“Una Cesta di Nastri” di Guillaume-Charles Brun

Settimana impegnatissima, durante la quale i coniglietti rosa della Duracell mi stanno facendo proprio le scarpe…

Vorrei tanto condividere strabilianti giochi di prestigio sui miei viaggi reali e mentali (cosa che mi impegnerò a far succedere nelle prossime settimane, prometto!), ma mi ritrovo tra le mani un’accozzaglia di impegni inderogabili. Perciò, mi è venuto in mente questo quadro da utilizzare come poster della mia situazione attuale davanti allo specchio.  Ma il nastro è pure simbolo di buon augurio e il venditore di nastri, quando appare in sogno, prelude a una gita al mare. Sperém!!!

Cominciamo con il dirci che Brun era un alunno di Alexandre Cabanel, del quale le mie opere preferite sono “La Nascita di Venere” e “La Morte di Paolo  e Francesca“, convenzionalmente inserito nella cerchia di artisti francesi ottocenteschi portavoce dell’Art Pompier. L’Art Pompier, artificiosamente accademica, accoglieva un gran successo negli ambienti della “gente che contava”, motivo per il quale Brun poteva vivere di Arte.  Però, l’artista fonde la perfezione plastica dei ritratti di porcellana (oggi li definiremmo photoshoppati) con i temi dei realisti francesi: non ci sono sconosciuti i minatori di Courbet, i contadini di Millet o proletari in treno di Daumier. Sì, forse Brun incarna il concetto del ComunistaColRolex, ma la sua tecnica magistrale incontra il mio gusto come un six-pack ben scolpito!!! Da notare è che, comunque, anche se i suoi ritratti rappresentano poveracci con visi d’angelo, sono depurati dalla civetteria di moda per questa corrente artistica.

Art Pompier è il nomignolo con il quale i critici d’arte derisero la produzione artistica francese di metà Ottocento, molto (o fin troppo) accademica da risultare artificiosa, troppo bella per essere vera. Era molto gradita nei salotti dell’alta nobiltà, ma slegata dall’indagine del vero e della società fervente in quegli anni. Insomma, come il make up delle donne coreane… Il vezzeggiativo si rifà all’elmo degli eroi greco-romani, simile al copricapo dei pompieri, anche per sintetizzare con una parola questa corrente artistica: pomposa e volgare nel rincorrere un ideale di bellezza irreale, appartenente al passato remoto.

Nella seconda metà dell’Ottocento, nel suo periodo d’oro, il pittore realizza, in prevalenza, ritratti del dark side of Paris: i suoi modelli sono i poverelli costretti a vivere di stenti nelle retrovie, come artisti di strada, cenciaioli o ambulanti (Inoltre, Brun, come  suoi contemporanei, è affascinato dall’Oriente, ma non ne porta alla luce le odalische, bensì le veggenti o le madri…).

Questo che stiamo osservando, è un eccezionale esempio di ciò che Brun ha saputo trasmetterci. Vediamo una ragazzina appena sbocciata che si riposa un attimo dalle sue fatiche appoggiata agli stipiti di un monumento (che rappresenta la distanza che l’arte ha preso dall’artigianato, dal Medioevo all’Ottocento; è una denuncia anche al fatto che tra ricchi e poveri c’è un divario abissale). La donnina fissa lo spettatore ma non sorride perché, anche se è così giovane, è rassegnata e il cesto, che spesso troviamo nell’iconografia dell’Annunciazione, qui diventa il simbolo di una verginità donata alla crudeltà della vita. Il successo di questo dipinto si deve al fatto che l’artista ha provato una pura empatia con il suo soggetto, espressa anche dalla magistrale scelta della tavolozza di tinte secondarie e delicate come il lavanda e i toni arancioni, fatta eccezione per i colori saturi dei nastri nella cesta – simbolo della vita/non vita, l’unica luce – anche troppo fluorescente – della banlieue

Per la cronaca, la cenciaiola porta con sé uno strumento storicamente rilevante, l’uncinetto (bastone adunco), che le serviva per prelevare i nastri e i cesti dall’immondizia.  I pezzi di stoffa (lino, canapa, cotone) venivano venduti alle cartiere per pochi soldi. Lo stesso Baudelaire celebrò in una sua poesia i cenciaioli: erano loro i veri produttori eroici della carta sulla quale lui poteva scrivere.

Il Vino dei Cenciaioli di Baudelaire appartiene a una serie di cinque poesie de I Fiori del Male, in cui il poeta descrive i sobborghi di Parigi, cupi e fangosi, che brulicano di gente che non si cura della presenza dei più poveri, piegati dal tormento della vita e vomitati dall’ingorda metropoli, che divora l’anima. In queste poesie vengono equiparati i matti ai poeti, che portano gloria alla gente ebbra d’amore. Inoltre, la conclusione è che il vino e le droghe sono l’unico rimedio al mal di vivere.

 運命の赤い糸 Unmei no akai ito

Il filo rosso del destino è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella.
A prestissimo, con nuove Nuove e meno occhiaie!

Miss Raincoat 

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