Salvatore Quasimodo in gita a Morbegno?

Siamo nel Settembre 1935, le Leggi di Norimberga hanno appena privato gli Ebrei del diritto di cittadinanza, mentre un trentenne Salvatore Quasimodo (1901-1968), ancora senza Nobel, passeggia per le vie di Morbegno con l’aria pungente della Val Gerola che già sa un po’ d’inverno.

A Milano aveva appena intrapreso una passionale relazione con Sibilla Aleramo (1876-1960), una donna già vissuta, così come narra la sua autobiografia. Al Genio Civile, dove lavorava come geometra, però, dopo un insubordinato diverbio con un superiore, lo scrittore venne mandato in punizione a Sondrio. Come la prese? Definì la Valtellina una landa silenziosa, lugubre e immersa nel ghiaccio. (Esagerato, ma lo perdoniamo in relazione al fatto che sentiva malinconia per la sua Sicilia)

Eppure, si concedette una scorribanda a Morbegno per visitare il paese natale dell’amore giovanile di Sibilla, colui per il quale si fece coraggio e lasciò quel marito che aveva dovuto sposare per forza e, purtroppo, anche suo figlio. Quest’uomo catartico fu il poeta morbegnese Guglielmo Felice Damiani (1875-1904).

Il Quasimodo non si capacitava di come avesse potuto la sua Sibilla innamorarsi di uno sbarbatello di montagna, così diverso dai virili uomini del Sud.

L’idillica storia d’amore tra l’Aleramo e il Damiani terminerà in un battibaleno, comunque; lui verrà scaricato con una lettera dopo una notte d’amore. In seguito, la donna avrà una relazione con Giovanni Cena, amico del morbegnese, un marcantonio (fu lui a soprannominare Rina Faccio “Aleramo”, così come Carducci si era riferito al Piemonte, terra della donna), che fece addirittura cancellare le tracce del Damiani dall’autobiografia di Sibilla, che ben presto venne soprannominata “lavatoio sessuale della letteratura italiana“.

Salvatore Quasimodo fu uno dei tanti amanti scrittori dell’Aleramo. Era un uomo ombroso ma anche baldanzoso, lacerato nelle sue stesse contraddizioni tant’è che è geloso di un uomo già morto da tempo. Inoltre, anche se aveva questa tendenza alla possessione della sua preda, non era per nulla fedele. Per quanto schifasse la Valtellina, dedica una poesia “La Dolce Collina” ad Ardenno (e, probabilmente, ad una donzella lì sedotta).

“La Dolce Collina” – S. Quasimodo

Rina Faccio, tuttavia, non ebbe una vita felice. Dal Piemonte, il padre trasferì la famiglia nelle Marche dove aveva anche una seconda famiglia con una certa vedova. Sua madre si suicidò davanti a lei. Fu violentata e costretta ad un matrimonio riparatore a Milano. Il Damiani le ricordò la sua dignità di donna, anche se, quando abbandonò il tetto coniugale, dovette rinunciare ad essere madre. Tentò il suicidio e lo scrivere le servì come terapia per non lasciarsi morire.

Quando Guglielmo Felice s’innamorò di lei, era già in carriera e famoso addirittura fino a Napoli. Non a caso, il Carducci lo descrisse “uno stimabile collega“. Fuggì con Rina anche se fosse proverbialmente succube di sua madre e disse alla sua amata “ora sono tuo“. Quando tornò a Morbegno, con la piva nel sacco, non guarì mai più del suo mal d’amore. Inoltre, fu anche molto sfortunato: morì non ancora trentenne di setticemia a Napoli.

Non sappiamo se il Damiani fu il primo amore dell’Aleramo, eroina indiscussa del Femminismo, anzi, lei disse che il suo primo amore fu un gatto nero, ma sappiamo che, anche nella sua fragilità e sensibilità di poeta malinconico, è stato il grande uomo che ha liberato una donna dalla schiavitù di essere come la volevano gli altri.

“Vento a Tindari” – S. Quasimodo

“Una donna” – S. Aleramo 

“La Casa Paterna”- G.F. Damiani 

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