamente le suole delle scarpe) per tutti i suoi 115 km da Colico a Bormio, il “Sentiero Valtellina”, è la più lunga pista ciclo-pedonale in provincia di Sondrio.

Sito Ufficiale

Approfittando (finalmente!!!) di una giornata di sole e, soprattutto, di riposo, me ne sono andata a fare una corsetta tranquilla vicino a casa dei miei genitori.

In realtà, ho percorso una deviazione/variante del suddetto Sentiero, tra Colorina e Ardenno. Io la trovo molto interessante perché offre la scelta tra battere la strada asfaltata (comunque non accessibile al traffico, se non quello agricolo) e l’argine del fiume (scelta obbligata nei giorni di afa, meno indicata se c’è molto vento).

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Cinti dalle Prealpi Orobie a sud e dalle Alpi Retiche a nord, ci troviamo nel bel mezzo della pianura solcata dal Fiume Adda, in una zona storicamente conosciuta come Busca Spessa, “bosco rigoglioso” (oggi Piana della Selvetta). L’Adda, fino all’Ottocento, esondava spesso e volentieri e, ritirandosi, lasciava scoperte delle isolette limacciose molto fertili, le quali costituirono motivo di aspre contese tra i paesi limitrofi. Ricordiamo che l’agricoltura di questi borghi poteva essere definita eroica, poiché misera e praticata in territori scoscesi. A parte Rodolo, che se la spassava, in confronto!

Una passeggiata a Rodolo

In Primavera, quello che mi fa sentire davvero a casa è il giallo accecante dei ranuncoli che, a dire il vero, i prati li infestano, essendo tossici. Il suo nome significa “rana”, dato che il fiore predilige le zone umide, paludose e ombrose, “qualità” spesso decantate di questo angolo di Valtellina.

Scherzavo, chi mi fa sentire davvero a casa è la Mamma! Auguri, ti voglio bene!

❤ Miss Raincoat

Il Gigiàt della Val Masino

La Val Masino, che prende il nome dall’omonimo torrente, si trova tra le Alpi Retiche occidentali e si trova, più o meno, sopra Ardenno (Sondrio).

La leggenda vuole che in questo luogo, per lo più incontaminato, si aggiri un personaggio selvatico, chiamato Gigiàt.

Non si sa bene quale sia la sua fisionomia peculiare, ma sicuramente è in parte uomo e in parte capra: ha delle corna ricurve, capelli incolti e vello ricciuto.

Si diverte a danzare con le marmotte, a spaventare i caprioli e ad arrampicarsi sugli alberi con gli scoiattoli.

Gli umani possono riconoscere il suono del suo zufolo oppure la sua risata fragorosa; il Gigiàt ammalia le donne affinché gli nascondano formaggio, castagne e noci nel bosco.

Eppure, questo animale leggendario non è visto come completamente maligno, dacché è buono con chi se lo merita e cattivo con chi se la va a cercare.

Del resto, un po’ come il dio Pan, è simbolo di opulenza, di eterna giovinezza, di vita che si rinnova…

❤ Miss Raincoat

Love is like a butterfly, it goes where it pleases and it pleases wherever it goes.

(Grazie a Max per avermi fatto scoprire gli angoli più remoti di questa Valle Incantata. *In loving memory *)