Colorina: alcune notizie storiche

Andiamo avanti con l’avanscoperta del mio territorio d’origine…

La nascita di Colorina

8 maggio 1488 – Colorina e Fusine, per motivi di tasse esose, si staccano da Berbenno costituendo un Comune unico.

Purtroppo, il matrimonio non fu mai d’amore. L’Adda sempre in piena causava liti per chi dovesse sistemare gli argini; inoltre, gli alpeggi della Valmadre e della Valcervia erano spesso i figli contesi.

8 aprile 1513 – Colorina diventa un comune a sé stante, con le quadre (tipo odierne frazioni) di Corna, Borgo (Centro + Poira e Bocchetti), Monte Nona, Rodolo (includeva anche Gaggine, l’odierna Selvetta + Busca Spessa, gli odierni Piani che erano una palude con isolette) e Valle. Il torrente di Colorina è il Presio.

Nel 1533 Colorina acquista l’Alpe Cogola e l’Alpe Bernasca, utili alle attività di pastorizia (che costituivano l’unica ricchezza per il Comune poverissimo) le quali appartenevano uso capione ai dei contadini bergamaschi. Questo causa una scomunica da parte di Clemente VII.

Piccolo ragionamento sui toponimi

Colorina – viene dal latino corylus = nocciolo

Poira – Dal dialetto lombardo purif = zona ombreggiata, senza sole

Bocchetti – Dal dialetto buchec‘ = piccoli boschi

Gaggine – dal longobardo gahagi = bosco privato di robinie

Rodolo – etimologia incerta, forse da un nome di persona (lo capiremo nelle prossime puntate)

Corna – dal latino cornu = monte non molto alto

(Alpe) Cogola – dal latino cotes = pietra, roccia

(Monte) Nono/a – nell’antichità romana l’ora nona era tra le 14 e le 15, forse l’orario in cui questa fitta abetaia era illuminata; oppure, era una nomenclatura legata alla misurazione dei terreni. Questa zona è legata alla Leggenda della Volpe che puoi leggere qui.

(Alpe) Bernasca – dal tedesco brennenberg = montagna bruciata, arsa e con vegetazione rada

(Torrente) Presio – dal latino praesum= che sta sopra in posizione di comando e presidio

Una curiosità storica

Durante le Guerre di Valtellina, una delle truppe francesi del Duca di Rohan si stanzia tra Fusine (di giorno) e Colorina (di notte). Era la truppa di Monsieur de Melun, composta da 700 soldati e 30 cavalli, che rimane sul territorio dalla primavera del 1636 alla primavera del 1637. Il decano di Fusine (il Sindaco) aveva scelto come fornitore un certo Giacomo Pasquino di Dusone (Berbenno), della famiglia dei Mezzera (quelli della Gisèta di Morbegno). I sindaci non potevano sottrarsi all’obbligo di fornire vitto e alloggio agli eserciti di stanza, ma Colorina fa causa a Fusine perché non vuole contribuire alle spese. Tra le cose, i Francesi, schierati con i Grigioni, erano i nemici della Valtellina schierata con la Spagna. L’esercito porta la peste e in un anno muoiono 129 colorinesi. In più, i soldati stupravano le donne, rubavano bestiame, vino e castagne.

Miss Raincoat

Il Borgo di Berbenno

Ultima puntata su Berbenno, per poi passare alla sponda senza sole d’inverno!!!

Il centro storico di Berbenno è più o meno segnato dai confini della Chiesa dell’Assunta e del Municipio, insomma, il borgo attorno all’antico Castello di Roccascissa. A una decina di metri dalla chiesa, inoltre si può trovare un masso avello (probabilmente una tomba) denominato Cuna del Bau (La Culla del Diavolo).

A destra del Municipio, troviamo la cinquecentesca Casa Negri (famiglia di Grosio imparentata con i Lavizzari). Dentro la sua pianta a U, contiene un brolo (localmente chiamato singella; a Berbenno c’è pure una via centrale con questo toponimo). Il portale immette a un cortile porticato che un tempo era anche loggiato. In questa zona di Berbenno un tempo appariva il fuoco fatuo.

Spostandoci verso il ponte sul torrente Finale troviamo Casa Ponsibio già Odescalchi (famiglia di Como presente a Berbenno dal 1377) con addossata la Torre Capitanei. Anche questo edificio ha una tipica pianta a U con un piccolo cortile loggiato. Il sottotetto è decorato con una fascia con motivi geometrici e uccelli. Il fronte est ha dei portalini scolpiti; il fronte ovest ha un portale con lo stemma Sebregondi (protestanti molto ricchi a Berbenno, fino al Sacro Macello).

Scendendo in Via Roma troviamo l’Oratorio dell’Immacolata (1724). Apparteneva alla famiglia Noghera, di Polaggia, imparentata con i Parravicini. Molto particolare il portale con la chiave di volta a cuneo. In Via Garibaldi Casa Moncecchi, oltre a conservare il ballatoio in legno, ha un importante affresco entro finta cornice con i Santi protettori di Berbenno, ossia l’Assunta e San Giuseppe (il patrono).

Salendo in Via Crotti troviamo Casa Parravicini – Guicciardi. I Parravicini giungono a Berbenno tramite i matrimoni con gli Odescalchi. I Guicciardi di Ponte si impegnarono molto nel Sacro Macello come cattolici ferventi anche qui a Berbenno. Questo palazzo ha una pianta a L e sulla facciata si distingue il matrimonio degli stemmi delle due famiglie (la Sacra Famiglia è di fine Ottocento, invece). Questo palazzo diventò il Casino dopo il Sacro Macello, ossia la dimora estiva del parroco, che nel 1709 finanziò l’Assunta di Pietro Bianchi detto il Bustino sopra il portale.

Un personaggio molto importante e sentito dalla popolazione è San Bello. Il suo vero nome è San Benigno De Medici, nato a Volterra nel 1372. Troppo gracile per le penitenze, si impegna come pellegrino insieme a suo fratello che muore a Chiuro, mentre stanno andando in Svizzera. Dopo il lutto, Benigno si trasferisce il località Monastero da un amico, un certo Luigi Lupi, che gli fece assaggiare il Maroggia, un vino che lui amò. Tanti lo stimavano come figura religiosa, ma a Colorina lo presero a sassate. Si narra che i Colorinesi furono puniti dalla maledizione di non avere più vocazioni sacerdotali. San Bello muore qui l’11 febbraio 1472. La messa funebre fu celebrata dal frate domenicano del Sant’Antonio Andrea Griego da Peschiera (è il reliquiario di cera nel San Giovanni di Morbegno). A febbraio si ricorda la sua morte con la Sagra della Gallina.

Il grande ed elegante monastero di Monastero, a circa 650 metri slm, è del Seicento. La chiesa del monastero conserva la tomba di San Bello. Un tempo questa era impreziosita da un’importante trittico ora nel MVSA di Sondrio, dipinto da Alvise Donati nel 1512 (è una Madonna con Bambino in maestà di San Bello e San Liberale con la particolarità di una simbolica aquilegia viola).

Miss Raincoat

L’Assunta di Berbenno

Di questa chiesa, che praticamente è lo scenario che si può vedere dalla mia cameretta a casa dei miei genitori, avevamo già parlato nella serie #valtellainlove, poiché è legata a una leggenda, quella del Drago di Roccascissa che potete leggere qui. Di vero c’è che è stata costruita sui ruderi del Castello di Roccascissa dei Capitanei di Sondrio. Fu infatti edificata nel 1383 e poi ricostruita dopo il Sacro Macello (quindi, nella seconda metà del Seicento) in chiara chiave anti-protestante (a Berbenno c’era una grossa comunità, la guerra fu dura e molti persero la vita…)

La Chiesa, che domina la vallata sottostante, ha un volume molto particolare, si potrebbe dire asimmetrico. Il porticato d’ingresso ad arcate è seicentesco. Il portale ha un portone ligneo riccamente intagliato e una lunetta con l’Assunta di Pietro Bianchi. All’ingresso troviamo anche un’epigrafe in latino attribuita a Bernardo Piazzi, arciprete di Berbenno dal 1690 al 1724; la mamma dell’astronomo Giuseppe, Maria Maddalena Artaria, era sua sorella (traduzione: “Si ricordino, quelli che non la invocano, ossia gli altri [chiaro riferimento ai Protestanti], che pur non avendola come protettrice non saranno dei disperati. Entrino volentieri quelli che passano. In questa chiesa tutto parla della Madre di Dio. E’ intitolata all’Assunzione e ricorda la Natività”). L’interno, a una sola navata, è coperto da una cupola e ha sei nicchie laterali con statue. Sono molto di pregio le opere lignee del coro e dell’organo, di Johannes Schmidt di Lipsia (1648). Gli affreschi, di Cesare Ligari, raggiungono l’apice con l’Assunta nel presbiterio. L’ancona, con al centro la statua di Maria, ha otto tele cinquecentesche (le più importanti sono due della Scuola di Gaudenzio Ferrari e una in stile morazzoniano, forse dei fratelli Recchi). La chiesa conserva anche delle reliquie di San Pietro e Paolo, citazioni alla vecchia chiesa matrice di cui abbiamo già parlato qui.

Lunetta sopra il Portale

Attigua alla chiesa, troviamo la Canonica. Le due strutture sono collegate tramite un portico del Cinquecento. Certamente, è una struttura dalle grandi dimensioni se si pensa che fosse abitata da un arciprete e da un frate carmelitano. In realtà, l’arciprete doveva avere tre cappellani per aiutarlo a curare le anime di tutte le chiese della pieve, anche quelle in montagna – ma, purtroppo, con lui c’era solo un frate dedito a digiuno e silenzio. Pare che la Canonica, come edificio, risalga al 1100 circa. La facciata è molto decorata: il portale ha una volta a pinnacolo e un dipinto con la Sacra Famiglia molto famoso; sempre in facciata troviamo un’Assunta attribuita a Vincenzo De Barberis. Dall’androne, munito di orologio a ore italiche, si accede a un vano scale con gli stemmi dei vari arcipreti (pressoché tutti di famiglie nobili) che hanno abitato la canonica.

Dipinto della Canonica

Miss Raincoat

La Chiesa di San Pietro

Siamo ai piedi del borgo di Berbenno, nella contrada più vicina al fiume Adda e alla Statale Trentotto. Il Ponte di San Pietro, più volte al centro delle diatribe sulle parcelle della manutenzione nel corso della Storia, fu anche uno dei tristi teatri del Sacro Macello: da qui, molti Protestanti vennero gettati nel fiume . Nel corso delle Guerre di Valtellina, ovviamente, era considerato un punto strategico. Per me, è la prima cosa che vedo quando scendo dal treno alla Stazione di San Pietro – Berbenno (quella con la banchina corta).

Il nucleo di questo edificio è molto antico, si pensa che sia del 900 – quindi, di prima dell’Anno Mille. Tuttavia, venne ricostruito nel Cinquecento. Fino al Settecento, fu la chiesa matrice della pieve di Berbenno anche se era, più che altro, frequentata dai paesi Ultra Abduam, al di là dell’Adda, come Fusine o Colorina; gli abitanti di Berbenno, erano più comodi a frequentare l’Assunta, invece.

La posizione di questa chiesa era molto isolata (quindi, una zona davvero poco ben frequentata) e vicino ad essa, l’unica costruzione era un’hostaria (una sorta albergo con ristorante spartano); il custode della chiesa era lo stesso oste. Per via delle alluvioni frequentissime, il pavimento fu rialzato tre volte. Dopo secoli di screzi su quale Comune dovesse pagare le spese, la matrice venne spostata all’Assunta (sul poggio) il 7 luglio 1776.

La Chiesa di San Pietro è l’unica in Valtellina ad avere una pianta basilicale (*). Le sue tre navate sono in grado di ospitare circa cinquecento persone. Il pulpito, l’altare e l’ancona sono del Seicento. Non ha una torre campanaria (ha un campanile a vela) e non è orientata (probabilmente, per via del guado del fiume) . Gli stipiti del portale, datati 1563, sono decorati a candelabre attribuite a Tommaso Rodari (di fatto, ricordano quelle dell’Assunta a Morbegno).

*Pianta Basilicale – Così si definisce una chiesa a tre navate, con la centrale rialzata e senza transetto. Questo assetto è tipico delle chiese paleocristiane (ossia dei primi anni di libertà di culto) che si ispiravano alle basiliche civili romane, in grado di ospitare folle. Non sempre erano orientate (ossia rivolte ad est). Spesso, tenevano più conto dell’astronomia in taluni giorni dell’anno (come l’azimut del sole alle feste dei patroni) o seguivano criteri più geografici.

Miss Raincoat

La Pieve di Berbenno

Oggi voglio inaugurare una serie di post presi dalla mia prima ricerca storico-artistica della mia carriera, su Colorina & Dintorni (ossia le mie radici materne). Iniziamo con il farci un’idea su Berbenno, siccome Colorina nasce come una sorta di sobborgo di questo antico centro politico-amministrativo…

Berbenno viene dal nome di persona etrusco Vibrenus ed è un’evoluzione del toponimo Vibrenna che ci riporterebbe alla mente un antico castrum romano (accampamento fortificato stabile o temporaneo, dove risiedeva l’esercito) – ipotesi accreditata anche dal ritrovamento di alcuni sesterzi (monete della Roma Imperiale in lega di rame e zinco).

Fu un importante centro politico ed amministrativo.

Nel 1010 il Vescovo di Como, dona all’Abbazia di Sant’Abbondio in Como i territori di Berbenno, Olonio, Ardenno, Poschiavo e Bormio, le quali diventano delle pievi, ossia dei centri di circoscrizioni ecclesiastiche. Berbenno faceva capo a un territorio costituito dagli odierni Comuni di Berbenno, Postalesio, Fusine (con annessa Val Madre), Colorina e Cedrasco. Cedrasco, dal 1454, ottenne l’autonomia parrocchiale, poi seguito da Monastero e Pedemonte nel 1624 e Postalesio nel 1523. La storia dell’autonomia di Colorina e Fusine, siccome è più travagliata, la scopriremo nelle prossime puntate…

La chiesa matrice della Pieve di Berbenno era la Chiesa di San Pietro, costruita nel 1116, poi sostituita dalla Chiesa dell’Assunta nel 1766, per motivi di furti e ladri, ma non solo… (anche questo lo scopriremo nelle prossime settimane).

Da punto di vista politico, dal 1335 Berbenno era definito un comuni loci rusticorum, un feudo rurale con un castello, dipendente da Como e assegnato ai Capitanei di Sondrio. Si può dire che, quasi già in partenza, per quanto rimasero dipendenti dal punto di vista “religioso”, Cedrasco e Postalesio (uniti insieme) furono un Comune a sé stante dal 1370.

Berbenno era diviso in due parti: citra Abduam versus plateam (dalla parte dell’Adda verso la strada) e ultra Abduam versus Fuxinas (oltre l’Adda verso Fusine, quindi il territorio di Colorina, Rodolo, Selvetta e Fusine). Ovviamente Citra Abduam era la parte che aveva più potere, non solo per l’esposizione eterna al sole 🙂

Citra Abduam aveva anche delle quadre (ossia delle frazioni): Berbenno Centro, Monastero+Maroggia, Polaggia, Piazza (Pedemonte). Berbenno Centro era diviso in contrade: Dusone e Polaggia, Bulgarò (nome che viene dalla tradizione della concia vegetale del cuoio bulgaro) , Regoledo, Sedurno (odierna Via Pradelli, infatti significa “alla base”) e San Pietro (zona Stazione e chiesa).

Dusone pare che venga dall’etimo gallico “dusius”. Era un demone, tipo un fauno, un mostriciattolo dei boschi mezzo uomo e mezzo capra che si divertiva a sedurre le donne, insomma gli spiriti della natura verdeggiante… (simili all’Homo Salvadego, ma più porno :)).

L’importanza di Berbenno rimane testimoniata dalla Chiesa dell’Assunta, costruita sui resti del Castello di Roccascissa del Mille, dalla Cappella di San Gregorio a Polaggia, unica rimanenza del Castello di Mongiardino del Trecento e dalla Torre dei Capitanei del Duecento (in zona Municipio).

A livello storico, è da ricordare la Chiesa di Sant’Abbondio a Polaggia. Dal 1577 al 1620 fu l’edificio religioso ceduto alla numerosa comunità evangelica risiedente a Berbenno, dove il Sacro Macello fece molte vittime. L’ultimo pastore di Berbenno fu Jenatsch, figura emblematica ed enigmatica della quale avevamo già parlato qui.

[ (!)Per non essere confuso con Berbenno (BG) viene chiamato Berbenno di Valtellina]

Miss Raincoat

Gaudenzio Ferrari a Morbegno

Primavera, tempo di rinascita? Chissà!!! Qui in Valle non piove da tempo, tira il vento e io ho incominciato a soffrire di mal d’aprile… In compenso, ho fatto qualche passeggiata per la mia amatissima Morbegno e ho ri-apprezzato i capolavori che ci ha lasciato un pittore protagonista del Rinascimento Valtellinese. Ladies and Gentlemen, Gaudeeeenzio Feeeeeerrrari (al quale è intitolato il Liceo Artistico della cittadina)!

Gaudenzio Ferrari (Valduggia, Vercelli – ca. 1480; Milano – 1546). Famoso in Lombardia e in Piemonte, soprattutto per le opere di devozione popolare, come le cappelle dei Sacri Monti del Varallo. Giunge a Morbegno con i grandi cantieri del Sant’Antonio e dell’Assunta e poi ci si ferma perché, in seconde nozze, sposa la nobildonna Maria Foppa. Il Ferrari ha una formazione manierista e porta in Valle la sua impronta leonardesca, riscontrabile nelle sue folle di biondi angioletti dolcissimi.

Natività di Gesù // Protiro del Sant’Antonio (1526)

In questa lunetta il Ferrari ci descrive la scena del Presepio in correlazione ciclica con una Deposizione. La sua composizione è molto affollata, ma tutti i personaggi sono ben connotati. Come in ogni sua scena, non manca la musica divina e l’atmosfera festosa. San Giuseppe si protende verso il centro, richiamando il suo ruolo di padre putativo all’interno della Sacra Famiglia. Il Bambino viene sollevato da due Angeli: è uno spaccato della società del tempo, dove i bambini nobili erano accuditi dalle balie. In questo dipinto, il pittore ci lascia il suo marchio di fabbrica, ossia la grande padronanza di una gamma di colori tersi e molto vivaci, soprattutto il preziosissimo blu.

Natività di Maria // Cappella di Sant’Anna dell’Assunta (1524)

Questa è una tela molto importante nell’inventario delle opere d’arte valtellinesi, oltre ad essere l’unica delle ante dell’ancona lignea sopravvissute fino ai giorni nostri. Per me, costituisce uno dei momenti più alti del Rinascimento Valtellinese. Vorrei descriverla in qualche punto:

  • L’ambientazione è quotidiana. La dimensione è quella dell’affettuosa premura che muove tutti i personaggi coinvolti. Ognuno, con calma, svolge il suo compito;
  • Tutti i personaggi sono legati dalla felicità. La tela è squadrata, ma la composizione è basata sul cerchio. Inserire il cerchio nel quadrato è simbolo di armonia cosmica, speculare a quella dell’animo umano in quel periodo storico;
  • Ogni figura è legata all’altra come in una danza. L’attenzione ai dettagli, anche i più semplici, è sorprendente. Come da tradizione popolare, Anna, ancora nel letto, si ritempra dalle fatiche del parto mangiando un uovo;
  • La simpatia per il genere umano si esprime anche nel trattare con positività il corpo umano. La donna in primo piano, piegandosi in avanti, mostra la scollatura, ma senza connotazioni sessuali o volgari;
  • L’episodio della Nascita di Maria è trattato con tenerezza. Tutte le figure sono protagoniste, tutte indaffarate e tutte contente. La loro vita è resa piena da questa imprevista nascita, come un fiore che sboccia in mano. Il significato è la speranza per il futuro. Eppure, la scena non è né solenne né spettacolare. L’unico particolare che ci induce a pensare che non sia nata una bimba qualsiasi, è la presenza della balia, come ad uso ai tempi;
  • La semplicità rende ogni opera del Ferrari densamente affettiva, ponendo il divino familiare con il terreno. Ciò che è santo non deve spaventare, ma rassicurare;
  • Ancora una volta, il Ferrari si distingue con scene affollate e affaccendate. Lo percepisco come un amorevole universo femminile in azione. E ancora una volta, ci sorprende con la sua tavolozza, in questo caso ocra. Su tutti i colori della terra, spiccano i rossi delle coperte del letto e della piccola Maria. L’uomo in veste verde, fuori dalla stanza, è Gioacchino, il papà. Per fare un figlio ci vogliono il verde e il rosso;
  • Non trascuriamo i dettagli. L’oggetto di legno che tocca la balia è una Bibbia. Il cane è simbolo di fedeltà; il gatto del mistero della vita nel corpo della donna. Il fiasco di vino era un dono per le donne che avevano appena partorito (è anche una ricerca prospettica del pittore, il quale si pone rispettoso e distante dalla scena tutta al femminile).

*In questa chiesa, il Ferrari si occupa anche di dorare e dipingere l’ancona insieme all’alunno Fermo Stella.

Il Rinascimento Valtellinese, ispirato a quello Lombardo, è quasi antitetico a quello “standard”, quello Toscano. Meno intellettuale, pone più attenzione alla realtà e all’adesione al sentimento umano. Le Natività sacre sono un tema molto diffuso, per rappresentare Dio che si è fatto Uomo e una Storia non staccata dal tempo della Vita.

Buona Giornata della Poesia!!!

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Il Chiostro Nord

* Dedicazione a San Pietro Martire * San Pietro Martire o da Verona fu un importante frate domenicano inquisitore e, in effetti, perse la vita in Brianza (vicino a Barlassina), per mano del sicario di un eretico o, più semplicemente, di un attivista dell’opposizione. Comunque, se il suo aguzzino riuscì a sbarazzarsi di lui tagliandogli la gola, come mai viene sempre rappresentato con un falcastro ficcato da tempia a tempia? Beh, l’Arcivescovo di Milano voleva dargli una sepoltura da eroe, perciò compro un bel sarcofago. Evidentemente, anche senza Amazon si facevano pasticci, perché Pietro era un omone e le misure della sua magnificente bara erano risultate un po’ strette; si decise allora, di tagliare la testa e riporlala in un’altra cassettina. Durante la notte, però, l’Arcivescovo non riuscì a prendere sonno per un mal di testa che passò soltanto quando la capoccia di Pietro venne ricongiunta al suo corpo. Oggi San Pietro Martire riposa al Sant’Eustorgio di Milano (più famoso per la Cappella dei Re Magi) e viene invocato dagli emicranici. I nostri frati domenicani lo avevano scelto per due motivi 1- fu un grande promoter del culto del Rosario 2 – la sua figura era equiparabile a un influencer degli Inquisitori: prima di morire intinse un dito nel sangue per scrivere a terra la parola “credo”.

Il Chiostro, in origine, era un’area del Complesso dove potevano accedere soltanto i frati – fu ampliato in un secondo momento con un secondo chiostro, a sud, che doveva essere un po’ più elitario rispetto a questo (lo dico per la presenza della loggia oppure per la decorazione delle colonne con un simil stile corinzio).

Questo chiostro fu consacrato nel 1485 (l’anno della morte del Beato Andrea, il vip di questo ordine di frati morbegnesi). L’ambiente è scandito da 22 colonne in marmo di Musso. Su alcune di queste sono stati scolpiti dei simboli che rimandano al dedicatario della chiesa, Sant’Antonio abate (il gioco rimanda all’imprevedibilità della vita, alcune colonne sono Sante e altre no – sta a te riconoscerle!). I colori con i quali sono stati dipinti gli archi, rosso-bianco-nero, sono quelli dei Domenicani. Uscendo dal portico troviamo una cisterna per l’acqua, vicino al locale del Refettorio, e una meridiana (con l’iscrizione “sicut umbra vita fugit”).

Ci accorgiamo che, mentre nell’arte che potevano ammirare i “liberi cittadini” il tema del Rinascimento e della vita è il filo conduttore, dentro le mura del Convento, almeno in apparenza, si meditava sempre sul fatto che, prima o poi, sarebbe arrivato il Giorno del Giudizio!

Se ci approcciamo al chiostro dall’esterno, ci imbattiamo in una lapide commemorativa dei benefattori che vollero questa sede, sconsacrata dopo varie vicissitudini e non solo per la Confisca Napoleonica, per l’Orfanotrofio Femminile Provinciale; se ci arriviamo uscendo dall’Auditorium, invece, incontriamo il cosiddetto Atrio.

L’Atrio costituiva l’entrata verso la chiesa per i frati, infatti ha un corredo artistico speculare a quello del protiro esterno (l’entrata dei fedeli), almeno nei temi ciclici della Deposizione/Natività di Cristo. Il pittore è Vincenzo De Barberis, il quale nel 1576 regala il suo tratto raffinato e il suo colore madido in queste due scene: una Pietà con San Pietro Martire e San Domenico e una Natività con San Sebastiano, invocato durante le pestilenze e le guerre (da notare il manto giallo di Maria, tipico dell’iconografia domenicana).

Sul lato nord troviamo degli affreschi seicenteschi: “L’Ultima Veglia di San Domenico” e “La Legittimazione dell’Ordine Domenicano a Morbegno“. Quest’ultima molto simbolica, nella quale i due patroni di Morbegno, San Pietro e Paolo (riconoscibili per le chiavi e la spada – tra l’altro, anche stemma di Morbegno), accolgono San Domenico con il libro che contiene il suo motto per i predicatori.

Sui lati est e sud troviamo la vita e i miracoli di San Domenico. La datazione va dal 1638 al 1678, ma sotto si possono riconoscere altri due strati pittorici; in unoriconosciamo una preghiera mariana in caratteri gotici. Ognuno dei riquadri è stato commissionato da un frate (lo sappiamo perché ognuno porta un gentilizio diverso), ad eccezione del riquadro all’angolo est/sud, che ricorda il Sacro Macello (in cui l’iperbole artistica vuole che i frati abbiano sconfitto gli eretici solo con i loro crocefissi), commissionato dal capitano delle milizie di Morbegno, della famiglia Castelli di Sannazaro. Possiamo intendere la descrizione dell’episodio di ogni singolo riquadro, poiché ognuno è accompagnato da una didascalia in rima. Il lato dei Miracoli, purtroppo, ha subito l’incuria e il tempo e, purtroppo, le sue scene sono state cancellate; ne rimane ben riconoscibile il Miracolo della Risurrezione del nipote del Cardinale di Fossanova, caduto da cavallo. Sull’angolo verso ovest incontriamo Gli Angeli che portano il cibo alla povera Mensa: la tavolata dei domenicani (tra l’altro, rotondetti per essere a dieta!) ci introduce alla stanza a circa metà del lato est: il Refettorio, oggi Sala Alberto Boffi.

L’ala est non solo è deteriorata, ma ha subito un restyling ridimensionale seicentesco. Nel pavimento è stata lasciata una finestra che ci fa intravedere le sinopie (i disegni preparatori) degli affreschi più antichi. Gli affreschi in superficie, nello stesso stile baroccheggiante che avevamo già dis-conosciuto nell’ex chiesa, riproducono una Resurrezione molto naif, la Santa Casa (come quella di Tresivio che l’Iperal aveva messo sulle shopping bags qualche anno fa) e ancora una volta il nostro Pietro Martire.

Il Refettorio, appunto rimpicciolito perché, dopo il Sacro Macello, il Convento non era più così tanto in auge, conserva l’affresco quattrocentesco di una Crocifissione con Santi Domenicani. Questa, però, a causa del restauro è monca: San Tommaso, il chiudi-fila, rimane dietro a una colonna da solo. Gli affreschi sulla volta sono settecenteschi e l’interprete è Giovanni Francesco Cotta (il maestro del Romegialli, per intenderci); per stare in linea alla destinazione d’uso della stanza, i temi sono il pane (Elia) e l’acqua (Rebecca) in chiave biblica.

La stanza speculare sul lato ovest era il Capitolo, il luogo dove aveva sede la Schola di San Pietro Martire, ossia il Tribunale d’Inquisizione. Anche qui troviamo una Crocifissione quattrocentesco, in uno stile molto mitteleuropeo e truce. Dentro queste pareti si decise la sorte di varie persone accusate di stregoneria, come la Barzia di Gerola bruciata nella piazza antistante (dove si faceva anche anticamente il mercato). I frati domenicani di Morbegno erano spesso al centro dei misteri alla Quarto Grado del loro tempo. Furono accusati di aver fatto da tramite per la cattura di Francesco Cellario, il pastore protestante di Morbegno che fu preso all’imbocco della Valchiavenna mentre si recava nei Grigioni e poi messo al rogo per eresia. Parimenti, circolavano voci sul fatto che gli stessi aiutarono molti protestanti della Bassa Valle a fuggire verso il passo San Marco (di fatto, nel chiostro sud è presente una porta che conduce a un cunicolo sotterraneo che collegava il Convento al Doss de La Lumaga – zona Tempietto). Infine, sul lato ovest c’è anche la lunetta di una porta tamponata che mostra San Domenico e San Francesco sullo stesso dipinto, peccato che i due ordini fondati da questi due santi litigarono per secoli per il dogma dell’Immacolata! Anche Morbegno ricorda i segni di questa lite: con l’affresco fuori dal Palazzo Malacrida i Cappuccini hanno definito i Domenicani “chiacchieroni”, quindi “bugiardi”.

Miss Raincoat

“In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Chiesa di Sant’Antonio (Auditorium)

Nella scorsa puntata, abbiamo appreso che, con l’insediamento dei frati domenicani, la chiesa perse per strada la dedicazione a Santa Marta e, per motivi di diritto ecclesiastico, tenne per buono il co-dedicatario Sant’Antonio, considerato anche il protettore di tutti gli ordini monastici maschili.

Certo, oggi questo edificio, con la sua conformazione di sala d’ascolto e le schegge d’arte, non ci richiama l’opulenza con la quale era stato concepito. Badiamo che questa chiesa occupa 800 mq di superficie e, in origine, colava oro e nessun centimetro escludeva di essere ammirato. I nobili di Morbegno e limitrofi si erano messi in gara per essere il miglior committente del Sant’Antonio!

Solitamente, si dà la colpa a Napoleone che, con la sua confisca del 1798, firmò la diaspora delle opere d’arte che rivestivano e adornavano la chiesa (alcune le possiamo trovare nelle altre chiese di Morbegno, altre chissà dove sono finite…). La chiesa tornerà ad essere tale dal 1924 al 1977, poi diventerà un deposito e, solo nel 2008, rinascerà come Auditorium – per me, un ottimo uso, dato che i Domenicani erano molto attenti alla musica durante le funzioni.

Tuttavia, era già iniziato lo scempio nel 1663, quando si decise di coprire il Rinascimento con uno strato di Barocco. Ma non il Barocco artistico, quello più grossolano e pacchiano che possa esistere. Per spiegarlo agli atei, come quegli interventi di chirurgia estetica mal riusciti…

Il fatto che questa chiesa sia stata lasciata deperire per molti anni (anche il Damiani era indignato per questo motivo!!!) ha fatto riemergere, comunque, la Storia: le pareti del Sant’Antonio portano tre strati di affreschi (alcuni continuano addirittura sopra la copertura a crociera, in origine a capriate) – quello dell’antica Santa Marta, quello Rinascimentale e quello BaroccoTarocco. Per quanto riguarda la presa di coscienza, sappiamo che nel 1932 ci si rese conto dell’importanza del Protiro esterno e della Cappella di Santa Caterina; tra il 1961 e il 1964 si restaurò tutta l’ala sinistra e, a destra, la Cappella di San Martino – il resto è rimasto orfano fino al restauro degli anni Duemila.

Possiamo dire, in generale, che il Sant’Antonio è una chiesa tipicamente domenicana, pensata come un’ampia aula, senza impedimenti o distrazioni dall’altare centrale, dove si svolgevano le prediche e le spettacolari messe “di propaganda“. Le cappelle, infatti, sono laterali e la navata è unica. Da una parte, servivano per rinforzare gli insegnamenti dottrinali tramite Santi e Sante esemplari di martiri in nome della Fede, di Redenzione, di Umiltà ostentata e di Miracolosità – erano i thriller dell’epoca; dall’altra, essendo tutte finanziate da un committente diverso, erano un po’ come gli sponsor degli eventi odierni. L’Arte Rinascimentale di queste cappelle, cronologicamente collocabili alla fine del Quattrocento (a parte le due cappelle a destra del 1520 ca.) e geograficamente in ambito lombardo con alcuni influssi mitteleuropei.

A sinistra, dall’ingresso

Santa Caterina D’Alessandria (famiglia Vicedomini di Cosio e Morbegno) – Artisticamente è la più rinascimentale delle cappelle (artisti di ambito comasco), per i colori vivaci e per la ricerca di prospettiva. La Santa, oltre ad essere la più celebre tra le martiri romane, è patrona dei teologi;

Natività e Adorazione dei Magi (Frati Domenicani di Morbegno) – I soggetti sintetizzano i concetti di umiltà sia dei Re sia di Gesù;

San Pietro Martire (famiglia De Pesci di Ardenno) – Il Santo martire domenicano è il patrono del Convento; sulle pareti incontriamo la sua agiografia, soprattutto la sua missione tra le prostitute e il suo leggendario martirio, che lo fa diventare anche patrono degli emicranici (questa storia eccentrica la racconterò nel prossimo episodio!). Sul fronte della cappella troviamo una Crocifissione con Santi Domenicani. Il pittore di questa cappella è Fermo Stella, alunno del Ferrari (che abbiamo incontrato nel protiro, all’esterno). La volta con gli evangelisti, invece porta la firma di Marco D’Oggiono, alunno diretto di Leonardo Da Vinci.

San Vincenzo e Beato Andrea (famiglia Malaguccini di Morbegno) – Il Beato Andrea Griego da Peschiera, frate che morì qui nel 1485, fu un predicatore instancabile, beatificato a furor di popolo – le sue reliquie (inizialmente conservate in questa cappella; dopo la Confisca traslate neln San Giovanni, ossia nel reliquiario in cera) furono considerate miracolose durante la Peste. Nella fascia di medaglioni sull’arco, lui è il primo a destra. La cappella è dipinta con l’agiografia di San Vincenzo (da notare la resurrezione di un bambino) sulle pareti e con una Crocifissione insieme a San Domenico, San Pietro Martire e Santa Caterina da Siena sulla lunetta.

** su questo lato è stata murata e, poi, demolita una cappella di San Rocco che, originariamente, era addossata lateralmente a Santa Marta e chiudeva la Morbegno est (abbiamo, infatti, un’altra cappella di San Rocco a chiuderla a ovest).

A destra, dal palco

(Questo lato è davvero molto deteriorato e riporta i segni del tempo e dello scalpello tra uno strato e l’altro)

Le prime due cappelle sono state dipinte da Vincenzo De Barberis, il maestro di Cipriano Valorsa. La Cappella dedicata al “boss” Sant’Antonio abate (protettore degli animali) fu pagata dalla famiglia Guasco; la Cappella di San Martino, la più iconica di questa chiesa, fu commissionata dalla Comunità di Morbegno. Di fatto, la chiesa di San Martino fu il primo edificio sacro di Morbegno. Metaforicamente, la chiesa poggia su questa cappella, secondo me. Inoltre, sono una grande fan dello stile raffinato e vivace nelle cromie quasi fluo del Vincy De Barberis, bresciano.

Le ultime due cappelle (delle famiglie Castelli D’Argegno e Castelli di Sannazaro), oltre ad essere abbastanza irriconoscibili e lacunose, portano proprio quei pesanti tratti del restauro seicentesco. Erano dedicate all’altro “boss”, San Domenico, e a Santa Maddalena (vi era anche la reliquia di un suo omero, persa durante la Confisca). Ciò nonostante, è in queste cappelle che sono riemersi dei preziosi tasselli di affreschi che appartenevano alla chiesa di Santa Marta, come il San Tommaso che regge la chiesa e una pelliccia (che non è dell’Homo Salvadego, ma l’abito frugale di San Giovanni Battista).

La Cappella della Madonna del Rosario

Per me è un piccolo scrigno segreto e si trova dietro il vecchio altare/odierno palco – proseguendo a sinistra. Questa sorta di cappella radiale, fu affrescata nel Settecento – è un po’ indie in questo. Il committente fu la famiglia Parravicini, a quei tempi importantissima. Il pittore è Pietro Bianchi detto il Bustino. Lu, di Borgovico (Como), affrescò anche parte dell’Assunta e tutto il San Pietro, ma perse un po’ la gara tra i pittori perché il famoso Pietro Ligari aveva un potente fan club! Nel centro troviamo la Madonna in Gloria che consegna il Rosario a Santa Caterina da Siena e al nostro San Domenico (in coppia, sono i santi domenicani più importanti). Ai lati, sorrette dai Profeti, troviamo le scene di due battaglie, per mare e per terra, della Serenissima contro i Turchi. A noi interessa quella in mare, la famosa Battaglia di Lepanto (1571) dopo la vittoria della quale Pio V istituiì la festività del Santo Rosario, molto sentita anche nella Valle più pop, perché cade nel periodo della vendemmia delle castagne. Pio V, frate domenicano e al secolo Michele Ghislieri, fu ospite e inquisitore qui al Sant’Antonio – lo troviamo anche nei medaglioni dei frati domenicani di questa cappella. Nel sott’arco si legge qualcosa simile all’Ave Maria in latino, come una cover domenicana di questa preghiera.

Alla prossima (e ultima) puntata!

Miss Raincoat

Il Complesso di Sant’Antonio a Morbegno

Facciata e Protiro

Il primo nucleo della chiesa, inizialmente dedicata a Santa Marta, esisteva già circa nel 1370 ed era comunemente conosciuto con il nome di Santa Marta in Quadrobbio (ossia “quadrivio“).

La sua storia si interseca con le vicende degli Inquisitori Domenicani provenienti dal Convento di San Giovanni a Como (odierno edificio della stazione ferroviaria), già presenti in Valle per convincere con le buone o con le cattive gli eretici antipapali, ma definitivamente ospiti ben graditi dal 1328, anno in cui scappano dalle lotte tra guelfi e ghibellini a Como e si rifugiano, inizialmente, attorno al San Domenico a Regoledo di Cosio.

A fine Quattrocento, addirittura con l’approvazione degli Sforza, Morbegno decide di ampliare la Santa Marta (* Sant’Antonio, originariamente, era il secondo dedicatario; con l’ampliamento Santa Marta viene mandata in pensione…) e farla diventare il complesso conventuale che avrebbe ospitato i domenicani in una location più consona al loro prestigioso ruolo. Sulla carta, la Comunità di Morbegno si proclamava cattolicamente contenta di poter avere i frati inquisitori in loco, siccome l’eresia stava traviando anche il clero locale e c’era bisogno di una guida spirituale; sul rovescio della pagina, però, non dimentichiamo che ospitare la Sede Inquisitoria dell’intera Valtellina a Morbegno dava lustro alla cittadina! In poco tempo, inoltre, molti valtellinesi cominciarono a recarsi spesso in questa nuova chiesa per partecipare a quei riti tipicamente domenicani, spettacolari e con musica emozionantissima.

Ma ritorniamo all’Arte.

L’esterno della chiesa, realizzato nei primi anni del Cinquecento, si colloca nel Rinascimento Valtellinese (stessi anni dell’Assunta di Morbegno; architettura top del periodo: Il Santuario di Tirano), sebbene il coronamento a forma ondulata ci riporta subito al rifacimento simil-barocco del Seicento. Quindi, si potrebbe dire che ciò che rimane di veramente – ma superbamente – rinascimentale sia il protiro (la struttura di copertura del portale).

Quello che faccio sempre notare ai turisti è questo: in poco spazio, vengono conglobati molti elementi, difficili da cogliere con un solo sguardo distratto. Ecco a cosa servono le guideeh 🙂

Partiamo, insolitamente, dai particolari. Abbiamo quattro colonne snelle, rinforzate da fasce, le quali, rispettivamente portano il tatuaggio di importanti stemmi: lo stemma della famiglia morbegnese Ninguarda, ossia i committenti, lo stemma di Morbegno (chiave e spada, S. Pietro e Paolo – i patroni), la tau di S.Antonio e il cane dei Domenicani. Anche lesene del portale reggono un’Annunciazione sulla parte frontale (con Maria e Arcangelo Gabriele separati, soluzione molto pop-rinascimentale) e sui profili dei ritratti di San Domenico e San Vincenzo (forse il più cattivo degli inquisitori domenicani – non dimentichiamoci che pure in Valtellina qualche strega venne bruciata!). I capitelli delle colonne, infine, sono decorati con sole e teschio, per creare il ciclo infinito di vita e morte – per me, un grande indizio di Rinascimento: finito il lockdown medievale, si vedeva molta luce e molta speranza…

Il mio particolare preferito del protiro è la volta. Lo so, è un mero esercizio di stile dello scultore, però i cassettoni finti sembrano il matelassé di Coco Chanel anche se è stato realizzato con maestria di scalpello sul marmo di Musso.

Le opere di concetto sono quelle delle due lunette.

La lunetta scultorea è stata realizzata da Francesco Ventretta di Piuro (Valchiavenna), il quale realizza tutta la scultura del protiro circa nel 1517. L’artista era cognato di Tommaso Rodari, papà della parte rinascimentale del’Assunta di Morbegno e del Santuario di Tirano, nonché colui che porta il Rinascimento architettonico in Valle. La Pietà che ci lascia il Ventretta è molto drammatica, specie nel volto disperato di Maria e resa ancor più drammatica dal fatto che è stata posta sopra l’Annunciazione.

La lunetta pittorica è stata realizzata da Gaudenzio Ferrari, circa nel 1526 – negli anni in cui era impegnato sul cantiere dell’Assunta di Morbegno. Famoso per i Sacri Monti del Varallo e per la lezione leonardesca che impregna le sue opere, si stabilì a Morbegno dopo le sue seconde nozze con la nostra Maria Foppa, vedova Ninguarda. La sua Natività ha i suoi amabili colori tersi, soprattutto il blu molto ceruleo. Inoltre, un suo marchio di fabbrica sono gli angeli musicanti, tutti uno diverso dall’altro. Due di questi angeli tengono in braccio Gesù Bambino, poiché all’epoca le donne importanti facevano accudire i loro figli dalle balie. In maniera molto rivoluzionaria per l’epoca, Giuseppe si protende verso il centro della scena. In quegli anni, infatti, alla figura del padre putativo era stata riconosciuta la grande missione di avere accettato il disegno divino anche se fosse soltanto un uomo.

Così, anche le due lunette si pongono a simbolo del ciclo della vita e in maniera del tutto positiva rispetto al progetto che dall’alto era stato riservato all’uomo. Per questo motivo, si può dire che non solo la forma ma anche il significato pongono quest’opera al centro del movimento culturale del Rinascimento.

Umberto Saba

“Ed è il pensiero della Morte che, infine, aiuta a Vivere”

Miss Raincoat

Jürg Jenatsch

Jürg Jenatsch (con l’accento sulla a) è il tipico uomo del Seicento, mosso da ambizioni personali, talvolta opportunista, e penzolante tra l’amor di patria e la fede personale.

Nasce in Alta Engadina, forse a Samaden, nel 1596. Suo padre, oltre che notaio, era anche un pastore protestante a Silvaplana. Studia teologia a Zurigo e a Basilea e, infine, anche lui diventa un pastore. Dopo aver passato un anno a Scharans, nei Grigioni, presta il suo ministero a Berbenno (dal 1618 al 1620).

Negli stessi anni in cui risiede a Berbenno, è pure supervisore religioso al Tribunale di Thusis. Lui in persona condurrà l’interrogatorio di Nicolò Rusca. Evidentemente sapeva che era innocente. Il processo, comunque, andava fatto, dato che l’arciprete di Sondrio aveva molti nemici. Forse, l’avrebbe salvato dalla pena se l’anziano Rusca non fosse morto durante le torture…

Nel 1620 scoppia il Sacro Macello. Durante gli scontri, muoiono sua moglie Katharina Von Buol (di Davòs) e sua madre Ursina. Lui, invece, si era rifugiato a Sondrio, dato che in molti avrebbero voluto la testa di chi aveva ordinato l’uccisione dell’amato e mai dimenticato arciprete Nicolò Rusca. Così, riuscì a scappare in Engadina. Tuttavia, l’esperienza lo segna nell’intimo, tant’è che decide di prendersi una pausa dall’attività religiosa e si arruola per la sua patria, le Tre Leghe, precisamente con il partito filo-veneziano (in guerra al fianco della Francia e del mondo protestante).

In questa nuova esperienza sarà il mandante di vari omicidi “da macellaio”. Quello più storicamente impattante è l’uccisione di Pompeo Von Planta, capo del partito avversario filo-spagnolo. Fu trucidato con un ascia davanti al camino del suo castello vicino a Merano. Pompeo, insieme al fratello Rudolf, era stato condannato e assolto dal Tribunale di Thusis e bandito dalle Tre Leghe. I due erano anche imparentati con Gian Giacomo Robustelli, il fautore del Sacro Macello. Negli stessi anni, lo Jenatsch viene ovviamente deposto dall’ufficio di pastore.

L’ex pastore, ormai colonnello, rientra in Valle come uomo di fiducia del Duca di Rohan, comandante dell’esercito francese. Il suo intento era restituire la Valtellina alle Tre Leghe, della quale era diventato un leader.

Nel 1627 si risposa, con Anna Von Buol, cugina della prima moglie. Lo stesso anno, a Coira, sfida a duello un suo superiore, Jacob Ruinelli, sfidandolo per l’onore di un bambino che (forse) aveva urtato mentre era a cavallo. Fu prosciolto, comunque, dall’accusa di omicidio. Fatto ilare, in questo periodo è attestato che lo Jenatsch soffrisse di calli ai piedi per la scomodità degli stivali. Dopo la bagarre del duello, si trasferisce a Venezia come reclutatore di soldati ma, siccome aveva il complotto facile, viene incarcerato per insubordinazione.

Uscito dal carcere, ritorna in Valtellina al servizio della Francia e delle Tre Leghe. Ben presto, si rende conto che non era intento di Richelieu restituire la Valtellina al vecchio dominatore svizzero. Come tanti altri esponenti suoi conterranei, partecipa al Kettenbund: nonostante l’alleanza delle Tre Leghe con Parigi, intrattiene trattative segrete con l’avversario, la Spagna.

Voleva a tutti i costi che la Valtellina tornasse in mano alle Tre Leghe. Non solo si allea con la Spagna e ottiene per sé un titolo nobiliare, ma, addirittura, all’improvviso, abiura e diventa cattolico. Raccontò di aver visto la Luce in carcere a Venezia, però era chiaro che la religione era un modo come tanti per rendere sicure le sue relazioni con la Spagna. Era diventato un uomo potente e temuto, anche per i suoi traffici poco chiari. Stava sul collo alla Spagna, continuando ad essere amico anche della Francia; la Francia, però, rivelò alla Spagna i suoi giochi poco puliti. Ultimamente, non era simpatico né ai Cattolici né ai Protestanti.

La notte del 24 gennaio 1639 era periodo di Carnevale, in quei giorni chiunque si lasciava andare… Jenatsch aveva deciso di fare bisbocce in una locanda di Coira (la Stabigen Huetli, oggi inglobata al Palazzo Salis). Non ne uscì in verticale, dato che fu assassinato da un gruppo di uomini travestiti da orso. Pochi mesi dopo le Guerre di Valtellina sarebbero finite e la Valle sarebbe ritornata in mano grigiona.

Fu sepolto di fretta il giorno dopo. Nessuno aveva voglia di conoscere il nome dell’assassino, come se non ci fosse alcun minimo interesse di indagare con meticolosità. Come per Pompeo Von Planta, l’arma fu un’ascia. La leggenda vuole che Katharina, figlia orfana di Pompeo, fosse anche l’amante dell’assassino Jenatsch (benché anche lei sposata – con Johan Rudolf Travers, quella sera seduto vicino a Jürg), a sua volta morto assassinato.

Miss Raincoat

Quando il nuovo venuto si fu staccato dall’abbraccio del pastore, i due si misurarono reciprocamente con lieti sguardi. Waser era un po’ sbalordito; ma riuscì a non lasciarlo punto trasparire. Si sentiva un pochino umi­liato accanto alla statura atletica del Grigione, dalla cui nera testa barbuta emanava come uno splendore di forza selvaggia. La potenza di una volontà sfrenata, dopo essere stata assopita nei lineamenti foschi, quasi sonnolenti del suo compagno di scuola, s’era svegliata, scatenata — egli lo sentiva — agli sbaragli di una vita pubblica tempestosa.

C.F. Meyer